Tom Coraghessan Boyle.

Identit rubate.

Titolo originale: Talk Talk.
Traduzione di Marilia Strazzeri.
2008 Giulio Einaudi editore, Torino.
ISBN 978-88-06-18207-6.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Una mattina Alex Halter scopre quanto pu essere angosciante avere il proprio doppio in giro per il mondo a infrangere la legge.
Quanto pu essere fastidioso ritrovarsi con contratti telefonici a proprio nome e carte di credito che si ignorava di possedere, rate da pagare e debiti insoluti, oltre che multe, contravvenzioni e denunce sparse per il paese, tutte contro di te. Ad Alex non rimarr altra scelta: dare la caccia all'uomo che le ha rubato la vita e riconquistare il diritto di essere nuovamente se stessa.
Non si era fermata a uno stop, ecco tutto. Alex Halter andava di fretta quella mattina: l'appuntamento dal dentista, i compiti da correggere, la cena con Bridger, la vita normale di una ragazza trentenne, insegnante d'inglese in una scuola per non udenti, e sorda a sua volta.
Una giornata come tante, insomma: fino a quello stop, al poliziotto che le urla di scendere, che l'ammanetta come se fosse la pi pericolosa delle criminali - un'assassina, una terrorista - all'ingiustizia di tre interminabili giorni in prigione.
E poi l'assurdit delle accuse: assegni scoperti, droga, rapina a mano armata e altri reati in giro per gli Stati Uniti, in posti che prima d'allora non aveva mai neanche sentito nominare.
Quello che Alex non sa  che negli ultimi anni lei  stata l'inconsapevole vittima di un furto d'identit: c' un altro Alex Halter l fuori, un truffatore che si  appropriato dei suoi dati anagrafici, della sua patente, delle sue carte di credito, della sua vita.
Ormai  una questione personale e Alex, aiutata dal fidanzato, decide di risalire al misterioso individuo che le ha clonato l'esistenza. Inizia una caccia all'uomo adrenalinica attraverso gli Stati Uniti, un inseguimento senza pause in cui i ruoli non smettono di ribaltarsi: il truffato diventa truffatore, l'inseguito inseguitore, le identit sempre pi liquide e intercambiabili.
T. C. Boyle non solo regala ai suoi lettori due tra i pi particolari e sfaccettati personaggi degli ultimi tempi (i due Alex Halter: lei forte, indomita, precisa al limite dell'ossessione, lui un truffatore a volte brutale, un padre affettuoso, un raffinato gourmand), ma anche un'attualissima parabola sull'identit nell'epoca della sua riproducibilit tecnica: quando questa si riduce a una serie di bit, pin e password potenzialmente a disposizione di chiunque, bisogna anche aggiornare le minacce e i pericoli di cui si pu essere vittime. Come, ad esempio, svegliarti una mattina e scoprire che c' un altro te che se ne va in giro a combinare guai.
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L'AUTORE.
Tom Coraghessan Boyle, nato Thomas John Boyle, conosciuto come T. Coraghessan Boyle o T.C. Boyle (Peekskill, 2 dicembre 1948),  uno scrittore statunitense, vincitore del Premio PEN/Faulkner per la narrativa nel 1988 con il romanzo World's End. 
Originario di Peekskill, nello Stato di New York, vive a Santa Barbara e insegna al Southern California College, in un quartiere multietnico di Los Angeles. Di lui Einaudi ha pubblicato i romanzi Amrica (1997), Amico della terra (2001), Doctor Sex (2004) e le raccolte di racconti Se il fiume fosse whisky (2001) e Infanticidi (2006).
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ALCUNI GIUDIZI:

Questo romanzo di T. C. Boyle  cos attuale e ben informato che l'FBI potrebbe perquisirgli la casa in cerca di carte di credito clonate.
The Washington Post.
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 un grande pezzo di letteratura e tratta temi importanti: ma allo stesso tempo ha il ritmo e la verve dei thriller di Elmore Lonard.
 raro che legga libri di questa mole tutti d'un fiato, ma questa volta  successo.
Daily Telegraph.
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Di T. C. Boyle Einaudi ha pubblicato i romanzi Amrica, Amico della terra, Doctor Sex e le raccolte di racconti Se il fiume fosse whisky e Infanticidi.
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Dedica: a Russel Timothy Miller e in memoria di Jack e Geraldine.
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Siamo la lingua che parliamo, ma la nostra vera lingua, la nostra vera identit, si trova nel discorso interiore, in quella incessante corrente generatrice di significato che costituisce la mente interiore.
l. s. vygotsky, Pensiero e linguaggio.
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Appresi la lingua dell'uomo, a plasmare le forme dei pensieri.
Nell'idioma petroso del cervello,
Appresi i verbi imperativi, ed ebbi il mio segreto;
Il codice della notte batteva sulla mia lingua;
Ci che era stato uno fu molti di mente sonora.
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Dylan thomas, Dalla prima febbre d'amore alla sua peste
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La traduzione dei versi di Dylan Thomas  di Roberto Sanesi, Poesie, Guanda, Parma 1954.
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PARTE PRIMA.
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Capitolo 1.
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Era in ritardo, sempre in ritardo, era un suo difetto, lo sapeva fin troppo bene, ma adesso non riusciva a trovare la borsa e una volta scovata (sotto la giacca di velluto a coste
blu sull'appendiabiti nell'ingresso) erano le chiavi a
mancare. Avrebbero dovuto essere nella borsa, ma non c'erano, e cos aveva fatto il giro di tutto l'appartamento - no: due giri, anzi tre -
prima che le venisse in mente di frugare nelle tasche dei jeans che aveva messo il giorno prima. S, certo: ma dov'erano i jeans?
Troppo tardi per una fetta di pane tostato. Scordati il pane, scordati la colazione. Aveva finito il succo d'arancia. Finiti anche burro e formaggio spalmabile. Il giornale sullo zerbino, poi, era l'ennesimo intralcio. Tiepido come pip - era un paragone adeguato? S - caff tiepido come pipi in una tazza sporca. Un'ultima controllatina veloce al rossetto e ai capelli nello specchietto retrovisore e stava gi facendo retromarcia per mettersi in strada.
Forse si era marginalmente resa conto del furgone che sfrecciava nella direzione opposta, del cane che annusava una macchia sul bordo del marciapiede, dell'acqua spruzzata da un irroratore che rifrangeva la luce in un trionfo di goccioline luccicanti, ma il pulsare dell'adrenalina - o forse erano i nervi, o chiss che altro - non le aveva permesso di metterli bene a fuoco.
Oltretutto aveva il sole negli occhi, e a proposito: dov'erano gli occhiali da sole? Si ricord che forse li aveva visti sullo scrittoio, in mezzo a un groviglio di gioielli... o erano in cucina, vicino alle banane, perch poi aveva considerato l'opportunit di prendere una banana, era una cosa da mangiare in fretta, la banana, potassio, fibre, ma dopo aveva pensato che no, era meglio di no, perch col dottor Stroud era preferibile non
avere niente di niente nello stomaco. Aria. Avrebbe avuto solo
aria a sostenerla.
Affrettarsi, sbrigarsi, precipitarsi: radici latine e gotiche,
ma lo stesso triste, dolente significato connotativo. Non riusciva a essere lucida. Era tesa, stressata e in ritardo.
Quando arriv all'incrocio alla fine dell'isolato fu contenta
perch non c'era nessuno per cui dovesse fermarsi. Ma, proprio mentre faceva solo finta di rallentare e invece passava dalla folle alla seconda con un rapido e abile gioco di frizione e acceleratore, riconobbe, ferma dall'altro lato della strada, nascosta dall'ombra livida di un Suv, la pattuglia della stradale.
Per un attimo fu come se il tempo si fosse fermato: da una parte il poliziotto al volante, dall'altra lei che gli rivolgeva un candido sguardo di scusa. Ma ormai l'aveva superato e poteva solo maledirsi osservandolo accendere il lampeggiante e fare una rassegnata inversione a U per accodarsi a lei. Di colpo percep
il mondo nella sua totalit, fin nei minimi particolari: le palme col tronco ruvido come ananas e le gonnelle spelacchiate, le piante di yucca corazzate di spine che si arrampicavano su per la collina, roccia giallastra, roccia rossa, un pick-up grigio scuro che rallentava per guardarla mentre accostava a lato della strada su una striscia marrone di terra battuta. Sotto di lei una distesa di tetti rossi e
lontano, sullo sfondo, lo schiaffo blu dell'oceano: non c'
fretta, non c' pi fretta. Vide lo sbirro - l'agente di pattuglia - nello specchietto laterale mentre l'uomo scostava leggermente la portiera e usciva, si tirava su la cintura
(lo facevano tutti, come se quella cintura con il manganello, le manette e la pistola dall'impugnatura nera fosse tutto ci che serviva per essere identificati) e si dirigeva rigido verso la vettura di Alex.
Lei aveva gi pronti patente e libretto e glieli offr, supplichevole  dire poco. Ma l'uomo non li prese, non subito. Stava dicendo qualcosa, le labbra che si davano da fare come se stesse masticando un brandello di cartilagine. S, ma cosa stava dicendo?
Non era Patente e libretto, cos'altro poteva essere? E il sole quello l in cielo? Qual  la radice quadrata di quarantaquattro?
Sa perch l'ho fatta accostare? Ecco. Era quello. E s, certo che lo sapeva. Aveva bruciato uno stop. Perch aveva fretta

- fretta di andare dal dentista, tra l'altro - ed era in ritardo.
- Lo so, - rispose, - lo so, ma... ho scalato la marcia...
Era giovane, quell'agente, non era pi vecchio di lei, era un coetaneo, un contemporaneo, qualcuno vicino a cui - o con cui - le sarebbe potuto capitare di ballare al Velvet Jones o in qualcun altro dei locali sulla Lower State. Aveva occhi troppo grossi per la sua testa, che sporgevano come quelli di un Boston terrier - come si chiamava quella cosa? Ah, s, esoftalmia. Trov la parola giusta e, a dispetto delle circostanze, sent per un attimo il calore della soddisfazione. Ma lo sbirro, l'agente... la sua mascella aveva una delicatezza che unita agli occhi - liquidi e lacrimosi - conferiva al suo viso un'aria come di qualcosa di non finito, quasi non avesse la sua et ma fosse ancora un adolescente, un ragazzino dalla testa grossa che gioca a comandare, tutto in tiro nella sua uniforme. E poi s, certo, vide l'espressione del poliziotto cambiare mentre lei gli parlava, ma a quello ormai c'era abituata.
Lui disse qualcosa. Stavolta lei cap perfettamente al primo colpo e gli porse la lamina plastificata della patente e la sottile sfoglia del libretto di circolazione. Ma non pot fare a meno di chiedergli di che cosa si trattasse, per quanto sapesse fin troppo bene che il suo viso l'avrebbe tradita. Una domanda le faceva sempre inarcare le sopracciglia come se ti stesse accusando o fosse arrabbiata: lei ci stava attenta, a questa cosa, ma con risultati alterni. L'uomo si allontan dall'auto e aggiunse qualcos'altro
- probabilmente che tornava alla propria vettura per fare l'ovvio controllo sulla sua patente prima di scrivere l'ovvia multa per l'ovvia infrazione - e stavolta lei tenne la bocca chiusa.
Per i primi minuti non si rese nemmeno conto del passare del tempo. Riusc solo a pensare a quanto tutto ci le sarebbe costato, dai punti sulla patente - o gliel'avrebbero addirittura ritirata? - all'assicurazione - era stato l'anno scorso o due anni prima che aveva preso quella multa per eccesso di velocit? -
e che ora sarebbe stata in ritardo sul serio. Per il dentista. Tutta colpa del dentista. E se fosse stata in ritardo dal dentista, considerando che l'intervento durava almeno due ore (come le era stato comunicato per iscritto per essere sicuri che non sorgessero equivoci), sarebbe arrivata in ritardo anche a lezione, senza che nessuno la potesse sostituire. Pens al problema del telefono - forse poteva usare la
segretaria del dentista come intermediaria, ma che
scocciatura. Scocciatura. Ma da che cosa derivava? Si fece un appunto mentale di andare a cercare quella parola sul dizionario etimologico, una volta tornata a casa.
Ma perch ci metteva tanto? Sentiva l'impulso di guardare indietro, di girarsi e fulminare con gli occhi lo scintillante parabrezza cotto dal sole dell'auto della polizia, ma resistette e si limit ad abbassare leggermente la spalla sinistra per dare una sbirciatina allo specchietto laterale.
Niente. C'era solo una forma, la forma dell'agente, un'ombra grande e grossa a testa china. Gett un occhio all'orologio sul cruscotto. Erano passati dieci minuti da quando si era allontanato.
Si chiese se fosse stato uno studente ritardato, un dislessico, il tipo di persona che ha difficolt a ricordare l'articolo specifico del codice stradale che lei aveva violato, che armeggia col pulsante della penna, che calca esageratamente per ottenere una buona copia carbone. Uno zuccone, un tonto, un idiota. Un Neanderthal. Prov la parola in punta di lingua, separandone le sillabe - Ne-an-der-thal - e guard nello specchietto il modo in cui le labbra si stringevano e si aprivano, e si stringevano e si aprivano di nuovo nella pronuncia.
Le venne in mente il suo dentista, con quelle sopracciglia simili a bruchi a spasso sulla fronte quando si chinava su di lei, il viso sottosopra; era uno di quelli che quando iniziano a parlare non si fermano pi, del tutto incurante che lei non potesse rispondergli se non con grugniti e gemiti degni di Gola Profonda, mentre i tamponi di cotone le bloccavano la
lingua e l'aspirasaliva le risucchiava il labbro. Stava ancora pensando al dentista quando la portiera della macchina della polizia, aprendosi, riflett la luce e ne riemerse il poliziotto. Cap subito che c'era qualcosa che non andava. Il suo linguaggio del corpo era diverso, totalmente diverso da prima, le gambe non avevano pi quella rigidit, le spalle erano curve in avanti e i piedi calpestavano la ghiaia con esagerata attenzione. Lo segu con lo sguardo finch il viso dell'uomo apparve nello specchietto - le labbra serrate, gli occhi socchiusi, concentrati/rimpiccioliti? - quindi si volt verso di lui.
Fu allora che sub il primo shock.
L'uomo era a tre passi dalla sua portiera, aveva estratto la pistola e gliela puntava contro mentre le urlava qualcosa sulle
sue mani - abbaiava, il viso scomposto, furioso - e dovette ripetere, ogni volta pi rabbioso, finch lei cap: Metta le mani dove posso vederle.
All'inizio era troppo spaventata per parlare, e aveva obbedito ottusamente, travolta dalla primitiva violenza di quella situazione.
Lui l'aveva strattonata per farla uscire dalla macchina, la pistola ancora puntata su di lei, le aveva schiacciato la faccia sul metallo e sul vetro caldi della vettura e le aveva piegato le braccia dietro la schiena per chiuderle le manette attorno ai polsi, il corpo che le premeva addosso con tutto il suo peso finch sent che l'uomo le faceva allargare le gambe usando il ginocchio come un cuneo. Poi le sue mani su di lei. Prima attorno alle caviglie, poi le scivolarono sulle gambe risalendo fino ai fianchi, all'addome, alle ascelle, sempre tastando, frugando.
C'erano il suo afrore ormonale, la puzza del suo disprezzo e della sua rabbia, il suo alito caldo che le esplodeva nelle orecchie insieme alle fricative e alle occlusive delle parole che le andava dicendo. Brusco, persino brutale, non le risparmi niente. Forse c'erano state delle domande, degli ordini, magari una qualche sfumatura di dolcezza nella sua voce, ma lei non poteva sentire e non era in grado di vederlo in faccia. Le mani, le mani di Alex, erano intrappolate come uccellini presi al laccio.
Ora, nella macchina della polizia, nella gabbia che racchiudeva il sedile posteriore - identica a quella in cui imprigionano i cani randagi - si sentiva proprio come vogliono farti sentire quando ti ci mettono: piccola, impotente, senza risorse, senza speranze. Il cuore le martellava nel petto. Era sull'orlo delle lacrime.
La gente la fissava, rallentando per poter vedere bene, e non c'era nulla che potesse fare oltre a girarsi dall'altra parte, piena di vergogna e orrore, pregando che nessuno dei suoi studenti passasse di l - o nessun altro che conosceva, i suoi vicini, il padrone di casa. Affond nel sedile e abbass la testa, scuotendola per far ricadere i capelli ai lati del viso. Si era sempre chiesta perch gli imputati si riparassero il viso sugli scalini del tribunale, perch cercassero cos tanto di celare la propria identit anche se tutto il mondo li conosceva: ora lo capiva, ora lo viveva su di s.
Era paonazza - la stavano arrestando, e per di pi in pubblico
- e per un attimo fu come paralizzata. Non riusciva a pensare ad altro che alla vergogna della situazione, una vergogna che la trafiggeva come un dolore fisico, come la puntura di un insetto, di mille insetti che le brulicassero su tutto il corpo. Sentiva ancora la stretta delle mani dell'uomo attorno alle caviglie e alle cosce: era come se l'avesse bruciata o le avesse marchiato la pelle con un acido. Consider lo schienale del sedile, il tappetino, il proprio piede destro che
picchiettava e si agitava all'incontenibile ritmo dei suoi
nervi, e poi d'improvviso, come se il suo cervello fosse stato sferzato da una scudisciata, sent montare la rabbia. Ma perch doveva vergognarsi? Che cosa aveva fatto?
Era stato il poliziotto. Era stato lui. Era lui il responsabile di questa situazione. Sollev lo sguardo e lui era l, quell'idiota, quel maiale, un paio di spalle quadrate in un'uniforme aderente, la nuca piatta e dritta come se gli avessero infilato un remo al posto del collo. Stava dicendo qualcosa alla radio, il microfono all'altezza della bocca anche quando l'autopattuglia beccheggiando si immise nel traffico e lei fu scagliata in avanti, trattenuta solo dalla cintura di sicurezza, impotente. D'improvviso era furiosa, pronta a esplodere. Che diavolo aveva in testa, quello? Che cosa pensava, che fosse una spacciatrice o qualcosa del genere? Una ladra? Una terrorista? Gesussanto, aveva bruciato uno stop, tutto l - uno stop. Cristo.
Prima ancora di rendersene conto le parole eruppero dalla sua bocca. - Ma lei  pazzo? - domand, senza preoccuparsi che la voce le uscisse troppo alta, che fosse inespressiva e sgradevole, di quelle che fanno trasalire la gente. Non le importava come sarebbe suonata, non ora, non qui. - Le ho chiesto se  pazzo.
Ma lui non la stava ascoltando e non la cap. - Senta, - disse,
- senta, - sporgendosi in avanti per quanto le permetteva la cintura, lottando per pronunciare quelle parole pi accuratamente possibile, sebbene la voce risultasse strozzata per l'agitazione, le manette fossero troppo strette e il cuore le pulsasse come un uccellino in gabbia che sbatte frenetico le ali nel tentativo di liberarsi, - ci deve essere un errore. Ma lei sa chi sono?
Il mondo le venne sfilato da sotto il naso da una brusca derapata ad alta velocit, con la macchina che sobbalzava sotto di lei. Si sforz di guardare il viso dell'uomo nello specchietto retrovisore, per controllare se stesse muovendo le labbra, per avere un indizio - un lieve accenno, qualsiasi cosa - di quel che le stava succedendo. Doveva averle letto i suoi diritti mentre la ammanettava - Ha il diritto di rimanere in silenzio e tutto il resto, quelle frasi obbligatorie che aveva visto in Tv chiss quante volte. Ma perch? Che cosa aveva fatto? E perch gli occhi dell'uomo continuavano a passare dalla strada allo specchietto e viceversa come se non potesse fidarsi di lei nemmeno chiusa in gabbia e ammanettata, come se si aspettasse che da un momento all'altro lei uscisse di testa, che iniziasse di colpo a vomitare bile, a sbavare schizzando piscio e merda? E perch tutto quell'odio? E il rancore, e l'intransigenza?
Ci mise un po', d'accordo, non era facile con il sangue che le bruciava nelle vene e il viso in fiamme per la vergogna, la rabbia e la frustrazione, ma poi cap: c'era stato un errore di identificazione. Ma certo. Era ovvio. Che altro poteva essere?
Qualcuno che le somigliava: un'altra giovane donna, graziosa, snella, con gli occhi scuri, sorda, di trentatre anni che non stava andando dal dentista con un fascio di compiti da correggere prima di entrare in classe. Qualcuno, magari, che aveva rapinato una banca brandendo una pistola, che aveva sparato sulla folla colpendo un bambino prima di darsi alla fuga. Era l'unica spiegazione, perch lei non aveva mai violato la legge in vita sua, se non nei modi pi innocui e ordinari: superando il limite di velocit insieme alle centinaia di automobilisti che erano con lei sull'autostrada in quel momento, fumando un occasionale spinello da ragazza (lei, Carrie Cheung e pi tardi si era aggiunto anche Richie Cohen: se n'erano andati in giro per la citt completamente fatti, ma nessuno l'aveva mai saputo o se n'era interessato, men che meno la polizia), collezionando qualche multa per il tagliando scaduto del parcheggio o altre minime violazioni al codice stradale - e tutte quante erano state doverosamente registrate, pagate e quindi espunte dalla sua fedina penale. O almeno pensava che fosse andata cos. Quella multa per il parcheggio a Venice - sessanta dollari con lei che era in ritardo si e no di due minuti, e la vigilessa a stendere
il verbale nonostante Alex la implorasse - se n'era occupata, vero?
Ma no, era troppo. Tutta questa cosa, lo shock, lo spavento...
gliel'avrebbe fatta pagare, eccome, avrebbe assunto un avvocato: brutalit, incompetenza, arresto illegale, tutto quanto.
Sissignora. Sissignora, certo. Se era questo che volevano, l'avrebbero avuto. La macchina dondolava sotto di lei. Il poliziotto stava impalato come un manichino. Lei chiuse gli occhi un momento - una sua vecchia abitudine - e si isol dal mondo.
La registrarono, le presero le impronte digitali, le portarono via il cercapersone, il cellulare, gli anelli, il ciondolo di giada e la borsa, la fecero mettere in piedi, spalle a una parete
- spaventata, avvilita, la schiena curva e lo sguardo vacuo - per l'indelebile umiliazione delle foto segnaletiche, ma ancora niente.
Nessuna accusa. Nessun senso. Le labbra dei poliziotti si agitavano convulse davanti ai suoi occhi: allora liber la voce, le mise le ali e la fece svolazzare sbandando per tutta quella stanza dalle pareti grigiastre con i diplomi incorniciati e la bandiera appesa a un'asta di ottone lucente, un goffo tentativo di legittimare quel sistema corrotto e malsicuro. Era fuori di s. Ferita.
Furiosa. Traumatizzata. - Ci deve essere un errore, -
insistette fino allo stremo. - Mi chiamo Halter, Alex Halter.
Insegno alla San Roque, la Scuola per Non Udenti e non ho mai... Sono sorda anch'io, non lo capite? Avete preso la persona sbagliata -. Ma loro si allontanavano stringendosi nelle spalle senza dirle un bel niente, come se lei fosse uno scherzo della natura, un delfino parlante o il pupazzo di un ventriloquo che ha preso vita. Per loro era solo l'ennesima criminale - l'ennesimo colpevole - l'ennesimo caso di poco valore da sbattere dentro e dimenticare.
Ma dentro non la sbatterono, non ancora, almeno. Era ammanettata a una panchina da cui poteva vedere il corridoio alle spalle del bancone dell'ingresso, e non colse la spiegazione che le fu fornita - il poliziotto, l'agente che si occupa della registrazione dei criminali, un tizio sulla trentina, aveva girato il viso dall'altra parte mentre, quasi scusandosi, la prendeva per il braccio e gentilmente ma con fermezza la faceva sedere e le
risistemava le manette - per fu tutto chiaro quando dalla porta entr un ometto con un ciuffo di capelli scoloriti, il volto anonimo e un pallido accenno di baffi che si diresse verso di lei con le mani gi in movimento. Si chiamava - glielo disse a gesti -
Charles Iverson ed era un interprete per sordi. A volte collaboro anche con la San Roque, le disse coi segni. L'ho vista li.
Lei non lo riconobbe. O forse s. C'era qualcosa di familiare nel suo aspetto minuto e ordinato: le parve di riuscire a rievocare l'immagine di lui nell'atrio, la testa china, mentre si dirige da qualche parte a passi lunghi, decisi e rapidi. Si sforz di sorridergli. - Sono contenta che sia qui, - gli disse ad alta voce, sollevando le mani ammanettate nel tentativo di parlare anche coi gesti, come sempre tendeva a fare quando era agitata.
- Ci deve essere stato un errore madornale. Io ho solo attraversato uno stop senza fermarmi e loro, loro... - sent che lo scoramento e il senso dell'ingiustizia la stavano per sommergere. Lott per controllare se stessa e la propria voce. Doveva essere decollata a razzo e poi planata di colpo perch la gente la stava fissando: il poliziotto all'ingresso, una segretaria dal fisico piacente ma con un viso scialbo e dai lineamenti grossolani, due giovani latinoamericani piantati davanti al bancone coi berretti da baseball girati all'indietro e bermuda oversize. Abbassa il volume,  quello che il loro linguaggio del corpo le stava dicendo.
Iverson ci mise un bel po'. I suoi gesti erano rigidi e poco eleganti ma comprensibili e Alex si concentr tutta su di lui mentre le illustrava le accuse che le venivano rivolte. Ci sono svariati ordini di cattura contro di lei, cominci, nelle contee di Marin, di Tulare e di Los Angeles - e anche fuori dello Stato, nel Nevada. A Reno e a Stateline.
Ordini di cattura? Ma di che cosa stava parlando?
Iverson indossava una giacca sportiva sopra una maglietta col nome di una squadra di basket che gli attraversava il petto.
Si era spruzzato i capelli di lacca o di gel, ma a dire il vero senza grande successo, dato che gli si arricciavano come la peluria dei pulcini che a scuola tenevano nell'incubatrice, cos bionda da sembrare traslucida. Lo osserv mentre si apriva la giacca ed estraeva dalla tasca interna un foglio ripiegato. Sembr rifletterci su un momento, soppesandolo come un coltello, prima di appoggiarselo sulle gambe e dirle a gesti Mancata comparizione
in tribunale per varie accuse, in diversi tribunali e in diverse date, negli ultimi due anni. Emissione di assegni a vuoto, furto d'auto, possesso di sostanze illegali, rapina a mano armata, e la lista continua.
Sostenne il suo sguardo. Le sue labbra serrate non esprimevano alcuna comprensione. Intu che l'uomo credeva alle accuse, credeva davvero che lei avesse condotto una doppia vita, che avesse violato ogni standard di decenza e avesse deluso la comunit dei non udenti, confermando un altro dei pregiudizi esistenti su di loro. S, dicevano gli occhi dell'uomo, i sordi vivono in un mondo a parte, seguono solo le loro regole, regole pi elastiche e accomodanti, vivono alle nostre spalle e sulle nostre spalle. Uno sguardo che era abituata a vedere da sempre.
L'uomo le porse il foglio ed era tutto l: date, luoghi, i codici del dipartimento di polizia e le accuse che le venivano contestate.
Non riusciva a crederci, c'era anche il suo nome, nero su bianco, sotto la dicitura Reati Gravi, Corte di Giustizia di una qualche contea e i codici degli ordini di arresto tutti in fila come soldatini lungo il margine inferiore della pagina.
Alz lo sguardo e fu come se l'uomo l'avesse schiaffeggiata in pieno viso. Io non ci sono mai stata nella contea di Tulare...
non so nemmeno dov'. E neanche nel Nevada. E una cosa da pazzi.
 un errore, uno sbaglio, ecco tutto. Glielo dica che si tratta di un errore.
Il pi freddo degli sguardi, il pi breve dei gesti. Ha diritto a una telefonata.
 
Capitolo 2.

Bridger era al lavoro, in una mattinata nuclearizzata dai troppi caff e dall'irreale crepuscolo in cui era perennemente immersa la lunga e fredda stanza della Digital Dynasty da dove scrutava, sentiva e respirava il mondo-nel-mondo costituito dal monitor che aveva di fronte. La scena - una singola inquadratura
- era congelata li davanti in un'atmosfera cupa dalle tonalit mogano e rame, mentre lui stava lavorando alla sostituzione di una testa. Il suo capo - Radko Goric, un imprenditore trentottenne dal viso impacchettato in un paio di occhiali firmati da duecento dollari, oscene giacche di Pierro Quarto e scarpe malconce di finta pelle tirate su da un cestone delle occasioni
- con un'offerta stracciata aveva strappato a ben tre diverse ditte di effetti speciali il contratto per questo film. Era l'ultima puntata di una trilogia ambientata su un pianeta remoto e ostile, dove dei signori della guerra dall'aspetto sauriforme combattevano per il potere e dei mercenari umani stringevano e interrompevano alleanze in base ai principi di un antico codice guerriero. Grandioso. Lui era un fan di quella serie - aveva visto i primi due episodi almeno sei o sette volte, sempre meravigliandosi dell'accuratezza dei dettagli, della maestosit e della fluidit degli effetti speciali - e si era tuffato nel progetto con le migliori intenzioni, persino con una sorta di euforia. Ma Rad
(come insisteva per farsi chiamare, invece di Radko, signor
Goric o Vostra Altezza Reale) aveva concesso loro un margine di tempo pari a zero. La prima del film sarebbe stata di li a un mese, e Bridger e i suoi colleghi ci stavano dando dentro dodici ore al giorno, sette giorni su sette.
Per un bel po' non fece altro che fissare lo schermo, il mento puntellato su due pallidi pugni che sembravano aver perso le
ossa. Tutto il suo mondo era li, proprio davanti a lui, molto pi vicino e reale di quel cubicolo, di quelle pareti, di quel soffitto, del pavimento di cemento dipinto, e lui vi era immerso, in quel mondo sullo schermo, alla deriva, a sognare dormendo a occhi aperti. Era stanco morto. Disfatto. Aveva le dita fiacche, la schiena indolenzita. Portava le stesse calze da tre giorni. E
ora sentiva un'emicrania da stanchezza che si addensava nella sua testa come le nuvole merdognole che intorbidivano il cielo di Drex III, il pianeta che stava ombreggiando, perfezionando e lucidando sino a farlo scintillare come la lama di una daga con l'assistenza del suo programma Discreet e di un mouse consumato dal contatto con le dita. La caffeina non gli faceva niente.
Poco prima era toccato a Banjo andare da Starbucks per la pausa caff: Bridger aveva ordinato una pinta di caff freddo con una spruzzata di espresso in aggiunta, e ora eccola li, la pinta di caff: dopo averne bevuto met l'unica conseguenza era un vaghissimo senso di inquietudine. Ma per il resto era ancora imbambolato, assonnato, narcolettico. Se solo avesse potuto appoggiare la testa, per un minuto soltanto...
Gli arriv un messaggio. Da parte di Deet-Deet. In un angolo dello schermo apparve l'icona e lui la clicc: si ritrov davanti l'immagine di un pirata con una gamba di legno che brandiva una sciabola e sulla cui testa Deet-Deet aveva innestato un gigantesco ritaglio del volto di Radko. Il testo diceva: Ah-ah, tesorucci! Vi dar in pasto agli squali se questo progetto non va in porto entro il trenta - e non si dorme al lavoro!

Era cos che riuscivano a mantenersi sani di mente. Era un lavoro ingrato, a cottimo, operazioni di ritocco digitale per venticinque dollari e settantadue centesimi lordi l'ora, e se da un lato aveva i suoi momenti di soddisfazione artistica - come eliminare i tratti del disegno originale dai minuscoli corpi volanti scagliati in quei cieli minacciosi da una qualche malvagia esplosione innescata dagli extraterrestri - fondamentalmente era una sfacchinata pesante e monotona. La sostituzione della testa, a cui Bridger aveva lavorato tutto il giorno precedente e che ancora lo impegnava in quella soporifera mattina, prevedeva la sovrapposizione di un'immagine tridimensionale della faccia del protagonista del film, Kade (o meglio Il Kade, come lo chiamavano adesso), al posto del casco bianco di uno stuntman
in sella a un futuristico chopper spara-lame che saltava una rampa, precipitava in una scarpata, sfiorava uno dei laghi di fuoco tipici di Drex III, solo per atterrare nel cuore dell'accampamento nemico, dove avrebbe iniziato a fare a pezzi, scannare e prendere a calci nei denti tutta una serie di sfortunati lucertoloni.
D'accordo, non era esattamente quello che Bridger pensava di fare, dopo sei anni dal diploma alla scuola di cinematografia - si era immaginato un percorso pi simile a quello di un Fincher o di uno Spielberg - ma gli dava di che vivere. Vivere bene. E
voleva comunque dire lavorare nel cinema.
Per tutta risposta sovrappose la testa del Kade a quella di Radko - facendo in modo che il volto di Kade sbattesse le palpebre, sorridesse, si producesse in una smorfia (quella corrispondente al momento esatto in cui la moto atterra tra le
legioni saure con un rinculo pazzesco alla regione sacro-iliaca) e infine sbattesse di nuovo le palpebre - e accluse questo messaggio di risposta: Svignatela da questa bagnarola e portami del caff, il mio regno per un caff. Aggiunse un P.S., la sua citazione preferita da Signorina Cuorinfranti, che ci teneva a inserire a ogni occasione: Come un corpo morto, poteva essere riscaldato solo per frizione e mosso soltanto da una violenta sollecitazione.
Allora, attraverso gli abissali e fulminei interstizi del cyberspazio, ma dalla distanza fisica di due cubicoli pi in l, si fece sentire la voce di Plum, poi quelle di Lumen, di Pixel e di Banjo;
tutti erano di nuovo svegli e il nuovo giorno cominci a svolgersi, esattamente uguale al precedente e a quello prima ancora.
Stava eliminando i bordi bianchi del casco dello stuntman che erano rimasti sotto la testa del Kade e cominciava a pensare alla colazione (bagel con formaggio spalmabile) o forse al pranzo (bagel con formaggio spalmabile pi salmone affumicato, germogli e senape), quando il suo cellulare si mise a vibrare.
A Radko non piaceva sentire ronzii e trilli durante le ore di lavoro perch non voleva che i suoi dipendenti venissero distratti da chiamate personali, proprio come non voleva che navigassero su Internet, frequentassero le chat o inviassero messaggini;
per questo motivo Bridger teneva sempre il cellulare con la vibrazione inserita, nella tasca anteriore destra, in modo
da poter rispondere furtivamente, allertato all'istante dall'eventuale fremito palpitante del cellulare. - Pronto? - disse, la voce trattenuta in poco pi di un sussurro.
- S, pronto. Sono Charles Iverson e chiamo dal Dipartimento di Polizia di San Roque. Sono un interprete per non udenti e ho qui con me Alex Halter.
- La polizia? Che problema c'? Ha avuto un incidente o qualcosa del genere?
- Sono Alex, - disse la voce, come fosse lo strumento di un medium che parlava per conto di uno spirito. - Ho bisogno che tu venga qui e paghi la cauzione per farmi uscire.
- Ma per che cosa? Cos'hai fatto?
- Non lo so, - disse la voce dell'uomo, bassa e arrochita come se in bocca avesse una manciata di ghiaia, - ma ho bruciato uno stop e ora credono che io...
Ci fu una pausa. Il Kade lo fissava dallo schermo, l'espressione congelata in una smorfia che voleva essere un sorriso, il lato sinistro della testa ancora avvolto per tre quarti in un alone bianco. Sul soffitto, le luci fluorescenti si ravvivarono un istante solo per abbassarsi di nuovo l'istante successivo, uno o l'altro dei tubi era sempre fuori uso. Plum, l'unica donna dello staff, si alz dal proprio cubicolo e si avvi verso il bagno.
La voce di Iverson torn a farsi sentire: - ... pensano che abbia commesso tutti questi reati, ma - pausa - io non ho fatto niente.
- Certo che no, - disse Bridger, e pens a Alex in una qualche anonima stazione di polizia, il viso scostato dal ricevitore e l'uomo di cui sentiva la voce che gesticolava rivolto a lei, in mezzo alle foto segnaletiche e ai manifesti coi ricercati appesi ai muri: no, c'era qualcosa che non andava in quell'immagine. - Pensavo fossi dal dentista, - disse. E poi: - Reati? Che reati?
- Ci stavo andando, - rispose Iverson. - Ma ho bruciato uno stop e la polizia mi ha arrestato C'era dell'altro, Bridger riusciva a sentire la voce di Alex sullo sfondo, ma l'interprete gli stava fornendo la versione stenografica. Senza aggiungere altro, l'uomo inizi a leggergli la lista delle accuse come se fosse un cameriere che recita l'elenco dei piatti del giorno.
- Ma  una follia, - disse Bridger. - Non sei stata tu, cio, non  stata lei...
- Il tempo  terminato, - disse Iverson.
- Ascolta, arrivo subito. Dieci minuti, anche meno. Bridger
alz lo sguardo mentre Plum scivolava di nuovo nel proprio cubicolo e abbass la voce sino a farne un bisbiglio. - Cos' la cauzione? Voglio dire, quant'?
- Cosa? Parli pi forte. Non riesco a sentirla.
Radko stava venendo dalla sua parte e Bridger si abbass nel cubicolo per nascondere la presenza del telefono. - La cauzione...
quant'?
- Non  ancora stata stabilita.
- Va bene. Va bene. Arrivo subito. Ti amo.
Ci fu una pausa. - Anch'io, - disse Iverson.
Non era mai stato alla stazione di polizia di San Roque e dovette cercarne l'indirizzo sull'elenco telefonico. Poi, quando svolt nella strada indicata, rimase sorpreso nel trovarla costretta sui due lati dalle volanti parcheggiate. Gli ci volle un bel po'
a trovare un buco, dovette fare pi volte il giro dell'isolato finch una delle vetture della polizia ne lasci uno libero e Bridger, dopo aver prudentemente segnalato la propria intenzione, si costrinse a un'elaborata manovra per inserire la propria macchina tra due delle volanti bianche e nere. Era agitato. Era di fretta.
Ma non era certo quello il posto n il momento per un tamponamento o anche solo per un lieve sfregamento di paraurti.
Un donnone ansante che sembrava avere una crosta di sangue secco a orlarle le occhiaie - o forse era il trucco? - stava combattendo la sua guerra privata con gli scalini. Lui ebbe la presenza di spirito di tenerle aperta la porta e farla passare, cosa che gli forn qualche secondo per darsi un contegno. I suoi rapporti con la polizia nel corso della vita da adulto erano stati minimi e rigorosamente formali (Esca dalla macchina). Se considerava anche quand'era ragazzo, allora era stato arrestato due volte per essere precisi, una per un furtarello in un negozio quando aveva quattordici anni e l'altra per guida in stato di ebbrezza durante l'universit. In teoria gli era chiaro che i poliziotti lavoravano al servizio e per la protezione della comunit
- vale a dire al suo servizio e per la sua protezione - ma ciononostante non poteva fare a meno di provare una vaga e
sgradevole sensazione di agitazione e colpevolezza ogni volta che vedeva un poliziotto per strada. Persino le guardie giurate lo mettevano a disagio. Pazienza: segu il donnone oltre la porta.
All'interno un bancone alto circa un metro divideva lo spazio riservato al pubblico (con le bandiere, sia quella dello Stato che quella federale, le luci molto intense sul soffitto e il pavimento di linoleum scintillante a dispetto dei fluidi corporei e della sporcizia della strada che vi venivano regolarmente depositati)
dal santuario in cui si trovavano le scrivanie dei poliziotti e dei detective. Da l un corridoio defilato portava, presumibilmente, alle celle di detenzione. Dove si trovava Alex. Mentre si avvicinava al bancone lanci un'occhiata lungo quel corridoio, come se potesse riuscire a vederla. Cosa che ovviamente non fu possibile. A quell'ora Alex era gi rinchiusa in una qualche gabbia con un manipolo di prostitute, ubriaconi e criminali violenti: quel pensiero gli fece venire i brividi. Ormai le saranno gi tutti addosso. Non che lei non fosse capace di badare a se stessa - era la donna pi tenacemente indipendente che avesse mai conosciuto - ma era ingenua, pi compassionevole di quanto fosse consigliabile, e non appena avessero scoperto che era sorda avrebbero avuto un'arma in pi da usare contro di lei. Gli venne in mente come la gente che viveva in strada la individuasse subito, ogni volta che la portava da qualche parte, come se lei fosse una di loro, una specie di loro ambasciatrice, come se il suo handicap - dovette correggersi mentalmente: la sua diversit - in qualche modo la mettesse al loro livello. O pi in basso. Ancora pi in basso.
Ma qui si trattava solo di un equivoco. Ovviamente. L'avrebbe fatta uscire prima ancora che potessero posare i loro artigli su di lei, non importa come. Aspett il proprio turno dietro la grassona, controllando meccanicamente l'orologio ogni cinque secondi. Undici e dieci. E undici. E dodici. La grassona si stava lamentando del cane del vicino - non riusciva a dormire, non riusciva a mangiare, non riusciva a pensare, perch quello
 abbaiava di continuo, e lei l'aveva chiamata, la polizia, proprio di questo distretto, gi ventidue volte e aveva la registrazione di ogni singola chiamata negli ultimi quindici mesi.
Volevano degnarsi di fare qualcosa o no? O le toccava stare l
in piedi davanti a quel bancone finch cadeva stecchita? Perch se era quello che ci voleva, lei l'avrebbe fatto. Sarebbe rimasta inchiodata l davanti.
Radko non sprizzava gioia quando Bridger gli chiese il permesso di assentarsi. - E per Alex, - aveva detto lui, bloccandolo
 con un cenno della mano mentre Radko si dirigeva verso il frigorifero. Bridger era gi in piedi, anzi si stava gi palpando le tasche in cerca delle chiavi della macchina. -  stata arrestata.
 un'emergenza.
Le luci tremarono e si abbassarono. Drex III emetteva bagliori minacciosi dal monitor - mancavano ventisette giorni al momento in cui avrebbe preso il posto che gli spettava nel firmamento, tra le altre sfere interstellari. Radko indietreggi di un passo e lo guard storto da sotto le palpebre pesanti. - Emergenza?
- ripet. - Per che cosa? La gente finisce in galera tutti i giorni.
- No, - disse Bridger. - Non capisci. Non ha fatto niente.
Si tratta di un errore. Devo... be', so che sembra pazzesco, ma devo andare a pagare la cauzione per farla uscire. Subito.
Niente. Radko strinse le labbra e gli rivolse uno sguardo che in un lampo di ispirazione Pixel aveva definito da rana paranoica.
- Voglio dire, non  che posso lasciarla l. In una cella. A te piacerebbe essere chiuso in una cella?
Domanda sbagliata. - Nel mio paese, - inton Radko come una litania, - la gente ci nasce, nelle celle, ci fa i figli, nelle celle, ci crepa, nelle celle.
- Ed  una cosa bella? - rilanci Bridger. -  per questo che te ne sei venuto qui?
Ma Radko si stava gi allontanando, liquidandolo con un gesto della mano. Un pfff! fu tutto ci che ritenne necessario aggiungere.
- Io vado, - disse Bridger mentre Plum si sporgeva dal suo cubicolo per godersi lo spettacolo. - Tanto perch tu lo sappia: non ho scelta.
Il rombo sordo della voce di Radko: - Un'ora. Massimo.
Tanto perch tu lo sappia, - gli disse voltandosi verso Bridger, una mano sulla porta del frigorifero e l'altra che gli puntava addosso un indice ammonitore.
Il poliziotto al banco - capelli radi sulla sommit del cranio, le basette gi bianche, occhi lattiginosi ed esasperati che ti guardavano da sopra la montatura da lettura che teneva appoggiata al naso - rassicurava la grassona con un tono tranquillo e conciliante, ma la grassona non era l per farsi rassicurare: era l per agire. Pi l'agente le parlava con dolcezza, pi la voce della donna sembrava salire di tono, finch il poliziotto si allontan verso l'altro capo della stanza facendo dei cenni a qualcuno. Un attimo dopo un agente molto pi giovane - un ispanico dritto come un palo e con un'uniforme che gli sembrava fatta su misura -
sbuc da una porta a vento che probabilmente conduceva agli uffici veri e propri. L'uomo al bancone lo present alla donna:
- Questo  l'agente Torres. La aiuter lui. E il nostro esperto di cani. Vero, Torres?
Il secondo agente colse l'imbeccata senza che il minimo accenno di divertimento increspasse la sua espressione seria.
- Certo, - disse. - Giustissimo. Sono io l'uomo dei cani.
A quel punto il poliziotto al bancone si rivolse a Bridger.
- Dica.
Le sue Nike sfregarono il pavimento, poi Bridger fiss un punto appena a sinistra della testa dell'agente e disse.
- Sono qui per Alex, Alex Halter.
Due ore pi tardi stava ancora aspettando. Era venerd, anzi venerd pomeriggio ormai, e le cose sembravano muoversi con estrema lentezza, come pianeti che rotolano pigri nella loro orbita di avvicinamento al week-end e alla sua rissosa parata di ubriachi e molestatori: potevano anche accomodarsi e mandare l'edificio a fuoco, per quel che gliene fregava a quegli uomini e a quelle donne dalla faccia di gesso, a quei segugi da scrivania, a quei funzionari sonnambuli dallo sguardo distante mille miglia. Alle cinque sarebbero andati a casa a farsi una birra stravaccati sul divano e fino a quell'ora avrebbero ciabattato avanti e indietro tra gli archivi, dando ogni tanto un'occhiata ai computer, seppelliti in un'area in cui nessuno, e men che meno Bridger, poteva raggiungerli. Era riuscito a carpire qualche brandello di informazione dall'agente con le basette bianche
- s, l'avevano portata dentro; no, la cauzione non era ancora
stata fissata; no, non poteva vederla; no, non poteva parlarci
- e da quel momento stazionava su una panca vicino alla porta d'ingresso con niente da leggere e niente da fare se non aspettare.
Insieme a lui c'erano altre quattro persone in attesa: un uomo molto anziano con un completo pesante che stava seduto cos dritto che la giacca non sfiorava nemmeno lo schienale della panca; una donna mediorientale di et indefinita, che indossava una cosa tipo un caftano o un abito religioso di qualche genere, e, al suo fianco, il figlio, che faceva dondolare le gambe senza fermarsi un attimo. Avr avuto cinque anni, ma Bridger non se ne intendeva un granch di bambini e pi lo osservava meno era certo della valutazione fatta - anzi, il bambino avrebbe potuto avere qualsiasi et tra i tre e i dodici anni; per ultima, una ragazza sui venti che non era particolarmente attraente, n come viso n come fisico, ma che dopo due ore di osservazioni furtive cominciava a esercitare su di lui un certo fascino.
Oltre a queste persone, un altro centinaio ne erano probabilmente entrate e uscite trascinando i piedi, dopo aver conferito a voce bassa e in tono deferente col poliziotto al bancone e aver riguadagnato la porta col medesimo atteggiamento servile. Anche la grassona se n'era tornata da un bel po' ai latrati del suo quartiere.
Bridger era profondamente annoiato. Gli era sempre difficile star seduto tranquillo, a meno che non fosse catturato da un videogame o assorbito dall'atmosfera velenosa di Drex III
o di un qualche altro paesaggio digitale, e adesso si agitava inquieto come il bambino l accanto (che non aveva ancora smesso di far dondolare le gambe, quasi che la panca fosse un'altalena extralarge e lui stesse cercando di farli volare in alto, fuori, lontano da quell'istupidimento coatto). La maggior parte del tempo Bridger la passava fissando il vuoto, senza pensare a niente, se non allo squallore e al nulla. Ma poi, inevitabilmente, i suoi timori per Alex si materializzavano di nuovo e gli appariva il suo viso, il dolce stupore delle sue labbra e il modo in cui aggrottava le sopracciglia quando poneva una domanda: Che ora ? Dove hai detto che avevi messo la padella? Quanti misurini di Cointreau? Aveva lo stomaco devastato dall'ansia. E dalla
fame. Fame pura e semplice. Gli venne in mente che non aveva
mangiato n il bagel n il pranzo - non aveva preso niente se non un caff, in effetti - e sentiva l'acidit risalirgli in gola. Ma che cos'aveva quella gente che non andava? Non erano in grado di rispondere a delle domande tutto sommato semplici?
Compilare un modulo? Fornire le informazioni richieste con un minimo di tempestivit?
Si impose di rimanere calmo, anche se gli era difficile, dato che aveva chiamato Radko gi sei volte e Radko si era mostrato sempre pi impaziente a ognuna delle telefonate. - Lavorer fino a mezzanotte, - gli aveva promesso Bridger, - giuro -. La voce di Radko, cupa e appesantita dalle randellate delle consonanti tipiche del suo inglese da immigrato, gli era giunta in bordate smorzate: - Sar meglio, - gli aveva detto. - Ci puoi scommettere.
Tutta la notte, altro che mezzanotte -. Ma si diede dell'egoista. Avrebbe fatto meglio a pensare a Alex e a quel che di certo stava passando. Cerc di scacciare l'immagine della compagna rinchiusa in una cella con una mezza dozzina di donne sconosciute, donne sconosciute che l'avrebbero presa in giro, che le avrebbero fatto delle domande, che l'avrebbero messa sul piano fisico. Alex sarebbe stata pressoch indifesa
in quell'arena; la sua strana voce, piatta e senza inflessioni, che lui trovava irresistibile, avrebbe invece costituito una provocazione per loro, donne incazzate, dure, disperate. Era tutto uno sbaglio.
Doveva esserlo per forza.
Poi, per, affondava di nuovo nel nulla che lo circondava:
il poliziotto al bancone, i compagni di sofferenza in quel mesto purgatorio, i muri tetri e i pavimenti lucidi che si scioglievano in un'unica chiazza indistinta, mentre col ricordo tornava alla prima volta che le aveva messo gli occhi addosso, poco pi di un anno prima. Era successo in un locale. Dopo il lavoro era uscito con Deet-Deet. Erano entrambi esausti, avevano gli occhi gonfi e indolenziti per aver fissato i monitor dalle dieci del mattino fino a dopo le otto della sera, nonostante il collirio che avevano continuato a scambiarsi. Prima erano andati a mangiare del sushi e si erano scolati un paio di sak a testa, poi, dato che sentivano il bisogno di rilassarsi anche se era solo luned e avevano davanti un'intera settimana tetra come la colonna sonora di Dune, avevano deciso di girare per locali e vedere se ne cavavano fuori qualcosa. Deet-Deet aveva appena rotto con la
sua ragazza e anche Bridger non aveva allegati (senza contare che veniva da tre mesi in bianco), quindi, soprattutto dopo due sak, uscire era sembrato un vero e proprio piano.
Alle dieci e mezza erano in fila fuori dal Doge in attesa di entrare. La nebbiolina che saliva dal mare si intrufolava nei vicoli e faceva luccicare i marciapiedi alla luce dei fari delle automobili che procedevano lente nel traffico, quando Deet-Deet interruppe il proprio monologo sulle colpe e le esagerazioni della sua ex giusto il tempo necessario ad accendere una sigaretta.
Ma tanto bast a Bridger che ne approfitt per alzare la testa e dare un'occhiata alle prospettive per la serata. Quel locale particolare si apriva sulla strada, quindi il ritmo della musica e l'erratico, instabile flash delle stroboscopiche scivolava fin sul marciapiede, da dove i potenziali clienti potevano scrutare nel buio all'interno e decidere se valeva la pena spendere i cinque dollari della consumazione obbligatoria. Bridger osserv la massa di corpi ondeggianti sotto l'assalto della musica (o per meglio dire del basso, che era tutto ci che si sentiva), braccia estese e ritratte, gente decapitata dal fendente di una stroboscopica e nuovamente dotate di testa l'istante successivo, ginocchia che si alzano, natiche che saltellano, lo stesso scenario della sera prima e di quella dopo e di quella dopo ancora. Gli pulsavano gli occhi.
Il sak gli annebbiava il cervello. Stava per dire a Deet-Deet che ci aveva ripensato, non solo su quel locale ma su qualunque locale, perch sentiva che gli stava arrivando il mal di testa ed era solo luned e dovevano tenere presente che gli avevano chiesto di essere al lavoro entro le dieci per i ritocchi all'interminabile film di arti marziali su cui lavoravano da tre settimane, quando gli occhi gli caddero su Alex.
Si librava al limitare della pista da ballo, proprio davanti a uno dei grossi altoparlanti: sollevava e abbassava i piedi - nudi
- al ritmo del basso e dimenava i gomiti come se stesse facendo aerobica o una lezione di step. O forse, da qualche parte nella sua testa, stava ballando una danza antiquata, do-si-do e fa' girare la tua dama. Teneva gli occhi chiusi. Le sue ginocchia scattavano e i piedi facevano su e gi. Il filtro rosso sulle luci le colpiva i capelli infiammandoli.
- Che dici, vale la pena? - gli stava chiedendo Deet-Deet.
Era alto poco pi di un metro e sessanta, aveva venticinque
anni e affettava uno stile gotico, nonostante l'ambiente degli effetti speciali si fosse da tempo orientato verso una rivisitazione dello stile Indie-geek. Il suo vero nome era Ian Fleischer, ma alla Digital Dynasty la gente si identificava solo con lo pseudonimo che usava in rete, volente o nolente. Bridger era noto come Sharper, pi dettaglio, perch quando aveva iniziato a lavorare come dust-buster, ai tempi in cui era ancora pieno di entusiasmo, zelante e dedito anima e corpo alla sua missione, perseguitava quelli della Scan-Record perch gli passassero sempre pi immagini da ripulire e a cui aumentare il dettaglio.
- Perch non so se ho voglia di fare proprio tardi, - aggiunse Deet-Deet, a mo' di spiegazione, - e mi sa che quel sak mi ha dato una bella botta. Ma con che cosa lo puoi mischiare, eventualmente, con la birra? Con la birra, mi sa? Facciamo birra?
Ma Bridger non lo stava ascoltando. Quel che stava facendo era permettere alle luci di far scattare qualcosa dentro di lui, era lasciare che la musica si diffondesse nel suo corpo e trasfigurasse il suo umore. La coda si spost in avanti - c'erano forse dieci persone tra lui e il buttafuori - e Bridger avanz. Ora aveva una nuova angolazione - una nuova prospettiva da cui studiare la ragazza, la donna, che eroicamente lottava per farsi strada contro la musica al bordo della pista. Su le ginocchia, gi i pugni, spingi i gomiti. I suoi movimenti non erano goffi o spastici o fuori sincrono con il ritmo - non esattamente. Era come se fosse sintonizzata su un ritmo pi profondo, un controtempo, una matrice nascosta sotto la superficie della musica, di cui nessun altro - non la gente che ballava, n il DJ, n i musicisti che avevano inciso quelle tracce - era consapevole. Questa cosa lo affascinava. Lo affascinava lei.
- Sharper? Ci sei? - Deet-Deet lo guardava da sotto in su a bocca aperta come un bambino che si  perso al luna park. -
Stavo dicendo, non so se... Vedi qualcosa per cui valga la pena entrare? - Si alz in punta di piedi per avere una visuale migliore.
La musica si sgonfi di colpo per ripartire dopo un attimo, sul basso di una nuova melodia. - Quella?  lei che stai fissando?
Erano quasi arrivati alla porta, venticinque o trenta persone alle spalle, la nebbiolina che ora faceva scintillare ogni cosa, i lampioni, le palme, i capelli delle persone.
Deet-Deet ci prov per l'ultima volta. - Vuoi entrare? Pensi che valga la pena di spenderci cinque verdoni?
Gli ci volle un momento prima di poter rispondere, perch era distratto - no, era ipnotizzato. Nella sua vita era stato coinvolto in due sole relazioni davvero importanti, una al college e una, quella con Melissa, che si era interrotta tre mesi prima col rumore di un albero che crolla nella foresta senza nessuno che
lo sente. Era come se qualcosa lo stesse strattonando, una forza irresistibile, un'intuizione che balenava attraverso la superficie della sua coscienza come il barbaglio dello stroboscopio.
- S, certo, - disse. - Io entro.
Adesso, riemergendo a fatica dalla foschia del ricordo, si accorse che la mamma col bambino era sparita e il poliziotto con le basette bianche era stato sostituito da una donna con degli occhi dalla piega strana, all'ingi, forse compassionevoli, e si alz. Che ora era? Le quattro passate. A Radko sarebbe venuto un colpo. Gli era gi venuto. Gli stava venendo. Bridger aveva saltato un intero pomeriggio di lavoro proprio quando la squadra aveva pi bisogno di lui, e che cosa ne aveva cavato, a parte un bel sonnellino su una panca
levigata dalle chiappe dell'umanit alla stazione di polizia di San Roque, in centro citt?
Niente. Niente di niente. Alex era ancora rinchiusa da qualche parte e lui era ancora li, senza il minimo indizio. Sent montare l'irritazione, un'improvvisa fitta di rabbia che fece fatica a contenere: per calmarsi si avvicin a un espositore di opuscoli
- Come proteggersi per strada; Come rendere la propria casa a prova di ladro;Furto d'identit: di che cosa si tratta? - e fece finta di assorbire le sagge informazioni che contenevano. Vi dedic un momento, poi si avvicin casualmente al bancone.
- Salve La donna sollev lo sguardo dal modulo che stava compilando. - Mi chiamo Bridger Martin, sono qui in attesa dalle undici - di stamattina, intendo - e mi stavo chiedendo se magari lei potesse aiutarmi...
La donna non disse niente e, del resto, perch prendersi la briga di farlo? Quello che aveva davanti era un postulante, una creatura fatta solo di esigenze, bisogni e pretese, per nulla diversa dalle migliaia di altre che erano state l prima di lui: col tempo l'avrebbe capito da solo, la donna lo sapeva bene. Il panorama che aveva di fronte sembrava annoiarla. Il bancone, i
computer, le pareti, il pavimento e persino le luci, tutto la annoiava
- Bridger la annoiava. I suoi colleghi. Le proprie scarpe, la propria uniforme: tutto era noia mista a fastidio, un'eterna sequenza di rituali e clich senza inizio n fine. I suoi occhi gli dissero tutto ci, e non erano nemmeno compassionevoli come Bridger aveva sperato, almeno non visti da vicino. E le sue labbra... le sue labbra erano serrate e contratte, come se stesse lottando per reprimere un tic facciale.
- Si tratta... si tratta della mia ragazza. E stata arrestata e non sappiamo nemmeno perch. Mi sono preso un pomeriggio di permesso al lavoro apposta per venire qui e - le parole gli si appiccicarono al palato: sembravano le battute di un film - pagare la cauzione, ma nessuno sa dirmi a quanto ammonta e nemmeno quali sono le accuse -. Concluse la frase come fosse un appello, una supplica.
La donna lo sorprese. Le sue labbra si ammorbidirono. Un'inaspettata umanit - comprensione e compassione - fece capolino dai suoi occhi. L'avrebbe aiutato. L'avrebbe aiutato, dopo tutto. - Nome? - gli chiese.
- Alex. Alex Halter, H-a-l-t-e-r.
La donna batt sui tasti. La sua dettatura lettera per lettera era stata superflua. La guard in viso mentre la poliziotta studiava lo schermo. Era graziosa per l'et che aveva, o almeno quasi carina, adesso che la morsa delle labbra si era sbloccata.
Ma Bridger voleva essere generoso, voleva essere aiutato, accudito, condotto per mano: era bellissima e splendeva di Verit mentre brandiva la spada della giustizia. Almeno per i pochi secondi che le servirono per far emergere le informazioni dal computer.
A quel punto perse di nuovo ogni vivacit e ritorn a essere meno che graziosa. Di colpo il suo sguardo si indur, la bocca si strinse e assunse una piega amara. - Non sappiamo che cosa abbiamo qui, - disse in tono stringato, - le imputazioni stanno ancora arrivando. E vista quella cosa del Nevada, sembra che vogliano occuparsene i federali.
- Quale cosa del Nevada?
- Reato federale. Emissione di assegni scoperti.
- Assegni scoperti? - fece eco Bridger, incredulo. - Ma non ha mai... - cominci, poi si trattenne. - Ascolti, - disse, - mi aiuti a capirci qualcosa: che cosa significa, perch  ovvio
che si tratta di uno sbaglio, di un errore di identit o di qualcosa del genere, solo cos si pu spiegare. Voglio solo sapere quando posso farla uscire su cauzione. A chi mi devo rivolgere?
Le labbra della donna si incurvarono lievemente, tradendo un accenno di divertimento. - C' un ordine di detenzione senza cauzione in almeno due contee, perch in passato si  sottratta all'arresto, il che significa che non succeder niente fino a luned...
- Luned? - ripet Bridger, e pi che un'eco quello che non riusc a trattenere fu un guaito. Un battito di ciglia. Due. Poi le labbra della donna si mossero di nuovo: - Come minimo.
 
Capitolo 3.

La misero in una cella che - evidentemente - era appena stata ripulita da una qualche creatura invisibile e discreta. Le luci, anche loro imprigionate dietro una gabbia di ferro, ti guardavano in cagnesco da sopra la testa, mentre le tracce dello spazzolone per i pavimenti si aprivano a ventaglio dalla base del gabinetto in acciaio inossidabile che troneggiava al centro della stanza come fosse in esposizione. L'odore del disinfettante
- un bruciore chimico che impregnava l'aria viziata del locale
- le fece lacrimare gli occhi: all'inizio cerc di respirare dalla bocca, ma era persino peggio. Si appoggi con la schiena alla parete di cemento grigio decorata con i geroglifici incisi di nascosto dai detenuti di passaggio e si strofin gli occhi - ma non erano lacrime, quelle, assolutamente no, perch non si era fatta intimidire, e non era nemmeno spaventata o infelice, neanche per idea. Si sentiva - qual era la parola giusta? - frustrata, ecco. Inferocita.
Offesa. Perch nessuno voleva ascoltarla? Avrebbe potuto rendere una deposizione, se qualcuno avesse pensato di porgerle un foglio e una penna. E l'interprete, quell'Iverson, era stato praticamente inutile, perch gli si leggeva negli occhi che la riteneva colpevole fino a prova contraria, ed era ingiusto, semplicemente ingiusto. Aveva bisogno di qualcuno che la capisse. Che perorasse la sua causa. Aveva bisogno di Bridger.
Lui era l, lo sentiva. Nello stesso edificio, probabilmente nell'ufficio per le relazioni con il pubblico, dove c'erano tutti quei poliziotti indifferenti e quelle segretarie irritanti, del tipo risolvo-tutto-io. Lui avrebbe spiegato il malinteso, avrebbe parlato per lei, avrebbe fatto tutto quello che era necessario per tirarla fuori - andare in banca, dal garante per la cauzione, ad arringare il giudice, il procuratore distrettuale e chiunque fosse
disposto ad ascoltarlo. Se solo fosse riuscito a far vedere loro l'errore che avevano commesso - quella che cercavano era un'altra Alex Halter: bisognava essere ciechi per non accorgersene!
- avrebbero capito e l'avrebbero rilasciata. Era questione di minuti.
Tra un minuto o due il secondino l'avrebbe spinta oltre quella pesante porta d'acciaio all'estremit del corridoio, si, avrebbe aperto la cella e l'avrebbe riportata alla luce del giorno: tutti si sarebbero tirati indietro scusandosi, il poliziotto al bancone dell'ingresso, l'agente che l'aveva arrestata, Iverson, con quella boccuccia cerimoniosa, lo sguardo accusatore e i segni imperdonabilmente sciatti con cui le parlava...
Si accorse che nell'agitazione del momento - furiosa e con la morte nel cuore - stava camminando per la stanza girando attorno al gabinetto, unico accessorio in quello spazio minimale e severo, a parte le due cuccette fissate alle pareti. Ma non era ancora pronta per sedersi. Parlava tra s, si diceva di stare calma, e forse muoveva le labbra, forse stava parlando ad alta voce, forse lo stava facendo veramente. Non che importasse.
Non c'era nessuno li a sentirla, il venerd mattina era un momento improbabile per venire arrestati e rinchiusi in una cella.
I criminali veri erano ancora a letto, e gli altri - quelli che picchiano le mogli, quelli che si sbronzano facendo baldoria, quelli
che fanno parte di una banda di motociclisti - erano al lavoro;
e si scaldavano in vista del venerd sera. Come si dice? Grazie a Dio  venerd. Le venne in mente che quando era al college attribuiva al venerd un valore superiore a ogni altra cosa, perch era l'unica sera in cui poteva lasciarsi davvero andare, pi che al sabato, dato che il sabato sconfinava nella domenica e la domenica era rovinata dalla prospettiva del luned e da tutto il giro che ricominciava, lezioni, compiti da consegnare, test. Al venerd, invece, usciva con le amiche, beveva qualche birra, un giro di tequila, ballava finch il ritmo della musica le si irradiava dalle piante dei piedi attraverso tutto il corpo e le sembrava quasi di riuscire a sentirci come tutti gli altri. Era lasciarsi andare un po' quello che voleva, solo quello, perch per superare la propria invalidit doveva lavorare veramente tanto - e lavorava tuttora pi di chiunque conoscesse, sferzandosi con una frusta interiore che le faceva sanguinare la carne e manteneva aperte tutte le ferite dell'infanzia, quelle ferite che ancora la
facevano soffrire per le prese in giro dei compagni di scuola,
per il peso di essere etichettata come lenta, come una sordomuta.
Ritardata. Chiamavano ritardata lei, quando era pari a chiunque altro facesse parte del mondo udente, a chiunque altro al di l di quelle pareti. Erano loro gli idioti. I poliziotti. I giudici.
Gli interpreti.
Venerd sera. Con Bridger avevano pensato di andare a mangiare tailandese e poi al cinema a vedere un film a cui aveva lavorato, un baraccone in salsa kung fu pieno di attori che volavano come Peter Pan appesi a fili invisibili. Aveva atteso questa serata per tutta quella folle settimana: gli ultimi lavori consegnati dagli studenti, i convegni interminabili, le riunioni di dipartimento, solo i ritagli di tempo per concentrarsi sui propri scritti, le bollette che si accumulavano, neanche un momento per sedersi a spuntare gli assegni, men che meno per placare quelli del gas, della compagnia elettrica, dell'American Express e della Visa, e
sopra a tutto ci quell'incessante pulsare del molare inferiore sinistro... all'improvviso si chiese se qualcuno avesse avvertito il dottor Stroud.
Ma prima doveva pensare al gabinetto. O il trono, come lo chiamava sua madre. Non pot fare a meno di interrogarsi
sull'origine di quell'espressione (era gergo da prigione, era da l che veniva quella figura retorica?), e a quel punto cap che aveva bisogno di usarlo, dato che il caff tiepido come la pip si era trasformato in urina, in pip vera e propria. Alex diede un'occhiata alla cella adiacente la sua, al corridoio vuoto e alla grossa porta d'acciaio. Avevano delle telecamere in quel posto? Non  che c'era qualche secondino sporcaccione, o uno sbirro con un senso dell'umorismo da terza elementare che fissava un monitor in un polveroso ufficio sul retro, in attesa che lei si sollevasse la gonna e si appollaiasse sul sedile d'acciaio? Il solo pensiero la fece avvampare. Non gliel'avrebbe data, quella soddisfazione
- piuttosto avrebbe riassorbito i propri rifiuti organici, sarebbe morta per scoppio della vescica. Continu a percorrere la cella a grandi passi attorno al trono, cercando di recuperare un minimo di autocontrollo e consolandosi col pensiero che prima di rendersene conto sarebbe stata fuori e a quel punto avrebbe usato la toilette per le signore del palazzo di giustizia come qualunque persona innocente.
Pass altro tempo. Non sapeva quanto. Non c'erano finestre, le avevano portato via l'orologio e nel suo mondo non esistevano campanili che battessero i quarti o uccellini che segnalassero col canto il volgere del giorno. Per lei, all'ora di punta c'era lo stesso silenzio che per gli udenti nel cuore della notte
- anzi no, ce n'era di pi, senz'altro di pi. Loro sentivano i grilli, no? I rumori presenti in ogni ambiente, il frigorifero che ronza, l'ululato acuto del coyote che piomba sulla preda in lontananza, un'automobile dispersa nella rete glutinosa della notte.
Nei libri sentivano tutte queste cose. Li sentivano alla televisione e nei film horror. Forte rumore, dicevano i sottotitoli.
Rumore di vetri infranti. Strillo. Lei non li sentiva. Non sentiva niente. Viveva in un mondo a parte, tutto suo, un mondo migliore, in cui il silenzio era il suo rifugio, un guscio immutabile e solido, dentro il quale, avvolta nel suo nucleo pi profondo e inavvicinabile, Alex parlava a se stessa. Era quella la sua essenza, il suo io pi autentico, la voce che nessuno avrebbe potuto individuare nemmeno indossando un apparecchio al massimo dei decibel o un impianto cocleare, una voce che non poteva sentire nemmeno chi attraversava trionfante il mondo degli udenti. Laggi non potevano toccarla. Nessuno.
A un certo punto smise di camminare. Di colpo si sentiva esausta, sovraccarica, e si lasci cadere sul bordo di uno dei letti.
Rimase cos a lungo, senza fare niente, la schiena curva. Faceva dondolare una scarpa sulla punta del piede, dentro e fuori, dentro e fuori. Era davvero troppo. Eccola l, in gabbia come un animale, e per che cosa? Per stupidit. Per incompetenza.
Per un errore di qualche imbrattacarte. La cosa che la irritava di pi, ancor pi dell'ingiustizia e dell'assurdit di tutta quella faccenda, pi di Iverson e dei poliziotti e di chiunque altro sostenesse quella burocrazia incerta, contorta e ottusa, era lo spreco di tempo. Aveva i compiti dei suoi studenti in macchina
- che senz'altro a quest'ora era sotto sequestro - e avrebbe saltato la cena, il cinema e qualsiasi idea di passare la serata da Bridger, perch adesso sarebbe stata costretta a rimanere alzata mezza nottata per correggerli. Cosa, tra l'altro, che avrebbe potuto fare adesso, qui, in questa forzata solitudine. E il suo libro.
Aveva giurato a se stessa - e a Bridger - che avrebbe mantenuto il ritmo, una pagina al giorno, finch l'avesse finito. Che
beffa! Era rimasta indietro tutto il mese - un paragrafo al giorno, quando andava bene - e non vedeva l'ora di recuperare nel fine settimana, picchiettando sulla tastiera mentre Bridger dormiva, una tazza di chai per lubrificare le meningi, la mattina che si srotolava in un saldo, costante flusso di ispirazione e la promessa della pausa estiva all'orizzonte.
O anche adesso. Perch non adesso? Jean Genet non aveva forse scritto Notre-Dame-des-Fleurs in prigione? Su pezzi di carta igienica, nientemeno? Aveva voglia di alzarsi e sbatacchiare qualcosa sulle sbarre come James Cagney o Edward G. Robinson in uno di quei vecchi film che lei adorava e Bridger detestava, sferragliare sulle sbarre e strillare finch non fosse arrivato qualcuno di corsa con una biro e un blocco a spirale. L'idea era quasi divertente. E sarebbe stato da morir dal ridere mettersi a raccontare il suo personale reality-show: - Dal dentista o in prigione? - Il dottor Stroud non l'avrebbe forse trovato divertente? D'altronde s'era ritrovato con due ore improvvisamente libere da riempire, perch non guardare il suo reality?
Potevano farlo anche i suoi studenti. E anche il preside,
il professor Koch - non l'avrebbe trovato spassoso, che uno dei suoi insegnanti fosse finito in gattabuia invece che in classe?
Ah, s, che ridere. Ma doveva fare pip. Ora era un imperativo, non pi solo una sensazione di congestione o un malessere o un vago tormento - se non avesse usato subito il gabinetto se la sarebbe fatta addosso, e come si sarebbe
sentito Bridger al momento di prenderla tra le braccia in mezzo a tutti quei poliziotti e segretarie, se lei avesse avuto una chiazza scura sul davanti della gonna?
Era girata di spalle quando si apr la porta, ma si volt subito, come se avesse sentito il rumore dei passi che si avvicinavano, lo scampanellio delle chiavi e il gemito metallico dei cardini di ferro. Da sempre era sintonizzata sui minimi mutamenti delle correnti d'aria, sui ritmi e sulle vibrazioni, sugli aromi pi vaghi e sui pi lievi, fuggevoli tocchi che l'udito non avrebbe nemmeno iniziato a cogliere. Doveva essere cos, per poter sopravvivere.
Non era un sesto senso da fattucchiera, come i suoi
conoscenti dotati di udito sospettavano. Erano in tanti a pensarlo, soprattutto quando faceva le elementari, quando cio sua madre l'aveva buttata nel mondo degli udenti facendole seguire un corso di studi tradizionale in una scuola in cui era l'unica bambina sorda in mezzo a ottocento e pi che ci sentivano.
Certe volte, a quei tempi, i bambini del quartiere salivano furtivi le scale che portavano alla sua camera, aprivano la porta di soppiatto e la trovavano ogni volta l ad attenderli al varco. No, niente magia: era una semplice, elementare questione di biologia.
Quando sei privo di uno dei sensi, le fibre nervose si
riconfigurano per potenziare quelli che ti rimangono,  come una sinestesia naturale: quante volte aveva dovuto fare l'esempio di Ray Charles e Stevie Wonder?
Alz lo sguardo e assistette al dramma che si stava svolgendo in quel momento davanti alla porta della cella: due donne poliziotto, massicce, sgraziate, i seni e i glutei pesanti, i visi contratti dalla violenza del momento, cercavano di spingere all'interno della cella una terza donna come se fosse una macchina impantanata in strada. Le loro mani svolazzavano come uccelli, le spalle erano tese e rigide, la terza donna - la prigioniera -
faceva resistenza, spingeva la schiena contro di loro, incuneando la spalla destra tra le sbarre e agitando i polsi per spezzare la morsa delle manette. Tutte e tre gridavano e imprecavano -
un cazzo contagioso come uno sbadiglio passava da una bocca all'altra, lo vedeva dallo scatto familiare delle labbra - e le poliziotte grugnivano per lo sforzo di costringerla a entrare. Uh, uh, uh - Alex non aveva idea di come suonasse un grugnito, ma
lo vide come fosse scritto su una pagina e lo applic alle loro bocche ansanti. Quella cosa, quella "danse macabre" di calci, manate e scatti di violenza improvvisa, continu pi a lungo di quanto potesse immaginare, avanti e indietro, terreno guadagnato e di nuovo perso, finch finalmente le donne dalle spalle larghe ebbero la meglio e la prigioniera venne scaraventata in cella. Fece tre passi barcollanti roteando su se stessa, ma entr in collisione con il gabinetto e cadde a terra di schianto, come se le avessero sparato.
Le poliziotte storsero la bocca in un ghigno incazzato. La pi bassa e tozza fece girare la chiave nella serratura, poi raddrizzarono le spalle e percorsero a passi pesanti il corridoio, in
fondo al quale la massiccia porta di acciaio borchiato si apr al momento giusto per farle passare. La donna sul pavimento non si muoveva. Era tramortita, o peggio. Alex, incerta, si alz dalla brandina. C'era del sangue? No, niente sangue. Erano i capelli della donna, scuri, arruffati, che si allargavano in una chiazza sotto la guancia premuta sul pavimento.
Non sapeva che cosa fare. La donna aveva bisogno di aiuto, era evidente, ma se era violenta, o ubriaca... o tutt'e due? Respirava, lo si vedeva dall'alzarsi e abbassarsi della cassa toracica, e non sembrava ci fossero lividi o gonfiori nel punto in cui aveva picchiato la testa, o almeno non dall'angolo visuale di Alex. Non sarebbe caduta cos pesantemente se le poliziotte si fossero prese la briga di toglierle le manette, ma non l'avevano fatto - doveva essere una sorta di punizione, pens Alex, occhio per occhio - e per questo aveva colpito il gabinetto a met di un passo ed era piombata a terra lunga distesa senza poter attutire il colpo con le mani. Ora Alex era china su di lei e, cercando di controllare la voce, le chiese: - Ha bisogno di aiuto?
Devo chiamare qualcuno?
In quel momento la colp l'odore, una fetida puzza di strada, di vestiti marcescenti, di secrezioni corporee e cibo rancido.
La donna indossava un paio di luridi pantaloni marroni sintetici che le lasciavano scoperte le caviglie, una camicia scozzese di sei taglie troppo grande e un paio di quelle che sembravano scarpacce da uomo senza lacci, di pessima qualit e decisamente troppo grandi. Non portava le calze e lo sporco le incrostava le caviglie come lichene avvinto a una roccia. Alex le pos una mano su un braccio. - Scusi,  sveglia?
Di colpo gli occhi si spalancarono, occhi scuri, fangosi, del colore dei nodi in una tavola di pino, e le labbra si arricciarono in un ringhio. La donna disse qualcosa, delle parole rudi, sulla difensiva - Va' via, - ecco cosa, e cerc di mettersi a sedere.
Con le gambe allargate scompostamente sul pavimento e le mani bloccate dietro la schiena le ci vollero tre tentativi. Alex le chiese: - Vuole una mano? - ma la donna ripet solamente: - Ti ho detto va' via.
Usando i gomiti per strisciare riusc ad attraversare la cella e, raggiunta la branda che le era pi vicina, vi si puntell contro.
In un attimo fu in piedi, anche se non molto stabile. A quel
punto disse qualcos'altro - Be', che stai guardando? - anche se Alex non poteva esserne del tutto sicura, perch persino l'Einstein dei lettori delle labbra non riusciva a cogliere pi del trenta per cento di ci che gli veniva detto, a dispetto di ci che il mondo degli udenti sembrava credere. Ma
che ne sapevano loro? Vedevano dei film in cui un'attrice con la faccia da trovatella e che faceva finta di essere sorda, sosteneva una conversazione come chiunque altro mentre i suoi occhi enormi e imploranti inondavano lo schermo con una parodia della compassione e del bisogno d'aiuto. Ma non funzionava a quel modo. Moltissimi suoni inglesi erano monofoni - moltissime parole si formavano sulle labbra in modo identico - ed era impossibile distinguerli.
Il contesto, il contesto era tutto. Quello e tirare a indovinare.
Alex non disse niente. Abbozz un sorrisetto poco impegnativo e si rimise a sedere sulla branda di fronte, sperando che il suo linguaggio del corpo parlasse per lei: Io non sono una minaccia;
volevo solo essere d'aiuto.
Per un bel pezzo la donna si limit a fissarla. Sulla fronte aveva un bozzo, ora piuttosto evidente sopra dell'occhio sinistro, e li la pelle era tesa e abrasa. Alex ne sostenne lo sguardo perch non poteva fare altro - se avesse voluto parlarle di nuovo era l'unica possibilit di capirla e l'ultima cosa che voleva, date le circostanze, era che la donna pensasse che lei la ignorasse.
O la rimbalzasse, come si usava dire. Rimbalzare, nel senso di mancare di rispetto.
Ma ora la donna stava parlando di nuovo, le stava chiedendo qualcosa - le sopracciglia sollevate con fare interrogativo.
S, ma cosa? Alex rispose: - Non capisco.
- Ma che, sei sorda? - sbott la donna, e Alex cap ogni singola parola, perch quella domanda l'aveva vista migliaia di volte su migliaia di labbra. Cerc di addolcire la propria voce e di liberarla da ogni ombra di minaccia, anche se, nonostante le moltissime sedute dalla logopedista, era sempre una scommessa.
- S, - disse.
L'espressione sul viso della donna era incredulit mista a una fiammata di rabbia. Avrebbe potuto significare Mi stai prendendo per il culo?, oppure Oh, cazzo, davvero? Le sue labbra si mossero, ma era chiaramente sbronza - in stato di ebbrezza, non era cos che scrivevano sui rapporti? - e la meccanica
difettosa delle sue labbra e della lingua avrebbero comunque reso biascicante ogni parola. Ma a Alex arriv l'espressione interrogativa, abbinata stavolta a un gesto, un gesto universale - avvicin le mani (per quel che poteva, date le manette) a un fianco, alz due dita in una V e chin la testa sporgendo le labbra come se stesse inalando del fumo: Sigaretta, stava dicendo. Hai una sigaretta?
Alex scosse il capo, lo scosse con pi enfasi del solito. Poi, in caso la sua compagna di cella potesse equivocare il suo gesto, disse ad alta voce: - Mi spiace, non fumo.
Le ore passarono senza che venisse nessuno, n Bridger, n l'agente addetto alle registrazioni, n Iverson o un qualche avvocato gonfio di sdegno. Non venne nessuno, non accadde niente.
La donna sbronza - si chiamava Angela - tenne un certo numero di lunghi discorsi con un gran movimento di labbra, ma Alex ne cap poco o niente. A un certo punto la guardia carceriera o chi diavolo era entr nella cella con un mazzo di chiavi, disse qualcosa ad Angela e la liber dalle manette. Poco dopo la stessa donna torn portando due sacchetti di carta marrone, che porse loro attraverso le sbarre. Era la cena: due fette di pane bianco che custodivano una sottile ostia di mortadella e uno schizzo di ketchup proprio in mezzo come in un bersaglio del tirassegno, una mela gialla dalla buccia macchiettata e un succo di frutta in un tetrapak con attaccata una cannuccia pieghevole.
Quando Alex prese il sacchetto, quando l'ebbe in mano e ne sent tangibilmente il peso, fu sul punto di crollare. E sarebbe crollata se fosse stata da sola, ma non c'era privacy in quel luogo, con la guardia dall'espressione stolida e vacua e con Angela che, vicino alle sbarre, prendeva il sacchetto dalle mani della poliziotta come se fosse stato pieno fino all'orlo di escrementi umani.
Non era tanto il contrasto tra la mortadella sul pane e la zuppa thai, o tra l'ambiente della cella e il ristorante con i suoi profumi esotici, l'acquario, i camerieri solleciti e tutto il resto, non era neanche l'assurdit della situazione, l'ingiustizia, lo spreco di tempo ed energie, ma il fatto che si trattasse della cena e se
era la cena era il primo segnale di quanto tempo fosse passato da quando l'avevano rinchiusa li dentro. Se era la cena erano le sei, almeno le sei, e non era venuto nessuno in suo aiuto, n Bridger, n l'avvocato, n sua madre, che da New York si sarebbe attaccata al telefono e avrebbe smosso le acque in qualche modo, anzi avrebbe fatto il diavolo a quattro per la figlia sorda, nessuno. Niente. Nient'altro che le pareti e le sbarre e Angela che, di li a poco, si raggomitol sulla branda di fronte a lei e precipit in un profondo torpore alcolico.
Se prima si era sentita impaziente e arrabbiata, ora era spaventata, sola, stordita. Voleva uscire, voleva solo quello, e si ritrov di nuovo a camminare lungo il perimetro della cella, un piede davanti all'altro, come un animale nevrotico allo zoo. Era andato storto qualcosa. Bridger non ce l'aveva fatta. Non era riuscito a racimolare la somma per la cauzione, non era riuscito a trovare un avvocato perch tutti gli avvocati avevano chiuso gli studi per il fine settimana. Peggio: erano arrivate altre imputazioni, con quell'altra Alex Halter, chiunque fosse, in giro a commettere reati uno dietro l'altro. Contea di Tulare. Ma dove diavolo era la Contea di Tulare, oltretutto? Possibile che non riuscissero a capire che lei non aveva niente a che fare con quella storia? Continu a camminare, le braccia strette attorno al corpo. Non poteva fare altro.

A un certo punto - forse era passata un'ora, forse due: non c'era modo di saperlo in quel posto - la porta in fondo al corridoio si spalanc e apparve la pi alta delle due poliziotte. Col braccio destro sosteneva il gomito di una donna bionda che dimostrava pi o meno quarant'anni e sembrava avere difficolt a stare in piedi. Percorsero il corridoio, con la bionda che si appoggiava pesantemente all'agente, poi la porta della cella si apr, Angela sollev il capo giusto per sparare qualche bestemmia a raffica prima di riappoggiare la testa sulle braccia, ed eccole diventate tre. La porta venne richiusa con forza, causando quello
che doveva essere un clangore: nei libri le porte delle celle si chiudevano sempre con un clangore. La poliziotta se n'era andata e la bionda era li in piedi confusa, come se non riuscisse a rendersi ben conto della sequenza esatta degli avvenimenti, il braccio che le sosteneva il gomito, l'apertura e chiusura della porta, il girare della chiave nella serratura e l'interposizione di
cilindri verticali d'acciaio tra lei e la nuda parete grigia del corridoio.

Si guard attorno smarrita, entrambe le mani strette alle sbarre, prima di scivolare lentamente a terra. Era ubriaca, questo era chiaro, ma come ubriaca era l'antitesi di Angela. I suoi capelli, che sembravano essere stati lavati, asciugati e messi in piega dalla parrucchiera dieci minuti prima, erano divisi da una riga leggermente spostata a destra e le ricadevano lucidi sulle spalle. Portava un tailleur blu, da donna in carriera, un garofano bianco fresco appuntato al petto, una camicia di seta candida e collant velati, ma era senza scarpe - dovevano averle tolto i tacchi quando l'avevano registrata. Alex stava cercando di decidere se si trattasse di un avvocato o magari di un'agente immobiliare quando la donna la fiss e le rivolse un ampio e abbagliante sorriso. - Ciao. Io sono Marcie, e tu?
Angela si rigir nella branda, alz la testa e replic qualcosa.
Alex guard le sue labbra arrotondarsi e stendersi in una smorfia. - E sorda, - ecco cos'aveva detto.
Alex la ignor. - Io sono Alex.
- Piacere di conoscerti, - disse Marcie. E aggiunse qualcosa che Alex non riusc a cogliere.
Angela aggiunse ancora qualcosa. - Ti sto dicendo, - sembravano queste le sue parole, - che  sorda -. E qualcos'altro ancora. Poi, sempre diretta a Marcie, fece di nuovo il gesto di fumare.
Marcie stava ancora sorridendo. - Io sono sbronza, - disse, ignorando Angela e fissando Alex dritto negli occhi mentre se ne stava seduta a terra con le gambe ripiegate sotto di s. Muoveva le labbra meccanicamente, pronunciando le sillabe pi lentamente e precisamente che poteva. - Mi hanno fatto camminare lungo una linea e mi hanno fatto cantare le lettere dell'alfabeto.
Non  uno spasso?
Nessuna di loro disse niente a riguardo. Anche se Alex avesse interpretato correttamente le sue parole, e non lo si poteva dare per scontato, quella domanda retorica era quantomeno opinabile: erano in prigione, tutte e tre, colpevoli o innocenti che fossero, sbronze o sobrie. E non era proprio uno spasso - non era nemmeno vagamente divertente.
Adesso si trovavano nella prigione della contea. Nel cuore della notte era venuto un autobus a prenderle: le avevano fatte mettere in riga, le avevano ammanettate e legate alle caviglie e le avevano spinte a bordo; poi furono sbattute tutte e tre in una cella pi ampia gi occupata da altre sei donne dal diverso grado di disperazione e degrado, ma tutte decisamente incazzate e a corto di sonno. Due di loro avevano la silhouette azzurrina di uno scorpione tatuata sul lato destro del collo e una, un'adolescente massiccia con la faccia da bambina e i capelli tagliati a spazzola, aveva un aspetto da farti pensare che avrebbe potuto andarsene sfondando il muro senza il minimo sforzo. Le altre tre - delle asiatiche minute con un trucco pesante e quasi perse nell'uniforme arancione della prigione - erano probabilmente delle prostitute. Per quel che ne sapeva Alex, tutte loro potevano essere delle prostitute. E che differenza faceva? Ora era anche lei una di loro e se avesse dovuto dormire sul pavimento, dato che un rapido calcolo dava nove persone contro sei brande, l'avrebbe fatto. Avrebbe fatto qualunque cosa fosse servita a farla uscire da li, qualsiasi cosa per far finire quell'incubo.
Ora anche lei indossava la tuta arancione, i suoi vestiti - pure le scarpe e la biancheria - le erano stati portati via e rimpiazzati con quella roba di cotone pulita e pratica (con la scritta PRIGIONE DELLA CONTEA DI SAN ROQUE in caratteri di quindici centimetri stampata a mo' di decorazione sulla schiena), e un paio di ciabatte di gomma, gentilmente offerte dai contribuenti della contea di San Roque. Angela era rinvenuta di colpo nel momento stesso in cui erano entrate nella cella - aveva abbracciato la ragazzona come se fossero sorelle, poi aveva reclamato a gran voce delle sigarette, mimando lo stesso gesto che aveva usato con Alex e Marcie. Quella era l'ultima cosa che Alex ricordava con chiarezza, perch da li erano cominciate due notti e due interminabili giornate di ininterrotte aggressioni. Era stata ripetutamente messa con le spalle al muro e lei che cercava di spiegarsi con le labbra e le mani mentre l'una o l'altra delle donne le alitava in faccia una filippica carica di rabbia. Ma non aveva niente per loro, sigarette, caramelle, cicche, trucco, niente di niente? E che cos'era, deficiente? Sordomuta e ritardata. Quando
sollevava lo sguardo verso le sue compagne di cella, tutte le facce
(tranne quella di Marcie, che era uscita su cauzione la prima mattina) si accendevano di quella gioia maligna che Alex sopportava da una vita. Ma qui era peggio. Era diverso. Era come ritrovarsi di nuovo nel cortile della scuola elementare con loro che non si stancavano mai di quel giochetto perch lei non poteva rispondergli, o comunque non abbastanza in fretta e non con un accento riconoscibile come umano: Alex era il loro puntaspilli, il loro totem, l'unico essere animato a disposizione che riusciva a farle sentire meglio di ci che erano durante quelle interminabili ore passate a macerarsi e a odiare.
Luned mattina, alle quattro, stando all'orologio in fondo al lungo corridoio che conduceva all'aria aperta e all'odore dolciastro, nauseabondo, punitivo dei gas di scarico, vennero fatti risalire sugli autobus come un branco di animali, le donne da una parte e gli uomini dall'altra. Alex aveva oltrepassato la soglia della disperazione. Era insensibile, cauterizzata contro l'umiliazione di usare il gabinetto nel mezzo di una stanza ben illuminata mentre altre sette donne la guardavano, come morta rispetto alla stretta delle catene che le attanagliavano le caviglie e della manetta che teneva il suo polso sinistro attaccato a quello
 della ragazzona, ripulita fin nel profondo di ogni ricordo dei compiti degli studenti, del suo appartamento, del lavoro, del fidanzato, persino dell'innocenza. Era questa la sua vita, adesso: queste catene, queste donne violente, ignoranti e puzzolenti, due fette di pane, una di mortadella, uno schizzo di ketchup.
Questo, solo questo.
 
Capitolo 4.

Quella sera, la sera in cui si erano conosciuti, Bridger si era piazzato al bancone del bar di fianco a Deet-Deet e aveva ordinato una birra che per non bevve. Cercava di avere un atteggiamento rilassato - appoggiare la schiena alla lucida superficie di mogano e caricare il peso sui gomiti, ostentare l'aria noncurante che gli piaceva definire da figo estremo, e lasciare che
il ritmo trascinasse tutti con s come se il suono fosse pi pesante dell'aria, come se si trattasse di una sostanza di natura diversa, colla, piombo, cenere vulcanica - ma senza grande successo.
In effetti chiunque lo osservasse avrebbe capito immediatamente che il suo sguardo era incatenato a Alex come se fosse stato ipnotizzato. Certo, aveva un aspetto casual e rilassato, con quei jeans che praticamente non avevano mai visto un bucato, un paio di Nike semidistrutte e una maglietta della Digital Dynasty con l'extraterrestre arancione acceso che ghignava avidamente sopra una spalla, per non parlare dei capelli, che crescendo erano arrivati al punto in cui delle ciocche qua e l sparano in su come zanne: ma tutto si sentiva tranne che casual e rilassato. Quello che sentiva, anche prima che Deet-Deet allungasse una mano quasi alla cieca verso quella di una ragazza bionda con un top giallo e venisse risucchiato sulla pista, era una strana tensione - chiamatela ansia, paura di essere rifiutati, quel tipico fastidio provocato dall'attrazione insoddisfatta -
che non provava da un bel po'.
Aspett il tempo di tre anonimi pezzi dance per essere ragionevolmente certo che la ragazza non fosse in compagnia
(tranne, forse, un'amica con i capelli raccolti in una coda) poi cominci a muovere le spalle e lasci che il ritmo si impadronisse di lui mentre attraversava la folla che si accalcava sulla pista.
Prima che lei lo notasse, le ball davanti per tutta un'interminabile canzone, sudando sette camicie e con i postumi del sak che dalle gambe salivano al cervello, e quando lo not fu con uno sguardo sorpreso, seguito a ruota da un sorriso privo di diffidenza.
Fatto che lui interpret come un segnale positivo. Dopo il brano successivo le grid qualche parola e lei gliene grid altre di rimando - Mi piace un sacco come ti muovi; fantastica questa musica, vero?-, Come hai detto che ti chiami? - e la cosa meravigliosa, la cosa fenomenale e insuperabile, la cosa che riecheggiava nel suo cervello anche in questo momento,  che allora non aveva idea che fosse sorda. Perch anche lui era sordo
- erano tutti sordi, almeno fino all'istante in cui si riaccesero le luci e il DJ spense il rombo.
Deet-Deet se n'era andato e Bridger era l, in mezzo alla folla che si stava disperdendo, e teneva Alex per mano, sentiva la lieve pressione del palmo di lei nel proprio mentre gli presentava la ragazza - la donna - con la coda e un'altra donna che prima lui non aveva notato; erano Mindy e Sarah, sue vicine di casa, e lui era stato fortunato, davvero fortunato, perch lei non sarebbe mai uscita di luned se non fosse che era il suo compleanno.
Eh, s, compiva trentadue anni - fece una smorfia -  vero che era vecchia? No, aveva protestato lui, per niente. -
Invece s, - aveva detto lei, il viso aperto verso il suo, il viso pi espressivo, pi sensuale, pi grazioso che avesse mai visto.
Lui aveva notato il suo accento, ma aveva pensato che fosse scandinava o forse dell'Europa dell'Est, - e tu quanti anni hai? - Be', ne aveva ventotto. Lei stava ancora sorridendo, gli occhi che gli esaminavano minuziosamente il viso. - Vedi? - gli aveva risposto compiaciuta, e si era girata verso Mindy e Sarah prima di tornare a lui. - Sei un ragazzino.
Non erano arrivati a scambiarsi i numeri di telefono, ma nonostante i postumi del sak era riuscito a ficcarsi in testa il suo nome e quando era arrivato a casa l'aveva cercato sull'elenco telefonico (A Halter, Pacific Vieto Court31). L'aveva chiamata la mattina dopo per invitarla a cena, ma non aveva risposto nessuno;
il messaggio sulla segreteria telefonica, registrato con la voce monotona della donna, gli aveva spiegato di non lasciare messaggi ma di inviare una mail e aveva fornito un indirizzo Hotmail. Non appena giunto al lavoro gliel'aveva spedita, in
un certo senso sollevato di poter evitare l'incertezza e il potenziale imbarazzo del contatto diretto - la conosceva a malapena e lei avrebbe potuto scaricarlo, o poteva essere sposata, fidanzata, assolutamente disinteressata o, magari, patologicamente dedita alla propria carriera al punto da escludere ogni altra cosa -
e dopo aver digitato un paio di righe spiritose sulla sera prima si era fatto avanti. Con sua grande sorpresa, la risposta era arrivata nel giro di qualche secondo: S,  proprio quello che mi va, mangiare italiano, ma solo se prometti di non portarmi a smaltire la pasta ballando, e gli aveva dato le indicazioni per andare a prenderla a casa.
Era un bel complesso (migliore di quello in cui stava lui, se  per questo) che si stendeva sul fianco di una collina ricca di vegetazione - strelitzie, banani, palme di ogni grandezza e variet
- ma i numeri civici sembravano disseminati a caso e lui non riusc neanche morto a trovare il 31, che a quanto pareva non intratteneva alcun rapporto col 29 e il 30, davanti ai quali era gi passato due volte. Dopo aver fatto tre giri interi del complesso ferm una donna della stessa et di Alex, pi o meno, che stava scendendo degli scalini con un gatto al guinzaglio.
- Mi scusi, - le chiese, - mi sa dire qual  l'appartamento di Alex Halter?
La donna gli restitu uno sguardo vacuo.
- Sa, Alex.  sui trent'anni,  alta circa come lei, ha i capelli
scuri ed  molto carina.
La guard mentre sul viso affiorava un vago barlume di consapevolezza.
- Ah, s, certo. Mi scusi, non avevo capito. Lei intende quella ragazza sorda, no?
Un'epifania, ecco quello che fu. Di colpo tutto acquistava un senso: la sua voce atona, le risposte sconclusionate, la mobilit del suo viso quando parlava, come se ogni muscolo sotto la sua pelle fosse un distinto organo di comunicazione. Quando premette il campanello alla porta di Alex, il suono che sent era quello meccanico e ostinato di un campanello qualsiasi, ma contemporaneamente nell'appartamento si accese una luce intermittente.
E d'improvviso eccola l, bellissima, le mani fluttuanti, la voce troppo forte mentre lo salutava: non staccava mai gli occhi dal suo viso, stabilendo cos un tipo di contatto apparentemente incrollabile che lo faceva sentire
irresistibile o impacciato, non sapeva quale delle due cose. Poi ci fu il CD per cui si era spaccato la testa in macchina (Che opinione si sarebbe fatta di lui? Conosceva quella band? Le piaceva?) che lei non nomin nemmeno, ci furono i piatti del giorno che lei non ordin, e ci fu la conversazione a cena che pass da brevi cenni autobiografici
agli interessi comuni, dalla politica all'ambiente, ma che si impantanava ogni volta che lui, agitandosi, iniziava a parlare troppo velocemente o con la bocca piena. Eppure, nonostante tutto ci, Bridger non riusciva ancora a decidersi a introdurre l'argomento della sordit di lei. A scuola non si chiedeva al ragazzino cieco come aveva fatto a perdere la vista
- l'avrebbe detto lui a suo tempo (qualcosa successo in cantina con una bomba artigianale) - e sarebbe stato impensabile interrogare il nuotatore con una protesi alla gamba che vedeva in palestra.
Semplicemente non si faceva. Era una cosa maleducata, un modo di attirare l'attenzione sulla loro diversit.
Da parte sua, Alex aspett finch la cena fu finita, il cameriere ebbe portato via i piatti ed entrambi erano intenti a studiare la carta dei dolci; a quel punto sollev la testa e disse:
- Non so se te ne sei accorto, ma devo dirti una cosa, - fece una pausa, gli occhi in quelli di lui, quindi la sua voce
rimbomb cos forte che le persone sedute due tavoli pi in l si girarono a guardarli. - Sono sorda. Sorda profonda. Hanno quantificato la mia perdita di udito attorno ai cento decibel. Sai cosa significa?
Bridger fece segno di no con la testa. Tutto il ristorante era in ascolto.
- Che non sento niente.
Lui annasp cercando una risposta - che poteva dirle: Mi dispiace;
Non importa; Il tiramisu sembra buono? - e lei trov la cosa divertente. Cominciarono a sussultarle le spalle, gli occhi le si accesero. Gli sorrideva raggiante dall'altro lato del tavolo, trionfante come la vincitrice di un quiz in televisione. - Ti ho passato una bella patata bollente, eh? - disse quasi senza fiato, e rise finch non cominci a ridere anche lui e dovettero tenere il tavolo perch non si ribaltasse.
Da l in poi le cose si mossero lentamente - lei era molto occupata;
lui era molto occupato - ma piano piano passarono dalle classiche uscite (sushi, ristorante tailandese, cinema,
spiaggia) a un'intesa meno formale, e prima di rendersene conto si trovarono a dipendere l'uno dall'altro. San Roque era una cittadina costiera - di 89000 abitanti, a dar credito alla cifra scritta sui cartelli al confine urbano; forse due volte pi popolosa al culmine della stagione turistica - e l'appartamento di Bridger era a dieci minuti da quello di Alex se prendevi strade tranquille, non congestionate dal traffico. Ci metteva un attimo a fare un salto da lei, a lasciare un messaggio e vedersi per un caff o per un concerto dell'ultimo minuto (s, le piacevano i concerti, classica, jazz, rock, si concentrava sul linguaggio corporeo dei musicisti come si trattasse di un balletto silenzioso). Di rado passava una giornata senza che si vedessero o almeno comunicassero via posta elettronica o attraverso i messaggi sul cellulare.
Senza che neanche lui sapesse dire come, lei era apparsa dal nulla e aveva riempito un vuoto nella sua vita. Era innamorato.
E anche lei lo era, perch lui era capace di leggere i suoi segnali
- i suoi occhi, le mani, l'espressione del suo viso quando lui entrava nella stanza - e i segnali erano favorevoli, lo facevano sentire un dio, come se fosse il Kade in persona. Lei gli guardava le labbra, seduta di fronte in un caff, e rideva esageratamente per ci che le stava raccontando. - S, - gli diceva con quella strana voce priva di inflessione, quella sua voce che ondeggiava e sballottava fino a levigare ogni asperit, - sei divertente.
Lo sai, vero? - E poi citava delle statistiche che aveva trovato in una rubrica per cuori solitari sul fatto che la maggioranza delle donne single dia un gran valore al senso dell'umorismo del loro potenziale compagno.
Ovviamente, nello stesso momento si affrettava a puntualizzare che nel novanta per cento dei casi i sordi si sposavano tra loro e che quando si univano agli udenti la percentuale di divorzi saliva a livelli stratosferici. E poi, logicamente, c'era il problema dei bambini. Raccont di una coppia di sua conoscenza che si era tormentata per tutta la gravidanza della moglie -
l'unico loro argomento di conversazione era Sar sordo, non sar sordo - e poi avevano avuto una bambina, bellissima, bianca e rossa, grassoccia, con tutte le piccole dita al posto giusto, e i due genitori che le battevano le mani davanti al visino parlandole fortissimo finch era arrivata un'infermiera di gran carriera e tutto il reparto era in subbuglio, perch la bambina
non reagiva al rumore. - Grazie al cielo, - avevano detto loro,
-  una di noi.
- E cosa mi vorresti dire con questo? - le aveva chiesto Bridger.
Alex aveva abbassato lo sguardo, il viso immobile. - Niente.
Si trovavano nell'appartamento di lei, a darsi da fare con la seconda bottiglia di vino della serata dopo che Alex aveva mescolato l'insalata di granchio, una delle sue specialit, e lui si era dedicato all'indispensabile e pi che appropriato contorno, un sacchetto di patatine gusto barbecue. Gli ci volle un po' prima di riuscire, faticosamente, a decodificare cosa intendesse, poi allung le mani e prese quella di lei, che gli stava seduta di fronte, a tavola, finch Alex non alz nuovamente lo sguardo.
- Ma non  il tuo caso, - le disse, arrabattandosi maldestramente con quell'argomento delicato. - Voglio dire, tu non sei cos.
- Non capisco.
- Tu non sei... voglio dire, non sei nata cos. Giusto?
Fino a quel momento sembrava che lei fosse sul punto di
piangere, ma ora si sforz di fargli un sorriso.
- Nata cos come?
- Sorda.
Alex si era alzata ed era uscita dalla stanza. Torn dopo un attimo, indossando una maglietta che aveva conservato dai tempi della scuola, quando andava alla Gallaudet; gliel'aveva gi vista indosso, la metteva quando le girava storto, quando si sentiva confusa o in vena di provocazioni. C'era stampato un pugno alzato, che ricordava il vecchio logo delle Black Panther, sormontato dallo slogan potere sordo.
Aveva quattro anni e mezzo quando era stata colpita da una meningite spinale a cui era sopravvissuta a stento, con 41 gradi di febbre per tre giorni di fila. I dottori avevano spiegato ai suoi genitori che i suoi nervi uditivi erano stati danneggiati irreparabilmente, che era sorda profonda e che lo sarebbe rimasta per sempre. Ma era stata fortunata, insistettero, perch la sua era una sordit postlinguale, il che le avrebbe reso mille volte pi facile imparare a parlare, a leggere e a vivere nel mondo degli udenti.
Che cosa ricordava del breve periodo della sua vita precedente quella febbre? Parole. Storie. Voci. E che suo padre l'aveva portata a vedere Yellow Submarine in un cinema d'essai.
- S, - gli disse, nascondendo la mano nel sacchetto di patatine come se volesse nasconderla, come se avesse paura che potesse contraddirla con un gesto, - quella non sono io Poi, con quella voce piatta, stonata, sconnessa, quella voce che di una vera voce era solo l'eco, cominci a cantare: - We all live in a yellow submarine, yellow submarine...
Bridger non lasci la stazione di polizia finch non gli dissero che l'avevano trasferita alla prigione della contea, a
Thompsonville, e a quel punto erano le nove passate. Poco prima aveva chiamato col cellulare l'unico avvocato che conosceva, un compagno di college che stava facendo pratica in uno studio di Las Vegas specializzato in diritto dello spettacolo. - Steve, -
aveva detto con voce flautata, - sono io, Bridger -. Steve aveva cominciato a chiacchierare e a fargli domande su tutto quello
 che era successo dall'ultima volta che si erano visti, versando la sua voce sciropposa e aristocratica nel ricevitore, finch avevano esaurito i convenevoli e si era schiarito la voce come a far capire che il contascatti stava andando a manetta, o qualche altra metafora del genere. Allora
Bridger gli aveva detto: - Senti, il motivo per cui ti ho chiamato  che ho un problema, - e gli aveva spiegato la situazione.
-  messa male, - aveva detto Steve. - Proprio male.
- Non  stata lei. Lei non ha fatto niente. Ha bruciato uno stop, ecco quello che ha fatto, capisci?
- Pensi a un furto di identit?
- Non lo so: errore di identit, furto di identit: che differenza c'?
Bridger sent qualcuno che parlava in sottofondo. - S, s, -
disse Steve. - Faccio in un attimo. - E poi: - Bridger? S, ascoltami: la differenza sta tutta nei soldi, tanti soldi, perch se si tratta di furto di identit devi ripulirle le fedine in ogni giurisdizione in cui quell'altra donna ha commesso dei reati, quindi devi andare nelle varie cancellerie dei tribunali e, credimi, pu essere un vero casino.
- Capisco, - disse Bridger, - ma io che cosa faccio adesso?
Voglio dire, mica posso lasciarla in prigione.
- Devi chiamare un avvocato.
- Credevo di averlo appena fatto.
- Un penalista. Qualcuno di l. Non conosci nessuno che a sua volta conosca qualcuno?
- No.
- Va bene, allora prendi le pagine gialle e comincia a chiamare.
Ma ti avverto che, appena sentiranno di che accuse si tratta, vorranno attorno ai cinquantamila dollari come acconto
sull'onorario e probabilmente altri diecimila solo per parlare con lei. E questo non ti garantisce nulla, specialmente con la faccenda dell'estradizione dal Nevada e gli ordini di arresto senza cauzione. Ma quando devono prendere i soldi ti promettono qualunque cosa.
- Ma io non... voglio dire, me la cavo bene col lavoro, ma...
- Tra l'altro, che cosa vuol dire che fai ritocchi digitali?
- Ehm, ci vorrebbe troppo tempo per spiegartelo adesso...
si tratta di effetti speciali, niente di che. La prossima volta che vengo in citt te lo faccio vedere, promesso. E il lavoro mi piace, mi pagano anche bene, ma quello che voglio dire  che non ho un granch in banca e non c' modo che racimoli una cifra neanche vagamente simile a quella...
Di nuovo la voce in sottofondo, anzi un brusio di diverse voci. Quella di Steve pass dal miele all'aceto. - Per tutto il weekend sar comunque dentro, e nessuno pu farci niente. Luned la chiameranno in giudizio e le assegneranno un difensore d'ufficio, un idiota cavernicolo con un completo da barbone, una ventiquattr'ore da quattro soldi e la faccia di chi  appena sopravvissuto a un bombardamento a tappeto, e a quel punto puoi solo sperare. Comunque mi ha fatto piacere sentirti. Buona fortuna, eh?
Luned mattina si diede malato (segreteria di Radko: Favore lasiate un messaggio) e and in macchina al tribunale della contea, un edificio squadrato costruito negli anni Venti con la pretesa di ricordare vagamente l'Alhambra. Era tutto di pietra, stucco e piastrelle, con una monumentale torre dell'orologio e, sul tetto, una torretta d'osservazione che permetteva ai turisti una vista completa di San Roque, dal tappeto blu dell'oceano all'indistinto arazzo delle montagne. Al banco informazioni una
raggiante vecchietta con un lungo becco appuntito e una vaga traccia di accento britannico gli sugger di consultare il calendario all'estremit opposta dell'atrio e l Bridger lesse il nome di Alex in un elenco di altri ottanta o cento imputati. La sua chiamata in giudizio per la formalizzazione delle accuse era fissata per le otto e trenta nell'Aula 2.
L'aula era il genere di luogo che ispira fiducia nel sistema giudiziario: soffitti a volta, banchi istoriati di legno scuro che mostravano le venature della storia, sulla sinistra il banco della giuria, al centro, sotto il grande stemma dello Stato della California, il solenne scranno del giudice, lucente e brunito, e una sfilza di mobili di tono minore - scrivanie per i cancellieri e gli impiegati del tribunale - contro la parete destra. Alle otto e cinque del mattino era tutto silenzioso ed efficiente. Bridger prese posto nell'ultima fila. A parte l'ufficiale giudiziario - un poliziotto alto e muscoloso dall'aspetto zelante, con la
camicia dell'uniforme color kaki e una specie di walkie-talkie
fissata alla spalla - c'erano solo altre due persone, un
ragazzo e una ragazza che potevano essere studenti universitari, stretti l'uno all'altro in prima fila e intenti a leggere la pagina dei fumetti del quotidiano locale. Da parte sua, Bridger era esausto. Aveva lavorato tutto il weekend cercando di recuperare, sostenendosi solo a Red Bull, caff e pizza. Il viso del Kade era ormai diventato un'allucinazione tristemente familiare: gli occhi troppo piccoli e la struttura scimmiesca del suo cranio ce li aveva in testa anche quando non fissava lo schermo. Era una buona cosa che quel lavoro non richiedesse nemmeno un minimo di riflessione, perch la sua mente era maledettamente lontana da Drex III. Per tutto il weekend non aveva pensato altro che a Alex, a Alex chiusa in una cella, a Alex spaventata e vulnerabile, a Alex che mangiava della robaccia da una scodella di latta, molestata, tartassata, incapace di spiegarsi.
Aveva chiamato tutti gli avvocati sull'elenco e non aveva ottenuto nient'altro che segreterie telefoniche, Studio degli avvocati Merker e Stillman; gli orari d'ufficio sono dalle dieci alle diciassette, da luned a venerd; per le emergenze
chiamare il 565-1608. Si trattava di un'emergenza e quindi
aveva chiamato -
circa cinquantaquattro diversi avvocati - ma tutti i numeri di emergenza tranne uno l'avevano fatto parlare con un'altra
segreteria. A quell'unico - era sabato mattina - aveva
risposto una donna irritata che aveva preteso di sapere chi diavolo gli avesse fornito il suo numero privato e che diamine
c'era di cos sconvolgente da doverla disturbare nel suo giorno libero. In sottofondo si sentivano delle grida e il rumore sordo della palla da tennis che colpisce il centro della racchetta. Le spieg la situazione e istantaneamente la donna divent la pi ragionevole e disponibile del mondo, sdegnata per quello che il sistema giudiziario aveva fatto alla persona per lui cos importante
- Alex, aveva detto che si chiamava, vero? - e desiderosa di lottare per lei non appena la signorina le avesse sganciato... cio, non appena avesse ricevuto l'anticipo sull'onorario, anticipo pari a 75000 dollari.
Alle otto e venticinque l'aula cominci a riempirsi; gente di tutte le et entrava a testa bassa scoccando un'occhiata nervosa alla pedana del giudice prima di scivolare in silenzio su una delle panche. Il loro atteggiamento mostrava quanto fossero umili, sottomessi e irreprensibili, uomini e donne allo stesso modo, ognuno di essi un cittadino rispettoso che non si sarebbe mai sognato di causare il minimo disturbo o di mettere in discussione l'autorit della corte. Avevano i capelli freschi di shampoo e si erano sforzati di vestirsi per l'occasione, gli uomini con camicie pulite e stirate, alcuni persino con la cravatta docilmente annodata attorno al collo, le donne vestite di colori tenui, le borsette migliori strette fra le mani: erano le persone che erano state arrestate per ubriachezza molesta, schiamazzi in luogo pubblico, violenza domestica e guida in stato di ebbrezza, quelli a cui era stata concessa la cauzione e avevano potuto dormire nei loro letti e avevano provveduto a ripulirsi e darsi una sistemata. Gli altri, quelli come Alex, stavano aspettando da qualche parte dietro le quinte: Bridger sentiva il cuore balzargli nel petto ogni volta che si apriva la porta alle spalle della pedana del giudice.
Il poliziotto era stato raggiunto da un collega - stessa camicia, stessi muscoli, stesso walkie-talkie, ma pi basso e di carnagione pi scura, con uno sguardo cupo e accusatore - ed entrambi rimasero in piedi a mo' di sentinelle mentre gli impiegati facevano il proprio ingresso dalla sinistra, come se si trattasse dell'apertura di un'opera teatrale, cosa che in un certo senso,
secondo Bridger, effettivamente era. Quando tutti ebbero preso posto, la porta del giudice si apr e si richiuse, il poliziotto pi alto strill: - In piedi e silenzio. Presiede il giudice Kathleen Mclntyre -, e il giudice si accomod sul suo scranno.
Le speranze di Bridger si rafforzarono. Mentre si alzava e si risedeva al suo posto, studi il viso del giudice e lo trov interessante: un viso comprensivo, persino benevolo, sguardo vivo, capelli e trucco di buon gusto. Si sent certo che tutta quella storia assurda si sarebbe risolta non appena il giudice avesse posato lo sguardo su Alex - le sarebbe bastato un istante per capire che la donna che aveva di fronte non era una falsaria, una ladra, una molestatrice, una rapinatrice a mano armata o una latitante. Non Alex. Alex era flessuosa e bellissima. Era un'insegnante.
Non aveva alcun precedente sulla fedina penale, era sorda. E innocente, candidamente innocente. Di certo il giudice Mclntyre avrebbe visto tutto ci. L'avrebbe visto chiunque.
Ma Alex non apparve. Per prima entr un'intera squadra di avvocati dai vestiti costosi e dall'aspetto estremamente curato, che registrarono il proprio nome e conferirono col giudice per una o l'altra delle istanze o per conto di questo o quell'imputato, poi l'interprete spagnolo fece il suo discorsetto agli astanti e tutti vennero esortati a guardare il video di quindici minuti che spiegava i loro diritti, prima in spagnolo, poi in inglese. Una volta concluso il filmato, il giudice cominci a far passare di gran carriera i casi in esame: le persone si facevano avanti quando veniva chiamato il loro nome, il giudice leggeva ad alta voce l'accusa, informandoli di quale pena il Procuratore Distrettuale
(un tipo arrogante, dalle spalle squadrate, giovane, il taglio di capelli che sembrava uscito da una rivista di moda)
richiedeva per loro, e domandava come si dichiarassero. La maggior parte degli imputati, compresa la met maschile della coppia che leggeva la pagina dei fumetti, era accusata di ubriachezza molesta e/o guida in stato di ebbrezza: quasi tutti si dichiaravano colpevole e se la cavavano con la detenzione gi effettuata, una multa e un contributo al Fondo per l'Assistenza alle Vittime.
C'erano anche casi pi avvincenti - una donna anziana con dei capelli da pazza e gli occhi fuori dalle orbite che era stata accusata di guida senza patente, omissione di soccorso e mancata comparizione in tribunale; un tizio ricoperto dai tatuaggi
di rito che era dentro per aver partecipato a uno stupro di gruppo ma che adesso accusavano di aver spacciato in carcere, era l dietro presentazione di un'ingiunzione, solo per essere ammanettato e portato via - ma la parte sostanziosa del programma, le accuse pi gravi, dovettero aspettare fino a dopo la pausa di mezzogiorno. Bridger era incredulo: aveva sprecato un'intera mattinata - Radko gliel'avrebbe fatta pagare con gli interessi -
e per che cosa? Non vedeva Alex dalla sera prima che l'arrestassero.
Aveva voglia di prendere qualcosa a martellate - magari col martelletto del giudice, o con un'asse di legno divelta da una delle panche - colpi su colpi su colpi fino a ridurla in schegge.
Poi arriv il pomeriggio. Altri avvocati, altri criminali, vestiti eleganti alternati a mascalzoni dall'aria colpevolmente afflitta, e il giudice Mclntyre che si faceva pi tagliente e nervosa col passare delle ore. Infine, alle due e un quarto, si apr la porta alle spalle del giudice e nell'aula fecero il proprio ingresso, a passi strascicati e sferraglianti per le catene alle caviglie, due file di detenuti in uniforme arancione, che presero posto in due gruppi diversi in base al sesso. Bridger si alz leggermente, sforzandosi di vedere qualcosa mentre i visi delle donne apparivano per un istante nella cornice prima di lasciare il posto al volto della detenuta successiva. Quando infine riusc a vedere Alex che oltrepassava la soglia, stretta tra una donna magra con la testa ciondoloni e, a giudicare dalla postura delle spalle, decisamente incazzata, e una cicciona grande e grossa con il cranio rasato e una borchia d'argento conficcata nel sopracciglio destro, fatic a riconoscerla. Aveva le spalle cadenti, la testa bassa, i capelli sporchi e spettinati. Forse aveva persino il mento imbrattato di qualcosa.
Alex prese posto insieme agli altri, le gambe impedite dai ceppi, e non alz mai lo sguardo per cercarlo. Bridger era inchiodato dalla rabbia e dall'orrore, e ad essi si aggrapp per non urlare. Comprese anche il modo sottilmente perverso in cui il sistema funzionava, alla faccia del legno lucidato a specchio e delle venature della storia: se passi il fine settimana in guardina, non importa quanto innocente tu possa essere, sei comunque destinato ad avere quell'aspetto da carcerato, l'aspetto del colpevole. Sporco, il morale a terra,
e se anche non fossi colpevole delle accuse che ti vengono
mosse saresti colpevole ugualmente, colpevole di essere stato accusato, di essere stato sbadato, di essere disperato, sporco e alienato. In quel momento fece una promessa a se stesso: non importava quanto ci sarebbe voluto, ma non avrebbe mai permesso che la cosa finisse cos.
Quando il giudice lesse il suo nome, Alex si alz e grid che era presente, la voce che rimbalzava da una parete all'altra
dell'aula. Al suo fianco, a difenderla, c'era l'avvocato d'ufficio, una donna sui cinquant'anni in giacca e gonna, dotata, invece, di una di quelle voci che sembravano in grado di redimere anche il peggiore dei criminali, alta e ipnotica, e una faccia che chiedeva giustizia con ogni muscolo del viso. - Vostro Onore,
- inton, ed era un canto che aveva esercitato in altri cento pomeriggi in tribunale, - sono Marie Eustace, Difensore d'Ufficio, e sono qui in rappresentanza di Alex Halter, che  affidata alla mia custodia. Per questo caso vorrei richiedere un immediato accertamento di identit, dato che si tratta evidentemente di reati compiuti da un'altra persona. La mia cliente  conosciuta nella zona per essere un'educatrice di San Roque,  affetta da un handicap e non ha alcun precedente.  stata arrestata per errore, Vostro Onore, e ha dovuto sopportare un intero fine settimana nel carcere della contea. Sono certa che possiamo inviare questa documentazione via fax per un controllo delle impronte digitali e di una foto identificativa cos da permettere alla mia cliente di essere rimessa in libert questo stesso pomeriggio.
In quel momento Bridger vide la seconda figura che era l in piedi, nella fila davanti a quella di Alex, un ometto che sembrava un pupazzetto a molla, basso quasi come Deet-Deet, e che le faceva da interprete nel linguaggio dei segni. Le sue mani si agitavano e si contorcevano in segni contratti, i gomiti stretti contro il corpo, e si fermarono in attesa della risposta del giudice.
Bridger spost lo sguardo sul giudice. La donna era accigliata e il suo sguardo passava dall'avvocato all'interprete ad Alex, la fronte corrugata sotto una morbida onda di capelli tinti e palesemente messi in piega da una professionista del capello. - Va bene, avvocato, - disse emettendo un lungo sospiro di esasperazione,
- veda che cosa riesce a fare e quando avr qualcosa da mostrarmi procederemo.
Fu in quel momento che finalmente Bridger riusc a intercettare lo sguardo di Alex - lei lo vide, il suo sguardo si allacci a quello di lui, non c'era dubbio, lo vide, l, in aula, a fare tutto ci che poteva - ma lo sguardo che gli rivolse non era uno sguardo d'amore, gratitudine o anche solo sollievo. Lo guard dritto negli occhi, lo incener e si volt dall'altra parte.
 
Capitolo 5.

Lasciarono la prigione della contea alle quattro del mattino.
La colazione, pane bianco con una fetta di formaggio, mandarino disidratato e succo di frutta, venne consegnata nel solito sacchetto di carta marrone man mano che i detenuti salivano sull'autobus. La mangi fino all'ultimo boccone, anche se doveva masticare con attenzione per evitare il dente che le faceva male, e si lecc pure le dita. Provava qualcosa di definibile come flebile ottimismo: le cose iniziavano a girare per il verso giusto, la macchina della giustizia muoveva i propri ingranaggi cos come l'autobus barcollava e sobbalzava mentre il vetro blindato sbatacchiava nella sua sede con lo stesso rumore di una mitragliatrice.
E non le fregava niente di dove stavano andando, bastava mettere quanti pi chilometri tra lei e il luogo infernale che aveva appena abbandonato. Le persone che aveva attorno lasciavano ciondolare la testa contro lo schienale, occhi chiusi e gambe larghe. Da delle fessure sul pianale filtrava l'odore del gas di scarico, che comunque si sentiva a malapena dato che doveva farsi strada nel pi torbido lezzo umano. L'unica luce proveniva dal bagliore verdastro del cruscotto e dal chiarore dei fari: Alex si concentr su questi ultimi, sui fari, sulla strada.
Forse gli altri dormivano, lei, invece, sedeva con la schiena eretta, tesa per l'ansia, lo sguardo fisso oltre la sagoma dell'autista, al nastro liscio della strada che si srotolava davanti a loro e alle colline e agli alberi che si aprivano alla luce ambrata dei lampioni e ai tetti scuri dei condomini e delle case tutte uguali in cui la gente dormiva e sognava.
L'autobus li scaric al tribunale. Un poliziotto col fucile imbracciato rimase di guardia mentre i detenuti sfilavano strascicando i piedi lungo un corridoio. Vennero fatti entrare
in una stanza che si trovava nelle vicinanze dell'aula. Una volta che furono al sicuro l dentro, una guardia tolse loro le manette e furono lasciati liberi di mescolarsi e raggrupparsi come meglio credevano. Alex se ne stette sulle sue, o almeno cerc di farlo. Si ritir nell'angolo pi lontano, si accoccol a terra e cerc accuratamente di non incrociare lo sguardo di nessuno, Ma era difficile, anche perch la grassona era un tormento - entrava nel suo campo visivo ogni due minuti - e in pi c'era Angela che non stava mai ferma, passando da un gruppo di donne all'altro, le dita rattrappite nella richiesta di nicotina, finch si lasci cadere a fianco di Alex e attacc un lungo monologo
sputacchioso il cui argomento - o argomenti - rimase misterioso.
Non accadde nulla in quella lunga mattina, ma nel primo pomeriggio, quando tutti iniziarono ad agitarsi e a rizzare il pelo come se una corrente elettrica fosse passata in mezzo a loro, un rappresentante dei difensori d'ufficio scivol nella stanza e tenne un discorso che Alex non cap per niente. Dopo poco apparve Iverson, che si fece strada attraverso il manipolo di detenuti, a fianco di una donna con una valigetta.
Come si sent quando, in mezzo a tutta quella gente, lo vide che si voltava di qua e di l per cercarla? Gioia. Gioia pura.
Magari non gli piaceva, magari gli aveva attribuito una parte di responsabilit in ci che le era successo - sarebbe dovuto intervenire, avrebbe dovuto spiegare che avevano preso la persona sbagliata, avrebbe dovuto insistere e usare la propria influenza per farla uscire - ma in quel momento lo guard come un salvatore. Finalmente, finalmente succedeva qualcosa.
Le present la donna, che le porse il proprio biglietto da visita
- Marie Eustace, difensore d'ufficio - e le si accost per farle alcune domande sufficienti a capire che si trattava di un errore, con Iverson a tradurle tutto all'istante nel suo maldestro linguaggio dei segni. Non ci vollero pi di cinque minuti.
Avrebbero stabilito l'identit del vero criminale e l'avrebbero fatta uscire di l appena possibile, promesso. Marie Eustace assunse un'aria indignata e le disse quanto fosse offesa dal fatto che la corte se la fosse presa comoda proprio su questo caso.
- Non si preoccupi, - le disse, - la faremo uscire di qui in men che non si dica, - quindi si spost per accucciarsi a confabulare con Angela.
Alex non era mai stata in tribunale prima d'allora e le bandiere, l'arazzo, il grande stemma e tutto il resto le avrebbero fatto grande impressione, in circostanze diverse, ma l'unica cosa che provava mentre era seduta al banco degli imputati (era quella la parola, vero? - s, derivava dal tedesco e significava sedile, ma anche rialzo e tavolo) - era la stessa vergogna e la stessa rabbia che aveva provato la mattina dell'arresto, anche se ora si era moltiplicata. Per dieci, almeno. Non riusciva a sollevare la testa, non riusciva a far correre lo sguardo tra gli spettatori per cercare il viso di Bridger, non riusciva a far niente se non affondare nella sedia e chiudersi su se stessa. Per tutto il fine settimana aveva cercato di distrarsi recitandosi a mente le poesie che ritmava in classe in modo che gli studenti potessero sentirne la musicalit, che i dattili, i giambi e i trochei danzassero nelle loro teste mentre le mani dell'insegnante battevano il ritmo sui piani dei banchi. Lo fece anche in quel momento, a capo chino, esiliata dalla scena che si stava svolgendo intorno a lei: cos come la mano / una musica / crea pigiando dei tasti, / cos quelle note / una musica fanno / nell'anima mia.
Quando finalmente arrivarono a lei, dopo Angela, dopo la ragazzona con la testa rasata (dall'improbabile nome di Beatrice Flowers), dopo una mezza dozzina di uomini che al cospetto del giudice serravano le mascelle e drizzavano le spalle, Alex usc dalla trance quel tanto che le serv per lasciare a bocca aperta il pubblico in aula col potere della sua voce fuori controllo:
- Presente, - disse, alzandosi in piedi mentre Iverson le diceva a gesti che avevano chiamato il suo nome. Era stato in quel momento che, sollevando lo sguardo, aveva visto Bridger: il viso di lui cercava disperatamente il suo, ed era stato l'unico nell'aula a non sussultare al suono della sua voce. Ma quello che gli risped indietro era uno sguardo vuoto, senza speranza n gioia n amore. Poi si era riseduta e aveva chinato la testa.
Ancora attesa. Un'attesa infinita. Un caso dopo l'altro, le accuse venivano lette ad alta voce, venivano stabilite e registrate le imputazioni, quantificate le cauzioni e imposte le ammende.
Alle quattro e un quarto ricomparve Marie Eustace, che confer col giudice e present come prova dei fax giunti dalle giurisdizioni in questione. Il giudice inforc gli occhiali da lettura mentre la corte si rilassava un attimo e il resto della gente
si metteva chi a studiare il soffitto, chi a fare avanti e indietro dalla porta per qualche faccenda urgente. Poi il giudice si tolse gli occhiali, chiam nuovamente il nome di Alex, Iverson riprese a far segni, e lei super alcune persone per potersi avvicinare allo scranno del giudice: almeno le avevano tolto le catene, almeno quello.
Gli occhi del giudice erano di un azzurro lattiginoso, pallido e sbiadito come se avessero perso ogni vitalit, e tuttavia aveva ancora un sorriso a disposizione, un sorriso di riserva, un sorriso contrito, che in qualche modo riusc a resuscitare per quest'occasione, il rilascio di Alex Halter. Alex riusc a vederlo
 prima ancora che si formasse - s, era un caso di errore di identit, o peggio, di furto di identit - e l'apatia che l'aveva posseduta fino a quel momento si trasform improvvisamente in rabbia, in un'ira che mont in lei finch non pot pi contenerla.
- La corte le vuole porgere le scuse pi sentite, - stava dicendo il giudice, mentre le mani di Iverson si agitavano e contorcevano davanti a lei, - perch  una prova ardua quella a cui  stata sottoposta, lo so bene, ma fino a che non fossero arrivate le prove... - e qui sollev un fascio di fax, il primo dei quali, dalla contea di Tulare, mostrava le fattezze confuse di uno sconosciuto, un maschio di razza bianca, sotto la scritta Alex Halter, - non c'era niente che potessimo fare. Ma la corte si scusa, io mi scuso personalmente, e le assicuro che faremo ogni sforzo per chiarire la cosa. Il nostro personale di assistenza alle vittime  estremamente qualificato e sar disponibile sin dal momento del suo rilascio.
Ma Alex doveva parlare, doveva sputare fuori tutto ci che provava in quel momento. - Tutto qui? - disse, senza avere idea se stesse bisbigliando o urlando. -  tutto qui quello che farete?
Marie Eustace sbianc. Iverson si sbracciava mettendo in fila una serie di segni convulsi. Si fermi. Basta. Sta per rilasciarla.
Alex si gir di scatto verso di lui, e gli rispose a segni, con gesti ampi e irosi, le braccia che disegnavano degli archi mulinando nel vuoto e i gomiti che scattavano in avanti come se il braccio volesse sganciare un uppercut: Lei stia zitto ch non ho bisogno di lei e quando ne avevo bisogno non c'era. A quel punto non poteva far altro che lasciare uscire tutto, tutto il dolore,
tutta la vergogna: Alex si rivolse di nuovo al giudice e permise alla sua voce di sferzare l'aria come un'estensione fisica del suo corpo, una protesi delle sue mani che gi, da parte loro, parlavano furiose: - Sono stata rinchiusa, sono stata umiliata, ho perso due giorni di lavoro senza nemmeno poter chiamare nessuno
- e lei mi offre questo, queste scuse e si aspetta di mettere tutto a posto cos? - Il suo viso era contorto dalla rabbia. Si sentiva assurda, fuori posto, un pagliaccio in una tuta arancione.
Poteva vedere lo sguardo del giudice che si faceva pi duro, e qual era la parola che le saliva alle labbra, quale imprecazione?
Merda, merda, ecco qual era, e stava per urlare che era tutto una merda. Ma prima che potesse vomitarla fuori Marie Eustace fece un passo avanti e disse qualcosa al giudice e il giudice fiss Alex dritto negli occhi e sentenzi: - Il caso  chiuso.
Non aveva nessuna intenzione di mettersi a sedere in una stanzetta che puzzava di chiuso a fare confidenze al personale dell'ufficio per l'assistenza alle vittime, a rispondere alle loro domande idiote, a riempire moduli e a leggere sulle loro labbra la banalit dei loro clich mentre Charles Iverson si dimenava come un giocoliere - non voleva sprecare un solo minuto in pi.
Nemmeno uno. Voleva togliersi quella tuta, voleva indietro i suoi vestiti, le sue chiavi, la macchina e i compiti, i compiti degli studenti. E doveva chiamare la scuola e fornire una spiegazione, anzi doveva andarci di persona e gettarsi ai piedi del professor Koch, doveva incontrare i suoi studenti e fare il proprio lavoro. Se ce l'aveva ancora, un lavoro. Del resto chi le avrebbe creduto? La gente non viene sbattuta in galera senza ragione, non in questo paese, almeno. Stavano compilando le scartoffie per farla uscire (Marie Eustace, intanto, si faceva in quattro perch la corte le fornisse una dichiarazione scritta e giurata che proclamava la sua innocenza), e ci a cui Alex stava pensando era lo sguardo incredulo e irato del professor Koch: meno di una settimana dalla fine dell'anno scolastico e una delle sue insegnanti se la svigna...
Ma quello che desiderava sopra ogni cosa, mentre sedeva in silenzio in un'anticamera incolore nei meandri del palazzo e aspettava che archiviassero la sua pratica, revocassero le
accuse e le restituissero la sua vita, era una doccia. Pass un'unghia sotto quelle dell'altra mano, una dopo l'altra: erano nere della sporcizia di quel posto, della sporcizia di quelle donne orribili che la prendevano in giro, delle prostitute e dei senzatetto, dei tossici e degli ubriaconi, ubriaconi da quattro soldi. Era passata vicino a loro, per strada, centinaia di volte, si era sentita dispiaciuta per loro, era una di quelli che mettevano mano al portafoglio per sganciare una manciata di monetine o un biglietto da un dollaro, ma non l'avrebbe fatto mai pi. Erano gente comune, ora lo sapeva, ma nel senso di ordinari, di non raffinati, di volgari, rozzi, grossolani. E meschini. E cattivi. Privi di umanit e di amor proprio. Il popolino, la marmaglia, gli boi polloi.
Questo erano, nient'altro. Era come Il signore delle mosche, in quella cella, per strada, ovunque si girasse: allora lei chi era?
Era Ralph, era Piggy. Ma Alex non era una vittima, rifiutava di esserlo. Una volta tornata a casa, una volta chiusasi la porta alle spalle e lasciato il mondo fuori, voleva starsene sotto la doccia e strofinarsi via lo sporco finch l'acqua non fosse diventata fredda. Poi avrebbe chiamato il professor Koch e dopo sarebbe andata dritta filata al deposito delle macchine sotto sequestro, ovunque fosse, e avrebbe preso quei compiti dal sedile posteriore. Il solo pensiero le provocava una fitta dolorosa: era cos indietro! Era una situazione folle. Proprio come negli incubi che faceva poco prima di svegliarsi, quelli in cui compariva di fronte agli studenti senza aver preparato la lezione, senza idea di che cosa fare, coi capelli in disordine, i vestiti in un mucchietto ai suoi piedi. Nuda. Infreddolita. Incapace di parlare, n con le mani n con la bocca.
Era cos arrabbiata che quasi si era dimenticata di Bridger.
Ma lui era li, nell'atrio, che la cercava con una faccia che letteralmente sanguinava compassione e amore, e le corse incontro nell'atrio non appena lei usc dalla porta insieme a Marie Eustace, a Iverson e alla sua dichiarazione giurata appena sfornata.
Lasci che la abbracciasse, anche se era imbarazzata dal proprio cattivo odore e furiosa con lui: perch non aveva
fatto niente? Lui le stava dicendo qualcosa, parole a vuoto perch lei non poteva vedergli le labbra, poteva solo sentire il suo fiato vicino all'orecchio mentre lui la abbracciava stretta. Poi lo spinse via e gli disse coi segni Come hai potuto lasciarmi li dentro?
I segni di lui erano goffi, quasi da analfabeta - per lei aveva seguito un corso di linguaggio dei segni, ma le sue mani erano come magli, randellavano le parole. Ci ho provato.
Si vede che non hai provato abbastanza.
Fu in quel momento che intervenne un poliziotto - l'ufficiale giudiziario. Lui, Iverson e Marie Eustace confabularono per qualche istante, poi Marie si volt e le rivolse uno sguardo costernato. Alex alz gli occhi al cielo e pest un piede a terra.
- Che c'? - disse. - Che c' ancora?
- Non ci creder, - le disse l'avvocato, e guard Iverson perch le facesse da interprete con uno sguardo di scusa che rimbalzava dall'una all'altro, - ma, ecco, temo che le toccher tornare alla prigione della contea per la burocrazia legata al rilascio.
Alex scosse la testa. Violentemente. La sbatt forte da una parte e dall'altra: era abbastanza chiaro cos? - No, - disse e sent che la voce le era uscita forte, ne sent l'energia comprimerle la laringe finch questa divent come una palla dura conficcata in gola. Diede le spalle all'avvocato e al poliziotto e si gir verso Iverson, a cui disse con segni furiosi: io sono innocente, qui c' un documento che lo prova, io l non ci torno, mai e poi mai, che nessuno provi a costringermi, lei o chiunque altro.
Iverson, con quella faccia da attore da quattro soldi e le mani che si bloccavano ed esitavano, tradusse per l'avvocato. Alex rifiut di guardarla, nonostante Marie Eustace stesse parlando a lei, nonostante la donna le posasse sul braccio una mano, che Alex scosse via. Guardava solo Iverson. Non c' alternativa, gesticolava lui.  la legge, che lei sia innocente o colpevole. L'hanno portata qui in autobus e devono riportarla indietro in autobus.
Deve cambiarsi e riprendere le sue cose, ci sono dei documenti...
No, disse lei coi segni, no. Non ci vado. Presa da un accesso d'ira, zitt le mani e cominci a strappare la tuta, a strapparsela letteralmente di dosso, e gridava forte, perch tutti potessero sentirla, il poliziotto e Bridger e il giudice nella sua aula: - Riprendetevi questa roba di merda, io me ne vado di qui nuda, non me ne frega niente, niente...
Alla fine gliene freg, dovette fregargliene: la obbligarono.
L'ufficiale giudiziario si fece avanti e la inform che lei era ancora sotto custodia e che se necessario avrebbe usato le manette.
Il viso di Marie Eustace era livido. Sbuff all'indirizzo del
poliziotto, Iverson comunic la sua minaccia ad Alex e Bridger la abbracci, come a farle scudo col suo corpo. Non era mai stata cos furiosa in vita sua - era l'assurdit della situazione, che sembrava degna di Kafka, o di uno stato di polizia, tipo Cuba, la Corea del Nord, la Liberia - ma quel che la fece calmare, che in un istante le fece sgonfiare la voglia di combattere, fu la vista della mano dell'ufficiale giudiziario sul braccio di Bridger.
Non capiva che cosa si stessero dicendo, vedeva solo le labbra che turbinavano, i volti accesi, ma cap in un istante che
Bridger era a un pelo dall'arresto perch interferiva coi compiti di un ufficiale di polizia o qualche idiozia del genere. - Va bene, -
disse ad alta voce, - va bene, - e il poliziotto la prese per un braccio e la scort lungo il corridoio, oltre due pesanti porte, e di nuovo nella cella di prima, assieme ad Angela, a Beatrice e a tutti gli altri.
Era quasi mezzanotte quando infine la rilasciarono dalla prigione della contea di Thompsonville, a diciassette miglia da San Roque, e Bridger era li ad aspettarla in un'anticamera sovraffollata e dalle luci troppo forti. Per un lungo momento lo abbracci e basta. Si era ripromessa di non piangere, ma nell'istante in cui lo vide, nell'istante in cui pot dire che era tutto finito, non aveva resistito. Poi si mossero verso la porta e Alex si stacc da lui e lo super, fermandosi sugli scalini per sentire l'aria fresca sul viso - aria salata, dal lieve sentore di pesce, aria rinfrescata dal mare, aria pulita, la prima aria pulita che le entrava nei polmoni da venerd mattina. Bridger la raggiunse e da dietro le pass un braccio attorno alle spalle, ma Alex lo spinse via. Di colpo era di nuovo nervosa, anzi colma di rabbia. - Puoi anche solo immaginare com'era l dentro? - gli chiese. - Ci riesci?
Per tutta la strada verso casa, per tutta la strada verso la doccia, il letto e una porta che finalmente avrebbe chiuso la gente fuori e non dentro, Bridger cerc di spiegarsi, ma lei coglieva poco perch lui doveva tenere le mani sul volante e la sua bocca andava a briglia sciolta come quella di qualunque persona che ci sente e questo la fece arrabbiare ancora di pi. Infine, dopo che lei ebbe raccolto i capelli bagnati in un asciugamano e il panino che lui le aveva preparato fu sul tavolino, Bridger la port per mano davanti al computer e inizi a pigiare furiosamente sui tasti, scrivendole una lunga
apologia che avrebbe potuto essere l'epilogo di un romanzo russo. Solo a quel punto lei cap che cosa aveva fatto e quanto ci aveva provato e che non era colpa sua ma del sistema - no, anzi, era colpa del ladro, e per la prima volta le torn in mente l'immagine di quella faccia, di quella chiazza scura sul foglio lucido che portava il suo nome, un uomo, figurarsi - e dopo un po' Alex si appoggi a lui, lo abbracci e cominci a perdonarlo.
La mattina dopo Bridger la port al lavoro. Alex aveva dormito poco e di un sonno ammorbato dagli incubi. Ogni volta che si era svegliata aveva dovuto riprendere fiato, convinta di essere di nuovo in quel posto, con le luci accese, sul duro pavimento della cella. Nonostante ci era venti minuti in ritardo, e se non fosse stato per Bridger avrebbe fatto ancora pi tardi. Aveva preparato la sua difesa alla luce intermittente della sveglia, ma non era mai stata cos stanca e avrebbe continuato a dormire se non l'avesse svegliata lui. La prima cosa che aveva fatto la sera prima, appena uscita dalla doccia, ancor prima di trangugiare una birra fredda direttamente dalla bottiglia, di divorare il panino, mezzo sacchetto maxi di patatine e dei biscotti, era stato inviare una mail al professor Koch. Le vennero fuori tre pagine in cui gli faceva un resoconto dettagliato dal momento in cui aveva bruciato lo stop a quello del rilascio a Thompsonville circa ottantatre ore pi tardi. Sapeva di comunicare meglio per iscritto che di persona, o quantomeno in maniera pi esaustiva, e doveva assolutamente chiarire il proprio caso: Koch era un ometto acido e rancoroso, un osso duro che aveva un'alta opinione di s e non tollerava alcuna sciocchezza, e che, oltretutto, era esigente con gli insegnanti sordi tanto quanto lo era con quelli udenti. Forse anche di pi. Alex confidava nella sua comprensione, cos gli scriveva alla fine della mail, e gli prometteva di andare da lui prima dell'inizio delle lezioni e di portare con s la dichiarazione giurata del tribunale. Ma il problema era proprio quello: era venti minuti in ritardo e la sua classe aveva iniziato senza di lei. C'era il professor Koch a supplirla, e Alex non l'aveva mai visto cos acido.
Si alz dalla cattedra nell'istante esatto in cui lei entr - aveva dato agli studenti qualcosa da leggere sui loro libri di testo
intanto che lui si immergeva nella pila di documenti che la segretaria gli aveva passato all'uscita del suo ufficio - e le rivolse uno sguardo che non aveva bisogno di traduzione. Gli studenti erano dell'ultimo anno, e questo era un corso di preparazione al college, una delle classi migliori che lei avesse mai avuto.
Erano dodici, ognuno col suo talento pronto a sbocciare nel mondo degli udenti, Alex conosceva segreti, punti di forza e debolezze di ognuno di loro. Chiedo scusa per il ritardo, disse appoggiando borsa e valigetta sulla cattedra. Era senza fiato e paonazza.
Si strinse nelle spalle in un gesto di scusa: Ho dormito troppo.
Koch non le disse niente. Era gi alla porta, mentre una striscia di sole che cadeva sulla prima fila di banchi sembrava voler tagliare la stanza in due. Ognuno dei dodici studenti era seduto immobile, all'erta, teso, e Robby Rodriguez, emotivo come sempre, sembrava dovesse crollare da un momento all'altro sotto il peso della propria personale agonia. Per un lungo momento Koch rimase l, la mano sulla manopola della porta. Poi le disse brusco che l'avrebbe attesa nel suo ufficio durante l'intervallo di pranzo, apr la porta e lasci l'aula a grandi passi.
Come la maggior parte delle scuole per sordi, la San Roque era un istituto residenziale, il cui bacino d'utenza si estendeva a tutto il paese, anche se la maggior parte degli studenti proveniva dalla costa occidentale. Era gestita secondo i criteri di un campus universitario, piuttosto che in base a quelli di una comune scuola superiore (che nell'opinione di Alex non era molto meglio di un riformatorio), e quando gli studenti non erano in classe o non facevano logoterapia erano liberi di fare quel che preferivano, entro certi limiti, ovviamente. Al marted e al gioved Alex aveva lezione in tre classi, una al mattino e due al pomeriggio, e nell'intervallo era in ufficio, faceva qualche commissione o si ritagliava un'ora per dedicarsi al suo libro. Nutriva tante speranze su quel libro, un'ambizione che la portava a curarne i minimi dettagli, perch tutto fosse perfetto, perch comunicasse in un modo che per gli udenti era forse una cosa scontata ma che per lei era nuovo e inebriante come l'amore -
non l'amore erotico, ma l'agape, un amore irrefrenabile per tutte le creature. Solo a pensarci, solo a pensare a che cosa era riuscita a realizzare fino a quel momento e al territorio
inesplorato in cui doveva ancora avventurarsi, il suo corpo era percorso da un brivido segreto di orgoglio e soddisfazione. Non ne parlava con nessuno, con l'unica eccezione di Bridger. Era una cosa troppo intima, troppo personale. Anche il titolo - Il ragazzo selvaggio - era come un incantesimo, un modo di fare appello a un'anima e una voce che non aveva mai saputo di possedere, e nei momenti pi impensabili si ritrovava a salmodiarlo tra s, ancora e ancora.
Non appena concluse con la classe del mattino (agli studenti aveva fatto un breve resoconto di ci che era accaduto a lei e ai loro compiti in classe, che promise - contateci! - di riportare corretti il giorno dopo), si rec immediatamente all'ufficio di Koch nell'intento di dargli una spiegazione. La segretaria le disse a gesti che il direttore era in riunione e lei le rispose a gesti che avrebbe aspettato; si sedette in un angolo dell'ufficio e si mise a scorrere le pagine sottolineate della sua antologia cercando di calmarsi. Ma era tutto tranne che calma. Per prima cosa le dava fastidio il dente - il pulsare sordo iniziale era stato sostituito da un acuto dolore intermittente che sembrava accelerare insieme ai battiti del suo cuore - e starsene seduta li su quella poltroncina di plastica colorata con i gomiti stretti al corpo mentre il resto del mondo si faceva gli affari propri le dava l'impressione di essere ritornata in cella.
Quando il professor Koch finalmente la ricevette - a mezzogiorno
- fu brusco e freddo, come se avesse di fronte l'ennesimo studente che ne aveva combinata una. Non che lei si aspettasse comprensione, non da lui, ma la cortesia era una cosa che pretendeva: da tutti, e specialmente dagli udenti. Aveva trascorso troppo tempo nella sua vita a cercare di comunicare con persone che diventavano ostili nel momento stesso in cui lei apriva la bocca, per accontentarsi di qualcosa di meno. Guardami, chiedeva. Guardami. E ascoltami. Questo era il suo contratto sociale, e se alla gente non piaceva era pronta a voltar loro le spalle. Nessuna eccezione. Non pi.
Il preside era seduto alla sua scrivania quando Alex entr, e con un cenno le indic la scomoda sedia di quercia destinata ai supplici che vi si trovava davanti. Alex gli rivolse un sorriso formale e si mise a sedere, la dichiarazione giurata sotto braccio in una cartelletta di cartoncino beige macchiata
che aveva estratto dal proprio archivio mentre in tutta fretta
cercava di prepararsi per andare al lavoro. - Buon pomeriggio, - disse ad alta voce, ma non ebbe risposta. L'uomo era chino sulla scrivania, e apponeva meticolosamente la propria firma minuscola sui diplomi che la scuola avrebbe consegnato durante la cerimonia di sabato mattina: prendeva un diploma da una pila, lo firmava, e
lo metteva sulla pila accanto. Ogni volta che sembrava stesse per smettere e alzare lo sguardo, ne prendeva un altro e un altro ancora.
L'ufficio non era niente di speciale: la solita baraonda di libri e documenti ovunque, numerosi attestati e foto incorniciate di studenti nel giorno del diploma che incombevano dalle pareti, gagliardetti multicolori delle universit frequentate dagli ex alunni, University of Southern California, Yale, Stanford, Gallaudet. Alex cerc di ricordare l'ultima volta in cui era stata in quella stanza - era possibile che fosse stato un anno fa, appena assunta? - e il suo sguardo cadde su un dipinto a olio di piccole dimensioni, che ritraeva il professor Koch mentre comunicava a gesti a un pubblico appena tratteggiato in un auditorium altrettanto approssimativo. L'artista mostrava un debole per il rosso, e il risultato era che il viso del soggetto aveva la consistenza e il colore di una bistecca cruda.
- Una situazione davvero incresciosa, - disse l'uomo, rivolgendole uno sguardo tagliente e allo stesso tempo parlandole a segni per assicurarsi tutta la sua attenzione. - Un vero disastro.
E il momento non sarebbe potuto essere peggiore. Voglio dire, la settimana degli esami -. Una pausa in cui anche le mani si fermarono. - Ma lei, li ha fatti gli esami?
Forse fu perch era stremata - la sua macchina era ancora al deposito, c'era in circolazione un criminale che si faceva passare per lei, era tre giorni che praticamente non dormiva e se qualcuno le avesse ficcato un pungolo elettrico in bocca non le avrebbe fatto pi male di quanto gi le facesse male la sua dentatura naturale - ma quelle parole fecero scattare qualcosa dentro di lei. Le entrarono dagli occhi, passarono al cervello e li innescarono una reazione chimica che la fece balzare in piedi cos bruscamente che la sedia cadde indietro e fece un rumore che avrebbe potuto essere davvero forte, se solo lei avesse potuto sentirlo.
Lei parla come se fosse stata colpa mia, gli disse a gesti.
L'uomo sostenne il suo sguardo, le mani posate l'una sull'altra sul piano della scrivania. Era un udente, ma era una vita che si occupava di istruzione per i sordi e i suoi gesti sarebbero stati dello stesso livello di quelli di chiunque li usasse dalla nascita, se solo non fosse stato per la mancanza di espressivit. E
quella non c'era modo di insegnarla, non che lei sapesse. - Non so di chi altro possa essere, - disse, le mani immobili.
Non ha ricevuto la mia mail?
- L'ho ricevuta. Ma non mi d alcuna spiegazione sul fatto che lei non si sia potuta presentare a lezione n venerd che luned.
E in pi essere in ritardo stamattina. Non avrebbe potuto almeno telefonare? Non avrebbe potuto avere almeno questa cortesia?
Ero in prigione.
- Lo so.  di quello che stiamo parlando -. Abbass lo sguardo sulla scrivania per un attimo, sollev un fermacarte a forma di pallone da football (Secondo classificato, III divisione, Playoff 2001) e lo rimise a posto. - Non danno diritto a una telefonata?
Una. Una sola. E l'ho usata per chiamare il mio fidanzato...
- Buon per lei. Ma non poteva chiamarci lui? O qualcun altro?
... per farmi rilasciare su cauzione.
- Sa, i nostri studenti erano sconvolti, soprattutto la Rogers, come si chiama, Crystal. Lo eravamo tutti. E ritengo sia stato davvero poco professionale da parte sua, oltre che irrispettoso, scomparire a quel modo. Nella settimana degli esami, oltretutto.
Ma non poteva uscire su cauzione?
Ha letto la mia mail. Non c'era niente che potessi fare. Si  trattato di un caso di errore di identit: anzi, peggio, di furto di identit
- e qui brand la cartelletta di cartoncino - e se lei crede che sia uno scherzo venire rinchiusi in una cella, ci provi, si faccia rinchiudere, e lo scoprir da solo. E stato l'incubo peggiore della mia vita. E ora lei ha la sfacciataggine di dare la colpa a me?
- Non mi piace il suo tono.
E a me non piace il suo.
Il preside pos i palmi delle mani sul piano della scrivania con abbastanza energia cinetica da far scivolare una pila di fogli e poi, come se tale impulso si fosse solo in quel
momento affacciato alla sua testa, si alz di scatto mentre le carte gli cadevano tutte attorno ai piedi. - Ne ho avuto abbastanza! - grid, e allo stesso tempo gesticolava rabbioso, prendendo a pugni l'aria come un pretendente al titolo. Non  a lei che deve piacere o non piacere. Non si scordi che  lei qui la dipendente, non io. E oltretutto non di ruolo. E con il vizio di arrivare in ritardo...
- Stronzate! - disse Alex, e lo ripet con enfasi - Stronzate!
- prima di girargli le spalle e uscire sbattendo la porta con tale forza che sent la vibrazione irradiarsi su per il braccio mentre superava la segretaria, percorreva il corridoio e usciva dall'edificio.
 
Capitolo 6.

Bridger era al lavoro, immerso nell'atmosfera di Drex III
- procedeva tranquillo con il mouse che ormai si era trasformato in un'estensione extracorporea del suo cervello e il sangue che circolava in una placida, prevedibile, stabile sequenza di sistole e diastole - quando ricevette un messaggio da Alex. Era arrivato presto al lavoro, subito dopo averla lasciata a scuola, nella speranza di recuperare parte del terreno che aveva perso negli ultimi quattro giorni, e si era gi fatto due ore quando avevano iniziato ad arrivare i primi colleghi. Il che non aveva impedito a Radko di fargli una tirata davanti alla ciurma su come importante  lavoro di squadra e di come lui stesse deludendo tutti. Gli era sembrato ingiusto, davvero ingiusto - soprattutto quando Deet-Deet si era sporto dal suo cubicolo e aveva fatto le linguacce alle spalle di Radko per tutta la durata del pistolotto - ma non aveva detto niente in propria difesa se non che era li dalle otto e si sarebbe fermato oltre l'ora di cena - o per quanto tempo ci sarebbe voluto - per finire ognuna delle ultime inquadrature di quella sequenza
(un'altra sostituzione di testa, stavolta della coprotagonista, Lara Sikorsky, la cui controfigura eseguiva un triplo salto mortale da una delle appuntite colonne di Drex III solo per poi tuffarsi in un lago di fuoco, da cui ovviamente usciva illesa grazie a un adattamento genetico che permetteva alla sua pelle, ai suoi capelli e alle sue unghie accuratamente lucidate e laccate di sopportare temperature di oltre cinquecento gradi). Anzi, era cos assorbito dal lavoro che non aveva aperto nessuno dei messaggi inviatigli dai colleghi e nemmeno aveva messo qualcosa nello stomaco, a parte il caff, s'intende.
Il suo cellulare si mise a vibrare: Bridger lo estrasse furtivamente dalla tasca e affond ancora di pi all'interno del suo cubicolo per nascondersi agli occhi di chiunque - vale a dire Radko - stesse passando per andare al frigorifero o in bagno.
Alex tendeva a mandare messaggi di paragrafi e paragrafi, ma stavolta era stata stringata e incisiva: Koch  davvero uno stronzo!
Mi licenzio. Giuro.
Bridger digit la risposta pestando sui tasti: Ti va di parlarne?
Non c' niente di cui parlare. Me ne vado a casa.
Non farlo. Ti mancano solo quattro giorni.
Niente. Bridger tenne per un istante il telefono in mano, quasi fosse un oggetto totemico, come se potesse proiettare dei significati indipendentemente dall'azione umana, poi Alex ritrasmise il primo messaggio: Koch  davvero uno stronzo!
Al di l di tutto, non si sentiva di contestare quell'affermazione.
Aveva incontrato il soggetto in questione quattro o cinque volte in totale, in qualcuna delle noiose, opprimenti cerimonie della scuola (a cui Alex era costretta a partecipare, pena la perdita della tollerante benevolenza dell'amministrazione) e l'aveva trovato rigido, formale e antipatico quanto i soldatacci che presidiavano Drex III. E dal modo condiscendente con cui trattava gli insegnanti sordi - e anche gli studenti - si sarebbe potuto pensare che avesse un talento speciale per l'umiliazione delle persone, piuttosto che per la loro educazione. Tuttavia, era lui che comandava e Alex non aveva una gran scelta: la San Roque School era l'unica in citt, anzi era l'unica scuola per sordi in quella zona della California, per quanto ne sapeva lui. La chiam, ma Alex non rispose.
Continu a chiamarla ogni quarto d'ora, ma lei continuava a non rispondere; allora Bridger si sporse dal suo cubicolo per determinare con esattezza la posizione di Radko prima di spedirle una mail (Non fare niente di avventato, era il messaggio che le invi sia sul Pc che sul cellulare). Ma col procedere della mattinata non riusc a recuperare la concentrazione; il mouse si muoveva cos lento che sembrava fatto di kryptonite, il fotogramma che aveva davanti era congelato in un istante che non era sensibilmente diverso dall'istante precedente, l'intero film sembrava tramutarsi in una poltiglia fangosa davanti ai suoi occhi.
Tutto ci a cui riusciva a pensare era che cosa sarebbe stato
di Alex se avesse perso il lavoro. Come minimo avrebbe dovuto trasferirsi Dio sa dove per trovarne un altro: c'era una scuola per sordi a Berkeley, ne era quasi certo, ma le altre avrebbero potuto essere ovunque, Texas, Nord Dakota, Alabama. Il solo pensiero - Alabama - gli diede una stretta allo stomaco, e la richiam.
Quando Radko se ne and, alle tre e mezza, diretto a Los Angeles per una reunione, anche Bridger usc di soppiatto.
Nonostante avesse rassicurato il suo capo in proposito, non aveva in realt nessuna intenzione di passare al lavoro l'intera giornata
- non oggi, almeno - perch doveva portare Alex al deposito a recuperare la macchina e poi doveva incontrare insieme a lei gli incaricati dell'assistenza alle vittime e dare inizio al procedimento di recupero della propria esistenza. Era necessario, dato che non c'era alcuna sicurezza che lei non potesse essere arrestata di nuovo, almeno finch non avessero preso quell'idiota che le aveva fregato l'identit. Quando entr nel parcheggio della scuola, Alex era seduta sulla scalinata ad aspettarlo, e Bridger ne fu sollevato anche se non aveva mai creduto davvero possibile che lei abbandonasse le sue classi, indipendentemente da quanto stronzo fosse il preside. Non sarebbe stato da lei. Alex non si tirava mai indietro.
In quel momento stava portando avanti un'animata discussione a gesti con uno dei suoi studenti, un ragazzo sui diciassette anni con la faccia da donnola e che forse dedicava un po'
troppe attenzioni al look dei suoi capelli (bicolori, zuppi di gel, e con la rasatura che proseguiva ben sopra le orecchie), e osservandola mentre si alzava, raccoglieva le sue cose ed entrava in macchina, gli sembrava la vecchia Alex di sempre. Ma all'improvviso lo sguardo di lei si raffredd e la prima cosa che disse non fu Com' andata la giornata? o Ti amo o magari
Grazie per essere venuto a prendermi, ma Sono davvero alla frutta.
Bridger sollev le sopracciglia in quello che sperava fosse un gesto interrogativo, ma non se la cavava un granch con la mimica facciale.
- Con Koch, intendo.
- Perch? - le chiese, badando a esagerare i movimenti delle labbra. - Che cos' successo?
La macchina - una Chevrolet del '96 che aveva acquistato usata quando era al college e che da allora aveva fatto il suo sporco lavoro - tossicchi, si spense e si riaccese. - Non importa,
- disse Alex. - Ci vorrebbe una settimana per spiegartelo -.
Il ragazzo con la faccia da donnola li scrut con uno sguardo degno di una tragedia pi che di quella situazione, ma che ratificava ci che Bridger aveva gi sospettato - e cio che lo studente era follemente innamorato e, non appena avesse potuto eliminare la concorrenza, si sarebbe buttato nel fuoco per la professoressa. Alex fece al ragazzo un cenno di saluto e si volt nuovamente verso di lui. - Di, andiamo. Devo riavere indietro la mia macchina, non posso fare niente senza. E dentro ci sono anche i compiti dei ragazzi -. A quel punto fece una cosa tipica di lei, un gesto tutto suo, una specie di spasmo ipercinetico dalla vita in su, come se il sedile fosse in fiamme e lei non potesse scappare. - Oddio, i compiti dei ragazzi.
Al deposito - si accettano solo contanti o carte di credito no assegni - fecero la coda per venti minuti, durante i quali le persone davanti a loro improvvisavano una dimostrazione pubblica sulla variet e sui limiti della rabbia negli ominidi.
L'ufficio, verso cui erano stati indirizzati da un'insistente sfilza di frecce dipinte sul muro di cinta, era costruito con dei grossi blocchi di cemento e aveva l'aspetto di un bunker, buio, degradato e inespugnabile. Appena entrati si trovarono di fronte una parete di plexiglas a prova di proiettile, e dietro al plexiglas sedeva una cassiera palesemente denutrita, dalla carnagione olivastra e lo sguardo tetro. Doveva essere sui quaranta, quarantacinque anni - un'et, in ogni caso, priva non solo di speranza ma anche solo della pretesa di una speranza - e portava la camicia blu d'ordinanza sul cui petto era appuntata una specie di badge. Il suo lavoro consisteva nell'incassare il pagamento attraverso la fessura alla base del vetro e poi, con suo comodo, timbrare un modulo di rilascio del veicolo in questione.
Dal mattino presto alle sei del pomeriggio, la gente le parlava
- imprecava, delirava, schiumava di rabbia - attraverso una sudicia griglia di metallo. E tutto ci senza che ci fosse una sola macchina nei paraggi. Le vetture erano sul retro, chiss dove,
occultate dietro un muro di cemento e stucco alto tre metri e sormontato da filo spinato.
Al loro arrivo, la coppia davanti allo sportello chiese all'incaricata dall'altra parte del plexiglas se, ecco, avrebbe accettato un assegno. La donna non si prese nemmeno la briga di rispondere, limitandosi a sollevare un dito senza vita e ad indicare il cartello no assegni pi vicino. Ci fu un ulteriore negoziato - Magari poteva versare la maggior parte della somma su carta di credito e il resto con un assegno, no? - il cui unico risultato fu una seconda esternazione a dito puntato, seguita a ruota, a mo' di risposta, da un brontolio di minacce trattenute a fatica (furono tirati in ballo, nell'ordine, una causa, il sindaco e il governatore in persona), ma alla fine i due, con la scritta omicidio stampata in fronte, si voltarono di scatto e uscirono sbattendo la porta. Senza macchina. Fu quindi il turno di un uomo cos alto - doveva essere un metro e novantacinque, forse pi - che dovette piegarsi in due e chinarsi sul banco per poter parlare nella griglia. All'inizio era calmo - o almeno si sforzava di trattenere la rabbia e lo sconforto che gli facevano tremare la voce - ma quando la cassiera gli tese il conto per la rimozione e i due giorni di deposito, perse la pazienza. - E questo che cos'? - chiese. - Che cazzo ?
La donna lo fiss con due occhi smorti. Non si mosse, non indietreggi, nemmeno quando l'uomo cominci a pestare i pugni sul plexiglas. Quando ebbe finito, quando fu esausto, gli chiese solo: - Contanti o carta?
Alex aveva osservato tutto ci - sebbene le fossero stati risparmiati i dettagli, dato che tutta la faccenda, pensava
Bridger, ai suoi occhi doveva apparire molto simile a una specie di muto teatro dei burattini - e quando fu il suo turno fece un passo avanti, infil il foglio per il ritiro e la propria patente sotto la fessura e attese che la donna le consegnasse le chiavi della macchina. Ma la donna non le restitu le chiavi. Invece delle chiavi fece passare sotto la fessura una ricevuta dicendo: - Sono
487 dollari, rimozione pi quattro giorni di deposito. Contanti o carta?
- Mi scusi, forse non le  chiaro, - disse Alex, la voce come un trapano elettrico, - io sono innocente. Si  trattato di uno sbaglio. Era un altro che cercavano, non me. Guardi... -
e le porse la dichiarazione giurata, premendola sul vetro perch la guardasse. - Vede? Questo mi solleva da ogni responsabilit.
Non poteva esserne certo, ma a Bridger sembr che un microscopico barlume di interesse balenasse per un istante negli occhi della cassiera. Aveva davanti qualcosa di insolito, qualcosa di fuori dell'ordinario, e per un momento si convinse che la donna stesse per fare qualcosa. Ma non furono cos fortunati.
- Contanti o carta?
- Senta, - disse Bridger, facendosi avanti nonostante Alex detestasse ogni sua interferenza, come se agendo da interprete la sminuisse o la facesse sentire pi vulnerabile. Non aveva bisogno di un interprete, gli diceva sempre - se l'era cavata benone per tutta la vita senza che lui o chiunque altro si occupasse delle sue faccende. Alex lo guard malissimo, ma lui non pot trattenersi. - Non capisce, - disse. - Vede, signora, se solo ascoltasse un momento: hanno arrestato la persona sbagliata, Alex non ha fatto niente... Ha visto la dichiarazione del tribunale?
Allora la cassiera si sporse in avanti. - 487 dollari, - ripet, scandendo le cifre lentamente e con attenzione in modo che non potessero esserci equivoci. - O paga o se ne va.
La tappa successiva fu l'ufficio per l'assistenza alle vittime, sul retro della stazione di polizia. Erano in ritardo di un quarto d'ora all'appuntamento con la consulente, perch quando finalmente Bridger era riuscito a convincere Alex a lasciar stare, pagare il conto del deposito e inoltrare in un secondo tempo un reclamo alla polizia, c'era voluta pi di un'ora per la consegna della macchina, e nessuno - nemmeno una chiaroveggente o l'astrologa del presidente. E nemmeno l'avvocato d'ufficio, se  per questo - avrebbe saputo dire perch. Il risultato fu che Alex era decisamente esaurita quando varcarono la porta dell'ufficio
- furiosa nei confronti del mondo, del preside, dell'assistente del boia nell'ufficio del deposito e anche di Bridger, che aveva osato parlare per lei - e le cose, almeno all'inizio, presero una brutta piega.  giusto dar atto alla donna dietro a quella scrivania
(di mezza et, rughe attorno agli occhi, una faccia da mamma)
di essere un monumento alla pazienza. Si chiamava, a dar retta alla placchetta d'ottone al centro della scrivania, Helen Bart Hoffmeir, - Chiamatemi Helen, - disse piano, ma nessuno dei due lo fece. Lasci sfogare Alex per un po', offrendole la propria comprensione nei momenti in cui le sembrava necessario, ma ovviamente il tranquillizzante, morbido tono della sua voce non venne colto da Alex.
A un certo punto - Alex aveva letteralmente degli spasmi di rabbia: non voleva sedersi, non voleva calmarsi - la donna estrasse dall'archivio alle sue spalle una scatola con un triplo strato di cioccolatini e la pos sulla scrivania. - Gradite una tazza di camomilla? - chiese sollevando il coperchio della scatola e guardando Alex e Bridger con un sorriso amorevole. - Aiuta,
- aggiunse. -  molto tranquillizzante, lo sapevate?
Con i cioccolatini e la camomilla Alex si calm quel tanto da mettersi a sedere e sintonizzarsi su quello che la consulente aveva da dire. Chiacchierarono per qualche minuto mentre sorseggiavano la bevanda e scatenavano le mandibole su torroncino, caramello e ripieno alla ciliegia. Poi la donna si rivolse a Alex.
- Lei legge le labbra, vero, cara? O sarebbe pi a suo agio con l'aiuto di un interprete? O magari suo marito...
-  il mio ragazzo.
- S, certo. Lui pu... sa tradurre?
- S, certo, - disse Bridger. - Ci posso provare. Ho seguito
un corso per adulti l'anno scorso, ma sono un po'
impacciato -.
Rise e la donna sorrise di rimando. Ma per poco. Molto poco, perch tutto d'un tratto si era fatta professionale.
- Allora, Alex, - disse, aprendo la cartelletta che aveva davanti,
- come ha senz'altro capito, lei  vittima di un furto
d'identit -. Prese quattro fax dalla cartelletta e li spinse
verso di loro. La foto segnaletica dello stesso uomo li guardava da tutti e quattro i fogli. Bridger sent la collera esplodergli dentro.
Eccolo, un maschio di razza bianca che sembrava sui trent'anni, con un taglio di capelli corto e alla moda, dalle basette folte e lunghe, lo sguardo sicuro e strafottente anche in quegli umilianti frangenti nell'ufficio dello sceriffo della contea di Tulare, o a Marin, a Los Angeles, a Reno, eccolo l, la testa di cazzo che aveva mandato Alex in prigione. - Sfortunatamente,
- stava dicendo la consulente, le labbra increspate
in una smorfia che voleva essere di rammarico, - l'onere della difesa spetta a lei.
-  lui? - chiese Bridger, la voce dura, cos dura che quasi si soffoc per farla uscire. Aveva passato la vita davanti a uno schermo, sempre: le superiori, il college, la scuola di cinematografia, la Digital Dynasty, mai cos felice come quando poteva sprofondarsi nel divano con un DVD o accomodarsi in una poltrona di velluto al cinema mentre scorrevano i titoli di testa
- Melissa lo chiamava topo da videoteca, e non era un complimento
- ma in quel momento sent crescergli dentro qualcosa di nuovo, perch ora era tutto diverso, ora il film era uscito dalla bobina e il divano si era ribaltato. Era odio, ecco cos'era.
Rabbia. Era tutto chiaro adesso, tutto perfettamente a fuoco e, s, accidenti se bruciava: Cos  questo il figlio di puttana.
La donna assent. Un paio di occhiali da lettura dondolava da un cordino che aveva attorno al collo e lei se li port al viso per dare un'occhiata alle foto. - Non sappiamo il suo vero nome;
quest'uomo potrebbe essere gi stato arrestato in passato con chiss quanti pseudonimi...
- E le impronte digitali? - sbott Alex all'improvviso.
- Non abbiamo fatto i controlli sulle impronte. Cio, non li hanno fatti. Questo perch... - qui si ferm, guardando
Bridger come se cercasse aiuto per esporre quella triste verit - be', mi dispiace dovervi dire che questo  un reato senza vittime, e che quindi non vale la pena spenderci delle risorse...
Le mani di Bridger erano sotto shock. Doveva compitare a gesti la maggior parte di ci che si diceva - per reato senza vittime
gli ci volle un'eternit - ma a quelle parole Alex salt su.
- Come senza vittime? E io? E il mio lavoro? E i miei studenti?
E i 487 dollari? Chi li paga?
Gi, chi?
La spiegazione fu alquanto tortuosa: prima fece un giro largo, ben lontana dal centro del problema, e ci volle un po' perch si snodasse tutta quanta, la spiegazione. Innanzi tutto, Alex era certamente una vittima, ma doveva capire quanti reati violenti venivano commessi ogni giorno nello Stato della California
- nell'intero paese - e quanto limitate fossero le forze
dell'ordine. Il mondo era pieno di violentatori, assassini, serial killer.
Molestatori di bambini. Non che questo sminuisse in alcun
modo quanto le era accaduto, e, certo, si stava acquisendo una crescente consapevolezza per queste problematiche (la consulente
- come si chiamava? - dispensava clich come dolcetti, come tazze di camomilla, tanto erano tranquillizzanti alla stessa maniera) e c'era un certo numero di passi che Alex poteva compiere per ripristinare il proprio buon nome e magari addirittura assicurare quel criminale alla giustizia. A quel punto la donna estrasse un blocco e una penna dal cassetto superiore della scrivania. - Allora, - disse, - ha idea di chi sia quest'uomo e di come abbia fatto ad appropriarsi dei suoi identificativi fondamentali?
Alex esit un momento finch Bridger ebbe completato la laboriosa digitazione di identificativi fondamentali, un termine in cui nessuno dei due si era mai imbattuto prima.
- No, -
disse, scuotendo la testa con enfasi. - Non l'ho mai visto.
- Ha perso la borsa, di recente, o le  stata rubata negli ultimi mesi?
Alex lesse le labbra della donna e scosse di nuovo la testa.
- E la sua cassetta delle lettere  sicura? Voglio dire,  chiusa a chiave?
S, certo che lo era. Le cassette delle lettere nel complesso in cui viveva erano alloggiate in un'apposita nicchia, e ognuno possedeva solo la chiave della propria.
- E al lavoro? Riceve della posta alla, - la donna rimise in gioco gli occhiali e abbass velocemente lo sguardo sul foglio che aveva davanti, - Scuola di San Roque per Non Udenti?
S, ne riceveva. No, le cassette erano nell'ufficio principale e chiunque avrebbe potuto accedervi. Ma a Alex non era venuto a mancare niente - le buste paga arrivavano come dovuto ogni due settimane e non c'era stata alcuna interruzione di posta a casa, o almeno non che lei sapesse.
La donna guard Bridger per un attimo. Lui, nello sforzo di tradurlo a Alex, si era cos concentrato su quello che la donna stava dicendo da dimenticarsi di dov'era. Ora vide che si stava facendo tardi, erano le sei passate, le veneziane erano imbevute dei colori del tramonto e sottili dita di sole segnavano il muro come tracce lasciate da un ladro. Pens a Radko.
Pens a Drex III. Sarebbe dovuto tornare al lavoro dopo cena, e quel pensiero - quello della cena - gli provoc una stretta
allo stomaco carica di aspettative. Da quanto tempo non mangiava?
- Vede, il motivo per cui glielo chiedo, - continu la donna, trattenendo lo sguardo in quello di Bridger un secondo prima di spostarlo su Alex, per assicurarsi che anche lui ascoltasse e che nulla di tutto ci - il suo discorsetto da imbonitrice, le sue parole, quella sua empatia professionale - andasse perduto,
-  perch la maggior parte delle truffe a danno dell'identit inizia con un portafogli smarrito o rubato o della posta di cui qualcuno si  indebitamente appropriato. Anzi, uno dei modus operandi preferiti dai ladri  quello di ottenere il nome e l'indirizzo della vittima - magari dall'elenco del telefono o da un biglietto da visita - e presentare una richiesta di cambio di indirizzo all'ufficio postale. In quel modo fanno s che la posta venga recapitata in una casella postale di qualche Mail Boxes o simile e da l, dalla posta dirottata, ricavano ogni informazione finanziaria possa essere loro utile, gli estratti conto delle carte di credito e dei conti correnti, le ricevute dei pagamenti e tutto il resto.
Si interruppe per osservare l'effetto delle sue parole. Le dita di luce si spostavano furtive su per la parete. Sul viso della donna fece capolino un'espressione di trasporto o forse di compiaciuto trionfo: la sapeva lunga lei, nessuno l'avrebbe mai fregata.
- Poi tutto quello che gli rimane da fare  rinnovare la patente a nome suo, ordinare un nuovo libretto degli assegni, far sostituire le carte di credito, e voil - lei si trova uno scoperto di qualcosa tipo cinquemila dollari spesi in giro per tutto il paese.
Bridger stava pensando alla propria cassetta delle lettere, che era giusto una fessura con il numero del suo appartamento scritto sotto: quante volte quei cretini delle poste gliel'avevano riempita per errore con la roba dei vicini? E quella volta che si era ritrovato per le mani una mezza dozzina di prospetti di un fondo comune di investimento indirizzati a una signora che viveva dall'altra parte della citt e che con lui aveva in comune solo un numero civico -
196, Berton Street invece di 196, Manzanita Street - e un
codice d'avviamento postale? E se lui fosse stato un delinquente? Che sarebbe successo?
Alex interruppe le sue fantasticherie. Stava perdendo la pazienza.
Voleva agire. Alex era cos: dritta al punto, zero perdite di tempo. - Capisco, - disse, la voce pi cupa e sconcertante del solito, - ma adesso che cosa devo fare,  questo che vorrei sapere.
Per un attimo la donna parve turbata - ci si stava discostando dall'ortodossia, dall'usato cerimoniale tranquillizzante e assolutorio
- ma si riprese quasi subito. - Ecco, immagino che lei vorr presentare immediatamente una denuncia alla polizia che poi dovr accludere a ogni sua corrispondenza coi creditori. E
anche le sue Centrali Rischi dovrebbero essere informate, se ci sono delle irregolarit. I suoi estratti conto: dovrebbe richiederne delle copie e controllarli scrupolosamente - Visa, MasterCard o quello che ha. Ma ci arriviamo tra un attimo. Quel che desidero lei sappia, quello che le voglio spiegare,  come succedono queste cose - in modo che la prossima volta lei sia preparata -.
Di nuovo tir fuori quell'espressione di compiaciuto trionfo. Inarc la schiena e fiss lo sguardo in quello di Alex.
- Un pizzico di prevenzione, giusto?
Li tenne l per un'altra mezz'ora, alla fine della quale
Bridger si chiese che concetto esattamente la donna stesse cercando di trasmettere. O anche che cosa provasse verso quei casi che squadernava davanti a loro. I suoi occhi fiammeggiavano e si faceva via via pi animata, mentre tirava fuori un aneddoto spaventoso dopo l'altro: la donna a cui avevano sottratto il contratto d'affitto dalla scrivania nell'ufficio del padrone di casa e si era vista addebitare trentamila dollari per cenette eleganti e servizi esclusivi in un hotel di una citt in cui non era mai stata, oltre al leasing per una nuova Cadillac, l'acquisto e la denuncia di due barboncini, e 4500 dollari per una liposuzione; il dodicenne la cui identit era stata rubata dal compagno della madre fino al giorno in cui il ragazzino, nel frattempo divenuto un sedicenne, richiede i documenti per la patente e viene arrestato per i reati commessi dall'uomo; il pensionato la cui posta aveva misteriosamente smesso di arrivare e che un giorno scopre che i ladri non solo avevano presentato una richiesta di cambio d'indirizzo, ma avevano anche chiesto i suoi estratti conto alle agenzie che si occupano di solvibilit in modo da potergli prosciugare
il conto su cui faceva accreditare la pensione, incassare i
suoi assegni dell'assistenza sociale e persino sottrargli le 200000 miglia che aveva accumulato come frequentflier. E la cosa era finita ancor peggio: privato di qualunque reddito, il vecchio - che tra l'altro era un veterano disabile della guerra in Corea - fin per essere sfrattato dal proprio appartamento per morosit e si ridusse a vivere per strada rovistando nei cassonetti.
- Ma  terribile, - disse Bridger, tanto per dire qualcosa.
Alex sedeva rigida al suo fianco.
- Ed  solo la punta dell'iceberg, - cantilen la consulente.
- Nel suo caso, tesoro, - rivolgendosi a Alex -  ancora peggio,
o potenzialmente peggio, perch questo non  solo un furto d'identit, come quando un tossico o un ex detenuto cerca di fare un colpo e filarsela, ma  quello che chiamiamo acquisizione d'identit.
- Non ho capito, - disse Alex con il sole che scalava furtivo la parete alle sue spalle e le illuminava il viso dal basso. -
Requisizione? - Si volt verso Bridger, che cominci a darsi da fare a gesti, ma la donna prese semplicemente un blocco per gli appunti, vi scribacchi la parola e lo fece scivolare dall'altra parte della scrivania perch lei potesse leggerla.
- Acquisizione di identit, - ripet. -  quando qualcuno diventa un secondo te stesso - vive come fosse te, con il tuo nome, per mesi, a volte per anni. E se vive tranquillo e non si mette nei guai con la legge, pu persino capitare che non venga mai rintracciato...
- Ora sono io che non capisco, - Bridger si sent chiedere.
- Perch qualcuno dovrebbe desiderare una cosa del genere - assumere l'identit di un'altra persona - se non per qualche truffa con la carta di credito o cose del genere? Voglio dire,
qual  lo scopo?
La donna si strinse nelle spalle. Abbass lo sguardo sul telefono che aveva sulla scrivania come se si aspettasse che qualcuno le fornisse la risposta. Cominci a riporre le fotocopie con gesti spicci che sembravano di commiato, ma alla fine alz di nuovo lo sguardo. Aveva limpidi occhi grigi, accesi di una strana eccitazione quando li pos su Bridger prima di fermarli su Alex. - Ci pensi, - disse a bassa voce. - Sei al verde, poco istruito, devi alla tua ex moglie i soldi per il mantenimento dei bambini, hai la fedina penale sporca e il tuo conto in banca puzza
come un cadavere a giudicare da come allontana qualsiasi mutuo o finanziamento. Oppure hai saltato le rate di un prestito, hai subito un fallimento o la tua attivit  andata a rotoli. Trovi una persona solida - qualcuno come lei, Alex - con buone referenze bancarie, un livello di istruzione pi elevato, nessun reato sulla fedina penale, di nessun genere. Mi ha detto di aver conseguito un dottorato di ricerca, vero?
Alex guard Bridger per avere la traduzione e lui fece del suo meglio: Dice che hai un dottorato, giusto?
- Preso alla Gallaudet, - disse Alex dopo un attimo, la voce che rimbalz atona contro le pareti. Si tir su a sedere raddrizzando le spalle. Per la prima volta in tutto il pomeriggio l'accenno di un sorriso le si affacci alle labbra - era orgogliosa di ci che aveva ottenuto, orgogliosa dell'apprezzamento che ci le dava in un mondo di fannulloni e di mediocri. Lo considerava come un trampolino verso qualcosa di molto, molto pi importante. La sua ambizione era di trasferirsi a lavorare per un'universit, non un'universit per sordi come la Gallaudet, ma un college per udenti in cui poter insegnare poesia e narrativa americana contemporanea, e magari anche scrittura creativa, a degli studenti udenti. - In letteratura angloamericana.
Ho fatto la tesi su Poe e ho vinto la Borsa di Studio Morris Lassiter due anni fa, l'anno prima di venire a insegnare qui a San Roque -. Le si spezz la voce: era stanca, glielo leggeva in viso e questo la portava a sminuzzare le parole, a dividerle in sillabe. - La sta valutan-do un edi-to-re universi-tario mol-to pre-sti-gioso: il mio do-cente della tesi mi ha presen-tato a...
cio, a una persona a cui... ma non mi sento di dirne il nome finch le cose non saranno ufficiali. In un certo senso non sarebbe opportuno...
- Certo, - disse la donna, ma non  che l'ascoltasse sul serio: le interessava soltanto chiarire il nocciolo della questione.
Aveva una delle fotocopie in mano, quella che mostrava l'impostore, il ladro dall'aspetto rispettabile e gli occhi da taccheggiatore, in un primo piano pi nitido degli altri. - Vede, - disse picchiettando la fotografia con un'unghia laccata di rosso
- questo  il dottor Alex Halter. E pu scommettere che per laurearsi non ha dovuto scrivere nessuna tesi.
Sebbene sapesse di dover tornare alla Digital Dynasty, mettersi al lavoro per benino e occuparsi del povero Kade lasciato a met, non poteva abbandonare Alex sola con i suoi problemi.
Le notizie erano state tutte brutte - no, li aveva informati la consulente, non era possibile addebitare all'amministrazione la tariffa per la rimozione e il sequestro della macchina e s, la polizia aveva tutti i diritti di arrestarla, dato che i suoi dati erano gli stessi del ladro e ancora s, loro potevano anche intentare una causa ma che avesse successo... be' c'erano pi possibilit che quell'elenco telefonico di San Roque che teneva sulla scrivania decollasse di sua spontanea volont, anche se magari potevano provare a inoltrare la richiesta al giudice di pace per la rimozione e il sequestro della vettura, per quanto l'esito, ovviamente, sarebbe dipeso dallo sghiribizzo del suddetto giudice -
e poi voleva stare con lei, anche se solo per ordinare una pizza e stravaccarsi sul divano mentre lei si buttava a testa bassa sui compiti degli studenti. Il che fu esattamente ci che accadde.
Andarono a casa di Alex ognuno con la sua macchina e mentre Bridger usciva a prendere la pizza (extra large, met aglio e pollo, met vegetariana) e due insalatone con condimento all'italiana, lei lasci cadere la valigetta e si mise al lavoro.
Erano appena passate le otto quando squill il telefono - o lampeggi, sarebbe pi esatto dire. Bridger stava sorseggiando del Chianti guardando una replica di Alien, che doveva aver visto almeno venti volte (a Alex piaceva la frase a effetto che chiudeva il trailer: Nello spazio nessuno pu sentirti gridare), cercando di non sentirsi troppo in colpa per il lavoro. Aveva i piedi sul tavolino davanti al divano, la quinta fetta di pizza gli aveva tappato il buco nello stomaco, e si stava godendo il fatto di poter tenere il volume alto quanto gli pareva senza temere di distrarla.
Ogni tanto, quando il mostro indietreggiava con una sferzata della coda o ruggiva tonante preparandosi a metter fine all'esistenza di uno degli ignari membri dell'equipaggio,
Bridger dava un'occhiata a Alex. Era seduta alla scrivania dall'altro lato della stanza e, ogni volta che si chinava su un compito con la matita rossa in mano, il suo viso s'immergeva nella luce burrosa della lampada, per poi riemergerne quando lei si riappoggiava allo schienale: l'ordine era ristabilito, era tornata la pace
di sempre - a parte per il mostro ovviamente, che adesso stava facendo quel che doveva con la macchina per la saliva e le fauci munite di cardini. Ecco, fu a quel punto che il telefono cominci a lampeggiare.
Alex alz per un attimo lo sguardo. - Puoi rispondere tu?
Bridger sollev le caviglie dal tavolino senza distogliere lo sguardo dallo schermo - stava andando la pubblicit, con uno stacco netto dai denti bavosi del mostro al sederino nudo di un bambino senza la minima traccia di ironia o di sensibilit da parte della rete televisiva - si alz e si diresse al telefono. Come la maggior parte delle persone sorde, anche Alex aveva una telescrivente, un dispositivo di supporto uditivo compatibile col suo telefono che le permetteva sia di mandare sia di ricevere messaggi vocali e di testo. Bridger premette il tasto on e la luce smise di lampeggiare, ma invece di un messaggio di testo, giunse attraverso gli altoparlanti una voce querula e penetrante che somigliava a un nitrito. - Alex Halter? Sono John J. J.
Simmonds, della T-M. Mi occupo delle insolvenze. La chiamo per il suo scoperto sul conto...
- Chi? - chiese Bridger.
- Perch se si trova in difficolt finanziarie, sono certo che possiamo elaborare insieme un programma di versamenti, ma lei deve capire che l'intero pagamento deve essere eseguito ogni mese secondo i termini del contratto che lei ha firmato...
- Un momento, un momento, - disse Bridger. - Un attimo, di che conto sta parlando? - Alz lo sguardo per cercare Alex e la vide accigliata, concentrata sopra uno dei compiti, la matita delicatamente appoggiata alle labbra.
- Senta, non cominciamo con le stronzate...
- Non sono io - voglio dire, noi, cio lei...
- Perch quelli che vogliono fare i furbi noi non li sopportiamo e io sono certo che lei questo lo possa capire da solo.
- S, certo, ma...
- Benissimo, adesso s che andiamo d'accordo -. La voce gli arrivava sparata, aggressiva, impenetrabile. - Mi permetta di esporle le cose come stanno: noi abbiamo bisogno di un assegno circolare per la somma di ottocentoventidue dollari e sedici centesimi nei nostri uffici entro domani per l'ora di chiusura, alle diciassette ora della costa del Pacifico,
altrimenti interromperemo il servizio e in pi intraprenderemo un'azione legale: le assicuro che non sto scherzando, mi creda.
Bridger sent montare l'irritazione. - Aspetti un secondo.
Di che conto stiamo parlando - pu dirmi semplicemente questo, per favore?
- T-M telefonia mobile.
- Ma lei non usa... noi non usiamo T-M. Entrambi i nostri telefonini hanno numeri della Cingular.
- Non mi rifili stronzate. Ho qui davanti le bollette scadute.
Mi capisce quando parlo? Ottocentoventidue dollari e sedici centesimi. Spediti per corriere. Entro le cinque di domani pomeriggio. Non  uno scherzo, glielo assicuro.
- Va bene, va bene -. Stava guardando Alex, la fronte aggrottata per lo sforzo, la matita rossa che le danzava tra le dita, ignara di tutto. Sullo schermo era tornato il mostro, la telecamera ebbe un sussulto improvviso e il sangue riemp l'inquadratura.
- Ascolti, probabilmente c' un errore -  stata vittima di un furto di identit - e se lei volesse inviarci la bolletta in modo che noi possiamo risolvere la questione.
- Ma con chi sto parlando?
- Sono il suo ragazzo.
- Ragazzo? Cio lei non  Alex Halter? E allora perch cazzo mi ha detto che era lei?
- Ma io non...
- Mi ci faccia parlare immediatamente, mi sente?
Immediatamente! Pensa che qui abbiamo tempo da perdere in
giochetti? Pensa che sia un pagliaccio? Me la passi o faccio saltare il culo anche a lei per... per... ostruzione!
- Non posso.
- Come sarebbe non posso?
- La mia ragazza  sorda.
Ci fu una pausa. Poi la voce torn, pi rauca, pi forte, un teatrale raglio di sdegno e lesa maest. - Pensavo di averle sentite tutte, ma lei ha le palle, davvero. Che cosa crede, che io sia un idiota? Stiamo parlando di frode, di un reato penale, intraprenderemo un'azione legale...
- Aspetti, aspetti, - un'idea appena accennata cominci a farsi largo nella sua mente, - mi pu dire qual  il numero, il numero abbinato al conto? Intendo il numero di telefono.
La voce era esausta, esasperata, colava letteralmente disprezzo.
- Perch, lei non sa il suo numero di telefono?
- Me lo dia.
Pesante ironia, il sospiro di chi  disgustato del mondo: -
Quattro-uno-cinque...
Non appena ebbe il numero, nello stesso istante in cui l'uomo all'altro capo della linea gli diede l'ultima cifra, Bridger grid: - Domani le invio l'assegno! - e stacc il cavo telefonico dalla presa nel muro. Poi, il cuore che batteva forte per il coraggio
- le palle, s - che ci voleva per fare quello che stava per fare, diede un'occhiata da sopra la spalla per assicurarsi che Alex fosse ancora alla scrivania, ancora china sui compiti con la matita rossa e l'espressione concentrata e stupita, prima di prendere il proprio cellulare e comporre il numero. Vi fu la lontana eco del debole ronzio che segnalava la connessione, il fruscio del satellite che orbitava lento nel vuoto bruciante di sole, poi
il click del pulsante che apre la comunicazione e la voce di un uomo disse: - Pronto?
 
PARTE SECONDA.


Capitolo 1.

- S, pronto. Parlo con Alex?
All'altoparlante stavano annunciando un'offerta speciale -
Attenzione! Per tutti i suoi affezionati clienti Smart-Mart ha riservato un' occasione spettacolare al reparto casalinghi: il nostro frullatore modello superdeluxe a tre velocit a soli trentanove dollari e novantacinque, fino a esaurimento scorte - e il fracasso lo distrasse.
In pi Madison gli stava appesa al braccio come un quarto di bue, in overdose da zuccheri, i capelli sul viso, una sbavatura di cioccolato sul mento mentre cantilenava Lo voglio, lo voglio, lo voglio. Natalia dov'era? - Un secondo, - disse al telefono, - non la sento.
Si guard in giro, un'occhiata rapida, il telefono in una mano, Madison attaccata all'altra, e tutt'intorno il solito trambusto che regnava incontrastato - bambini che correvano in giro come selvaggi, grassoni che spingevano carrelli zeppi di schifezze su e gi per le corsie come se si trattasse di una gara o di una loro speciale ginnastica, teste, schiene, spalle, pance, culi, puzza di margarina e zaffate di hot dog - ma finalmente trov una piccola oasi di pace rifugiandosi nel reparto abbigliamento maschile. Si port nuovamente il telefono all'orecchio. - S?
Pronto?
- Alex?
- S. Chi parla?
Vi fu una brevissima esitazione, il tempo di un tic d'orologio, poi la voce all'altro capo della linea scaten un flusso ininterrotto di parole come presa da una sorta di diarrea verbale: -
Sono Rick, volevo solo riprendere quel discorso che abbiamo fatto l'altro giorno...
Non riconobbe la voce. E non conosceva nessun Rick. Madison nel frattempo pass a un falsetto stridulo e zuccheroso:
- Me la compri? Ti prego. Di, Alex, per favore.
- Rick chi?
- James, Rick James. Sai, quello al bar l'altra sera? Il bar in... come si chiama quella via?
Fu in quell'istante che tutto, all'improvviso, ammutol: gli altoparlanti tacquero, Madison muoveva la bocca ma non ne usciva alcun suono, i bambini coi pantaloncini corti correvano silenziosi su e gi per le corsie e perfino i neonati coi visi rossi di rabbia si arrestarono a met strillo. Si sent male. Anzi no, si sentiva come se qualcuno avesse afferrato un coltellaccio e l'avesse aperto in due. Inizi a tremare, e tremava davvero quando premette il pulsante off e fece scivolare il cellulare dietro un espositore di biancheria intima.
Il suo primo istinto fu di trovare Natalia e andarsene da l, infilarsi in macchina e tagliare la corda, ma lo combatt. Non era niente di cui preoccuparsi. No, era qualcosa, era di certo qualcosa, anzi qualcosa di brutto, ma non c'era bisogno di farsi prendere dal panico. E cos avevano il suo numero di cellulare, va bene, era inevitabile. Si sarebbe procurato un altro telefono, non era un problema. Ma cosa sarebbe successo se, in qualche modo, l'avessero rintracciato, se fossero risaliti a casa sua? No, si disse, era una follia. Era al sicuro. Andava tutto bene.
Tutto bene.
Madison, che avrebbe compiuto cinque anni l'indomani e aveva il faccino smorfioso, seducente e affamato di un elfo uscito da una fiaba, di colpo gli lasci andare la mano e si fece scivolare sul pavimento duro e lucido. In quel momento la guard come se non l'avesse mai vista prima, come se non avesse mai visto quegli occhietti contratti in un ben calcolato broncio, occhietti pronti per il sonno - pi che pronti a dire il vero. A quel punto alz la testa e con lo sguardo si mise in cerca di Natalia.
William Wilson aveva trentaquattro anni, era un'artista della pizza, un amante dei bei vestiti e, almeno ai propri occhi, un donnaiolo, anche se la sua ultima donna - la ragazza che aveva preceduto Natalia - prima gli aveva dato una figlia che amava
da star male e poi si era trasformata in una troia bastarda e l'aveva fatto finire in galera. William aveva sempre detestato il nome che sua madre gli aveva imposto, William junior (come suo padre: e questa era gi una brutta cosa di per s): quando faceva le elementari si sentiva gi troppo grande per farsi chiamare cos, William junior, o anche Bill o Billy, per cui insisteva che tutti lo chiamassero soltanto William. Poi alle medie aveva capito quanto William fosse da sfigati e si era fatto comprare un giaccone col nome Will ricamato in bianco sul petto, ma neanche quello sembrava andar bene. Will, William, Bill, Billy: era comunque cos ordinario, banale - o plebeo, una delle sue parole preferite che aveva imparato a lezione di storia, perch se c'era qualcuno che era l'opposto del plebeo, era proprio lui, e Cristo, quanti William Wilson c'erano in un paese delle dimensioni degli Stati Uniti? Per non parlare dell'Inghilterra. Anche l dovevano essercene migliaia. Centinaia di migliaia. E tutti i Guillaume e Wilhelm e Guillermo sparsi per il mondo? Prima della fine delle superiori aveva adottato il nome della madre -
Peck - e nessuno osava chiamarlo in un altro modo, perch aveva la lingua tagliente e anche con mani e piedi non scherzava: a sedici anni era gi cintura nera, e l'unico che a scuola aveva provato a fotterlo, Hanvy Richards, si era ritrovato il naso rotto in tre punti. Peck Wilson, ecco come si chiamava: Peck Wilson. E
come Peck Wilson era andato all'universit locale, si era laureato come chiunque altro, e s'era fatto strada al Fiorentino, un ristorante nella sua citt natale, Peterskill, contea di Westchester, passando da addetto alle consegne a banconista a direttore. E
aveva anche viaggiato, era stato a Maui, a Stowe e a Miami. Aveva assaggiato molte donne nello stesso modo in cui assaggiava bevande e nuovi cibi, mai sazio, mai soddisfatto. Aveva solo venticinque anni ma era gi sulla cresta dell'onda.
Certo, poi aveva incontrato Gina, e tutto era andato in merda.
Anzi, no: bisognava riconoscerle che, grazie al corpo fenomenale che si ritrovava e al piercing sulla lingua dello stesso sapore delle sigarette aromatizzate ai chiodi di garofano che fumava e che glielo faceva rizzare al solo pensarci, aveva fatto ben di peggio che farlo scivolare per una china di merda: era stato un vero tuffo gi per le montagne russe, una cosa da trattieni-
il-respiro-e-buttati in una grossa tinozza di merda su delle
belle rotelle ingrassate di merda anche loro. Ma non voleva pensarci proprio adesso. Voleva pensare a Natalia, la ragazza di
Jaroslav che non ne aveva mai abbastanza di qualunque cosa
- tanto meno di lui, del campione dello shopping, dello zar dei ristoranti, del fenomeno della camera da letto - con quel suo accento russo smozzicato e ansimante che non smetteva di arraparlo e una figlia avuta dal tizio che l'aveva portata qui e le aveva procurato i documenti, uno pi vecchio di lei che non le era mai piaciuto, e figurati se l'aveva mai amato.
Ora erano in macchina, la Z4 che aveva comprato per lei
(nera, decappottabile, con il motore da tre litri e il cambio manuale a sei marce), il bagagliaio pieno del bottino saccheggiato da Smart-Mart e Madison che si dimenava in braccio alla madre.
- Perch ce ne siamo andati cos in fretta? - disse la donna, guardandolo da sopra la testa della figlia. Quando lui non rispose, dato che stava armeggiando con la confezione di uno dei CD che aveva preso mentre lei stava facendo spese (l'ultimo degli Hives, una raccolta di greatest hits dei Rage Against th Machine, pi un paio di dischi reggae che cercava da tempo), Natalia alz la voce e, dal buio in cui era immersa, gli chiese:
- Alex? Mi stai ascoltando?
Gli piaceva da impazzire il modo in cui diceva il suo nome,
o meglio il nome con cui lo conosceva, - gi pesante sulla 1, una pausa sulla e, poi su a colpire la x come il rintocco di una campana
- quindi si pos il CD in grembo e allung una mano per stringere quella di lei. - Non so, tesoro, - disse, - pensavo solo
 che magari avessi voglia di andare in un posto carino, tipo quello dove si mangia il pesce, sai? Non hai fame?
La voce della donna galleggi nel buio verso di lui, leziosa e compiaciuta: - Da Maggio's? Quello a Tiburon?
- Proprio quello, - rispose lui, lasciandole la mano per scalare la marcia. - Voglio dire, se ti va. - Le diede un'occhiata. -
E se va a Madison. Magari lei potrebbe dormire in macchina: mi sembra davvero disfatta.
La donna rimase in silenzio per un attimo. Il motore cantava dolce mentre lui accelerava per prendere la curva. - Non saprei,
- gli disse poi, - non ci sono troppi turisti? C' gi pieno zeppo di turisti dappertutto! E se andiamo da... - E nomin il locale pi caro di Sausalito.
- Lo odio, quel posto.  un posto fasullo del cazzo. Pieno di camerieri che hanno un manico di scopa ficcato su per il culo.
- Ricordava l'ultima volta che c'era stato, l'espressione sulla faccia di quella checca coi capelli tinti quando aveva sbagliato a pronunciare il nome del vino - un Meursault, l'aveva gi bevuto altre volte, accidenti, un sacco di volte, e lui non era mica francese, no?
- A me piace.
- E a me no. Non ci torno manco morto. Ho detto che andiamo da Maggio's. E sono io che guido, giusto?
Il motore della macchina tamburellava sotto di lui, ogni cosa
- ogni dado, ogni bullone e che altro diavolo c'era sotto il cofano
- in perfetta sincronia. L'ingegneria tedesca, ecco quella s era uno spettacolo, lo faceva sentire invincibile. Armeggi per un attimo con uno dei CD di musica reggae - un vecchio disco di Burning Spear che il suo compagno di cella ascoltava di continuo - e poi glielo pass. - Darmi una mano, magari? - disse, e la voce dolce, fumosa, aritmica di Natalia sbuc di nuovo dal buio. - Certo, - gli disse, - certo, tesoro, dammi qui. Maggio's va benissimo, davvero, - le luci che sfrecciavano dietro i finestrini, la nebbia che saliva dalla baia, Madison che trova la sua nicchia tra le braccia della madre, i capelli illuminati dal lampo dei fari delle macchine che incrociavano. E dopo un momento, eccolo: il primo, leggero risucchio del russare di un bambino sazio della giornata.
Ebbe la testa altrove durante tutta la cena, ma Natalia se ne accorse a malapena. Chiacchierava di qualche nuovo elettrodomestico che le serviva - un nuovo microonde, ecco cos'era, perch quello vecchio, quello che aveva gi trovato nella casa, era antiquato e ci metteva quasi cinque minuti a far bollire una tazza d'acqua per un t e non  che lei si fidasse troppo dei prodotti Smart-Mart dato che era un posto cos dozzinale, non credeva anche lui? - e la lasci continuare in quella rapsodia d'acquisti come se per lui fosse musica. Se era contenta di comprare cose, allora lui era contento di pagarle per lei. Era una sensazione che gli piaceva, quella di provvedere a lei - specialmente a confronto con Marshall (l'idiota con cui stava prima e che non
era il padre di Madison), uno cos tirchio e meschino che Natalia non voleva neanche iniziare a parlarne, anche se poi lo faceva regolarmente. Era uscita due volte per andare alla macchina a controllare la bambina e concedersi un tiro di sigaretta ma riusc a farsi trovare seduta quando arrivarono gli antipasti. Lui non disse niente, si limit a guardarla mentre spiegava il tovagliolo di lino candido con un colpetto del polso, le spalle nude,
lo sguardo che dardeggiava per la sala: nel suo elemento, era assolutamente nel suo elemento. Il vapore si sollevava dai loro piatti. Uno dei camerieri si materializz sopra la spalla di lei
- Del parmigiano grattugiato? Del pepe nero? - e svan. Natalia si stese il tovagliolo in grembo e assaggi il vino. - Parli poco stasera, tesoro, - gli disse, scoccandogli un'occhiata di sbieco come se fosse meglio esaminarlo da quell'angolatura. - Tu ha qualcosa che non va? Di solito a te piace questo posto, no?
Gli piaceva quel posto. Magari non era nella top ten dei ristoranti di Sausalito, ma il menu era ricco e lo conoscevano - lo conoscevano tutti - perci anche se c'era una coda di turisti o chi per loro in attesa, per lui c'era sempre un tavolo pronto nel momento stesso in cui entrava nel locale. Ed era cos che doveva essere. I suoi soldi erano buoni come quelli di chiunque altro, lasciava mance abbondanti, indossava sempre una bella giacca di Armani quando andava l per cena e la sua ragazza era uno schianto - avrebbero dovuto pagare lui anche solo perch sedesse al bar. Aveva scelto del tonno saltato in padella, a suo parere il piatto forte del men, che veniva servito sopra un letto di pure di patate all'aglio e anelli di cipolla fritti con una guarnizione di verdure nane grigliate; lei invece aveva scelto il misto di mare. Il tonno sembrava buono, di prima qualit, ma non prese la forchetta. Invece prese il vino, la seconda bottiglia della cena, un Piesporter che da sempre desiderava assaggiare, ed era buono, leggero e frizzante al palato, molto freddo con il lieve accento dolce che un Riesling dovrebbe sempre avere. - S,
- disse, - questo posto  fantastico.
Natalia stava accuratamente tagliando in due un medaglione di aragosta. Quando si sporse in avanti i suoi orecchini rifletterono la luce, e lui la vide inquadrata come sullo schermo di un cinema, come se la guardasse attraverso l'occhio selettivo della telecamera che abbellisce la scena fino a far luccicare
la grana della boiserie alle sue spalle, a far scintillare il cristallo dei suoi orecchini: poi lo sguardo della donna si sollev a incrociare il suo. Glieli aveva comprati lui, gli orecchini, dei lampadari in oro bianco con una costellazione di diamanti da quattordici carati, per sistemare le cose dopo il loro primo litigio: la sera stessa li aveva indossati a letto senza nient'altro addosso.
- Tu non hai un aspetto buono... come uno che, non so, non si sente proprio bene adesso. Non ha fame? Sei malmostoso?
Non pot trattenere un sorriso. Dentro di s era ancora agitato per quella testa di cazzo dall'altra parte del telefono - Rick James, s, certo, il cantante, il re del funk in persona - ma dovette concederglielo: riusciva sempre a farlo sorridere. Malmostoso.
Dove cazzo era andata a pescarla, una parola del genere?

- Non  niente, tesoro, - mormor, prendendole una mano (una mano grande quasi quanto la sua, tra l'altro, con lunghe dita rapaci e unghie viziate da due diverse sfumature di smalto, come se una luna color cobalto stesse tramontando dietro a un pianeta color maraschino in dieci diverse fasi). Lei gliela strinse e accost le labbra alle sue nocche.
- Ecco, - disse, tutta uno sfavillio, gli orecchini, il tessuto leggero del vestito, gli occhi, le labbra, - vedi? Con me tu va meglio.
Ma non andava meglio. Si sentiva scontroso, di cattivo umore, pronto a scagliarsi contro il primo che passa. Liber la mano dalla stretta della ragazza, prese la forchetta e sparpagli le scaglie di carne rosea e abbrustolita per tutto il piatto. - Hai il telefono? - chiese di punto in bianco. Natalia stava bevendo il vino, il piedistallo del bicchiere sospeso come un colibr sopra la gemma delle sue labbra. Le piaceva il vino. Ancora pi che a lui. Le piaceva anche la vodka. - Perch? Hai perso il tuo?
L'uomo scosse la testa, allungando la mano aperta verso di lei. - L'ho lasciato sul cassettone.
- Ma no. Tu ce l'aveva quando siamo a bere al Bridge. Prima di Smart-Mart. Ricordi? Tu ha chiamato per cancellare la lezione di piano di Madison, ricordi?
- Forse l'ho lasciato in macchina.
Un sospiro teatrale, l'accigliarsi divertito seguito da un prolungato sguardo di rimprovero, di materna disapprovazione: s, e non era proprio quell'aria materna a rovinarle? Ad elevarle
allo status di so-tutto-io e faccio-tutto-io, riducendo, al contempo, chiunque altro, persino i nonni, i dittatori e gli assassini prezzolati, al livello di bambini incapaci? Mentre lei affondava la mano nella borsetta per prendere il cellulare, gli esplose nel cervello un lampo di rabbia che si propag in ogni direzione come una scarica di fulmini. Gliel'aveva strappato di mano? Forse.
Forse s. - Devo fare una telefonata, - disse, trattenendo a stento la rabbia che gli affiorava nella voce. - Torno subito.
Si stava dirigendo verso il bagno, passando a fatica attraverso un gruppo di tizi dall'aria avvocatesca ammassati al bar - tra i trenta e i sessant'anni, orecchie a sventola, facce lucide come zucche di Halloween, tronfi della loro importanza, bicchieri di Glenfiddich in mano e puttane al fianco, puttane con la laurea
(Berkeley, Stanford, forse persino Vassar) quando il suo sguardo inquadr la porta e li vide stagliarsi la figura di una bambina sul tappeto dell'ingresso, accanto alla postazione della receptionist, con un faccino buono per una tragedia. Madison era a piedi nudi, il prendisole tutto storto, la nuova bambola che ciondolava appesa per i capelli a un piccolo pugno serrato. Dalla porta aperta filtrava penetrante l'odore del mare, un odore di marciume e di frigoriferi per lo stoccaggio del pesce, che gli ricord dove si trovava e quanto costava vivere in un posto in cui si poteva avere quell'odore ogni volta che lo si desiderava, giorno e notte. La bambina stava piangendo. No, piagnucolando. Riusciva a sentirne il piagnisteo cantilenoso, simile alla voce di uno strumento ad arco - di un violoncello o di un violino - che suona all'infinito la stessa triste melodia. Nel quadro entrarono improvvisamente due coppie: apparvero alle spalle della bimba con espressione perplessa e seccata, come se fossero inciampate in qualcosa, mentre la signorina dell'accoglienza - Carmela, diciotto anni, alta, snella, un seno spettacolare, da sembrare la sorella minore di una modella - era china sulla bambina. Era palesemente sconcertata ma cercava di rassicurare la bimba in qualche modo.
Fanculo, pens, che se ne occupi Natalia, e vir a sinistra, andando quasi a sbattere contro una donna con la faccia da pesce con indosso un abito nero da cocktail e una collana di perle adagiata sopra un chilometro di tette praticamente al vento, e che tornava dalla toilette delle signore. - Oh, - farfugli la
donna come se si trovassero su un campo da football e lui l'avesse travolta sbattendola violentemente a terra,
- oh, scusi, - e bast quello - quel movimento, quel piccolo
contrattempo -
per sentire Madison che strillava alle sue spalle, voltarsi e vedere la bambina correre verso di lui in preda ai singhiozzi.
Nel locale tutto si immobilizz, ogni testa si sollev per scoprire cosa fosse quel trambusto, persino i camerieri si voltarono a guardare mentre facevano levitare i vassoi, bloccandosi a met del gesto. Uno degli avvocati doveva aver detto qualcosa: ci fu una risata, da parte di tutto il gruppo, al bar alle sue spalle, ma lui non la registr, perch Madison venne dritta verso di lui, scossa da singhiozzi feroci ed esplosivi, i piedini nudi e sporchi che schiaffeggiavano dolcemente il pavimento, quel campo minato di stivali e mocassini e tacchi, finch gli si abbarbic a una gamba come un... come si chiamavano quei pesci che si appiccicano agli squali? - Dottor Halter,  tutto a posto? - gli chiese uno dei baristi, ma lui lo ignor.
Probabilmente la sollev con troppa energia, d'accordo, perch, di fatto, la bambina scoppi di nuovo a piangere, ma lui si era limitato a sollevarla di peso mentre scalciava, a infilarsela sotto un braccio e a portarla a Natalia come fosse qualcosa che aveva catturato nella giungla e domato. Tutti ridevano di lui,
lo sentiva, tutti quelli che c'erano nel locale, ridevano tutti.
Nella toilette degli uomini c'era un vecchio stronzo coi capelli bianchi che si asciugava con attenzione le mani grasse e arrossate come se temesse che gli si potesse staccare la pelle.
Peck gli rivolse un'occhiata cos carica d'odio purissimo e di incontenibile violenza che l'uomo usc camminando all'indietro come un gambero. La porta si richiuse lasciandolo solo, circondato da marmo, fiori freschi e un profumo intenso di denaro coniato con l'unica funzione di essere sminuzzato e vaporizzato nell'ambiente. Ah, s, e la musica - era opera lirica quella diffusa dagli altoparlanti. Per un lungo istante rimase immobile a guardarsi allo specchio, lo sguardo vacuo, che non registrava nulla, come se non riconoscesse n se stesso n il luogo in cui si trovava. Poi realizz di avere ancora il telefono in mano,
il telefono di Natalia, quello che lei teneva appiccicato all'orecchio sedici ore al giorno facendo andare la bolletta alle stelle quando parlava con la sorella in Russia e col fratello a
Toronto e con la sua migliore amica Kaylee la cui figlia frequentava
lo stesso asilo di Madison. Lo studi, tenendolo nel palmo della mano come se non l'avesse mai visto prima, come se non fosse stato lui a sottoscrivere il contratto per avere 1000 minuti di conversazione gratis e a usarlo come una derivazione del proprio ogni volta che doveva controllare i risultati del baseball o piazzare una scommessa o raggranellare qualcosina tanto per rendere il pomeriggio pi piacevole, con nient'altro da fare che starsene seduto al sole sul terrazzo a guardare la pancia abbronzata di Natalia e le sue gambe affusolate, perch dopo tutto quanto sesso puoi fare prima che diventi cieco e sordo e ti cada l'attrezzo?
Sent qualcuno alla porta - un altro vecchiaccio - e disse:
- Un minuto, insomma.  troppo chiedere un cazzo di minuto di privacy? - Poi apr la mano e cominci a sbattere il cellulare contro le piastrelle di marmo della parete che aveva di fronte, e continu a sbattere finch in mano gli rimase poco o niente, dopo di che butt a terra i resti e li schiacci col tacco.
Pi tardi, quando furono tornati a casa e Natalia, dopo aver messo a letto Madison, si fu sistemata davanti alla televisione
(Tutto bene, signore? Vuole che le confezioni gli avanzi per il cane, dottor Halter? No, non serve. Li dia a qualche povero disgraziato, magari), prese una bottiglia di birra, se la port nella stanza che usava come ufficio e accese il computer. And sul sito della T-M, digit la propria password e fece apparire il proprio conto - pagamenti scaduti in corso e avvisi di interruzione del servizio - per vedere che cosa poteva scoprire.
Era diventato pigro o imprudente o che cavolo e ora aveva messo tutto in pericolo: era stato un idiota, un idiota, un idiota. Per pi di un anno era stato attento a pagare tutti i conti addebitati a Alex Halter in modo che non succedesse niente del genere, ma di recente aveva avuto qualche problema di cassa - l'appartamento, la nuova macchina, Natalia sempre al telefono e lo shopping e il parrucchiere e mangiare da Jack e da Emilio e tutto il resto - e le cose, s, ecco... gli erano sfuggite di mano. E
adesso gli stavano addosso. Cristo, il solo pensiero lo rendeva cos furioso - gli bruciava, davvero, lo faceva incazzare - che
riusc a malapena a impedirsi di sradicare il computer dalla scrivania e farlo volare fuori dalla finestra perch non gli dava le risposte che voleva. Fiss lo schermo, il suo conto, le chiamate in entrata e in uscita - in entrata, in entrata - ma non c'era niente di pi recente della chiusura dell'ultimo periodo di rendicontazione.
Voleva assolutamente quel numero. Il numero di quello stronzo di Alex Halter - o del poliziotto, del detective
o chi cazzo era quello stronzo di Rick James - e non aveva nessuna intenzione di aspettare le bollette n intendeva andare al negozio T-M per pagarla. No, quel che voleva fare era procurarsi un telefono nuovo a nome di qualche altro sfigato e non l'avrebbe saputo nessuno tranne forse Natalia (Non mi ridai
il telefono, Alex? gli aveva chiesto appena risaliti in macchina;
No. Mi serve perch aspetto una chiamata, ok? Vedi di non starmi addosso, eh?).
Ma prima ancora, pens, doveva fare un'altra cosetta, una piccola seccatura, ma niente di rischioso, no. Quel che doveva fare, per prima cosa l'indomani mattina, ancor prima di stipulare un nuovo contratto telefonico e avere i suoi 500 minuti gratis e le
chiamate gratuite nel weekend, era fiondarsi da Smart-Mart e
andare nel reparto abbigliamento maschile. Era stato frettoloso, impulsivo. Non aveva riflettuto. Ma riusciva gi a immaginarlo, uno di quegli sgobboni che fanno un lavoro ingrato come riempire gli scaffali o spingere uno spazzolone e - Ehi, amico, mi pu dare una mano? Ho appoggiato il mio cellulare su questo espositore perch avevo le braccia cariche di tutta questa bella biancheria di Hanes e mi sa che mi  caduto l dietro, gi, s, dietro quel divisorio. Ehi, grazie, amico, merci beaucoup -.
Gi, e poi l'avrebbe buttato davvero, ma solo dopo aver richiamato dal menu le Chiamate Ricevute e aver preso il numero di quel buffone. Perch chi era quello cretino qui, chi era quello sveglio adesso, chi stava fottendo chi?
 
Capitolo 2.

- E com'era?
Bridger si strinse nelle spalle. Alex gli guardava le labbra.
- Non so - una voce qualunque, credo.
Era tardo pomeriggio, lei era a pezzi, abbattuta, si sentiva cos svuotata che se avesse avuto una spia della benzina avrebbe segnato in riserva, ma almeno aveva finito di correggere
i test, li aveva consegnati e aveva registrato i voti. Erano al ristorante e offriva Bridger. Il silenzioso sbandare dei camerieri e l'onda di piena dei clienti al bar che montava e recedeva, le offrivano una sorta di benefico massaggio oculare tanto che, mentre si versava il secondo bicchiere di birra, cominci a sentirsi resuscitare. Le era sempre piaciuto quel posto - vecchi divani e tavolini bassi, musica rock ad alto volume (molto alto: percepiva le vibrazioni nella bottiglia di birra, nei cuscini, nel tavolo, riusciva quasi a visualizzare l'aria che si frantumava attorno a lei) e una clientela prevalentemente giovane gentilmente offerta dalla locale universit. Era semibuio, alle pareti c'erano dei quadri astratti che davano l'idea di essere stati dipinti di fretta, era poco costoso e di buona qualit. Lei aveva ordinato risotto, pi o meno l'unica cosa che poteva mandar gi senza dover masticare; Bridger stava mangiando la pizza, base e fondamento della sua dieta.
- Tu ci senti, - disse sporgendosi verso di lui, - e non sai fare meglio di cos? Di, com'era la sua voce?
Anche lui si chin verso di lei, ma con un'espressione perplessa: non l'aveva sentita. Colpa della musica. - Cosa? - fu la prevedibile domanda che le fece.
Lei gli sorrise. - Proprio come la sera in cui ci siamo conosciuti.
- Cosa?
Glielo ripet a segni e lui ribatt nello stesso modo: Che vuoi dire?
Sei sordo anche tu.
Bridger aveva una testa grossa come il bastione di un castello, sul serio, e i capelli irrigiditi dal gel erano la merlatura di quel bastione, ma quando lo vedeva in una certa luce, i suoi lineamenti le apparivano raccolti come quelli di un bambino. Era cos anche in quel momento. Aveva l'espressione di un bambino perplesso, inconsapevole, ma lasci che a poco a poco i gesti di lei gli formassero delle parole in testa, il significato si facesse strada attraverso i suoi circuiti cerebrali, e poi tornasse indietro, verso gli occhi, nella forma di un barlume di consapevolezza.
- Ah, gi, - disse ad alta voce. -  vero.
Ma com'era?

Un'alzata di spalle. Tranquillo.
Tranquillo? Il bastardo che mi ha fregato l'identit  tranquillo?
Un'altra alzata di spalle. Bridger si port la birra alle labbra per darsi il tempo di mettere insieme una risposta, poi la pos con attenzione e disse qualcosa che lei non colse.
Cosa?
I suoi segni erano goffi, slegati e approssimativi, ma li trovava teneri perch erano i suoi. Sospettoso.
Ti  sembrato sospettoso? Tranquillo e sospettoso?
La gente li guardava - la ragazza al tavolo accanto cercava di non fissarli ma dava di gomito al ragazzo che era con lei, entrambi studenti con piccoli Mickey Mouse identici tatuati sul lato inferiore del polso sinistro. La gente li fissava sempre, apertamente o di nascosto, quando parlavano a gesti, e quando era pi giovane
- specialmente nei momenti pi difficili dell'adolescenza -
era una cosa che la faceva soffrire. Era diversa e non voleva esserlo.
Non a quei tempi. Non quando la pi piccola variazione nell'abbigliamento o nel taglio di capelli riverberava in tutta la classe. Ora non ci faceva pi caso. Lei era sorda e loro no. Non avrebbero mai saputo che cosa ci potesse significare.
Bridger diede l'ultima alzata di spalle, stavolta pi significativa: s.
Alex pronunci il suo nome coi segni, un gesto che era allo stesso tempo intimo e formale: intimo perch era una cosa
personale, perch lo aveva chiamato per nome invece di puntare l'indice destro per dire tu e formale perch aveva lo stesso effetto di quando un genitore o un insegnante esprimevano il proprio disappunto usando il tuo nome giusto, per intero. Charles invece di Charlie. William invece di Billy. Bridger, gli disse a gesti, non stai comunicando.
Guard la bocca di lui aprirsi in una risata, si godette il brillare delle luci del bar riflesse sull'oro dei suoi molari.
E se non comunichi come facciamo a rintracciare il cattivone?
Risero entrambi, e la risata di lei, forse, fu esagerata e fuori controllo - le risate della maggior parte dei sordi venivano descritte come bizzarre, cavalline, folli - ma Alex non aveva modo di saperlo e non gliene poteva fregare di meno. Il locale era caldo. Era rumoroso. Un tizio al bar si gir a guardarla.
- A parte gli scherzi, - disse lei ad alta voce. - Il prefisso era 415?
- Cosa?
- Quattro-uno-cinque?
Bridger annu. La musica poteva superare la barriera del suono, i piatti potevano sbatacchiare sugli scaffali, la gente poteva correre a cercare riparo e le montagne rotolare nel mare, ma un banale cenno d'assenso funzionava sempre.
-  un prefisso della zona della Baia.
- Giusto, - disse lui, e si avvicin cos tanto che lei poteva sentire il suo respiro sulle proprie labbra. - Seguito dal 235.
Un altro numero. Lei lo colse e lo ripet. - Due-tre-cinque?
- Lo stesso di Andy, sai il mio amico Andy, quello del college.
- Quindi  un numero di Marin?
- S, - conferm lui. - Marin.
Venerd mattina ebbe l'ultima lezione del semestre e non prov altro che sollievo. Erano studenti del primo anno, per cui non ci fu quello strappo che aveva provato gioved coi diplomando quelli che stavano per uscire nel mondo l fuori e farsi una vita senza di lei. Questi studenti, invece, li avrebbe rivisti l'anno prossimo, quando sarebbero stati pi alti, pi forti, pi saggi, e lei avrebbe insegnato loro delle parole nuove, parole che
dalla carta sbocciavano nelle loro menti attraverso il silenzioso ritmo del giambo, naturale come respirare, Dimenticai le labbra che con queste mie baciai. Mentre raccoglieva le sue cose, scegliendo fra libri, fogli, videocassette, non pot reprimere un'improvvisa sensazione come di euforia, simile a quella che un corridore deve provare quando taglia il nastro del traguardo: il suo primo anno ormai alle spalle, la lunga pausa estiva davanti a s e il dolore per quanto era accaduto lo scorso fine settimana cominciava a sbiadire.
Gli altri insegnanti andavano a pranzo assieme in un locale che si affacciava sull'oceano per festeggiare la fine dell'anno con vongole al vapore, fritto misto con patatine e una dose di alcol giudiziosa e dal valore assolutamente medicinale, ma lei doveva andare dal dentista. Pi precisamente dall'endodontista. Canale pulpare. Un semplice spondeo. Non era una profonda metafora di qualcosa: semplicemente la radice del dente affondava come la radice di un albero nella mandibola, e di l il dolore veniva comunicato dal nervo vivo al talamo; il canale doveva essere raschiato grazie ai premurosi servigi degli strumenti del dottor Stroud e, nonostante le fosse risparmiato il rumore che tanta paura faceva agli udenti, la puzza della cauterizzazione avrebbe risalito le sue narici come per chiunque, mentre la struttura ossea del suo cranio avrebbe comunque vibrato della polverizzazione sismica del trapano. E il dolore - no, quello non comprendeva alcuna componente uditiva. L'avrebbe sentito come chiunque altro, forse di pi. Riusciva a vederlo come un'aura, il dolore, a sentirne il sapore. Dolore. Ovviamente Bridger ne aveva una percezione diversa - e poteva anche permetterselo, dato che non era lui a dover subire quell'ordalia dentale. La sera prima, tanto per rassicurarla, le aveva raccontato dell'ultima volta in cui era stato dal dentista: nel giro di tre minuti dall'inizio della tortura aveva gi fatto tutti i nomi e aveva confessato ogni segreto, ma quel mostro aveva continuato a trapanare imperterrito. Alex gli aveva risposto a segni, la mano destra aperta, il palmo rivolto verso di s, le dita verso l'alto, poi aveva portato i polpastrelli alle labbra muovendo la mano nel gesto di mandare un bacio per finire col palmo rivolto verso l'alto: Grazie. Poi, ad alta voce: - Per aver condiviso con me
quest'esperienza.
Dopo il loro scontro di marted era riuscita a non incrociare Koch fino ad allora, ma proprio mentre si affrettava lungo il corridoio, in ritardo, le braccia cariche di due scatole di cartone zeppe di libri e fogli, la valigetta che le sbatteva sulla coscia destra mettendosi di traverso, il preside sbuc dal proprio ufficio.
Un incrocio di sguardi - lui vide lei, lei vide lui - non c'era modo di evitarlo, e le labbra dell'uomo cominciarono a muoversi.
Ma Alex non seppe mai se il preside stesse masticando un chewing-gum o recitando un monologo tratto dal Riccardo III, se le stesse porgendo le scuse che le doveva o, al contrario, una minaccia o un insulto, e non lo seppe mai perch abbass lo sguardo e lo super come se l'uomo fosse una figura uscita da un sogno.
Dato che iniziarono in ritardo, il dottor Stroud le risparmi
i soliti dieci minuti di battute, pettegolezzi e notizie fresche e la piazz sulla sedia pi rapidamente che pot. Continu comunque a muovere la bocca per tutto il tempo, facendole una testa cos col tamponamento della moglie (a Alex piaceva quella parola, tamponamento, il modo in cui la lingua e le labbra si muovevano per comporla) al mercato la settimana prima - c'era andata per i fiori recisi, andava matta per i fiori recisi, ma anche per le barbabietole e i broccoletti e le aveva mai raccontato di quella volta che era rimasta senza benzina nel bel mezzo della parata del quattro luglio e un fornitore impaziente di verdure formato mini ma con prezzi da boutique l'aveva tamponata facendo retromarcia con la sua Suburban da tre tonnellate e mezzo? O almeno quello era il senso generale, i broccoletti le avevano dato qualche problema ed era rimasta indietro di un paio di frasi. Prima che il dottore le applicasse quel foglio di gomma che i dentisti chiamano diga e quell'arnese di metallo
 che la obbligava a starsene con le mascelle spalancate, Alex fu in grado di rispondere che i broccoletti erano la sua verdura preferita, saltati in padella con olio d'oliva, aglio tritato, scalogno e una spruzzata di senape di Digione e che sperava che il danno alla macchina non fosse stato troppo serio, ma a quel punto il dottore era gi passato a un nuovo argomento, a qualcosa di dentale - o endodontico? - per quanto riusc a cogliere, qualcosa di serio, comunque, perch le sue sopracciglia andarono a cozzare l'una contro l'altra e le sue pupille si rimpicciolirono.
Un attimo dopo sia il dottore che la sua assistente alzarono la mascherina facendo schioccare l'elastico sistemandosela sulla bocca: Alex sent la puntura dell'ago che penetrava nella gengiva e da li in poi ogni comunicazione cess.
Due ore su quella sedia. Trapano, escavatore, posizionamento della matrice e fissaggio della corona provvisoria: due ore che chiunque altro avrebbe considerato buttate. Ma non Alex. Come Bridger tendeva a sottolineare appena possibile - usando il termine in senso negativo - lei era una personalit di tipo A, come se in questo ci fosse qualcosa di cui vergognarsi, come se la civilt non fosse stata costruita sulle schiene dei tipi A, come se gli eserciti non fossero stati comandati da loro, e non fossero dipesi da loro i progressi nei laboratori, nelle sale da concerto, nelle universit, negli ospedali e in qualunque altro luogo.
Rallenta, le dicevano - Bridger in particolare - rilassati e vivi il presente, ma loro erano tipi B, erano gli scansafatiche.
Come Bridger. E c'erano solo due tipi? No, pens, ci doveva essere un tipo C, C come criminale. Quell'uomo che la fissava dalla foto sul fax che aveva visto alla stazione di polizia, quello era un tipo C: nessun bisogno di fare e costruire qualcosa, non devi neanche startene sdraiato ad annusare le rose, quando puoi limitarti a rubare tutto quanto.
Quindi lei era un tipo A. Con due ore a disposizione. Capiva che concentrarsi sarebbe stato piuttosto difficile, date le circostanze, con le dita del dentista in bocca e il viso dell'infermiera che galleggiava in aria nel suo campo visivo come una luna col suo sole - nessun udente ce l'avrebbe fatta - ma lei era brava a chiudere fuori il mondo, anzi, una vera campionessa, e si era portata dietro la sottile risma di fogli che costituiva Il ragazzo selvaggio. Era trascorsa pi di una settimana da quando aveva avuto la possibilit anche solo di pensarci in modo proficuo, e questo la tormentava. Non che potesse scrivere, in quelle circostanze - non c'era realisticamente un modo per farlo e non ci contava neanche - ma quel che Bridger non capiva era quanto fondamentale fosse rivedere e correggere, rientrare nel mondo che aveva creato e farsi strada verso una destinazione che non riusciva nemmeno a immaginare.
Il trapano faceva il suo lavoro, la diga teneva. Il dottor Stroud scavava. L'infermiera guardava. Allora Alex sollev il
manoscritto con una mano e non fece pi caso a loro due, lasciandosi trasportare lontano lontano, verso un luogo totalmente diverso, un luogo in cui non era Alex Halter della Scuola per Non Udenti di San Roque, ma un bambino di undici anni, un ragazzino senza nome, nudo, che si affidava unicamente ai propri sensi. Aveva una cicatrice sulla gola, un'isola di carne sollevata e scabra che lui continuava a toccarsi, una cicatrice che precedeva tutte le altre e lo riportava al momento in cui si era svegliato per la prima volta in mezzo agli alberi ondeggianti, al fragore ritmico degli uccelli e degli insetti, alla prima volta che si era sintonizzato sulla violenza del vento tra i rami e sul timbro di ogni nota cantata dalle fronde. Viveva in Francia, nella foresta inesplorata di La Bassine, ma non lo sapeva.
Viveva 1800 anni dopo la morte di Cristo, ma non sapeva nemmeno questo. Tutto ci che sapeva era scavare nella terra in cerca di larve e tuberi, ingozzarsi di bacche, cavallette, rane e lumache, accovacciarsi in un nido di foglie per ascoltare la sinfonia dell'aria e le melodie suonate dai ruscelli, per ascoltare gli insetti del giorno e gli insetti della notte, la terra che girava per lui solo e nessuna voce, nessuna parola a intromettersi...
Ma il dottor Stroud era l, si scostava da lei, via la maschera, e le sorrideva, compiaciuto per il lavoro ben fatto. Anche l'infermiera stava sorridendo. - Non  andata troppo male, vero?
- le disse, attento a muovere le labbra, i denti e la lingua in modo da farsi capire bene.
- No, - disse lei, le labbra gonfie e insensibili, - per niente.
- Bene, - disse lui, - bene. Be', lei  una paziente modello, se lo lasci dire -. Le sue sopracciglia si sollevarono. Si afferr le mani e le alz sopra le spalle, agitandole avanti e indietro a celebrare il comune trionfo. - Se dovesse aver male, prenda
dell'Advil. E non faccia niente di troppo impegnativo - s giusto, aveva detto impegnativo - per il resto della giornata. Si prenda del tempo libero. Si metta in poltrona. Si rilassi.
Alex annu, la bocca congelata nel ghigno indotto dall'anestetico.
Poi il dottore si lanci in una dettagliata spiegazione su una paziente, di cui non voleva fare il nome per discrezione
professionale, ma che era una specie di ipocondriaca - su questa parola la sua bocca si spalanc: ma quella fu anche l'ultima cosa che Alex cap perch il dentista si perse nel discorso e cominci a parlare cos velocemente che anche un udente avrebbe fatto fatica a capirlo. Le arriv un termine - chiacchierone
- e le scapp un sorriso, e pazienza se il dottore ne equivoc il motivo. Ora era di nuovo in piedi, alla porta, e lui stava ancora blaterando, ma per quanto ne cap Alex, avrebbe potuto anche solo masticare un chewing-gum.
 
Capitolo 3.

Madison non c'era, era a lezione di piano, Natalia prendeva il sole sul terrazzo mentre lui, appoggiato al marmo nero della cucina, mescolava il secondo giro di Sea Breeze. Se ne stava l, come raccolto in un bozzolo di silenzio (il CD avrebbe avuto bisogno di un colpetto, ma non aveva voglia di darglielo), e si godeva uno di quei momenti in cui il mondo ti si spalanca davanti, in cui ogni piccola scocciatura quotidiana sembra scomparire e il pianeta si dispone sul proprio asse, perfettamente in equilibrio, precisamente ora, davanti a te. Non che fosse ubriaco, non ancora almeno. No, non era quello. Era solo sintonizzato sulle piccole cose, ecco: il sapore dell'aria salata attraverso la porta finestra spalancata, la sensazione del sottile strato di ghiaccio sulla bottiglia di Grey Goose appena tolta dal freezer, il profumo del lime tagliato a met, la dolcezza del succo di mirtillo e la nota acidula dell'ananas nella caraffa. Guard al di l della palude di acqua salata, verso la baia che si stendeva pi in basso, la luce che sembrava uscita da un dipinto - mille sfumature, dalle pi pallide, secche, quasi artiche strisce della ringhiera in ferro battuto del terrazzo al ricco oro tropicale che si riversava sulla chaise longue e sul corpo di Natalia, fino all'irraggiungibile candida purezza delle vele gonfiate dalla brezza.
Per cena aveva intenzione di preparare pettini di mare brasati con scalogno e aglio, insieme a una salsa che aveva imparato a fare quando bazzicava il ristorante (sfumare i pettini col vino bianco e uno spruzzo di sherry, aggiungere una noce di burro, incorporare della panna a fuoco vivace e far ridurre fino a un quinto del volume iniziale). Pensava di accompagnare il tutto con del riso insaporito dal brodetto del pesce, sherry e olio di sesamo, e magari un'insalata e dei broccoletti saltati per
contorno. Una cosina semplice. Certo, avrebbe potuto fare qualcosa di pi elaborato, perch in fondo stava andando tutto bene e aveva tutto il tempo del mondo: tuttavia, a volte, si ha solo voglia di una cosina semplice, senza troppi sapori che si sovrappongono.
Magari avrebbe preparato delle pagnottelle, se gliene veniva voglia, e avrebbe potuto anche preparare un dessert, ma niente poteva superare dei lamponi freschi affogati nella panna con un pizzico di zucchero e, per esaltarne il gusto, una spruzzata di brandy.  cos che dovrebbe essere la vita, senza scocciature, stress e preoccupazioni, bisognerebbe aver tempo a volont, tempo per passeggiare al mercato, in un'enoteca, tempo per concedersi un cappuccino e un croissant con la propria donna in una mattina di sole, tempo per affettare, tagliare a cubetti e far appassire in padella, per preparare un buon pasto per l'amica di Natalia, Kaylee, e suo marito - come si chiamava?
Jonas, s, Jonas. Non era male, quel tipo, per essere uno sfigato.
Avevano una catena di piccole palestre - per il Pilates e stronzate simili - e gli sembrava che se la passassero bene. Almeno apprezzava la buona cucina e una buona bottiglia di vino, almeno non gli toccava sprecare il proprio tempo in cucina per due nullit assolute.
La luce cambi. Il mondo riprese a girare. Il suo sguardo pass su Natalia e vide il sole sulle sue gambe, lo splendore, la geometria della perfezione. Poi torn al lavoro che aveva per le mani: tagliare due fettine di lime verde chiaro per decorare i drink.
Quando suon il campanello era tutto pronto. Madison era tornata dalla lezione di piano, aveva mangiato e s'era messa in pigiama, avevano anche gi scelto le cassette da vedere, mentre le padelle erano pronte sui fornelli con i pettini da cuocere.
Natalia si alz dalla chaise longue in bikini e, coperta da un'ampia blusa di chiffon, scivol attraverso la porta finestra come spinta dalla brezza. Era il suo modo di muoversi - ogni cosa a suo tempo, con calma, Non mettermi fretta, guardami e basta. Lui sent i saluti alla porta e usc dalla cucina con in mano due cocktail appena preparati. La bambina - la figlia, Lucinda - schizz in camera di Madison e Kaylee, una bionda ossuta con piccoli occhiali dalle lenti fum e un ricciolo di capelli fermati in un
nodo, lo attir a s per abbracciarlo. - Ehi, - gli disse, - abbiamo appena visto una cosa incredibile in strada, un uccello bianco
- Jonas dice che era un'egretta - che se ne stava sulla riga gialla come se fosse in mezzo a un fiume o qualcosa del genere.
Peck le porse un Sea Breeze, mentre stringeva la destra del marito tenendo l'altro bicchiere nell'incavo tra pollice e indice della mano sinistra. - Ehi, - gli disse, e il marito - capelli a spazzola, pizzetto, grasso dall'anellino all'orecchio in gi - gli restitu il saluto.

- Era un'egretta, vero, Jonas? - stava chiedendo Kaylee.
-  un uccello bianco, - disse Natalia, chinandosi per indicare con la mano un punto a circa sessanta centimetri dal pavimento mentre i suoi seni, in bella mostra, si agitavano nel bikini,
- alto pressappoco cos, no? ne vediamo continuamente, -
afferm, rialzandosi. - Col binocolo. Sono comuni. Molto comuni da queste parti.
- Davvero? - Kaylee sollev le sopracciglia e port il cocktail alle labbra. -  veramente bellissimo, per, - mormor con l'orlo del bicchiere posato sulle labbra. - Ha qualcosa di magico, capite cosa voglio dire?
Il marito no. Continu a sorridere e aggiunse: - Ma forse dovremmo catturarne uno e imbalsamarlo, da esporre
al Corte Madera.
- Di, Jonas, - disse la moglie, facendo una smorfia. Si rivolse a Peck in cerca di approvazione. Lo fecero entrambi a dire il vero, anche il marito, tutti bloccati l, a bere vodka e a chiacchierare di uccelli.
- Certo, perch no? - ribatt Peck. - E magari gi che ci siamo possiamo imbalsamare qualche turista.
A cena la conversazione vert su un'intera batteria di argomenti insulsi, dalle macchine per i pesi a quelle per fare step, alla Borsa, ai Giants, agli Oakland Athletics, al salmone da allevamento, al nuovo film del Kade, alla - supercostosa - vacanza in Europa che Jonas aveva regalato alla moglie, un mese intero, con la bambina dai nonni e loro una settimana a Parigi, una a Venezia e il resto del tempo su una barca lunga un chilometro, di chiss chi, al largo delle Islas Baleares. L'avevano pronunciato proprio cos, in spagnolo, con la r arrotata e tutto quanto, come se fossero parte dello staff di un ristorante messicano,
prima lui - Islas Baleares - poi lei, peggio di un'eco. Avevano fatto i complimenti per la cena - e per il vino: loro comunque avevano portato due bottiglie di Talley Chardonnay che non era niente male - ma quando il sole tramont, quando il volume dello stereo sal, quando loro iniziarono a darci dentro con la bottiglia di Armagnac che gli era costata sessanta dollari al negozio, ecco, a quel punto Peck intu che di quella gente poteva anche fare a meno. Davvero. Aveva approvato la presenza di Kaylee perch teneva occupata Natalia, che cos non gli stava addosso, ma il marito era pieno di merda fino alle orecchie
- lo erano tutti e due, veramente - e cap che stava diventando inquieto, nervoso, e non andava bene, no, proprio no, perch avrebbe rovinato il buonumore della giornata e gli avrebbe fatto tornare in mente altre cose, cose che emanavano un'energia negativa, che lo metteva di pessimo umore. Come Alex Halter. Come Bridger, quello stronzo.
Al mattino aveva chiamato quel numero e aveva sentito un messaggio - Salve, questo  il cellulare di Bridger; lasciate il vostro numero... - Era come se avesse tirato la leva di una slot machine e gli fossero uscite due ciliegine invece di tre. Bridger.
Che cazzo di nome era? E perch era in ballo al posto del dottor Alex Halter? Se fosse stato un poliziotto o qualcosa del genere sarebbe stato cos stupido da far vedere il proprio numero?
Quindi voleva dire che non era un poliziotto. S, d'accordo: ma allora chi era?
- E cos, Alex, - stava dicendo il marito, la faccia rossa e grassa, sporgendosi al di sopra del tavolino da caff come se fosse una piscina pubblica in cui tuffarsi, - non ci dici niente di nuovo?
Peck sent montare l'irritazione, fastidiosa come una spina che ti punge. Scocc al tizio un'occhiata di avvertimento ma quello era troppo tardo per coglierla.
- Voglio dire, come va con il lavoro... lo studio a Larkspur?
Funziona?
No, non era una spina, era un chiodo, anzi no, peggio: la grossa punta di un trapano. Chi cazzo era 'sto buffone? E che palla gli aveva rifilato? Cazzo, non se lo ricordava proprio. Si sporse per afferrare il bicchiere panciuto e si prese un po' di tempo a studiare il modo in cui il brandy scivolava sul vetro del
bicchiere - era dello stesso colore della Diet Coke quando ci si scioglie dentro il ghiaccio, chiss perch non l'aveva mai notato prima - quando a un certo punto si accorse che s'erano zittiti tutti. Il marito lo stava fissando, aspettava una risposta con quella faccia da gerbillo che si ritrovava, chiedendosi vagamente se stava per ricevere una rispostaccia e in quel caso che cosa avrebbe fatto, ed entrambe le ragazze avevano smesso di cianciare sulle tette finte di qualcuna e anche loro lo stavano guardando. - Non so, - disse infine, cercando di controllare la bolla che gli stava crescendo dentro, una bolla come quelle che fa una salsa quando vi incorpori la panna, - con tutte quelle assicurazioni contro la negligenza professionale, c' da chiedersi se ne valga la pena. Davvero. A volte penso che farei meglio rimanerne fuori.
La bocca di Kaylee scatt come se avesse un meccanismo a molla: - Ma sei ancora giovane...
Il marito: - E i tuoi allenamenti? Che ci racconti dei tuoi allenamenti?
Si erano alzati da tavola per spostarsi in soggiorno. - No, no, non preoccuparti, - aveva detto Natalia quando Kaylee si era offerta di darle una mano a sparecchiare, - ci pensa la domestica domani - e gli aveva dato una certa soddisfazione girare per la stanza ad accendere le lampade per creare un'atmosfera intima e calda, come se le lampade fossero focolari e le lampadine da venticinque watt fossero dei fuocherelli per combattere la notte e la nebbia che arrivavano furtive dalle colline alle loro spalle. Studi il marito per una frazione di secondo
- quel grassone di merda lo stava sfottendo? Era cos? Ma no: in quegli occhietti stupidi e sottili non leggeva nient'altro che un'ottusa testardaggine resa ancora pi ottusa dall'alcol.
Non rispose.
- Ma tutto quel lavoro sprecato, la facolt di medicina e tutto il resto, - disse Kaylee. Inarc la schiena per compiere un gesto che in teoria doveva essere una mossa discreta per tendere le sottili spalline del reggiseno nero che indossava sotto il vestito.
- Mi sembra un peccato.
- Oh, no, - s'inser Natalia, facendo una smorfia sul suono della o e tenendola un po' troppo a lungo. - Il lavoro di Alex  occuparsi di me e di Madison, - e allung una mano per
carezzargli il bicipite. - Vero, tesoro? - Gli rivolse il suo sorriso pi ampio. -  un lavoro di tempo pieno, no?
Il bicchiere del marito era vuoto e lui stava allungando le sue zampacce per riempirlo nuovamente. - Dove hai detto che hai frequentato medicina? Alla Hopkins, vero?
- Gi, - disse Peck. - Ma stavo pensando che sarebbe bello, anzi fantastico, fare qualcosa con Medici senza Frontiere.
Sai, andare in Sudan o da qualche altra parte. Ad aiutare la gente.
I rifugiati e quel genere di cose. Colera, peste.
- Mdecins sans Frontires, - disse il marito, come se stesse cercando di eliminare con la lingua una caramella mou da in mezzo ai denti.
Dall'altra stanza veniva il suono della videocassetta delle bambine: la musica che rimbombava, il rumore artificiale delle onde, era qualcosa della Disney a base di cavallucci, stelle marine parlanti e compagnia bella. Era agitato e non sapeva perch.
Eppure era stata una giornata perfetta, il tipo di giornata che avrebbe potuto vivere per sempre, la giornata - le giornate
- che si era promesso quando era dentro, quando tutto era grigio, quando sembrava che il sole non splendesse mai e c'era sempre qualche stronzo cagacazzo e pieno di s che ti metteva in riga, luci spente, tutti in piedi, e quegli idioti dei detenuti con i loro patetici tentativi di far parte della razza umana, detenuto
42j, laboratorio, sissignore; chi ti ha dato il permesso di cambiare canale, pezzo di merda-, come lo preferisce il budino, signore? Ma no, lui sapeva il perch di quella sensazione. Tutto ci che possedeva era in bilico su una capocchia di spillo, instabile e passeggero come la casa di mattoni a due piani con il garage per tre macchine, l'uccellino in gabbia e il cagnetto uggiolante che c'era in una delle videocassette di Madison, quella che era li e un momento dopo veniva spazzata via da un tornado. Il problema era la gente come questi due, come Kaylee, come Jonas. Ma cosa gli era passato per la testa? Che sarebbe potuto entrare nel loro ambiente senza problemi, che gli sarebbe bastato dire eccomi qui e quelli sarebbero magicamente diventati suoi amici o qualcosa del genere? No, non era cos che andavano le cose.
Non sarebbero mai andate cos.
E allora che cosa fece? Si scost dal tavolino, sollev i piedi
ben calzati in un nuovissimo paio di Vans strafighe a quadretti e
li appoggi vicino al bicchiere di Jonas. - Gi, - disse, lasciandosi andare sui cuscini e facendo scrocchiare le braccia,
- proprio quelli.
Quando aveva conosciuto Gina le cose erano molto diverse.
Aveva venticinque anni, due anni di universit alle spalle, aveva gi lavorato in diversi ristoranti di Maui e di Stowe, la fedina penale immacolata se non per qualche infrazione al codice della strada (pi che altro delle multe che aveva buttato via, perch erano davvero una truffa, un sistema con cui la polizia locale
racimolava i soldi per comprarsi delle nuove radiomobili e altre
pistole laser per misurare la velocit e cos poter derubare pi gente nel nome della legge), ed era stato appena promosso direttore al Fiorentino, il direttore pi giovane che avessero mai avuto. O almeno cos gli aveva detto Jocko, il vecchio barista con la faccia da bassotto che era li dai tempi della Guerra Civile. Poi era comparsa Gina. Peck era seduto al bar, era il suo giorno libero - mezzogiorno - e insieme a lui c'erano Jocko e Frank Calabrese, il proprietario: tutt'insieme si godevano la mini-sfilata di ragazze che arrivavano l per l'annuncio uscito quel mattino sul giornale, l'offerta di un posto da cameriera addetta ai cocktail. Avevano tutte quante l'aria leggermente ossidata delle cameriere da cocktail, e qualcuna aveva esperienza, qualche altra no, ma lui non cercava l'esperienza. Era concentrato su un solo attributo: quanto fossero sexy, in una scala ascendente da uno a dieci. Nessuna delle altre riusc nemmeno ad avvicinarsi a Gina - magari nel viso s, ma il fisico no, quello sembrava uscito da Playboy; anzi, meglio, da Penthouse.
Jocko e Frank, che sapevano anche essere brutali quando era il caso, non discussero la sua scelta.
Gina-Louise Marchetti.
Aveva frequentato la Lakeland High School, appena fuori Peterskill, aveva vent'anni, al momento non aveva un ragazzo, e viveva di nuovo con i suoi - temporaneamente, ci tenne a dire
- in una stradina tutta curve abitata da neri nel distretto rurale della Putnam Valley, un posto in culo al mondo dove non succedeva niente, non era mai successo niente e non sarebbe mai
successo niente. Nel giro di una settimana ci andava a letto e
nel giro di un mese lei si era trasferita da lui. Quasi tutte le sere dopo il lavoro facevano il giro dei bar della zona per poi dormire fino a mezzogiorno e nella loro giornata di libert prendevano il treno fino a Manhattan e andavano per locali. Insieme iniziarono a farsi - senza eccessi, solo amfetamine e una volta ogni tanto ecstasy - ma iniziarono anche a permettersi del vino decente e, quando trascorrevano una serata in casa, a sperimentare le ricette di un libro di cucina. Per Natale lei gli aveva regalato una rastrelliera in legno di ciliegio Per la cantina che avrai un giorno e lui le aveva comprato una cassa di vino rosso dal grossista presso cui si serviva; avevano cucinato una paella, come cena di Natale, tanto per fare una cosa diversa, e avevano passato quasi tutta la sera ad ammirare come stavano bene le dodici bottiglie di Valpolicella disposte simmetricamente nella rastrelliera nuova.
Era bello. Tutto molto tranquillo, molto... domestico. Per la prima volta nella sua vita era innamorato, innamorato davvero, ed entrambi guadagnavano bene: la strada davanti a loro sembrava in discesa. Si trasferirono in un appartamento pi grande, con una vista sull'Hudson che andava dall'impianto nucleare su fino a dove il fiume si infilava serpeggiando tra le montagne.
Si compr una macchina nuova, una Mustang color argento a cinque marce che era una vera figata. La notte, a letto, solo loro due, erano speciali. Fai l'amore in un modo grandioso, gli aveva detto, grandioso, e lui ci credeva, allora - ci credeva anche adesso, per quel che importava. Ma in questa vita va tutto in merda, come diceva suo padre (finch muori sul divano per un aneurisma cerebrale, il bicchiere del cocktail ancora stretto in mano) e Frank, il proprietario, lo dimostr divorziando.
Divorziare signific ritrovarsi con un sacco di tempo da occupare, tempo per sottilizzare, cavillare, criticare, e Peck non era tipo da prender bene le critiche. Non lo era mai stato - anzi, il metodo sicuro, da sempre, per farlo saltare in aria era rimproverarlo per qualcosa, che si trattasse di qualche lavoretto in casa quando era un ragazzino, o quella testa di cazzo di prof di matematica che aveva avuto in prima superiore e che cercava di umiliarlo quand'era alla lavagna, o la successione di idioti che aveva avuto come capi, che pensavano tutti di essere Dio in terra.
Lui sapeva che le cose non stavano cos. Non importava di
che cosa si trattasse, lui aveva sempre ragione, anche quando aveva torto, e poteva dimostrartelo con un destro ben piazzato.
Magari gli altri - i perdenti di cui  pieno il mondo - potevano porgere l'altra guancia, chinare la testa, leccare il culo, ma lui no, era troppo orgoglioso. Aveva troppo - come chiamarlo?
- rispetto, troppo amore per se stesso. O fiducia in se stesso, ecco fiducia era il termine giusto. Ad ogni modo, Frank cominci a vivere al bar, sorseggiando Glenfiddich tutta la notte e diventando sempre pi sgradevole, irritabile e lunatico. Poi
- era inevitabile - arriv il giorno in cui Peck non ce la fece
pi (per una stronzata tipo che non aveva ordinato la qualit giusta di parmigiano e non sapeva nemmeno che cosa cazzo fosse il vero parmigiano - il Parmigiano Reggiano - e stava mandando tutto a farsi fottere e buttava i soldi del suo capo) e il pi giovane direttore della storia del Fiorentino and su tutte le furie.
Volarono insulti e piatti. Da quel momento in poi Peck non avrebbe potuto contare sulle referenze di Frank Calabrese.
Ma Gina fu una roccia. Si tolse il grembiule, svuot il barattolo delle mance e si diresse alla macchina con passo deciso: nel giro di una settimana aveva trovato dei locali in Water Street, si fece fare un prestito dal padre di lei e Pizza Napoli fu aperto.
Fu un successo da subito - sembrava che distribuissero pizza gratis, dalla gente che c'era - e il segreto era Skip Siciliano, il pizzaiolo con i baffi a manubrio e il cappellone bianco che Peck aveva convinto a lasciare il Fiorentino perch Frank era uno stronzo: e su questo Skip non sarebbe potuto essere pi d'accordo.
Skip e la posizione, certo. La gente voleva affacciarsi sull'ampia schiena rombante dell'Hudson e sedersi a dei bei tavoli con la segatura sul pavimento, salami e trecce d'aglio appese al soffitto, voleva mangiare la pizza appena uscita dal forno, voleva antipasti, calzoni e pasta fatta in casa, voleva piatti da asporto e voleva una buona scelta di vini italiani dal prezzo accessibile. Alla fine del primo anno di attivit lui e Gina si fecero ambiziosi e aprirono un secondo locale - Milano, nome che scelsero chiudendo gli occhi e lanciando una moneta su una cartina dell'Italia.
L'idea era di provare con un locale pi ricercato, dal men completo, con tanto di ossobuco, frutti di mare, cotechino, piatti del giorno ogni sera diversi, caponata in una ciotolina di vetro su tutti i tavoli e crostini appena il cliente si siede.
Poi Gina rimase incinta e lo disse a suo padre, e suo padre
- un pallone gonfiato, uno spaccone da competizione che non si era mai affezionato a Peck perch non era italiano e anche se
lo fosse stato non avrebbe fatto differenza perch nessuno era all'altezza di sua figlia, nemmeno l'esterno destro degli Yankees
o il nipote preferito di Rudolph Giuliani - insistette perch si sposassero entro la fine del mese. A Peck la faccenda non piacque.
Non voleva un figlio, non voleva ritrovarsi cos giovane gi col cappio al collo. E soprattutto ce l'aveva con Gina per aver permesso che accadesse. Ma and avanti: certo, il fatto che
il padre di Gina fosse socio di maggioranza sia di Pizza Napoli sia del Milano non era secondario, ma and avanti anche perch la amava, almeno allora la amava. Si sposarono nella chiesa dell'Assunta, con un gran ricevimento al country club di Croton, senza risparmiare su nulla, la madre di Peck nel primo banco della chiesa, ubriaca come sempre, un compagno di scuola che non vedeva da sei anni - Josh Friedman - come testimone, e via, il dente era tolto.
Il fatto  che avrebbe anche potuto funzionare, sarebbe stata una lunga scalata verso la maturit, verso la realizzazione come coppia, con annesso figlio, cane e una casa in campagna, se non fosse stato per Gina. Non appena rimase incinta smise di dormire con lui. Proprio cos. Aveva sempre la nausea, si lamentava in continuazione di dolori immaginari, divenne sciatta e si lasci andare. Non si lavava mai i capelli. Non si comprava mai niente. E il sesso. Chi ha nominato il sesso? Il sesso era frequente
- e soddisfacente - come quella cometa che passa ogni quattro secoli e allora esci sul prato e guardi in su per vedere una striatura pallida e patetica in mezzo al cielo, che fai anche fatica a localizzare. Molto eccitante. Davvero molto, molto eccitante.
Neanche il Papa e tutto il suo collegio di cardinali avrebbero potuto fargliene una colpa quando cominci a rimanere al ristorante fino a tardi. Anche adesso, dopo la prigione, l'odio, il rancore, la clandestinit e tutto il resto, non aveva rimpianti.
A volte chiudeva gli occhi e vedeva la luce del bar alle due del mattino, la porta d'ingresso chiusa e le fiammelle di due o tre candele che tremolavano nei loro globi gialli finch sembrava che tutto il locale fosse stato spruzzato di una sottile patina di
oro antico, e Caroline o Melanie o un'altra delle addette ai cocktail era accanto a lui, una sigaretta da fumare con calma e un bicchiere di cognac da sorseggiare, la sua mano sulla coscia della ragazza o sul suo seno come se stesse prendendole le misure per un completo di sartoria. Quasi distratta. Lenta e sicura. E
il bello era questo: se l'era scopata la sera prima e stasera se la sarebbe scopata di nuovo, una volta trovato il sistema.
- E il jazz? Ti piace il jazz, vero? - stava dicendo Jonas, ma Peck era stato via, lontano, altrove, e per una frazione di secondo non riusc a raccapezzarsi. - L'ultimo di Diana Krall -
sapevi che ha sposato Elvis Costello? -  davvero
straordinario -. L'uomo si frug nella giacca, la manona che si
muoveva come un animale intrappolato in una sacca, quindi
estrasse il CD e glielo porse da sopra il tavolino. - Magari ti va di metterlo su. E straordinario, credimi.
Chiss perch l'umore di Peck si era rovinato. C'erano le pentole sporche, la cena che si agitava nei loro stomaci, l'Armagnac era evaporato - ma quello se lo succhiava con la cannuccia o cosa? In pi c'era quello stronzo di Bridger che minacciava tutto, e la prima crepa sul muro: la carta di credito che aveva posato sul banco all'Angolo del Vino non era valida, o cos gli aveva detto la mezza sega dietro al banco. Natalia - met scherzando, met seria - lo stava accusando di essersi adombrato e lui si era difeso, debolmente, tipo Non mi sono adombrato, sto solo pensando. Ora prese il CD nella custodia di plastica che Jonas gli porgeva e lo fiss con sguardo assente.
- Penso che ti piacer, - disse Jonas, sporgendosi sul tavolino.
Era sbronzo, la faccia gonfia, sfatto. Peck represse l'istinto di dargli un pugno. - Vero, amore? - insistette Jonas girandosi verso la moglie.
- Ma certo, - rispose Kaylee con voce flautata, - s, penso che ti piacer tanto tanto -. Si strinse nelle spalle, e un lungo fremito le sal dal torace alle spalle e poi gi di nuovo; era sbronza anche lei. Perch non era possibile che la gente sedesse a tavola a godersi una buona cena senza fare figure di merda? La donna gli rivolse un ampio sorriso con le labbra umide. - Conoscendoti.
Conoscendo il tuo lato sentimentale, intendo...
Natalia era accocolata sul divano come una gatta, le gambe ripiegate, a piedi nudi, il bicchiere da brandy posato in equilibrio sul ventre. Pos lo sguardo su Jonas. - Com' che dite, voi, per quel tipo di canzoni? Standard, vero? Che buffo.
Nessuno le rispose. Dopo un attimo, il CD ancora in mano, Peck disse che una volta era stato al Five Spot, dieci anni fa, o anche di pi, con la ragazza con cui usciva ai tempi e che quella sera la band - una cantante, un flauto, un pianoforte, percussioni e basso - gli aveva fatto l'impressione di qualcuno che si spoglia al buio perch si vergogna del proprio corpo, poi pos il disco sul piano del tavolino e si alz in piedi. - Sentite, - disse,
- mi sono appena ricordato... se voleste scusarmi un momento.
Devo... devo uscire. Ci metto un minuto.
Natalia se ne usc con un - Ma A-lex,  quasi l'una. Dove?
Dove devi andare?
Gli si appoggi addosso davanti agli ospiti e questo lo fece incazzare. Avrebbe voluto dire qualcosa di cattivo e violento, ma si trattenne. Si sentiva soffocare. Aveva torto, lo sapeva, quindi se ne usc con qualcosa per aggiustare la situazione, qualcosa che non avrebbe dovuto dire: - Devo fare una telefonata.
Fu avvolto da una tempesta di parole: chi protestava, chi lo difendeva, chi si lamentava - Natalia - dicendo con una vocetta querula che le aveva scassato il cellulare e gli chiedeva perch non poteva usare il telefono di casa e intanto sia Jonas che Kaylee estrassero i propri telefoni come se fossero rivoltelle e la stanza fosse l'OK Corral. Che poteva dire? Niente. Li liquid con un cenno della mano e arretr come se avesse paura di essere inseguito, ma non prima di essere acciuffato per le maniche della camicia e costretto ad accettare un telefono. Mentre sgattaiolava fuori gli balen davanti agli occhi un'istantanea delle loro facce - sbronze, perplesse, persino lievemente indignate.
Fuori la nebbia si era fatta fitta e nascondeva ogni cosa. Improvvisamente ebbe freddo, l'umidit che gli penetrava sotto la camicia, e desider aver pensato di prendere una giacca, ma pazienza. Scivol nella macchina di Natalia - la macchina di Natalia: l'aveva registrata a nome suo, ma era lui
che la pagava -
accese il motore e premette il pulsante del riscaldamento finch raggiunse i 26 gradi. Non c'erano pi molte cabine telefoniche
- erano le vestigia di un'epoca ormai passata, l'epoca di Frank, di Jocko, di suo padre ormai morto, e nel giro di dieci anni sarebbero scomparse del tutto, ci avrebbe scommesso - ma c'erano ancora un paio di telefoni pubblici nell'atrio dell'Holiday Inn, ed fu li che si diresse.
Si ferm al bar per bere un cognac e farsi dare il resto di cinque dollari. Non aveva idea di quanto costasse chiamare a San Roque, e probabilmente non avrebbe nemmeno dovuto farlo -
c'erano sistemi pi facili per ottenere ci che voleva - ma non riusciva a resistere, non quella sera, non per come si sentiva, cos irritabile, scontroso, e tortuoso. L'atrio era fin troppo illuminato, sfavillava come una sala convegni, ma a quell'ora era deserto. Ascolt il rumore delle monete che cadevano nel telefono, poi lo squillo all'altro capo della linea.
- Pronto?
- Signor Bridger?
- S?
- Volevo solo una conferma che i dati per il suo inserimento nella nostra guida telefonica fossero esatti. Pu ripetermi il suo nome e cognome, per favore?
- Senta, se sta cercando di vendermi qualcosa, non ne voglio sapere... questo  il mio numero privato e mi faccia la cortesia di fare in modo che venga eliminato dai vostri elenchi.
- Ma io non voglio venderle niente, o almeno, niente che lei desideri -. Fece una pausa, giusto per permettere all'altro di capire bene. - Sono io, Alex. Sai, l'amico di Rick James.
Il silenzio si ulcer, la crosta venne grattata via, il cerotto strappato dalla ferita. Gli gonfi il cuore ascoltarlo, sentire quella testa di cazzo appeso all'altro capo della linea, intrappolato nel suo stesso gioco. - Ah, s, salve.
- Salve a te, stronzo. Pensi di potermi prendere per il culo?
- Sei tu lo stronzo. Sei tu il criminale. Pensi di poter rubare l'identit della mia ragazza e farla franca? Eh? Ti rintracceremo, amico,  una promessa.
Ragazza? Calcoli velocissimi. Quindi era una lei e il tonno, qui, aveva abboccato. Dagli spago, pens, dagli spago. - Vedremo, che dici?
- Perci hai il mio cellulare. Sai che affare. Io so dove vivi.
So anche da dove stai chiamando in questo momento.
- Davvero?
- Davvero. Pu darsi che adesso tu stia chiamando da qualche parte nel 415, ma vivi nella contea di Marin, vero?
La notizia lo raggel per un istante - finch cap che si riferiva al vecchio numero, a quello del cellulare defunto, e chi se ne fregava? C'era un sacco di gente che viveva nella contea di Marin. Gi. Certo. Ma quanti Alex Halter c'erano? In quel momento gli apparve il viso di Natalia, poi le sue labbra, i pozzi eternamente delusi dei suoi occhi, nella sua testa la sent chiedere perch, perch, perch dobbiamo trasferirci e che cosa vuol dire che non ti chiami Alex? Che cosa vuol dire?
La voce si rifece viva, una voce da sfigato, ma pi dura adesso, indurita dalla giusta autorit del novellino chiamato a giocare:
- Vero?
- Giusto, - si sent dire, e alz lo sguardo per seguire una donna con un vestito blu aderente e i tacchi alti che si dirigeva con lenta cautela dal bar agli ascensori, - e tu invece vivi a San Roque -. Quindi, nonostante avesse voglia di svellere quell'affare dal muro, tutto intero, la scatola nera con il pannello di argento scintillante, i cavi e i fili che inchiodavano la sua voce a quello spazio e a quel tempo, pos il ricevitore sulla forcella e usc nella nebbia.
 
Capitolo 4.

Aveva appena iniziato a lavorare sul nuovo progetto di Radko - la storia di un viaggio nel tempo in cui un gruppo di scienziati del XXI secolo (tra cui una svampita con le tette enormi, una fessura conturbante tra gli incisivi anteriori e un brufolo
grosso come una lampadina sulla punta del naso che doveva essere eliminato digitalmente da ogni fotogramma) scoprono un portale
temporale che li conduce a Pompei il giorno prima dell'eruzione
del Vesuvio e devono correre come pazzi per cercare di comunicare il pericolo incombente in una lingua che nessuno capisce - quando Bridger sent qualcuno alle sue spalle e alz lo sguardo per vedere chi fosse. Era Radko, in piedi dietro di lui con un'espressione addolorata montata sul viso. Erano appena passate le dieci. Bridger aveva dormito da Alex, quindi aveva fatto una colazione relativamente abbondante (cereali con una cucchiaiata di lievito di birra, mezza pesca noce a cubetti, pi pane tostato e caff) e l'aveva lasciata seduta davanti al computer, a picchiettare sui tasti il destino del ragazzo selvaggio. Si sentiva rilassato e ben disposto, il nuovo progetto
- che senza dubbio si sarebbe rivelato monotono, alienante e sfiancante quanto il precedente - lo interessava semplicemente perch era nuovo, con i suoi templi e le case inondate dal sole di Pompei esattamente agli antipodi della tetraggine color terra di Siena bruciata di Drex III. Era chino sulla faccia di Sibyl Nachmann, il cervello lasciato sul pilota automatico mentre coscienziosamente rimuoveva il difetto dell'attrice (procedura che Deet-Deet aveva gi ribattezzato brufolotomia) quando si accorse di Radko.
- Lei  fuori l, - rintocc la voce profonda e metallica di Radko.
Bridger guard lo schermo, incerto su ci che il capo volesse dire - il viso della donna era letteralmente troppo grosso rispetto al fisico, oppure era la sua espressione a essere esageratamente marcata, come una fuori di testa? - S, - disse, annuendo, perch era sempre una buona idea dare ragione al capo, -  proprio cos.
Radko agit vigorosamente entrambe le mani, come un arbitro che dichiara un giocatore salvo in terza base. - No, no, -
replic. - Alex,  fuori l.
Ci mise un momento a capire: Alex era all'ingresso, al di l della massa di cubicoli tutti uguali e della figura floscia e informe di Radko, che, per altro, ora gli stava indicando la presenza della ragazza col dito, l'espressione appesantita e depressa.
Bridger spinse indietro la sedia e si alz. Se Alex era l voleva dire che era nei guai. Era andato storto qualcosa. La prima cosa a cui pens fu l'uomo della foto, la voce al telefono, il ladro.
- Dove? - chiese, tanto per dire qualcosa.
La trov nell'ufficio sul davanti dell'edificio, seduta con i gomiti appoggiati alle ginocchia su una delle sedie di plastica addossate alla parete pi lontana. Portava gli stessi jeans e la
T-shirt che indossava quando lui era uscito di casa, non si era pettinata n truccata e stringeva in mano qualcosa, dei fogli, delle lettere. Era il suo manoscritto? Era quello? Si diresse verso di lei, ma la ragazza non sollev la testa, rimase seduta l, accasciata, le gambe larghe, un tallone che picchiettava contro la gamba della sedia. - Alex, - disse, sollevandole il mento in modo che lei potesse guardarlo, - che c'? Cos' successo?
Ci fu un rumore alle sue spalle: era Radko che, dalla porta, stava facendo un cenno a Courtney, la receptionist, una diciannovenne bionda che due settimane prima si era tinta i capelli di un nero corvino e aveva bandito ogni colore dal proprio guardaroba in ottemperanza a chiss quale codice d'abbigliamento stabilito da Deet-Deet. La ragazza rivolse a Bridger lo sguardo di chi partecipa alla tua tragedia e, scusandosi, mormor
- Vado in bagno -, quindi la porta si richiuse e loro due rimasero soli.
Alex non si alz dalla sedia. Non parl. Dopo un attimo gli prese il polso e gli mise in mano una lettera indirizzatale dalla
Scuola per Non Udenti di San Roque. Non appena la vide, Bridger
cap di che cosa si trattava, ma la estrasse comunque dalla busta, sotto gli occhi di lei che seguivano ogni suo movimento.
Era da parte del professor Koch e diceva che, dopo aver consultato il consiglio d'istituto, aveva lo spiacevole dovere di informarla che il suo incarico era da considerarsi concluso e che ci non era in alcun modo da imputare a insoddisfazione sua o del consiglio stesso riguardo alla qualit del suo lavoro, ma era strettamente inerente i vincoli di bilancio. Concludeva assicurandole che sarebbe stato lieto di fornirle delle referenze e che le augurava di avere successo in qualunque nuova occupazione avesse deciso di intraprendere.

- Sono tutte stronzate -. La voce di Alex rimbomb nella stanza vuota. -  un licenziamento. Koch mi ha licenziato. E
sai perch?
- Magari non  cos. Stanno facendo dei tagli... cos dice.
Gli occhi di Alex erano ridotti a una fessura, la mandibola
serrata. - Stronzate. Ho mandato una mail a Nancy Potter del Dipartimento di Scienze Sociali e mi ha risposto che stanno gi pubblicando gli annunci per un posto di insegnante di inglese alle superiori. E da non credere, la sfacciataggine di Koch. E
tutte queste balle, - grid, riprendendogli brusca la lettera.
- Solo balle.
Dietro le finestre - due sottili tagli orizzontali sul muro per ricordare ai dipendenti che, nonostante le prove del contrario, all'esterno esisteva ancora un mondo - una donna con sei cani di taglie diverse appesi a un groviglio informe di guinzagli si prendeva una pausa sotto l'enorme fico dalla corteccia piagata che dominava l'isolato. Un ragazzino dal casco troppo grande pass in motorino, tallonato da un altro, e il rantolo asmatico dei due motori graffi il silenzio della stanza. Di colpo Bridger si sent avvilito, pensando a se stesso, con quei pensieri egoisti
(che ne sar di me?) che sorgono spontanei in questi casi, contrattempi o tragedie che siano. Voleva dire che Alex si sarebbe trasferita, senza alcuna possibilit da parte sua di influire sulla decisione: quali conseguenze tutto ci avrebbe avuto su di lui?
Ora Alex era in piedi, arrabbiata, impaziente, agitava le braccia e drizzava le spalle per il nervosismo. -  perch sono stata in prigione. D la colpa a me. Mi ha praticamente accusato di abbandono ingiustificato di servizio.
Bridger cerc di abbracciarla, per sostenerla, confortarla, ma lei lo spinse via. - Tieni, - gli disse, porgendogli un'altra lettera come se gli stesse puntando contro un coltello, - tieni, questa  la ciliegina sulla torta.
La lettera veniva dal ministero dei Trasporti. Un mese prima Alex aveva inoltrato la domanda di rinnovo della patente, proprio come aveva fatto anche Bridger due anni prima. Limitatamente ai casi in cui non vi fossero condanne o considerazioni particolari, il ministero aveva istituito una procedura di rinnovo via posta, senza la necessit di fornire una nuova fotografia.
Alex aveva approfittato di quella possibilit: chi non l'avrebbe fatto? Il prezzo di un francobollo ti risparmiava la seccatura di andare negli uffici della motorizzazione e di fare una coda interminabile. Benissimo, perfetto. Quindi qual era il problema?
-  la tua patente? - le chiese.
Lo sguardo di lei era duro, bruciante. - Avanti, guarda -.
Bridger sent la porta aprirsi con un cigolio alle sue spalle e si volt; vide la faccia pallida e tonda di Courtney sospesa nello spiraglio per un istante, poi la porta si richiuse. Estrasse la nuova patente dalla busta, un rettangolo di plastica rigida e lucida, con la scritta Patente di Guida - Stato della California in alto. Poi c'era il suo nome, corretto, l'indirizzo anche, ma il sesso era sbagliato, come il peso e la sua firma in basso. Ma il peggio doveva ancora venire. Le due foto, sia la pi grande a sinistra sia la pi piccola a destra, erano di un uomo che avevano gi visto, un uomo che li fissava dritto negli occhi.
Ritornare al lavoro era fuori discussione. Alex era in uno stato pietoso. Ogni giorno la posta portava qualche nuova brutta notizia, agenzie di recupero crediti che sollecitavano pagamenti scaduti su conti che lei non aveva mai aperto, la segnalazione di un difetto in una Bmw Z4 che lei non aveva mai visto, la notifica di una richiesta di credito negata, quando lei non aveva mai nemmeno chiesto un prestito. Adesso aveva anche perso il lavoro, e sarebbe stata costretta a guidare con una patente scaduta. - Cos'altro succeder? - domand con un filo di voce strozzato e tremante che sal su per i muri come l'urlo di un animale preso in una tagliola, e afferr Bridger per le braccia
con una stretta cos forte che avrebbe potuto fermare un'emorragia, solo che lui non stava sanguinando. Non ancora.
- Dovr tornare in prigione? Dimmelo. Cosa devo fare?
Bridger voleva abbracciarla, ma lei non glielo permetteva perch di colpo era diventato lui il cattivo, la controfigura di quel bastardo, la creatura a sangue caldo pi vicina con cui prendersela.
Un uomo. Gambe pelose e un pendaglio di carne. Un uomo come quello che le aveva fatto tutto ci. Bridger disse:
- Non lo so, non lo so davvero, - mentre lei lo teneva ancora stretto, le unghie conficcate nella sua carne, ed entrambi lottavano per rimanere in equilibrio. D'improvviso Bridger sent l'irritazione montargli dentro - lei era fuori, ecco cos'era. Era matta come un cavallo. - Dannazione, lasciami andare, - grid, e la scost con un braccio. - Cazzo, Alex. Cazzo, non sono stato io, non puoi dare la colpa a me.
In quel momento dietro di loro si apr la porta, e comparve Radko, la sua faccia squadrata, le scarpe e l'orologio da quattro soldi.
- Non mi piace, - disse scandendo le parole, lentamente.
- No nel mio ufficio.
Alex lo fiss. Un altro uomo da attaccare. - Voglio ammazzarlo, - disse.
Radko studi la vernice scrostata del pavimento. - Chi?
Bridger?
Bridger cap di trovarsi a un bivio: avrebbe dovuto compiere una scelta, presto, prestissimo, tra la Digital Dynasty e quella donna tesa, agitata, coi capelli arruffati e lo sguardo da pazza.
L'idea folle di uscire furtivamente dalla porta fece capolino nella sua testa, certo, ma riusc a controllarsi. Non amava il conflitto, era una condizione che era sempre - o quasi sempre - riuscito ad evitare. - Scusa, - disse, chinando la testa in atteggiamento deferente. -  per quella cosa - sai, quella storia di Alex e tutto quello che le  capitato? Ce n' sempre una...
Radko si pass le mani tra le ciocche spettinate, poi sollev una natica, si sistem sullo spigolo della scrivania della segretaria e cominci ad armeggiare per prendere le sigarette che teneva nella tasca interna della giacca. - Quello ladro, eh? - disse, la voce pi bassa. -  quello?  quello suo problema?
Bridger disse di s.
- Allora tu siede, - disse Radko, facendo un gesto verso le sedie di plastica allineate lungo la parete, - e mi racconta Poi, a Alex, mentre accostava la fiamma dell'accendino Bic alla punta della sigaretta - Te spiace?
- S, - rispose lei, - mi spiace, - ma Radko la ignor.
Nel corso della mezz'ora successiva, mentre Courtney usciva a procurare del caff, Plum metteva dentro la testa per valutare la situazione e aggiornare lo staff, il fumo di sigaretta si alzava e il sole infiammava le finestre troppo piccole, Alex, che conosceva Radko a malapena, vuot il sacco e quando era in difficolt c'era Bridger che fungeva da amplificatore. Tirando boccate lunghe dalla sigaretta, lisciandosi indietro i capelli, sibilando e borbottando, Radko ascolt come se si trattasse della trama di un film che doveva aggiudicarsi. - Tu sa, - disse infine,
- che in mio paese queste cose succede sempre. Questo rubare di documenti, e anche di persone. Ti rubano per riscatto. Tu sa questo?
Bridger annu, vago. Non sapeva nemmeno con certezza da quale paese venisse Radko.
- Fa' vedere me, - disse Radko, prendendo la patente sostituita dalle mani di Alex. Studi le fotografie per un attimo e poi se ne usc dicendo che la motorizzazione, probabilmente, aveva sbagliato e il loro computer aveva inviato la patente al-
l'indirizzo originario e non al nuovo indirizzo che il ladro doveva aver fornito. - Se tu riesce ad avere quell'indirizzo, - disse alzando lo sguardo mentre Courtney rientrava con i loro caff, - hai anche uomo.
Alex si era animata man mano che si addentrava nei dettagli
- di come avessero contattato le Centrali Rischi e avessero messo in sicurezza tutte le informazioni che la riguardavano, di come avessero inviato copie del rapporto della polizia e della dichiarazione giurata ai creditori di quei conti fasulli, di come fossero andati sia alla polizia sia al centro di assistenza per le vittime
- e ora si chiese ad alta voce come avrebbero potuto fare anche quest'altra cosa. - Quell'uomo potrebbe avere centinaia di false identit, - disse, togliendo il coperchio di plastica dal bicchiere di carta e facendo una pausa per soffiare sul vapore caldo. Bevve un sorso. Fece una smorfia. - Come facciamo a
procurarci l'indirizzo? Non hanno neanche controllato le impronte
digitali. Non  un caso abbastanza importante, hanno detto.  un reato senza vittime. Certo, come no: e io? Intanto sono rimasta senza lavoro.
- Milos, - disse Radko.
Courtney aveva ripreso il proprio posto alla scrivania, fingendo di concentrarsi sul computer e Plum, per la terza volta, apr la porta e la richiuse. Bridger chiese - Chi?
- Milos. Mio cugino. Milos pu trovare tutte persone.
Il pomeriggio seguente - era venerd e Radko era andato a Los Angeles per un'altra reunione - Bridger usc presto dal lavoro e pass a prendere Alex. Dovette scendere dal pick-up e suonare il campanello - o meglio, farlo lampeggiare - perch lei non era ancora pronta e rimase sullo zerbino cinque minuti buoni prima che Alex comparisse sulla porta: ma si tratt di una breve apparizione. Il suo viso fece capolino per un secondo -
l'espressione era quella di chi viene infastidito in un momento di forte concentrazione - la porta non fece in tempo ad aprirsi del tutto e lei era gi sparita nel corridoio, ticchettando sui tacchi, a cercare qualcosa di importanza vitale, senza cui non avrebbe potuto lasciare l'appartamento nemmeno se fosse stato in fiamme. Avrebbe voluto ricordarle - e in fretta - che l'appuntamento col cugino di Radko era per le sedici e trenta e che il suo ufficio era a Santa Paula, a tre quarti d'ora di strada, ma non poteva farlo se non standole di fronte e lei non gli stava di fronte. Tutt'altro: Bridger era dietro la sua schiena che la seguiva da una stanza all'altra, i capelli svolazzanti, le braccia nude agitate mentre frugava in un cassetto, tirava fuori le cose ammucchiandole sul comodino, metteva da parte una borsa e ne agguantava un'altra. - Sono un po' in ritardo, - gli disse girando per un attimo il viso sopra una spalla, e si chiuse in bagno sbattendo la porta.
Bridger non ne fu contento - era seccato dal fatto di dover correre e rischiare un'altra multa - ma era rassegnato. Diede gas, le gomme stridettero e il pick-up protest, ansimando e sputacchiando mentre Bridger lo sparava sulla rampa d'accesso e quindi in autostrada. Lanci un'occhiata di traverso a Alex per scrutarne la reazione, ma lei sembrava non farci caso. Gli venne
in mente che una volta gli aveva raccontato che quando aveva preso la macchina nuova - una Volkswagen Jetta - l'aveva trovata talmente silenziosa che non riusciva a capire se il motore fosse acceso o no e senza saperlo continuava a innestare l'accensione. Solo dopo aver capito che la gente che c'era nel parcheggio la stava guardando - ridacchiando a denti stretti -
aveva cominciato a prestarci attenzione. Era tutta una questione di vibrazione: cos aveva imparato a percepire i minimi ordini di quelle valvole che con tanta precisione lavoravano nei loro cilindri perfettamente calibrati, ed era andato tutto bene. Col pick-up non c'era abituata. Fatto sta che quando Bridger raggiunse una buona velocit di crociera riusc a recuperare parte del tempo perduto, anche grazie a un po' di dribbling creativo in mezzo agli zombie attaccati al cellulare e ai catatonici dai capelli bianchi la cui unica funzione era quella di intasare la corsia di sorpasso. Alla fine arrivarono a Santa Paula con non pi di venti minuti di ritardo sull'orario dell'appuntamento.
La cittadina fu una sorpresa. Invece del solito, farraginoso, agglomerato tipicamente californiano di oltraggi al buon senso costruiti su richiesta del cliente, conservava una sua coerenza, sembrava uscita da un vecchio film in bianco e nero. Tutto era familiare in un modo quasi seducente: l'ampia strada principale orlata di edifici a uno e due piani con le cornici delle finestre in rilievo (che dovevano risalire agli anni Quaranta, forse anche a prima), il ferramenta, il negozio di scarpe a conduzione famigliare e quello di abbigliamento, i ristoranti messicani, la caffetteria, una rivendita di alcolici con annessa cantina.
Bridger non pot fare a meno di chiedersi quanti film in costume fossero stati girati in quel posto. Quei film per teen-ager, pieni di ragazzotti imbrillantinati a bordo di Ford e Chevrolet del '55
fin troppo perfette che si dirigevano lente verso il ballo della scuola. Qppure noiosi drammoni per anziani ambientati negli anni in cui erano giovani. Filmoni piagnucolosi sulla Seconda guerra mondiale in cui l'eroe azzoppato di turno torna a casa, gli viene recapitato un messaggio misterioso e nelle strade scorre svenevolezza a fiumi. Ovviamente oggigiorno tutto ci poteva essere ricreato senza nemmeno muoversi dalla Digital Dynasty, ma comunque a Bridger fece bene vedere la cosa reale, i veri edifici con le vere cornici e le vere facciate a stucco della
vera citt. Percorrevano la strada cos lentamente da essere praticamente parcheggiati, quando Bridger indic il foglietto scarabocchiato che Alex aveva in grembo e le chiese: - Che numero civico avevi detto?
Alex non rispose, non abbass lo sguardo sul suo dito n lo alz verso il suo viso. Sembrava anche lei in trance, la testa che ciondolava appoggiata al profilo del finestrino aperto, le gambe incrociate e un piede che dondolava come se fosse attaccato s e no. Gli venne da sorridere: eccola l, finalmente rilassata per la prima volta da settimane, un giro in macchina, la prospettiva dell'incontro con Milos e della fine dei suoi guai che agiva su di lei come un massaggio benefico. Dovette farle segno di nuovo perch lei alzasse lo sguardo verso le sue labbra. - Uno-
due-tre-sette, - gli disse, strizzando gli occhi attraverso il parabrezza per rintracciare i numeri civici sulle facciate.
Non c'era carenza di parcheggi - la cittadina sembrava deserta
- ed uscirono dalla macchina ritrovandosi a 26 gradi, avvolti da una brezza leggera che sapeva vagamente di mare. Gli alberi ondeggiavano inchinandosi davanti a loro. Un riquadro di verde color clorofilla al di l del marciapiede si abbarbicava attorno a un monumento dedicato ai veterani di guerra o a un sindaco che si era arreso alle pretese del tempo. Era tutto molto...
come? Tranquillizzante. Normale. Vero.
L'ufficio di Milos si trovava sopra a un fruttivendolo coreano che vendeva solo birra e specialit messicane, e l'uomo venne ad aprire personalmente. Era pi giovane di Radko e pi magro, con zigomi incavati e sottili labbra che sembravano scolorite, ma portava i capelli come suo cugino, lucidi di gel e lucenti come il muso di una creatura che emerge dal mare, con davanti un ciuffo scolpito ad arte. Bridger ci mise un minuto, poi cap: Elvis Presley in Viva Las Vegas.
- Allora, s, - disse Milos, con lo stesso accento denso e indefinibile di Radko, facendo loro segno di accomodarsi nell'ufficio,
- voi sta cercando un ladro, lo so, lo so.
Offr loro da sedere - due sedie di legno dallo schienale rigido
- e si lasci cadere in una poltroncina girevole dietro una scrivania che una volta doveva essere stata un tavolo da biblioteca, intagliato e butterato e con nient'altro sul piano spoglio che un unico antiquato telefono a disco. Il resto
dell'arredo comprendeva una tappezzeria a motivi geometrici, una
libreria zeppa di manuali di birdwatching e una lunga fila ininterrotta di guide telefoniche, pi di duecento, che si arrampicavano su per la parete come una specie di fortificazione. Alex sedette per un attimo sull'orlo della sedia, ma quasi immediatamente si alz e cominci a camminare avanti e indietro, usando liberamente le mani mentre sputava fuori tutta la storia, con Bridger che forniva precisazioni e fungeva da interprete ogni volta che lo sguardo di Milos sembrava farsi assente. Non ci vollero pi di cinque minuti, poi Alex rimase a corto di parole e si lasci cadere sulla sedia di fianco a Bridger. Guardarono entrambi Milos, ma la sua espressione era impenetrabile.
- Io sa gi tutto questo, - disse, mostrando le mani con i palmi rivolti all'ins. - Mio cugino, - aggiunse, con un lungo sospiro sibilante.
Il tempo si dilat e poi si contrasse di colpo. C'era uno strano silenzio, come se l'intero edificio fosse deserto, nonostante il fruttivendolo, e caldo, troppo caldo, dato che gli infissi della coppia di finestre alle spalle di Milos erano stati pitturati da chiusi e il ventilatore nell'angolo era spento - o non funzionava pi. Bridger scambi un'occhiata con Alex - era prosciugata, le spalle curve, ora che l'interpretazione era conclusa - e si chiese che cosa stessero facendo in quel posto. Come Radko gli aveva confidato, Milos si occupava soprattutto di divorzi, sbirciava nelle finestre di periferia, teneva d'occhio i motel parcheggiando sull'altro lato della strada, e il suo ufficio non ispirava esattamente fiducia. Era decisamente low-tech. Mentre il ladro, il tizio della foto, la voce al telefono, sembrava proprio un tipo high-tech.
Fu Milos a rompere il silenzio. - Un uomo come questo, -
inton, aprendo un cassetto della scrivania ed estraendone una cartelletta sudicia, - non  furbo come pensate -. Attese un momento, per aggiungere enfasi, poi sospinse la cartelletta verso Alex.
All'interno c'era il fax di un rapporto della polizia da
Stateline, Nevada, e da l quel viso ormai familiare li guardava malizioso.
Il nome dell'uomo risultava essere Frank Calabrese, nato a Peterskill, stato di New York, il 10.2.1970, nessun indirizzo,
senza fissa dimora diceva il rapporto, Sesso M, Razza
caucasica, Et 33, Altezza 180, Peso 90, Occhi Cast., Capelli Cast., Tess. Sanit. D/L 820 626 5757, Stato NY - ed era stato arrestato per contraffazione di documenti in un negozio della catena Good Guys, dove aveva cercato di ottenere del credito a nome di un'altra persona - Justin Delhomme - per acquistare un televisore al plasma del valore di 5000 dollari. Aveva con s una seconda patente rilasciata in California che lo mostrava con un'altra identit, quella di Alex Halter, Pacific View Court 31, San Roque.
Bridger poteva sentire l'eccitazione crescere dentro di lui
- eccolo, quel figlio di puttana, l'avevano inchiodato finalmente, inchiodato - e rivolse a Milos uno sguardo colmo di gioia e di gratitudine. Come aveva fatto a dubitare di lui?
- Quindi il suo nome vero  Frank Calabrese?
Milos congiunse le punte dei polpastrelli e guard meditabondo Alex, che a capo chino esaminava il rapporto, dimentica del resto. - Lei sta saltando alle conclusioni, - disse senza distogliere lo sguardo da Alex. - Questo non  suo nome, perch dovrebbe essere? - Si strinse nelle spalle. - Solo altro nome falso.
Intuendo che c'era qualcosa nell'aria, Alex alz lo sguardo.
- Ma non  cos furbo, sa lei perch? - continu Milos, indicando Alex ed emettendo un lungo respiro. - Perch  innamorato di lei.
Alex guard Bridger come se avesse il dubbio di non aver letto correttamente le labbra dell'uomo, poi si volt di nuovo verso Milos. - Innamorato? - ripet.
- Di lei, - ripet a sua volta l'uomo.
- Lei vuol dire che il bastardo  troppo preso dalla cosa...
ha investito troppo in questo imbroglio o quello che , per poter rinunciare, giusto? - fu l'interpretazione di Bridger.
- Chi tu sei, - disse Milos, concentrato sul movimento delle sue
labbra, - lui . Ora potete prenderlo.
Quasi involontariamente Bridger mormor - Ma come?
Il sole velava le finestre, un'imbrattatura di qualcosa che se ne stava sospeso l a disegnare una falsa illuminazione. Bridger percep l'odore del proprio sudore, fluido primordiale, una zaffata, e sent anche quello di Alex, pungente e acidulo. Aveva voglia di una birra. Aveva voglia di spiaggia, di oceano, di pace, di comunione e amore, e invece quel che aveva era quel
forno di stanza e il cugino di Radko talmente criptico che potevano fargli scrivere i bigliettini dei biscottini della fortuna a Chinatown.
- Come? - ripet.
Milos si mise una mano nei capelli, con l'unico risultato che quelli scattarono immediatamente al posto di prima, ritti come neri razzi lucenti, poi infil nuovamente la mano nel cassetto e spinse verso di loro un pezzo di carta. C'era scritto il numero di una casella postale di Mill Valley. -  qui che vanno le bollette, quelle del cellulare. L'indirizzo su questo conto  quello della signorina e anche il numero fisso, ma la bolletta va qui -.
Ora stava sorridendo. - Molto simpatico l'addetto alle riscossioni.
Penso voi conoscete lui, il signor Simmonds? - Altra alzata di spalle. - Un lavoretto da niente.
A causa delle labbra goffe e della pronuncia maldestra Alex non riusciva a leggergli le labbra, quindi Bridger tradusse per lei meglio che pot. Alex lo guard attenta, poi si agit sulla sedia
- Ma che cosa dobbiamo fare? - chiese, il viso di chi era sull'orlo di un burrone.
La voce di Milos cavalc una corrente, il timbro pi alto, adesso, come fosse stata catturata da un filo di vento. - Lei va, - disse.
- Anche lei  Alex Halter, no? Ha prove per dimostrarlo?
Alex annu.
- Allora quella  la sua casella postale.
Era presto, domenica mattina, quando lasciarono San Roque con la
Jetta di Alex diretti a nord. Bridger aveva avuto intenzione di parlarne a Radko - aveva fatto la sua scelta, per amore, per Alex, per sostenerla - ma infine opt per la strada pi semplice, una mail. Spiacente. Vado via una settimana.Emergenza.
Bridger. PS. Ci vediamo luned?

Avevano il sole alle spalle mentre uscivano dalla citt lungo l'autostrada sulla costa. L'oceano catturava la luce e la rigettava sull'asfalto: l'auto era un'ombra che correva slanciata davanti a loro. Alex sedeva al posto del passeggero, il viso quieto e composto, i capelli ancora umidi per la doccia e raccolti in un modo che le valorizzava il profilo della mandibola, lo spigolo dello zigomo, l'orecchio dalle volute perfette come una conchiglia.
Quel mattino l'aveva tenuto stretto a lungo, poi l'aveva
scostato da s e gli aveva detto a segni Ti amo: prima l'indice aveva indicato il proprio cuore, poi entrambe le mani si erano incrociate in un abbraccio, e infine il dito era andato a indicare lui, e Bridger non era riuscito a resisterle. La sera prima avevano fatto l'amore, lentamente e con dolcezza, il letto come un canotto in mare nel buio silenzioso della stanza. Poi l'avevano rifatto sul tappeto dell'ingresso quando lei era uscita dalla doccia e gli aveva di nuovo sillabato a segni: Ti... amo.
Come si sentiva? Luminoso. Scintillante. Splendente come una gemma. La radio era accesa e lei era china sul suo portatile, alternativamente picchiettando sui tasti e alzando lo sguardo per osservare il paesaggio al di l del finestrino e fissare le onde che si rincorrevano, con le labbra in fuori e gli occhi che guardavano senza vedere, isolata dal momento, dal luogo, dal mondo.
La musica penetrava in lui e Bridger batteva il ritmo sul cruscotto. Una vecchia canzone, che aveva dentro da sempre, come il suo stesso sangue. Who, who, tubo,/Teli me who are you...
 
Capitolo 5.

Alz lo sguardo dallo schermo e vide la distesa del mare, le onde pi lontane immobili come tegole appoggiate le une alle altre, il latte versato delle nuvole, il sole un'arancia - metafore, ogni cosa  una metafora - mentre la foresta tetra e umida di La Bassine si dissolveva in una fiammata di luce nel riflesso sull'acqua. Bridger era al suo fianco, l, solido, visibile, una mano sul volante, l'altra sul cruscotto batteva il ritmo della musica.
Il mento dava colpetti leggeri all'aria, le spalle facevano su e gi. Uno e due, uno e due. E adesso cantava, cantava in assoluto silenzio, le labbra sporte in fuori come se stesse soffiando tutte insieme le candeline di una grossa torta. Guard il display a cristalli liquidi della radio: 99.9, rock classico.
Bridger stava cantando una canzone che sapeva da sempre e lei no,
cantava tra s, circondato da cose vive, comprensibili e belle, trasportato dalla musica. Alex non si sofferm a pensare a che cosa significasse essere l, in quel posto dove gli udenti venivano trasportati come succedeva a lei quando scriveva o leggeva.
O anche quando era rinchiusa nel buio scrigno di un cinema, quando le forme si muovevano e si mescolavano convulse sullo schermo e lei le vedeva con una chiarezza cos intensa da dover distogliere lo sguardo. No, si limit a sentire attraverso di lui, ad ascoltare attraverso l'armatura delle sue spalle e i colpetti ritmici della sua mano, e di li a poco anche lei batteva il tempo.
Il paesaggio fuggiva veloce alle loro spalle. Il cruscotto rispondeva al loro tocco, mentre le loro mani, insieme, tenevano il ritmo. Poi apparve una macchina nella carreggiata centrale e li super silenziosa. Bridger volse lo sguardo su Alex, schiudendo le labbra in un sorriso, e cant per lei, pi insistente, con pi
enfasi e pi forza, le labbra, le sue labbra che dicevano: Who, who, who, who?
Non aveva pensato a cosa avrebbe fatto dopo, dopo aver preparato i bagagli e aver preso le due carte di credito nuove che aveva dovuto richiedere dopo aver cancellato le altre, perch le era sembrato tutto cos naturale, tutto cos logico. Il ladro era a Mill Valley, aveva una casella postale presso un Mail Boxes: loro stavano andando l e l'avrebbero scovato, tenuto d'occhio, pedinato. Gi: e poi? Avrebbero chiamato la polizia.
Nella sua fantasia lo vedeva entrare nel negozio per controllare la posta mentre loro due erano seduti fuori, in macchina - loro sapevano che faccia aveva lui, ma non viceversa - e componevano il 911 col cellulare. Oppure potevano ritirare direttamente la sua posta, trovare un indirizzo, un numero di conto, rintracciare la sua abitazione e inchiodarlo l (s, inchiodarlo, come si inchioda un'asse di legno al pavimento). E immaginava una squadra speciale Swat che gli piombava addosso, gli agenti coi giubbotti antiproiettile e i caschi protettivi, le luci lampeggianti rosse come mele candite sui tetti delle auto, l'elicottero che schiaffeggiava l'aria. Allora l'avrebbe affrontato, gli avrebbe sputato in faccia mentre lo portavano via, imprigionato con la stessa inflessibile severit che avevano riservato a lei, e poi l'avrebbe affrontato di nuovo in tribunale, una perfetta testimone con un perfetto autocontrollo, l'interprete immobile al suo fianco.
Ma quella era la fantasia. La realt - il solo pensiero le diede una stretta allo stomaco - poteva essere molto meno certa, persino pericolosa. Quant'era stupido quell'uomo? Quanto ci teneva alla sua identit, e che cosa avrebbe fatto una volta saputo che era stato scoperto? A quest'ora poteva essere lontano mille miglia, poteva essere un osso duro per degli investigatori dilettanti, poteva avere un nuovo nome e una nuova identit.
Poteva essere ovunque. Poteva essere chiunque. E tuttavia, il pensiero di ci che le aveva fatto senza pensarci due volte, senza il minimo scrupolo o un'ombra di coscienza la inond della rabbia che provava da sempre, la rabbia data dalla vergogna,
dall'inadeguatezza, dalla condiscendenza degli altri. Vendetta, ecco cosa voleva. Ferirlo come aveva fatto lui. Solo quello.
Avevano appena superato King City quando alz di nuovo
lo sguardo. Bridger non stava pi picchiettando sul cruscotto, non cantava pi. Aveva una mano che ciondolava sul volante, le dita penzoloni, sprofondato nel sedile. Sembrava stanco. O
uno straccio. Come in stracciato, eliminato, distrutto. Gli tocc
il braccio e Bridger si volt. - Sei stanco? - gli chiese. - Vuoi fermarti per mangiare qualcosa?
Bridger si limit ad annuire, il che and comunque bene, dato che Alex non poteva pretendere che lui contemporaneamente tenesse gli occhi sulla strada e le labbra nel suo campo visivo.
Ma dopo un attimo lui si gir completamente e le chiese: - Di cosa hai voglia... messicano?
- Perfetto.
Sorrideva ancora quando svolt per uscire dall'autostrada e immettersi nella strada principale - l'unica strada, in effetti -
di una cittadina che consisteva unicamente in un fruttivendolo, un distributore di benzina, una cantina e due bugigattoli di taqueras che si facevano concorrenza, chiamate La Tolteca e El
Sitio. - Ottima scelta, - le disse Bridger mentre spegneva il motore.
Scelsero El Sitio senza sapere perch, dato che tra i due locali non sembravano esserci differenze di rilievo. Entrambi erano bui - ehi, l'elettricit costa! - ed erano gestiti dalle mogli, dai genitori e dai figli degli uomini che stavano nei campi. C'erano quattro tavoli contro una parete, un bancone alto, la cucina.
Odori indefinibili indugiavano nell'aria, misteriosi ma invitanti, un denso aroma di vecchio chili, di fagioli rifritti in una pentola incrostata di residui di cibo, di peperoni e cipolle dentro la padella per le fritture sempre calda. Uno dei tavoli era occupato da due donne bianche extra large - viaggiatrici come loro
- che fissavano contrariate i resti dei loro burritos avvolti nella carta oleata e tenevano le bottiglie di Dos Equis come fossero estintori. Un vecchio con la faccia da lucertola in camicia e pantaloni bianchi era seduto alle loro spalle e frugava poco convinto con la punta della forchetta di plastica delle uova strapazzate con contorno di fagioli. Alla parete era appeso un menu scritto a mano.
Bridger lo consult per qualche istante, poi si rivolse alla donna dietro il bancone. Disse qualcosa che Alex non riusc a cogliere - forse stava parlando in spagnolo? - poi la guard.
- Hai gi deciso?
- No, - disse lei, usando inconsciamente anche le mani.
Guard il menu e di nuovo lui. - Ci penso io a ordinare per me.
La donna al bancone, piccola e dall'ossatura minuta come una bambina, anche se i suoi capelli si stavano ingrigendo, li guardava impassibile. Era li per prendere le loro ordinazioni e
i loro soldi, dargli un affarino di plastica con su un numero e chiamare quel numero quando il loro ordine era pronto, ma a parte tutto ci i suoi occhi mostravano ben poco interesse. Il menu era
in spagnolo: taco de chuletas taco de rafas; taco de cazuelas
tamal de verduras. Ma non era un problema. Alex viveva a San Roque da pi di un anno e conosceva i fondamenti della cucina messicana, come d'altro canto quelli della cucina italiana, francese e cinese, e a renderle le cose pi facili, dato che non si sentiva di litigare con la pronuncia - l'inglese era gi una sfida quotidiana - a ogni piatto corrispondeva un numero. Scelse il quinto della lista, tostada de pollo, si volt verso la donna e disse pi chiaramente che pot: - Il numero cinque, grazie.
Per un lungo istante la donna la esamin con occhi cos scuri che non c'era demarcazione tra l'iride e la pupilla, poi guard Bridger e disse qualcosa nella propria lingua, qualcosa che inizialmente Bridger sembr non capire. La donna dovette ripetere, e allora Bridger annu, i pallidi capelli diventati traslucidi per la lunga lama di sole che si intrufolava nel locale attraverso la porta aperta. - La signorina prende il numero cinque, - disse, poi lo ripet nel suo spagnolo scolastico.
Presero posto a un tavolo dietro le due donne - quanti americani erano obesi? Il trenta per cento? Era quella la cifra che aveva letto? - e Bridger and a prendere da bere. Per lui una orchata, per lei una Diet Coke direttamente dalla lattina. Le donne davanti a loro erano appoggiate pesantemente al piano del tavolo, i visi animati, a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altro, mentre si scambiavano confidenze - pettegolezzi - e Alex desider quasi poter sentire quel che si dicevano dei mariti, dei fidanzati, dei disturbi che avevano, delle cure di bellezza e dei
figli che invariabilmente erano una delusione. Invece chiese a
Bridger che cosa avesse detto la donna al banco. -
E perch non mi ha capito? Non ero stata chiara?
Bridger abbass lo sguardo. - No, non  quello. O forse s.
Ha... cio, il suo inglese non  un granch.
- Ah, s? Ma che cosa ha detto?
Bridger sembrava imbarazzato - o riluttante - e Alex si accorse che stava arrossendo violentemente.
- Era un insulto, vero?
- Non lo so, - rispose Bridger, e poi disse qualcos'altro che Alex non riusc a capire.
- Era in spagnolo?
Invece di ripetere, fatica inutile, Bridger prese una penna dalla tasca e scrisse quella parola sul tovagliolo di carta: Sordomuda.
Il viso di Alex si fece incandescente. - Sordomuta?
Bridger annu.
Quel che Alex avrebbe voluto chiedere era Come ha fatto a capirlo? ma invece guard dall'altra parte della sala, dove la donna sedeva appollaiata su uno sgabello dietro il registratore di cassa, la testa china, a sfogliare un quotidiano messicano.
Portava degli orecchini d'oro, flebili punti luce; una croce d'argento le pendeva dal collo appesa a una catenina dello stesso metallo. Era una donna assolutamente comune, come mille altre donne in mille altre rivendite di tacos, ristoranti messicani e pupuserias, una donna che conosceva la sensazione del pestello
nel mortaio e la consistenza dell'impasto di harina a cui dare la forma con le mani prima di schiacciarlo tra i palmi. Ma chi era? Aveva un figlio sordo? Una sorella sorda? Era sorda lei?
O era solo superiore? Sprezzante? Odiosa?
Sembrava che tutto si fosse fermato, ogni cosa immobile, a parte il braccio destro del cuoco - un uomo cos piccolo e minuto che poteva essere il fratello della cassiera - che scattava ritmicamente avanti e indietro passando e ripassando la padella sul fornello a gas. Dopo un istante, Alex si volt nuovamente verso Bridger e gli chiese a gesti Come ha fatto a capirlo? ma lui si strinse nelle spalle, le mani in fuori nel gesto di chi non sa. Quando il loro ordine fu pronto Bridger and al banco e le port un piatto di carta che le pos davanti. Il contenuto non assomigliava neanche lontanamente a una tostada. Non c'era la
sfoglia di pane croccante, tanto per cominciare, inoltre non c'era neanche la lattuga. Quel che c'era assomigliava a delle frattaglie a mollo in un sugo con un mare di formaggio fuso.
- Che c'? - le chiese Bridger, la bocca piena di fagioli e riso.
- Non hai fame?
Molto lentamente, con la punta di un dito riluttante, Alex allontan il piatto, ma non valeva la pena di stare a spiegare.
Lasci che le sue mani parlassero per lei. No, disse, non pi.
- Vuoi guidare tu? - le chiese Bridger. Erano in strada davanti al ristorante, la macchina inondata di sole. Faceva pi caldo di quanto si aspettasse, all'interno la temperatura era pi alta che sulla costa. Il caldo le faceva l'effetto di una droga e Alex non vide la donna che la fissava dalla vetrina della taquera, n le due lucertole che si inseguivano nella polvere, n l'ammasso di foglie di quercia ingiallite a forma di artigli per terra. Non aveva voglia di guidare. Voleva solo piazzare gli occhi sullo schermo e chiudere fuori il resto del mondo: furono le sue dita a comunicarlo a Bridger. Un attimo dopo si lasciarono la cittadina alle spalle e solo la vibrazione dei pneumatici cinturati che mordevano l'asfalto le disse che erano in movimento.
 
Capitolo 6.

C'erano due camere da letto vere e proprie, nell'appartamento, una per Madison e una per lui e Natalia, pi un'altra mezza camera, quella che la tizia dell'agenzia immobiliare tentava di spacciare come stireria o nursey. Oppure - scoccandogli un'occhiata adulante e calcolatrice -, uno studio in casa, uno studio lontano dallo studio. Per quando  stanco
dei pazienti -.
Non era un granch, non molto pi grande della cella che condivideva con Sandman alla Greenhaven Prison, ma aveva la vista sulla baia e sul monte Tamalpais, che visto da li sembrava uscito da un dipinto puntillista. Inoltre Natalia gli aveva trovato una scrivania di quercia, una coppia di cassettiere e una lampada Tiffany recuperata in una delle sue scorrerie per antiquari.
E cos, alla fine, era diventato uno studio. Aveva collegato computer e stampante e conduceva i suoi affari da li, riservandosi di usare i computer della biblioteca comunale per le transazioni particolarmente delicate, quelle che non voleva correre il rischio che venissero rintracciate. A Madison non era permesso andare in quella stanza, per ovvi motivi, e Peck si innervosiva anche quando Natalia entrava per prendere una penna o un paio di forbici, anche se una volta in cui aveva scordato di chiudere la porta lei si era intrufolata nuda e gli aveva coperto gli occhi con le mani: non aveva neppure avuto bisogno di sussurrargli Indovina chi ?
In quel momento era appunto nello studio - Natalia si era concessa una mattinata al centro benessere e Madison era al campo estivo - e stava facendo qualche ricerca. Era il genere di cose in cui se la cavava bene, anzi alla grande: erano tre anni che la passava liscia, e anche se qualcosa ogni tanto andava storto
(come quella volta a Stateline quando era rimasto su tutta la
notte ai tavoli da black jack, era fatto e scoppiato e probabilmente anche pi sbronzo di quanto pensasse) riusciva comunque a cavarsela in qualche modo. Paghi la cauzione e te la smammi, lasciando che se la prendano con qualcun altro, Alex Halter, Frank Calabrese o chi per loro. Per lui era una cosa da niente, adesso, e se non si fosse innamorato di Natalia avrebbe potuto vivere a Marin a lungo, un dottore con giacche fatte a mano e il soprabito di pelle che s'era comprato l'inverno scorso, money fornothing and th chicks forfree, non  cos che diceva la canzone?
La prima volta, invece, quando era ancora Peck Wilson ed era innamorato della propria bambina di quattro anni - la dolce Sukie, come gli piaceva chiamarla - la legge era una tenaglia, una briglia che lo teneva stretto, una morsa soffocante che impediva all'aria di arrivare ai polmoni e al sangue di raggiungere il cuore. Gina aveva sgombrato il campo portandosi via la figlia, tornandosene a casa dal vecchio Pallone Gonfiato e perch poi? Perch lui era un figlio di puttana, un topo di fogna, un essere spregevole, perch la imbrogliava e non era un padre all'altezza e non voleva vederlo mai pi. E se mai avesse osato metterle addosso anche solo una mano, se solo l'avesse sfiorato il pensiero...
Quel che lei aveva omesso di dire, quel che il suo avvocato aveva omesso di dire, era il modo in cui lo trattava lei, come se fosse stato assunto al solo scopo riproduttivo, con l'unica funzione di ampliare il patrimonio genetico della dinastia Marchetti sfornando una nipotina, un'erede pi graziosa di una reginetta e pi in gamba di quanto loro avrebbero mai potuto sperare di creare da soli. Quello, e andare avanti a ingrassare il loro conto in banca tirando la carretta giorno e notte fino a schiattare.
Senza di lei e con l'incrollabile ostilit di quel pallone gonfiato di suo padre a mettergli il bastone tra le ruote, il Milano era fallito nel giro di sei mesi - era arrivato lo Stato e aveva fatto chiudere il locale per il mancato pagamento delle tasse sull'immobile, somma che lui aveva utilizzato per pagare i fornitori -
e neanche Pizza Napoli se la passava bene. Ma l'ordinanza di divorzio, su cui lui non era d'accordo ma cui era troppo stanco per opporsi, specificava la somma che gli toccava pagare per gli alimenti e il mantenimento della figlia e stabiliva le ore - i minuti, i secondi - che poteva trascorrere con lei. Okay, d'accordo.
Si trasfer in un appartamento pi piccolo e cominci ad andare in giro fino a consumare le ruote della macchina. Ci fu una Caroline, una Melarne, e quell'altra, come si chiamava la ragazza della libreria all'interno del centro commerciale? Alla domenica portava Sukie a dar da mangiare alle anatre al Depew Park o allo zoo del parco di Bear Mountain, oppure prendevano il treno per andare in citt a vedere la prima di un nuovo film per bambini o a vedere le vetrine di Natale ai grandi magazzini sulla Quinta Strada.
Anche adesso, seduto alla scrivania, mentre studiava le informazioni che gli arrivavano come doni dal cielo, riusciva a ricordare come si era sentito quando aveva saputo che Gina vedeva un altro. Si era lasciato andare - era gi tanto se si allenava ogni due o tre giorni - e beveva troppo, spendeva pi di quanto avrebbe voluto per delle donne che non gli davano niente e per il resto si faceva assorbire, anche troppo, dal lavoro. Una sera, dopo la chiusura, era andato in un night li vicino, un locale dove si esibiva una band, ed era al bancone senza pensare a niente, in attesa di Caroline che era andata alla toilette, quando qualcuno gli circond le spalle con un braccio: Dudley, uno degli aiuto camerieri del Milano, quello che stava sempre nella cella frigorifera con una nuvoletta di vapore davanti alla faccia. -
Ehi, - disse Peck.
- Ehi. Com'?
Dudley doveva avere diciannove o vent'anni, aveva i capelli attorcigliati in dreadlock biondi, sguardo intelligente, un gran sorriso sfacciato e tatuaggi fino alla vita, per quanto si era potuto vedere al ristorante, ma Peck immaginava che non finissero li. Gli sembrava il tipo che probabilmente aveva una testa di drago che gli spuntava tra le gambe, tatuata sull'inguine.
Per tutta risposta, Peck disse: - Niente di speciale, - solo per poi deliziarlo con una lunga lista di lamentele, in cui non ultima veniva quella troia di sua moglie. Quando torn Caroline si fecero un bicchierino di Jger tutti e tre insieme mentre la band si lanciava in una cover dei Nirvana che loro ascoltavano muovendo la testa a tempo. Alla fine del pezzo il gruppo fece una pausa, Caroline usc a fumare e Dudley si sporse verso di lui, i gomiti puntati sul bancone del bar e disse: - Che schifo per il ristorante.
Era vero. Peck assent. Ci fu del movimento alla porta, qualcuno entr e qualcuno usc, un tizio infil una moneta nel juke box e torn il solito baccano assordante.
- Gi, - disse Dudley, alzando la voce per farsi sentire, - e fa schifo anche la storia di Gina e tutto il resto.
Un pugno cominci a picchiare all'interno della tempia destra di Peck. - Cosa vuoi dire?
Il viso di Dudley si ritrasse di colpo, volando via lungo il bancone del bar come un palloncino con disegnato un volto umano, per poi galleggiare di nuovo verso di lui. - Vuoi dirmi che non sai niente?
Il giorno dopo Peck non and a lavorare. Sentiva un flebile scrupolo di coscienza - si sarebbero trovati a corto di personale senza di lui, e avrebbero avuto problemi anche con le ordinazioni: il lavapiatti se ne sarebbe rimasto seduto ad ascoltare talk show di destra alla radio, mentre Skip sarebbe stato cos ubriaco che avrebbe bruciato la crosta delle torte salate e avrebbe schiacciato i calzoni fino a farli sembrare animali sbattuti su un piatto dopo essere stati spiaccicati da una macchina. Ma i rimasugli della sua etica del lavoro erano niente a confronto della rabbia che provava. E poi, per che cosa lavorava? Per chi lavorava?
All'inizio si era rifiutato di credere a ci che gli aveva raccontato Dudley. Che lei uscisse con qualcuno era gi abbastanza da fargli saltare le valvole, ma che uscisse - che andasse a letto, che scopasse - con Stuart Yan era oltre la sua capacit di comprensione. Che fosse un asiatico, o mezzo asiatico, non c'entrava niente, ma proprio niente (anche se tuttora non poteva fare a meno di chiedersi come Pallone Gonfiato aveva preso la faccenda). Il problema, il problema che gli si era immediatamente piazzato dentro col peso di un macigno, era come avrebbe fatto ad affrontare la gente, chiunque - Dudley, i suoi amici, gli ex clienti, la gente al bar - dal momento che sua moglie si faceva fottere da un giallo e lui doveva pure sborsare i soldi, doveva pagarla perch lei potesse aprire le gambe come una puttana e si facesse scopare tutto il santo giorno.
Non erano ancora le dieci del mattino che lui era gi parcheggiato in uno spiazzo davanti alla casa dei genitori di lei.
Era primavera, primavera inoltrata, e la vegetazione era gi molto folta, con erbacce che coprivano il paraurti anteriore,
i rami degli alberi ricoperti di foglie, ma aveva comunque paura che lei notasse la macchina - il grigio limatura di ferro non era esattamente il massimo per mimetizzarsi nel verde. Passavano parecchie macchine, tre o quattro alla volta, come se fossero tutte attaccate a un cavo, poi niente, poi altre tre o quattro.
Gli uccelli affollavano la chioma dell'albero che sovrastava la sua macchina - dei cosini neri e gialli che non aveva mai notato prima e che saltellavano tra le foglie come pupazzetti
- e per un attimo temette che avrebbero macchiato il tetto della macchina con gocce di escrementi biancastri, ma alla lunga uscirono dalla sua visuale e se ne dimentic. Non sapeva bene che cosa stesse facendo, parcheggiato li sotto un albero in una stradina secondaria che finiva nel nulla, non aveva un piano: tuttavia non appena sentiva lo stridio di pneumatici sulla strada il cuore cominciava a pestare contro le costole.
Osserv pick-up sferraglianti, macchine di ogni marca e tipo, un bambino su una Yamaha verde. Il marciapiede odorava di sole. Dopo un po' di tempo abbass il finestrino, accese la radio a basso volume e lasci che gli sussurrasse il lieve ritmo di una canzone che conosceva cos bene che avrebbe potuto esserne l'autore.
Pass un'ora, due, tre.
Finalmente - forse si era appisolato per un po', non ne era certo - si ritrov di colpo all'erta, come se qualcuno gli avesse appioppato uno schiaffone o l'avesse inondato con una secchiata d'acqua gelata: eccola. La sua macchina, una Honda blu metallizzata che le aveva comprato il padre, e c'era lei al volante con quei brutti occhiali dalla montatura nera, e due piccoli pugni bianchi avvinghiati al volante che oscillavano a destra e a sinistra nonostante la strada fosse dritta come un filo a piombo, e c'era anche la bambina, dietro, sul seggiolino - Sukie, assicurata con la cintura, abbracciata a un orsacchiotto arancione fluorescente, il viso una macchia indistinta - e c'era anche un altro viso, sul sedile del passeggero. La macchina veniva verso di lui - aveva scelto quella posizione proprio per la visuale che gli offriva - e fu tutto finito nel giro di dieci secondi. Ma gli erano comunque bastati per riconoscere quel viso, rotondo come un pallone da spiaggia, gli occhi sonnolenti, le labbra indecise rivolte verso il basso, e prima di poterci pensare aveva girato la chiave nell'accensione e aveva innestato la marcia.
Se anche lei non l'aveva visto a lato della strada, di certo lo vide ora. Peck ne incroci gli occhi nello specchietto posteriore, poi Gina accost la testa a quella di Yan e l'uomo si volt a guardare indietro: a Peck bast quello a fargli perdere il controllo, quel gesto inconsapevole di complicit, di intimit - accostarsi l'uno all'altro - e arriv a pelo del paraurti della Honda cos forte che dovette frenare per evitare di andare a sbattere.
E l'avrebbe anche fatto - buttarli fuori strada, perch stava agendo d'impulso, ostile a chiunque camminasse o respirasse sull'intero pianeta - non fosse stato per Sukie. Sua figlia.
Sua figlia era l, fissata al seggiolino insieme all'orsacchiotto, ed era lui quello fuori controllo, quello che la metteva in pericolo.
Arretr a una distanza pari circa a met macchina - la sicurezza, la sicurezza prima di tutto, perch Gina era la guidatrice pi scarsa e maldestra che avesse mai visto - ma rimase l, i nervi scoperti, ferito, imbarazzato, rimase l, nella loro scia, finch apparve un distributore di benzina sulla destra e Gina mise la freccia per accostare.
Come se questo potesse aiutarla.
In un batter d'occhio Peck scese dalla macchina, gridava, non sapeva nemmeno lui cosa - insulti, nient'altro che insulti, e forse qualche vaga accusa - e aveva gi le mani sulla portiera della Honda dal lato del guidatore mentre Stuart Yan stava ancora uscendo dalla sua parte, sbuffando, e un tizio calvo alla pompa 3 domandava: - Ehi, che diavolo sta succedendo qui?
- Se ricordava chiaramente qualcosa di quegli istanti confusi e frenetici della sua vita, era il viso di Gina dietro il finestrino alzato e la portiera chiusa con la sicura - pallido, distante, spaventato da ci che stava per accadere - e lo sguardo di sua figlia.
Il suo viso era come una grossa ferita aperta, sofferente, perplessa, intrappolata nell'occhio di un ciclone di emozioni.
Quello sguardo - lo sguardo di Sukie - l'aveva quasi fermato.
Quasi. Ma a quel punto era come una tanica di benzina - roba ad alto numero di ottani, maledettamente infiammabile - che esplode contro Stuart Yan: prima gli rifila un calcio alla trachea e poi lo afferra per la giacca - una schifezza degna di un agente immobiliare con un'opinione esagerata di se stesso - e lo fa volare sopra il cofano della macchina. Che ci voleva adesso? Il bidone dei rifiuti, ecco, la prima Cosa che
gli venne per le mani: era comunque di metallo, no? Lo sollev alto sopra la testa
- spazzatura che vola dappertutto, bicchieri di carta e tovagliolini e lattine di bibite - e lo cal sul finestrino con tutta la forza che aveva, ancora e ancora e ancora.
Sollev lo sguardo dal computer e lo rivolse alla baia, dove una fila di pellicani galleggiava come foglie sulla pancia del mare.
In primo piano una fila di palme che disegnavano una lieve curva, proprio come in Florida o nelle Hawaii, anzi meglio; il sole scintillava sui cofani delle Jaguar, delle Mercedes e delle BMW che stazionavano nei parcheggi riservati; le barche a vela sfilavano come statue semoventi. Se solo Gina avesse potuto vederlo ora. Era in un appartamento che valeva settecentocinquantamila dollari, aveva una BMW nuova, soldi in banca, una ragazza per cui chiunque sarebbe stato disposto a uccidere, seduto alla sua scrivania antica alla luce della sua lampada antica, a fare ricerche, a manipolare documenti, il genere di lavoro che aveva sempre il potere di calmarlo. Ma in quel momento non era calmo. E non era felice. Non oggi. Anzi, pi ci pensava pi si incazzava, pieno fino al collo della stessa rabbia che si era impadronita di lui quando aveva spedito Stuart Yan in ospedale.
E perch? Perch era stato imprudente, perch si stava facendo fregare, perch Natalia era l'unica cosa che non voleva perdere.
E il problema non era Alex Halter, ora lo capiva. Era Bridger.
Bridger Martin.
Una volta ottenuto il numero di cellulare, il resto era stato facile. Con il numero di cellulare di Bridger in mano, attraverso un sito Internet aveva scoperto qual era il suo gestore, quindi aveva chiamato il servizio clienti corrispondente, presentandosi come il sergente Calabrese della Divisione Frodi della Polizia di San Francisco. La donna all'altro capo della linea
- poteva trovarsi in India quanto nell'indiana - non aveva mai chiesto di poter effettuare una verifica, ma comunque lui avrebbe potuto usare un vero codice identificativo della polizia che si era procurato una volta, quindi aveva abbinato il cellulare al numero di conto ed era risalita al nome e all'indirizzo abbinati al conto stesso. Per venticinque dollari, e sempre online, una banca dati gli aveva fornito
tutti gli estremi necessari per ottenere il suo rapporto di credito - nome, indirizzo, numero della tessera sanitaria, data di nascita - e Peck invi dei fax a tre Centrali Rischi su carta intestata di una delle sue attivit fittizie, l'immobiliare Marin, dicendo che Bridger Thomas Martin, anni trentasette, di San Roque, abitante al 196 di Manzanita a San Roque, voleva fare affari nel campo degli investimenti immobiliari e richiedeva quindi una copia del suo rapporto di credito. Qualche ricerca, ecco tutto. Giusto per guardarsi le spalle.

Dal momento in cui aveva ricevuto quella telefonata allo Smart-Mart aveva avuto il suo bel daffare, ma aveva sempre considerato una simile eventualit. La stessa agenzia Realtor da cui aveva acquistato l'appartamento l'avrebbe rivenduto per suo conto, e anche se tra una cosa e l'altra ci avrebbe rimesso un paio di migliaia di dollari non gli importava: aveva gi aperto un nuovo conto a New York su cui trasferire i fondi una volta conclusa la vendita. L'avrebbe venduta in poco tempo: era una propriet di prima scelta, davanti al mare, e la gente avrebbe fatto la fila per vederla. La parte difficile era Natalia. Non ne sapeva ancora niente. L'incaricata dell'agenzia immobiliare non avrebbe fatto vedere l'appartamento sinch loro non si fossero trasferiti, ma mentre Peck era pronto a lasciarsi tutto alle spalle, la scrivania, la lampada, i mobili della camera da letto, e tutto il resto, Natalia ne avrebbe fatto una questione di stato, ne era certo. Ed era questo che lo mandava in bestia. Quel pensiero. Il pensiero di perderla. E per che cosa? Per Bridger Martin?
Una settimana, gli serviva solo quello. Nel giro di qualche giorno avrebbe avuto il rapporto di credito in mano, e anche le nuove carte di credito, per quanto Bridger Thomas Martin, chiunque fosse, non era esattamente un magnate e i suoi massimali erano inferiori a quanto Peck avrebbe desiderato. Ma non era certo questo a preoccuparlo: aveva tutte le carte di credito che voleva, le carte erano l'ultimo dei suoi problemi. No, per quel pagliaccio aveva qualcos'altro in mente, ben altro. Una settimana. Una settimana sola, una settimana per sistemare tutto quanto, e poi se ne sarebbero andati. Se ne sarebbero andati con una nuova macchina: ecco, s, la vedeva gi, la nuova macchina
- quel pomeriggio, al ritorno dalla palestra, avrebbe fatto un salto al concessionario della Mercedes - ne avrebbe preso
una con un sacco di posto dietro per Madison, per i suoi giocattoli, i cuscini, le coperte, mentre lui e Natalia sprofondavano nei sedili anteriori a godersi l'eleganza di quella vettura. Si sarebbero fermati ovunque ne avessero avuto voglia, un viaggio in prima classe, una bella vacanza, certo, anche educativa per la bambina. Avrebbero visitato il paese, i suoi monumenti, i luoghi celebri. Pike's Peak, i grandi laghi, Gettysburg. E Las Vegas, senz'altro Las Vegas. Difficilmente Natalia avrebbe trovato da ridire su questo.
Quando ebbe ottenuto ci che gli serviva spense il computer, and in cucina e si fece un panino. Rimase a lungo appoggiato al piano di lavoro, le mandibole che lavoravano meccanicamente, lo sguardo fisso sulle piastrelle messicane, sul vasellame, i cesti e tutte le cianfrusaglie che Natalia aveva accumulato nel tentativo di conferire un minimo di personalit all'appartamento, sul nuovo microonde, sui tappeti navajo. La luce scivolava attraverso i vetri arrampicandosi sulle pareti. Era una luce mica da tutti, quella. Era la luce del sole riflessa sull'acqua della Shelter Bay, fluida e cangiante: c'erano delle volte in cui poteva starsene seduto per ore con un cocktail in mano a guardarla muovere e trasformarsi come un'immagine su uno schermo.
Gli sarebbe mancata. Gli sarebbe mancata anche la nebbia, e quel suo modo di avvilupparsi attorno a ogni oggetto del mondo visibile, come la neve in sospensione, sempre uguale e sempre diversa. Tutta la rabbia che sentiva prima se n'era andata -
se provava qualcosa, adesso, era una sensazione di vuoto.
Ma non poteva permetterselo. Aveva delle cose da fare.
Sciacqu il piatto, lo infil nella lavastoviglie, poi tir fuori la borsa della palestra dal ripostiglio. Allenarsi gli schiariva sempre le idee, con le endorfine in circolo, e il ripetitivo lavoro ai pesi che si trasformava, quasi inconsciamente, nella sua personale versione di una meditazione zen, u-no, du-e, fino a dieci, e di nuovo u-no, du-e, fino a dieci, il respiro profondo e regolare.
Quando andava bene, quando prendeva il ritmo, si sentiva tutt'uno con l'attrezzo - anzi, no, meglio: come se lui e la panca fossero la stessa cosa, non pi consapevole di una lastra d'acciaio. Dopo essersi allenato sarebbe andato a vedere quella macchina, poi doveva fermarsi al mercato. Stasera cordon bleu di vitello: avrebbe dovuto prendere le fettine senz'osso, il
prosciutto e l'Emmenthal che era solito adoperare (battere la carne, impanarla, posarvi sopra due fette di prosciutto e due di formaggio, arrotolare il tutto, chiuderlo con uno stuzzicadenti e passarlo in forno a 180 gradi) e stava pensando che magari avrebbe preparato degli gnocchi ai formaggi e un saut veloce di zucchine per contorno. O magari fave con pomodoro e basilico.
E avrebbe preso due bottiglie di quell'Orvieto che a Natalia piaceva tanto, e se ne avesse avuto voglia, magari avrebbe preparato due tortini alle mandorle. Le avrebbe fatto piacere.
E qualche spumone per la bambina.
Usc con la borsa in mano, senza guardarsi indietro.
Con quel che gli era costato l'avvocato avrebbe potuto passare un mese nel miglior hotel di Manhattan, senza badare a spese, col servizio in camera, i biglietti per qualche spettacolo e un conto aperto al bar. Ma quel tizio gli aveva procurato uno strizzacervelli che aveva testimoniato davanti al giudice che quanto Peck aveva fatto a Stuart Yan (oltre ai danni accessori alla vettura della moglie e alla terza parte lesa non poi cos innocente)
era frutto di un'aberrazione, l'esito di una temporanea incapacit, e che sarebbe stato ridicolo definirlo una minaccia per la societ, quando, era evidente, non rappresentava una minaccia per nessuno. L'avvocato cianci di circostanze attenuanti: l'imputato cercava solo di proteggere la propria famiglia da quell'intruso, quello sconosciuto, Yan, che lui vedeva, a torto o a ragione, come una minaccia per la moglie e la figlia, e a caldo, sul momento, be' certo, aveva avuto una reazione un po' esagerata.
Peck, da parte sua, ammetteva la propria colpa. Era pentito.
Desiderava ripagare tutti i danni arrecati. Inoltre non aveva alcun precedente ed era il proprietario di una piccola attivit ben avviata; incarcerarlo avrebbe privato la comunit dei suoi servizi e avrebbe lasciato almeno sette persone senza lavoro.
Ma il viceprocuratore distrettuale replic affermando che si trattava di un caso di tentato omicidio o quantomeno di aggressione a mano armata-aggravata, dato che l'arma letale utilizzata avrebbe potuto procurare danni gravissimi: dopo tutto l'imputato era cintura nera di karat e sapeva perfettamente che cosa stava facendo quando aveva attaccato il signor Yan, che, tra
l'altro, aveva temporaneamente perso la voce a seguito della lesione alla laringe e avrebbe probabilmente sofferto di un'invalidit permanente.
Peck doveva starsene zitto e buono a incassare, ma dentro di s ribolliva di rabbia. In circostanze diverse - per strada, in un bar, in qualunque altro posto - avrebbe preso quel tizio e l'avrebbe smontato un pezzo alla volta perch, dannazione, non aveva mai provato un odio cos feroce per nessuno, nemmeno per Yan o Gina. Ma chi si credeva questo? Perch ce l'aveva tanto con lui? Salt fuori che si stava solo atteggiando a recitare la parte dell'assistente del procuratore distrettuale, dato che nessuna delle parti aveva intenzione di andare in giudizio. Il risultato
- che a dirglielo prima si sarebbe evitato tutte quelle spese - fu un patteggiamento.
Il giudice, un ometto scheletrico dalla pelle scura che doveva avere una quarantina d'anni - con un cognome che cominciava per V e procedeva per sei impronunciabili sillabe - gli fece una ramanzina di cinque minuti, densa di sarcasmo, mentre Peck gli stava di fronte in piedi, cercando di sostenerne lo sguardo.
Yan era in fondo all'aula, con un collarino attorno alla gola, e Gina e i suoi genitori gli erano a fianco: sembravano puritani stretti in cerchio attorno al reo da gettare nell'acqua gelida per punizione. C'era solo una cosa di cui Peck era grato: che Sukie fosse a giocare da un'amichetta. Perch per quanto Gina potesse essere bugiarda e ostinata, anche lei capiva che non avrebbe avuto senso far assistere la figlia alla pubblica umiliazione del padre, non dopo ci che era successo al finestrino della macchina, la pioggia di schegge di vetro, non dopo il modo in cui suo padre aveva acceso la Mustang e aveva accelerato fino a far fumare le gomme facendo scappare tutti gli uccelli dagli alberi. Il giudice gli aveva rifilato tre anni con la condizionale, con in pi un ordine restrittivo che gli imponeva di non avvicinarsi a meno di centocinquanta metri dalla moglie. Non solo: gli veniva anche proibito di avere con lei qualunque tipo di contatto, per telefono, per posta elettronica, per posta tradizionale o attraverso una terza parte, con l'unica eccezione di quanto avrebbe stabilito la corte in base al diritto di famiglia riguardo le visite alla figlia. Alla fine di tutto il giudice si sporse in avanti e con un forte accento indiano gli chiese se aveva capito.
- S, - disse Peck, anche se era sbagliato, tutto sbagliato, e il retrogusto di quella storia gli dava la nausea. - Ho capito.
- Bene, - disse il giudice, - spero sinceramente che sia cos.
Se lei obbedir agli ordini di questa corte e si terr alla larga dai guai - da qualunque tipo di guai - allo scadere della condizionale e all'avvenuto pagamento dei danni dovuti alle vittime, quest'accusa verr derubricata a illecito. - Il giudice fece una pausa. L'aula era silenziosa, a parte il lieve lamento distante di un condizionatore. - Ma se me la trovo di nuovo davanti, non importa con quale accusa, sar meglio che abbia con s il suo spazzolino, perch la spedir direttamente in galera. Mi sono spiegato?
Peck ricordava di essersi sentito come qualcosa grattato via dalla suola di una scarpa, anche se il suo avvocato sembrava piuttosto compiaciuto e per tutti quanti l'incidente era concluso.
C'era anche sua madre, con una delle sue amiche a forma di sacco, e probabilmente erano entrambe gi sbronze, nonostante non fosse ancora mezzogiorno. Ma c'erano anche due suoi vecchi amici di bevute, Walter Franz e Chip Selzer, due ex dipendenti dell'ex bar dell'ex ristorante, che erano venuti per dare il loro sostegno. Mangiare, tutti volevano andare a mangiare, e magari anche due cicchetti per celebrare, sua madre che sorrideva, Walter e Chip che gli si affollavano attorno, ma lui non ne aveva proprio voglia. - Ehi, congratulazioni, amico, -
gracchi Walter, gettandogli un braccio sulle spalle. -  finita, ok? Finalmente.
Erano fuori, nell'atrio, dove una folla di gente andava e veniva.
Gente grassa. Gente stupida. Feccia. Poi vide Gina e i suoi che uscivano spingendo le porte girevoli alla fine del corridoio, Yan dietro come un servo, e non pot trattenersi: spinse via Walter con uno scossone tanto forte che lo mand a sbattere contro la parete, e quando Chip gli si avvicin, la mano aperta per battere il cinque, Peck si gir e usc a grandi passi.
Nelle settimane successive si mise sotto e cerc di dimenticare tutto. Concentrati sul lavoro, si diceva, scordati quella storia, pensa a sistemare la tua vita adesso. Anche se non l'aveva dato a vedere, i tentacoli di quella maledetta faccenda - gli incontri interminabili con l'avvocato e lo psicologo, i rinvi, la preoccupazione, insomma tutta quella pura e semplice merda -
l'avevano stretto alla gola e quasi fatto affondare. Pizza Napoli non andava pi come un tempo, o come sarebbe potuta andare se lui ci fosse stato dietro. Le vendite erano al minimo: la gente cucinava all'aperto o se ne andava in spiaggia, in estate la gente non pensava certo alla pizza, o almeno non ci pensava come quando i figli vanno a scuola e alla sera ti si mettono a tavola strillando che hanno fame. Per la prima volta in assoluto e contro ogni suo principio, perch cos il suo locale scendeva al livello di Pizza Hut o Domino's, cedette alle insistenze di Skip e offr un buono paghi-uno-e-prendi-due sul giornale locale.
Non fece una gran differenza e se pure vi fu un bip nell'elettro-encefalogramma del registratore di cassa fu troppo flebile per essere percepito. Ma l'annuncio sul
giornale (non era nemmeno un annuncio, solo un coupon dozzinale nell'inserto del gioved mattina) oltre che costargli dei soldi, fece piazza pulita della residua classe del locale. E questa era una cosa che lo mandava in bestia. Aveva odiato l'effetto che faceva sulla pagina,
il tratto grezzo con cui disegnava lo stereotipo del tipico cuoco italiano con la pancia, i capelli unti, i baffoni e il sorriso spensierato che, sfidando la forza di gravit, teneva una pizza in verticale sotto la scritta Pizza Napoli, prendi una pizza: quella dopo  GRATIS! Cristo, manco avesse venduto hula hoop.
E poi c'era Gina. Non gli era permesso contattarla, ma aveva ancora il diritto di vedere sua figlia la domenica, tutto il giorno, che a Gina piacesse o meno. Per questo il suo avvocato si era messo d'accordo con l'avvocato della controparte per stipulare un accordo in base al quale la madre di Gina avrebbe portato la bambina in un luogo neutro e lui sarebbe andato a prenderla l. Scelsero McDonald's - alla bimba piaceva moltissimo, pi per i giochi che per il cibo: non il milk shake alla vaniglia denso come fango e quella polpetta raggrinzita infilata tra due fette di pane dolciastro e unto, e neppure il ketchup, la senape, neanche gli anelli di cipolla fritti, niente sembrava interessarle dopo il primo sorso e il primo morso - e la madre di Gina era regolarmente in ritardo. Seduto nella sua Mustang, controllava l'ora ogni dieci secondi - quel posto era pieno di bambini ma la sua, di bambina, non c'era ancora - e quando la madre di Gina si faceva finalmente vedere non si scusava mai n diceva mezza parola, gli affidava
la bambina come se la stesse consegnando nelle mani di un pedofilo. La odiava quella donna con la faccia ristrutturata chirurgicamente e la liposuzione e i capelli congelati nella messa in piega e il modo in cui chiudeva la propria espressione e buttava via la chiave come se solo guardarlo fosse per lei una tortura? S, la odiava. E odiava Gina per quello che gli aveva fatto. E anche il Pallone Gonfiato - solo sentire la sua voce al telefono, il brontolio con cui lo strapazzava di continuo per il menu di Pizza Napoli, per i libri contabili, per
il saldo del bilancio, lo mandava in bestia: Non offri al pubblico quello che vuole. E sai perch? Perch t'impunti sulla pizza, non sai differenziarti. Da' retta a me:stai mandando tutto in malora.
Svegliati. Per non parlare di Stuart Yan, che gli aveva intentato una causa civile per i danni subiti. Prima o poi sarebbe scoppiato. Anche un santo avrebbe dato i numeri, sottoposto a quella pressione, e lui non aveva mai detto di essere un santo.
Era una domenica mattina ed era seduto fuori da McDonald's.
Leggeva la pagina sportiva del quotidiano, guardava le foglie che stavano cambiando colore, controllava l'ora - nove, nove e mezza, dieci - e la madre di Gina non si faceva vedere.
Il primo impulso fu di prendere la macchina e andare a casa di quella troia, dirgliene quattro, sfasciarle la casa se era necessario, ma lo represse: era un biglietto di sola andata per la prigione.
Controll nuovamente l'ora. Dalla porta usc un tizio, un nessuno, una non-entit in ciabatte infradito e pantaloncini, con due bambini per mano a comporre il quadretto di una famiglia felice, con i loro panini impacchettati e il parco o una partita di football nel loro immediato futuro o magari una gita in battello sul fiume per vedere le foglie riflesse nell'acqua.
Avrebbe voluto telefonare, ma anche quello era contro le regole.
Alle undici, disfatto dalla rabbia, rinunci e and in macchina al ristorante. Li trov un messaggio sulla segreteria telefonica: Volevo dirti che oggi Sukie non viene perch andiamo tutti ad assistere a un balletto alla Camegie Hall.
Ascolt il messaggio due volte, in piedi vicino al telefono nel suo ufficio sul retro, tentando di mantenere il controllo. Sulla parete c'erano delle macchie. Il locale odorava di salsa alla marinara, una puzza ormai stantia, e dell'unto dei peperoni e del formaggio che si bruciava sulle pareti del forno. Pensavano di averlo battuto, messo ai margini, eliminato dall'equazione: in
poco tempo l'avrebbero cancellato del tutto. Era questo che pensavano, ma si sbagliavano. Avrebbe potuto chiamare il suo avvocato e ricominciare il balletto da capo, avrebbe potuto lamentarsi, ma non gli conveniva - in fondo anche loro avevano un avvocato. Fino a quel momento aveva giocato secondo le regole.
Ora le regole erano state infrante.
Nel corso della mattinata, non appena aprirono gli uffici, telefon alle varie compagnie del telefono, del gas, dell'elettricit e dell'acqua, identificandosi come John Marchetti e ordinando l'interruzione dei rispettivi servizi. Inoltr una notifica di cambio di indirizzo all'ufficio postale, poi chiam l'American Express e la Visa - le carte di credito che aveva visto balenare nel portafogli del Pallone Gonfiato - dichiar di aver perso il portafogli e voleva che le sue carte di credito gli venissero sostituite e spedite per corriere entro la mattina dopo. Quando le carte arrivarono alla casella postale che aveva sottoscritto, cominci a ordinare cose che fece spedire al x 236 di Laurei Street: una nuova lavatrice con asciugatrice; un tavolo da biliardo antico con fondo in ardesia che pesava mezza tonnellata; una coppia di dalmata purosangue; una vasca per l'idromassaggio a quattordici getti che poteva ospitare comodamente sei persone. E fu solo l'inizio.
Disd il cellulare di Gina, cancell le sue carte di credito, and in banca e chiuse il conto corrente cointestato. E Yan. Se la prese anche con Yan, ma in un modo pi diretto. Una settimana pi tardi, dopo la chiusura e dopo aver fatto il giro dei bar, trov la sua Nissan parcheggiata davanti al suo appartamento e vers sei flaconi di acido muriatico sulla carrozzeria, poi tagli le gomme e quasi gli smantell il parabrezza. Era una notte fredda
- il suo alito ridotto a una nuvoletta di vapore - il metallo dei cerchioni scintillava alla luce dei lampioni come la spada della vendetta, e forse qualcuno lo vide o forse fu la casella postale, ecco, forse fu proprio quella, non lo seppe mai con certezza. Fatto sta che stava ancora dormendo quando vennero a prenderlo, e non si ricord lo spazzolino da denti.
Quando finalmente era riuscito a mettersi a cucinare, ormai erano le sette passate e Madison era stanca e piagnucolosa. Era seduta al tavolo della cucina: muoveva le gambette avanti
e indietro come su un'altalena e lo guardava impastare gli gnocchi mentre la carne nel forno lanciava i suoi profumati segnali di fumo, la salsa ai formaggi si addensava in padella, le zucchine sfrigolavano immerse in olio d'oliva, vino rosso, aglio e basilico tritato, la fiamma alta ancora per un attimo, poi ridotta quasi a niente. Madison aveva davanti un bicchiere di latte intatto e un panino, i francesi lo chiamavano croque monsieur, che le aveva preparato con la punta di una baguette e le fette avanzate di prosciutto ed Emmenthal e quindi abbrustolito in padella.
Poteva vedere il segno del morso che la bambina aveva lasciato nel panino quando l'aveva portato alla bocca e poi aveva deciso che non ne voleva pi perch era capricciosa e stanca e piena di dolci fino alla nausea dopo la Giornata della Ciambella al campo estivo. E anche, certo, perch lui voleva che mangiasse e sua madre voleva che mangiasse e lei non voleva fare niente che nessuno volesse farle fare, non con quell'umore.
Da parte sua, aveva finito di blandirla. Poteva anche mandare tutto all'aria, fare il broncio e le smorfie e lamentarsi che
il latte era troppo caldo o il panino troppo freddo o implorarlo perch le leggesse una storia o almeno che la lasciasse alzare da tavola per vedere la Tv, ma lui aveva la testa altrove - si stava divertendo, la cena era quasi pronta, restavano due sorsi del vodka martini sul piano di lavoro, e l'Orvieto era in fresco. Natalia aveva apparecchiato in terrazza - era una sera stranamente mite, la nebbia era lontana, almeno per ora - e adesso si trovava appunto l fuori, in una mano un martini, nell'altra una rivista.
Dopo il centro benessere aveva passato il pomeriggio a far spese con Kaylee ed era tornata in un delirio di sacchetti cos eleganti che la loro lucida superficie colorata rifletteva la luce, i capelli tirati indietro, il sorriso vivace e sincero, l'umore alle stelle. Decisamente alle stelle. Aveva insistito per provare davanti a lui i capi che aveva comprato - Ti piace questo? Davvero?
Sei sicuro? Non ti sembra troppo, troppo..., vero? - e Madison era stata convocata per provare i tre completini che aveva acquistato per lei (da cui l'umore e il ritardo della cena).
Non le aveva detto ancora niente, tranne che aveva una sorpresa per lei. Mentre era fuori a fare shopping anche lui si era dedicato agli acquisti. Aveva dato indietro la Z4 per comprare una Mercedes S500 Berlina di un colore che chiamavano rosso
Borgogna, con sedili in pelle color carbone, finiture in radica di noce, navigatore e radio satellitari incorporati nel cruscotto. C'era una differenza di prezzo, ovviamente - considerevole, e sapeva di essere stato gabbato, col venditore che aveva sfoderato una parlantina untuosa e gli aveva leccato il culo dall'ingresso alla scrivania e ritorno - ma non gli importava. La BMW fungeva da acconto (il contratto firmato niente meno che da Alex Halter in persona, certo), non doveva pagare niente per i prossimi sei mesi: e per quella data non avrebbe avuto pi alcuna importanza. Adesso, mentre passava da una padella all'altra, controllava i cordon bleu, scolava gli gnocchi e li versava su un foglio di carta oleata per gratinarli velocemente in forno, sentiva bruciante il bisogno di mostrargliela, di vantarsi e di vedere che faccia avrebbe fatto Natalia. Il piano era questo: prima la macchina nuova, l'eccitazione, magari un giro attorno all'isolato o al di l del ponte. Poi le avrebbe dato la grande notizia: Affari. Un'opportunit sulla costa orientale. Ma sarebbe stata anche una vacanza - si sarebbero fermati lungo il tragitto, monumenti, posti famosi. Non voleva vivere a New York?
Non era quello che gli ripeteva sempre? New York?
Nella foga del momento - le padelle che sfrigolano, l'aroma delle cotture - non la sent rientrare. C'era Madison, a tavola col broncio, c'erano il terrazzo e la sdraio vuota, ed eccola l, Natalia, che lo abbracciava da dietro all'altezza della vita. - Allora, la sorpresa? - tub, le labbra vicino all'orecchio. - Dimmelo.
Non resisto pi.
Abbass il gas, diede alla padella con le zucchine una scossa in via cautelare, quindi gir su se stesso dentro l'abbraccio della donna. Le sue mani le percorsero la schiena fino alle spalle e la strinsero per un lungo bacio, mentre Madison li guardava con simulato disgusto. - Vedrai, - mormor, e in quel momento fu sicuro di lei, sicuro di conoscere la pelle, il sapore, l'odore della sua compagna, della sua amante, della venere abbronzata che occupava il suo letto. - Appena finiamo di mangiare.
- Ooooh, - disse lei, esagerando la lunghezza della vocale,
- cos tardi? - poi, rivolta alla figlia, -  una sorpresa, Madison.
Per la mamma. Sei contenta?
Dopo cena - Madison era riuscita a mandar gi due forchettate di gnocchi e mezza fetta di vitello, ma si era limitata a
guardare la verdura - le port da basso, gi per gli scalini, verso il vialetto di ghiaia lungo il mare. Le teneva per mano, Natalia a destra, Madison a sinistra. La bambina aveva il pugnetto chiuso, lo faceva anche Sukie: non era ancora pronta ad allacciare le sue piccole dita a quelle dell'uomo perch il cattivo umore non le era proprio passato e date le circostanze sarebbe stato un atteggiamento troppo conciliante: oltretutto la sorpresa non era nemmeno per lei, o almeno non direttamente. - Che cos', Alex? - continuava a chiedere con quella vocetta acuta che hanno i bambini quando si prendono in giro nel cortile della scuola.
- Eh? Non ce lo dici?
- Di, A-lex, - le faceva eco Natalia. - Non ne posso pi.
 qui, qui fuori?  qualcosa qui fuori?
Non le rispose subito. Stava pensando a Sukie e all'ultima volta che l'aveva vista. Fu quando usc di prigione. Erano da McDonald's, nello stesso posto, alla stessa ora, ma lei non era pi la bambina che conosceva. Non era solo il cambiamento fisico
- un anno pi grande, un anno pi alta, due incisivi in meno, i capelli fissati con una molletta di tartaruga che la facevano sembrare un'adulta in miniatura - ma il modo in cui lo guardava.
I suoi occhi fulvi, rotondi come quarti di dollaro, occhi che un tempo si sarebbero affidati ai suoi senza alcun indugio, ora erano circospetti, stretti a difendersi dal bagliore del sole, e da lui. Poteva vedere il veleno che vi aveva versato Gina, e capiva che non c'era antidoto - non c'era niente che potesse fare per riconquistarla, n un extra di caramello sul gelato, n la disperazione del proprio abbraccio, o il balbettio delle solite vecchie storie sempre uguali. L'aveva persa. Non ne ricordava nemmeno il compleanno. - No, - disse infine, chinandosi dalla parte opposta a Natalia, che lo strattonava, per portare il viso all'altezza di quello della bambina, -  dentro.
Si erano fermati tutti e tre. Madison arricci il naso. - E allora perch siamo qui fuori?
- Perch per andare in garage si pu passare anche da qui, no?  un percorso accettabile, credo. Non  un bel giro, starsene qua fuori a respirare un po' d'aria buona dopo cena? - Si rialz mentre la bambina lasciava la presa e correva avanti
sull'erba; appena lei raggiunse la porta del garage - legno grezzo a cui il sole e il mare avevano conferito un aspetto vissuto - lui
premette il pulsante del telecomando e la porta si apr come per magia.
-  una macchina? - chiese Natalia, cogliendo lo scintillio di una cromatura mentre percorrevano il prato mano nella mano.
Quando furono l, quando ebbe lasciato che Madison si arrampicasse sui sedili e Natalia, a bocca aperta, ebbe spalancato la portiera dal lato del passeggero per ammirare il cruscotto, Peck disse: -  la migliore della sua categoria. O quasi -. Fece una pausa, guardandola passare una mano sulla tappezzeria. -
Avrei potuto prendere la S600, ma beve talmente tanto... ha quattrocentonovantatre cavalli. Voglio dire, dopotutto bisogna pensare anche all'ambiente.
Natalia lo stava guardando perplessa. - Ma dov' la mia macchina?
- Mamma, mamma! - gridava Madison, saltando cos in alto sul sedile posteriore che la sua testa sfiorava il tetto.
- L'ho data indietro per prendere questa, - rispose lui, cercando di mantenere la voce salda. - Per te, per Madison. Non puoi tenerla sempre in braccio, sta crescendo: guarda com' grande.
- Ma a me piace la mia Zeta -. Le labbra di Natalia erano serrate, lo sguardo si era indurito.
- Lo so, tesoro, - le disse, - lo so. Quando arriviamo a New York te ne compro un'altra, promesso.
La testa di Natalia si rialz, uscendo dall'antro scuro dell'abitacolo, col suo intenso odore di nuovo e lo schermo scintillante del sistema Gps. - New York? Di che cosa stai parlando?
Pi tardi, dopo aver messo a letto Madison, fecero due chiacchiere.
Era il genere di chiacchierata che odiava, quello in cui ti trovi con le spalle al muro senza un posto per nasconderti e prima o poi salter fuori tutto. Si sentiva vulnerabile. E questo
lo irritava. Si sentiva come se fosse di nuovo davanti al giudice, all'avvocato, al garante della libert vigilata.
Natalia aveva fatto il caff e si sedettero l'uno di fronte
all'altra in soggiorno, tenendosi stretti alle tazze come fossero zavorre per resistere a un uragano. Lo guardava intensamente, le sopracciglia inarcate, le mani strette
attorno alla tazza che teneva in grembo. - Quindi, adesso hai intenzione di dirmi che cos' questa storia? Che io dovrei lasciare mia casa e tirare via
-  cos che si dice? - tirare via mia figlia proprio quando sta per cominciare scuola?
- Tu mi ami, giusto? - replic lui, sporgendosi per posare la tazza sul tavolino. - Me lo hai detto mille volte. Eri sincera?
Natalia non rispose. All'esterno, delle luci blu attraversavano la baia.
- Allora?
A voce bassa lei rispose di s; una mano risal al colletto della camicia di seta, dove si ferm a tormentare la collana di perle che le aveva regalato lui. O che comunque aveva pagato, era uguale.
- Fin qui, tutto bene. Devi solo fidarti di me, solo questo,
- alz una mano per zittirla prima che potesse parlare. - Non ti ho forse dato tutto ci che potevi desiderare? Bene, - disse, senza aspettare una risposta a un'affermazione di per s ovvia,
- perch io ho intenzione di continuare a farlo. Anzi, di darti ancora di pi. Molto di pi. Una scuola privata per Madison, la migliore che i soldi possano procurarci, e sai anche tu che le scuole migliori sono sulla costa orientale. Lo sai, vero?
Il viso di lei era immobile, composto, senza la minima traccia di emozioni o di ostilit. Si stava semplicemente sforzando di capire. - Ma perch?

- E una cosa complicata, - le disse. Colse un movimento al di l del vetro, un lampo di bianco, un batter d'ali, qualcosa che si piazzava sulla ringhiera: un'egretta. Ma poi era veramente un'egretta?
- S? - lo incoraggi lei, sporgendosi a sua volta sul tavolino, lo sguardo che indagava il suo.
- Va bene, - disse lui. - Devi solo... senti, io non mi chiamo Alex.
- No? Che cosa vuol dire?  uno scherzo?
- No, - rispose lui, scuotendo lentamente la testa, - non  uno scherzo. Diciamo che... ho adottato questo nome. Perch ero nei guai. Era...
Lo interruppe. - Allora non sei nemmeno dottore?
Lui scosse la testa. Intravedeva l'ombra dell'uccello, debolmente luminosa, e non pot impedirsi di chiedere se non fosse
un segno, e, nel caso in cui lo fosse, se si trattasse di buona sorte o di malaugurio.
- E tutto questo - il suo gesto fu improvviso, un brusco arco disegnato da un'inclinazione anomala della mano, -  falso?
Questo appartamento, questo tavolino, questo servizio di
piatti?  tutto falso?
- Non so. No, non  falso.  tutto vero, la macchina nuova, gli orecchini, quello che provo per te e per Madison -. Spost per un attimo lo sguardo e vide che l'uccello se n'era andato, scacciato dal gesto di lei, dalla violenza della sua voce. - 
solo un nome.
Vi fu un lungo momento di silenzio durante il quale si rese conto del lontano mormorio della televisione dei vicini, un suono che avrebbe potuto essere lo sciacquio della risacca o il canto delle balene. Ma non lo era. Era solo una Tv. Poi lei disse:
- Allora se non sei A-lex, chi sei?

Non esit nemmeno per un istante. La guard dritto negli occhi. - Mi chiamo Bridger, - disse. - Bridger Martin.
 
PARTE TERZA.


Capitolo 1.

-  bello, - disse Bridger, usando le mani per dare enfasi a quel che stava dicendo. - Mi piace -. Annu vigorosamente, facendo su e gi col mento. Il suo sorriso si apr. - Davvero bello.
- Sul serio? - chiese lei, e si senti arrossire. - Non me lo dici tanto per dire, vero?
Erano seduti in macchina di fronte a un Mail Boxes di Mill Valley, California, subito dopo San Francisco, passato il Golden Gate. Non c'era mai stata prima di allora, in effetti aveva sempre collegato quel nome a un posto del quale sapeva vagamente che si trovava da qualche parte a nord della citt. Era una cittadina piuttosto piacevole, con le querce, i pini e le montagne che le si affollavano intorno, con quell'immagine ostentata di provincia profonda e le strade che riuscivano a sembrare allo stesso tempo di una citt e di un paese di campagna. Proprio il genere di posto che potrebbe piacere a un ladro. Alberi dietro cui nascondersi. Soldi che non davano nell'occhio. Anonimato.
Erano parcheggiati li davanti ormai da due ore. Il giorno prima avevano preso una stanza in un motel di Monterey. Bridger aveva insistito per portarla all'acquario, che nonostante tutto le era piaciuto: c'erano gli squali che con un solo colpo di pinna davano l'idea di tutta la forza che nascondevano, c'erano i pesci che ondeggiavano come farfalle in un enorme serbatoio alto due piani, sembrava la Disneyland dei mari. Poi quella mattina si erano alzati presto ed erano andati direttamente a Mill Valley. La cartina che Bridger aveva scaricato da MapQuest, e su cui una stellina rossa indicava il Mail Boxes che cercavano,
li aveva portati dritti a destinazione senza patemi e senza errori, e se Alex si era aspettata un luogo sinistro o magari
di trovarsi davanti il criminale in persona che la guardava sogghignando da dietro la fotocopiatrice, rest delusa. Quel negozio non era diverso da tutti gli altri della catena Mail Boxes. Eccolo l.
Solo gente normale che andava e veniva indaffarata.
E adesso? Bridger voleva che lei andasse dritta al bancone e inscenasse il loro piccolo imbroglio. Doveva raccontargli che aveva perso la chiave della sua casella postale, dimostrargli in qualche modo la propria identit (se non era lei la Alex Halter che abitava al 31 di Pacific View Court, allora chi altri poteva essere?) e vedere che cosa c'era nella casella, una bolletta, della corrispondenza, un estratto conto, qualunque cosa potesse fornire loro un indirizzo di residenza. A quel punto avrebbero calato gli assi. Sarebbero stati loro ad andare da lui. Alex sapeva che Bridger aveva ragione. Era la cosa pi logica da fare, perch avrebbero potuto starsene l seduti a controllare quel posto all'infinito e il tizio avrebbe potuto non farsi mai vedere o magari non l'avrebbero neanche riconosciuto. Dopo tutto in mano avevano solo una fotografia, e le fotografie ti mostrano la persona cos com' in quel preciso momento, ma se nel frattempo si fosse fatto crescere la barba o si fosse tinto i capelli? O
magari mandava qualcun altro a prendergli la posta: la moglie, la figlia, o il suo compagno se era gay, tutto era possibile. Poteva presentarsi con un cappello o un paio di occhiali da sole, o magari anche con un sacchetto in testa. No, Bridger aveva ragione, ma era lei quella che doveva entrare e infrangere la legge, non lui. Da tutta la vita soffriva quel tipo di situazione, da tutta la vita lottava per farsi capire mentre le persone la guardavano con quell'espressione che diceva stammi lontano. E
se il tizio che c'era al banco le avesse chiesto: - Che numero?
- Che numero? Avrebbe mandato all'aria tutto quanto e probabilmente avrebbero chiamato la polizia. Una donna con una voce sospettosamente stridula e martellante voleva appropriarsi con un raggiro - era quella la parola? Raggiro? - della chiave della casella postale di un onesto cittadino per farci chiss che.
Che cosa avrebbe potuto dire - che aveva dimenticato il numero della propria casella? Un'altra balla per passarla liscia: Sono stata via e mi  passato di mente, perch, sa, questa  la mia seconda casa, cio ci vengo solo per le vacanze, quindi non, ecco, proprio non me lo ricordo...
Insomma: erano li seduti in macchina, a fissare la porta del negozio - gente che andava e veniva, ancora - nella speranza di un colpo di fortuna. Nel frattempo Bridger le aveva chiesto di leggergli quel che aveva scritto, perch era curioso e anche perch voleva che lo condividesse con lui, e s, le aveva assicurato, poteva ascoltare e allo stesso tempo tenere d'occhio la porta.
Quindi lei gliel'aveva letto e l'aveva guardato negli occhi quando le aveva detto che era bello e be', s, forse era arrossita.
- Sai, - aveva continuato Bridger, - la tua scrittura  molto
- ma poi si era persa il resto.
Si sporse verso di lui. - Come? Com' la mia scrittura?
- Cinematografica, - disse Bridger, contorcendo la faccia, la bocca, le labbra nello sforzo di farsi capire. Per sicurezza
glielo sillab a gesti.
- Cinematografica? - ripet lei tra s e s, segretamente compiaciuta. D'improvviso, senza che potesse farci niente, vide il suo libro come un film, una scena dietro l'altra, e non ultima quella che mostrava la sera della prima, il tappeto rosso, lei e Bridger con lo smoking - magari, lui in smoking e lei con un abito nero senza spalline, anzi, bianco, senz'altro bianco...
L'espressione di Bridger cambi, nel suo sguardo il sorriso lasci il posto alla riflessione. - In effetti c'era un film. Circa...
Una trentina d'anni fa? Di... - glielo sillab a gesti una lettera alla volta - Francis Truffaut. Hai presente, no?
- S, - rispose lei, guardandolo negli occhi. - S, certo. L'ho visto.
- Come si intitolava? Ah, s: L'enfantsauvage. Ce l'hanno fatto vedere alla scuola di cinema -. Sollev le mani dal grembo, come se avesse deciso di usarle, poi cambi idea. - E mi ricordo che era un bel film. Truffaut faceva la parte dell'insegnante, come si chiamava?
- Itard.
- Giusto, Itard... ma tu non sei ancora arrivata a quel punto, vero? Quello che mi hai letto arriva fino a quando trovano il ragazzino che vaga nudo nella foresta e nessuno sa chi sia e come abbia fatto a sopravvivere da solo, giusto?
Alex annu. Era facile leggergli le labbra perch c'era molta intimit tra di loro, lui era il suo uomo e conosceva il suo modo di parlare cos come conosceva quelli di sua madre e di
suo padre. Il difficile era leggere le labbra degli
sconosciuti, specialmente se parlavano in fretta o se avevano
un difetto di pronuncia o un accento molto forte. Ecco perch si sentiva lo stomaco pieno di farfalle e il sangue le pulsava come se avesse fatto dodici rampe di scale: dietro al bancone di quel Mail Boxes c'era uno sconosciuto e lei doveva entrare e far credere di essere un'altra persona, far finta di sentirci, di avere tutto il diritto di fare ci che aveva in mente di fare. E il tutto con la massima naturalezza. Si, lei gli disse a gesti, arriva fino a l. E poi, ad alta voce:
- Voglio arrivare al punto in cui Itard cerca d'insegnargli a parlare, di dare un nome alle cose, di usare la lingua corrente, ma mi interessa soprattutto il modo in cui il ragazzino viene percepito dalla societ che lo circonda - e il modo in cui lui percepisce il mondo. Quello  il punto di partenza. La base di tutto.
- Non impar mai a parlare, vero? Voglio dire, quanti anni di esercizi furono necessari, sette giorni su sette e tutto il resto?
E tutto il resto. Era una guerra, ecco cos'era, lo sforzo per superare i propri limiti, la menomazione, lo svantaggio. Itard e Victor, il ragazzo selvaggio, che sapeva a malapena pronunciare il proprio nome. Poi, finalmente, con un groppo alla gola lei aggiunse: - No, non impar mai a parlare.
Bridger si pass una mano tra i capelli e la ritir con una lieve traccia di gel sul palmo. Ci fece caso perch lui alz entrambe le mani, per parlarle nel linguaggio dei segni - si sforzava, per lei, ed era una cosa ancora pi intima e pi preziosa di quando facevano l'amore. In quel momento, si protese verso di lui come se tutti i lacci che la trattenevano si fossero sciolti. Andrai in - si ferm perch non riusciva a trovare il segno giusto e fu costretto a compitarglielo: Francia? Per fare le tue ricerche, intendo?
Glielo mostr lei: Nazione, nazione straniera. Europa, europeo.
- Germania -  l'aquila doppia, - per la Francia devi dare un colpetto col polso, come quando un francese estrae il fazzoletto dal polsino. Vedi? E facile.
Le mani di Bridger ora erano immobili. La sua espressione era diventata quella che a lei piaceva chiamare da cane bastonato, e le faceva tenerezza quella definizione,
l'immagine di un cane accucciato sullo zerbino - zerbino,
giusto? - dopo essere stato sgridato: amava il modo in cui il corpo di lui si afflosciava sotto il peso di quell'emozione canina che non riusciva a celare. - Che c'? - gli chiese. - Cosa c' che non va?
- Non hai risposto alla domanda.
- Sulla Francia?
Doveva essere passato un minuto e nessuno dei due aveva dato nemmeno un'occhiata alla porta del negozio. Gli occhi di Bridger erano concentrati sulle labbra di Alex, come se fra i due quello sordo fosse lui. - No, - rispose lei, scuotendo la testa lentamente, da una parte all'altra, pesante come il pendolo dell'orologio del nonno nell'ingresso della casa dei suoi, quello che diceva l'ora a tutti tranne che a lei. - Mi piacerebbe davvero tanto, ma...
- Non te lo puoi permettere. Perch non hai pi un lavoro.
Giusto?
Alex abbass lo sguardo. Us le mani: Giusto.
Entrambi rialzarono lo sguardo e studiarono la facciata del Mail Boxes. Avrebbero potuto spacciarsi per studenti di architettura
- doveva pensarci prima, avrebbe potuto portare due blocchi per schizzi e tutta una serie di matite, carboncini, gomme, le gomme con quei loro odori cos particolari. Oppure potevano spacciarsi per ispettori edili. O addetti al piano regolatore.
Se avesse fatto parte della commissione, per niente al mondo avrebbe piazzato li quell'orrore che sembrava una formina per biscotti. Anzi, l'avrebbe tirato gi in un batter d'occhio e avrebbe permesso alle querce di farsi strada, avrebbe messo una fontana e un paio di panchine. Il quadretto and in frantumi e il suo sguardo si spost sul movimento all'interno del negozio, il vago ondeggiare delle sagome schermate dal riflesso del sole sulla vetrina, gente al lavoro, pacchi che venivano pesati, posta spedita e ricevuta, fotocopie, una calca confusa alla cassa. Sent come una morsa allo stomaco. Poi avvert il suo tocco: due dita gentili le sfioravano il mento, riportando su di lui il suo sguardo.
- Hai pensato a che cosa farai?
- No, non con questa cosa che mi opprime, - gli rispose, indicando il negozio con un gesto. - Voglio dire, verr pagata fino alla fine di agosto, ma ovviamente dovr cominciare a spedire dei curriculum. - Guard lui che cambiava espressione.
Non voleva che lei vedesse che cosa provava, ma era un pessimo attore. - Non voglio trasferirmi, se  questo che vuoi sapere.
-  quello che voglio sapere, - disse lui.
Alex si sporse per baciarlo, sentirne il sapore familiare mescolato al suo profumo, le loro labbra che ora comunicavano in modo del tutto diverso. Poi si ritrasse. - Mi piacerebbe andare ad Aveyron, a Lacune e a Saint-Sernin, eccome se mi piacerebbe, ma mi sa che il biglietto aereo non  alla mia portata, e col dollaro debole... senza contare che probabilmente mi arresterebbero al primo controllo del passaporto -. Fece una smorfia.
- Alex Halter, colpevole di violenza e aggressione.
- Ma come fai a scrivere di un posto che non hai mai visto?
Questo era facile. Si port un dito alla tempia. - Lo vedo qui.
E ci sono stata, comunque, nel sud della Francia, a Tolosa, che non  molto lontana da Aveyron. Non te ne avevo mai parlato?
- C'era stata da bambina, qualche anno dopo aver perso l'udito.
Doveva avere dieci o undici anni, la stessa et del ragazzo selvaggio.
Quell'anno i suoi genitori avevano deciso per le vacanze in Europa e si erano portati dietro tutta la famiglia - lei e i suoi due fratelli - perch poteva essere una buona occasione per imparare qualcosa. Da quel punto di vista i suoi genitori erano molto pragmatici. Soprattutto sua madre. E in particolar modo con lei, sommersa fin da subito da segni e vocaboli - quello che le persone che lavorano coi non udenti definiscono comunicazione globale perch era fuori discussione che sua figlia diventasse una specie di ritardata, o che dovesse dipendere anche solo per una minima cosa da qualcosa o qualcuno. Sua madre era molto bella, a quei tempi, i capelli sciolti che le scendevano sulla schiena da sotto un cappello scamosciato da cow-boy che aveva comprato durante un viaggio in Messico, le gambe lunghe e nude che sbucavano da un prendisole giallo, con in braccio tutti insieme due bambini e una ragazzina sorda. Alex non sapeva se i suoi ricordi di quel periodo le derivassero dalle foto conservate nell'album di famiglia o da ci che aveva visto, annusato e provato. Quando chiudeva gli occhi vedeva le foglie delle palme in rilievo contro lo stucco dai colori tenui, un fiume simile a una strada larga e luminosa, il ponte nuovo (gli abitanti del luogo lo chiamavano cos per scherzo: in realt l'aveva
fatto costruire Napoleone) curvo sul fiume come se volesse tuffarvisi.
- Sai, - disse, cercando di prolungare quel momento perch in quello successivo avrebbe dovuto entrare nel negozio, -  pi facile imparare il linguaggio dei segni di un altro paese che una lingua straniera. Molto pi facile. Quello francese l'ho imparato subito perch mia madre pensava che avrei dovuto incontrare dei bambini sordi del posto.
-  una questione di iconicit, - disse Bridger, sorprendendola.
- Come quando fai il segno tazza -. Glielo dimostr, con la sinistra che mimava il piattino e la destra con le dita a coppa subito sopra. - L'ho imparato a quel corso. Tedesco, francese o cinese che sia - una tazza  una tazza, giusto? E Marcel Marceau? Io penso che sarebbe stato bravissimo nel linguaggio dei segni. Pensi che lo conoscesse?
Proprio in quel momento un movimento in fondo alla strada cattur il suo sguardo. Un uomo con una camicia a fiori, un cappellino con la visiera e occhiali dalla montatura avvolgente si affrettava verso la porta come se avesse una gran fretta - come se qualcuno lo stesse inseguendo, come se fosse un fuggiasco
- spinse la porta e spar all'interno. - Bridger! - grid Alex
(o forse non grid; non era in grado di determinarlo, ma l'aveva percepito come un grido). - Bridger,  lui!
Prima che lui potesse scendere dalla macchina Alex era gi fuori, una sorda in mezzo alla strada, con le macchine che arrivavano da entrambe le direzioni e lei che si ritrova a fissare un addetto dell'UPS all'interno del suo furgone marrone proprio davanti alla sua faccia - ma lei non poteva sentirlo, il suo clacson, no, n lo stridio metallico dei freni - e mentre Bridger la raggiungeva e la afferrava per un braccio, stava gi dicendo a se stessa di rallentare, di stare calma, di concentrarsi. Poi si ritrovarono entrambi sull'altro lato della strada, sul marciapiede, e Bridger forse le stava anche dicendo qualcosa, ma lei non lo seguiva: il suo sguardo era fisso sulla porta che avevano di fronte.
Alex vide il proprio riflesso, poi delle sagome in movimento, la maniglia metallica della porta che scintillava, infine inspir profondamente ed entr, con Bridger subito dietro.
Nel locale c'erano otto persone e lei cerc di inquadrarle subito tutte insieme, compresa la donna massiccia al bancone,
che alz lo sguardo e le lanci un sorriso amichevole, e il vecchietto che cercava maldestro delle monetine davanti a una delle fotocopiatrici.
Il cuore le pulsava forte contro le costole. L'illuminazione dei neon sembr affievolirsi, disegnando una sottile e pallida striscia di luce sulle teste e le spalle delle otto persone in varie pose. C'era chi stava chino, chi gesticolava, bocche che si muovevano - ma lui dov'era finito? I suoi occhi passarono dall'uno all'altro, e poi all'improvviso eccolo li. Proprio in fondo al negozio, dov'erano allineate, in una serie ordinata e continua dall'altezza della vita a quella delle spalle, un gran numero di caselle postali: vide per prima cosa la camicia sgargiante, poi il profilo sotto la visiera del cappellino, in piedi vicino al cestino dei rifiuti dove gettava della posta inutile. Ignaro. Del tutto ignaro. Come se fosse la persona pi innocente al mondo. Figlio di puttana. Da non crederci.
Sent Bridger circondarle la vita con un braccio, con una stretta di avvertimento che gli fece tendere i legamenti del polso e delle dita. Calma, le stava dicendo, sta' calma. Fu questione di un attimo - lo stava fissando, e sent montarle dentro tutta la rabbia e l'incredulit che aveva provato per il modo in cui era stata trattata, finch fu cos tesa da sentirsi pronta per qualsiasi cosa, accusarlo, saltargli al collo, vomitargli addosso il suo strillo da sorda, un urlo cos acuto e disarticolato da far saltare tutti gli antifurti dell'isolato. Poi Bridger la lasci andare e Alex sent le sue dita che le prendevano il mento e la obbligavano a girarsi verso di lui. Non  lui, le disse a gesti.
Alex guard meglio. Gli rispose a gesti misurati, lentamente.
S che  lui,  proprio lui.
Bridger scosse la testa comprensivo e lo sguardo di Alex pass da lui all'uomo col berretto e viceversa. - Non gli somiglia nemmeno, - disse Bridger.
A quel punto l'uomo aveva finito di controllare la propria posta e di colpo, facendo perno su un tallone, fece dietrofront e si incammin verso di loro, un fascio di bollette e una busta di cartoncino strette contro il petto. Ecco, solo a quel punto Alex vide quanto si era sbagliata: anche con gli occhiali da sole e il cappellino tirato gi sulla fronte, quell'uomo non assomigliava per niente a quello della foto. Questo era pi vecchio, coi capelli che andavano ingrigendo vicino al bordo del berretto, il
naso spiaccicato come se fosse stato modellato con l'argilla, le labbra che sporgevano in fuori in un'espressione di perenne fastidio.
Non era lui il ladro. Non era Frank Calabrese o come diavolo si chiamava. Non era nessuno. Lo guard precipitarsi fuori e affrettarsi lungo la strada, mentre il sangue le pulsava ancora forte nelle vene.
- Va bene, - disse Bridger, facendola voltare verso di lui, -
adesso andiamo al bancone e tu sei Alex Halter, va bene? Sei pronta? Non c' altro modo, credimi.
Ma lei non era pronta. Non voleva rovinare tutto o rinunciare proprio adesso, ma non si sentiva nemmeno a suo agio o troppo ben disposta.Comunque lasci che Bridger la guidasse fino allo sportello e cerc di sorridere alla donna massiccia dietro al bancone, che, educatamente, le restitu il sorriso. - Posso esserle utile? - chiese l'impiegata: quello fu facile da leggere sulle labbra. Il contesto, il contesto era tutto.
- S, grazie, - disse Alex, e abbass lo sguardo per un istante mentre prendeva la patente dalla borsa e la posava sul banco.
- Mi chiamo Alex Halter, vede? - disse, sollevando di nuovo lo sguardo. -  solo che - non so come, in qualche modo devo aver perso la chiave della mia casella di posta...
La donna era pi giovane di quanto le fosse sembrato inizialmente.
Portava un maglione rosa lavorato a trecce che ne metteva infelicemente in risalto le spalle e la parte superiore delle braccia; aveva una pelle chiara ai limiti dell'anemia e portava un paio di brutti occhiali con la montatura di plastica trasparente.
Ma quel che contava erano i suoi occhi, e i suoi occhi non rivelavano alcun pregiudizio. Guard a malapena la patente e la fece scivolare nuovamente verso di loro. - Non c' problema, -
disse, e il suo sorriso si allarg, poi aggiunse qualcos'altro.
- Come dice, scusi?
Alex vide lo sguardo della donna passare a Bridger, quindi Bridger disse qualcosa.
- Ha detto, - ripet lui, parlando lentamente in modo che Alex potesse leggergli le labbra, - che ci sono da pagare venticinque dollari per la sostituzione della chiave, e io le ho detto che non c'era nessun problema. Giusto, amore?
- Certo, - disse Alex, annuendo vigorosamente e guardando la donna negli occhi, - va benissimo.  giusto cos, e mi
spiace...  stata colpa mia, non del mio fidanzato -. Ora stava elaborando la storia, le bugie richiedono sempre una
storia elaborata dietro. - Sono stata una vera stupida -. Si
volt verso Bridger, facendo la parte della svampita, della bambolina, della smorfiosetta.
-  stata colpa mia, amore, - stava cominciando a prenderci gusto, soprattutto vedendo sulla faccia di Bridger lo shock causato dalla parola fidanzato. Ma a quel punto la donna disse ancora qualcosa e le tocc di nuovo chiedere - Come?
- Il numero della casella? - stava chiedendo la donna. - Che numero ?
Era quello che aveva temuto. Qualunque persona onesta, normale, avrebbe avuto il numero stampato in testa, ma Alex non ce l'aveva perch era un'imbrogliona - non era Alex
Halter, o almeno non quella Alex Halter. Sent che stringeva le labbra.
Per una frazione di secondo distolse lo sguardo, allontanandolo come fanno i criminali, i bugiardi, i professionisti della truffa, e lott per controllare la propria voce mentre ripeteva la versione della storia che aveva preparato: il fatto  che si trattava di una seconda casa e che lei era stata via a lungo e quanto fosse imbarazzata - davvero una cosa da non credersi - per averlo dimenticato. Ma ecco, quelli erano i suoi documenti - sospinse di nuovo sul banco la patente e tir fuori la tessera sanitaria e anche una carta di credito abbastanza diffusa - e le chiese con tutta la dolcezza possibile se poteva controllare lei, per piacere?
Il sorriso della donna era scomparso e il suo sguardo non mostrava pi alcuna comprensione. Non sembrava sospettosa, quanto piuttosto a disagio - dentro di lei si stava facendo largo la piet, Alex la riconobbe e per la prima volta nella sua vita ne approfitt. Rimase assolutamente immobile, appoggiata al bancone in un silenzio che sembrava poter durare all'infinito e lasci che i suoi occhi parlassero per lei. S, dissero, sono diversa, e non la fer minimamente il fatto che stavolta fu la donna a dover distogliere lo sguardo.
A parte la solita valanga di volantini e offerte imperdibili indirizzate al Titolare, sembrava che nella casella vi fossero tre o quattro buste degne di questo nome. Alex intravide per un
attimo il logo di una ditta su una delle buste - forse una
bolletta? - prima di afferrare tutto quanto con le mani che le tremavano, prima di costringersi a camminare lentamente verso l'uscita, e perfino di voltarsi verso la donna al bancone facendole un cenno di ringraziamento. Bridger la aspettava fuori. Insieme attraversarono la strada, attenti a controllare da ambo i lati e a ostentare verso chiunque li stesse guardando un'aria tranquilla.
Infine entrarono in macchina e la posta - la posta di Alex Halter - era nelle loro mani.
Bridger la sorprese. Era cos teso che le strapp letteralmente dalle mani il fascio di carte e cominci a rovistare, buttando in giro per la macchina i volantini e i depliant patinati. Aveva sul viso un'espressione di astioso trionfo, un'espressione dura che non gli aveva mai visto prima, come se fosse lui quello a cui era stata rubata l'identit. Gli rimasero in mano solo le lettere
- tre, tutte con l'indirizzo della casella postale - ma fu lei a tirare fuori dal mucchio la bolletta della luce ornata dal logo della PG&E e a mostrargliela, esultante. Bridger avrebbe potuto esclamare - Tombola! - oppure - Eureka! - ma non ce ne fu bisogno. Entrambi sapevano che cosa significasse quella busta.
L'avevano trovato. Avevano trovato il loro uomo.
- Aprila, - le disse.
Alex sentiva che il sorriso le faceva tirare le labbra. - E un reato federale.
- Stronzate, - disse lui, o qualcosa del genere. - E allora rubare l'identit di una persona - non  un reato quello? Su, avanti, aprila -. La sua mano scatt verso la busta, ma Alex fu pi veloce, se la pass nella mano sinistra e la nascose nello spazio tra la portiera e il sedile. All'improvviso aveva paura, era terrorizzata all'idea di ci che stava per scoprire. Erano cos vicini.
Le tornarono in mente la faccia del ladro, il suo sguardo strafottente, la posa arrogante del mento. Il suo stomaco si strinse attorno al vuoto, attorno ai resti del croissant stantio e del caff acido che avevano preso ore prima a un distributore di benzina. Bridger disse qualcosa, poche sillabe incalzanti - ne percep la forza dal suo respiro affannato - ma abbass lo sguardo e lo ignor. Lui cerc di farla voltare, posandole le dita sulla gola, ma lei lo scost, brusca. In silenzio, cont mentalmente fino a dieci, poi apr la busta.
L'indirizzo indicato all'interno, l'indirizzo dell'utenza, era proprio di fronte a lei e la fece letteralmente sobbalzare, come se i suoi nervi uditivi avessero ripreso a funzionare di punto in bianco e qualcuno le avesse urlato nelle orecchie:
109 Shelter Bay Village
Mill Valley, California 94941
Bridger batt forte una mano sul cruscotto e url di gioia, poi agit in aria il pugno un paio di volte e scoprendo i denti emise quello che doveva essere un suono di giubilo. Il contesto le disse che era un S!
Le altre buste non dicevano molto di pi: le prime due si rivelarono degli annunci pubblicitari rispettivamente di propriet immobiliari e di mutui ipotecari, su quest'ultimo l'indirizzo era stampato in un carattere che imitava la grafia umana nel tentativo di ingannare il destinatario e indurlo cos ad aprire la busta. Invece la terza era decisamente pi interessante.
Era indirizzata a Tizio, casella postale 2120, Mill Valley, California, e conteneva, ripiegato in tre, un foglio di carta gialla a righe strappato da un bloc-notes. C'era un messaggio sibillino che attraversava obliquamente il foglio, scarabocchiato in una grafia molto grande e tutta curve: Ehi, la cosa di cui abbiamo parlato  avviata, nessun problema. Ci vediamo presto. Ciao, Sandman.
- A presto, - lesse Alex ad alta voce, guardando Bridger.
Sembrava particolarmente perplesso, con i lineamenti che
galleggiavano sul pallido globo del viso come continenti alla deriva.
Si pass una mano tra i capelli ribelli. - Star andando da qualche parte? Voglio dire, Alex, Frank, o come diavolo si chiama
- non  che sta organizzando un viaggio?
- Di dov' il timbro postale?
Bridger volt la busta. Era stata imbucata a Garrison, nello
Stato di New York, quattro giorni prima. - Dov' Garrison?
- Credo che sia dalle parti di Poughkeepsie, - disse lei. - O
forse vicino a Peterskill. S,  proprio in quella zona.
- Quindi quanto ci vorr per arrivarci? Un'ora, un'ora e mezza da New York?
Alex si strinse nelle spalle. - Qualcosa del genere, s.
Il sole batteva sulla macchina e nonostante l'aria fuori fosse piuttosto fresca - ci saranno stati circa venti gradi - all'interno il caldo cominciava a farsi sentire e Alex si volt per abbassare il finestrino. Quando erano tornati alla macchina lei aveva preso posto sul sedile del guidatore - che era il suo posto, dopo tutto, anche se era stato Bridger a guidare per la maggior parte del tempo - e ora guard verso il viavai della strada e le venne una specie di groppo in gola.
- E adesso? - chiese ad alta voce: Bridger la strinse a s, un po' impedito dal volante.
Si abbracciarono per un momento, poi lui si scost in modo che Alex potesse vedere il suo viso e la sua risposta: - Ora gli diamo la caccia.
- Noi? - Adesso aveva freddo, ma era quel freddo che ti fa sentire pulito, e ormai la paura era svanita. Fece la domanda tanto per farla. - E la polizia? Non dovremmo semplicemente girarle queste informazioni?
Bridger la guard sconcertato. - La polizia? S, certo, come no. E passare di nuovo tutto quello che abbiamo passato a San Roque? E se poi il tizio stesse progettando di filarsela verso - le ci volle un intero minuto per afferrare il termine - qualche posto sperduto? Verso - e questo glielo ripet anche a
gesti - Poughkeepsie o chissadove? E se questa non fosse
nemmeno casa sua? - Non batt ciglio: la guardava dritto negli occhi, deciso, arrabbiato, pieno di rancore, di frustrazione ma anche di amore.
S, ma poi era veramente amore? O era solo una questione di testosterone, di orgoglio maschile, il bisogno di affrontarlo da uomo a uomo?
Non le importava. Non voleva neanche starci a pensare.
Aveva un indirizzo dietro il quale si nascondeva un ladro. Mentre girava la chiave per mettere in moto la macchina e ingranava la marcia - con Bridger che era il suo orecchio e la sua bocca
- seppe che sarebbe andata avanti finch non fosse rimasto un solo luogo dove cercare.
La nebbia sulle colline era uno spettacolo apocalittico, come se fosse composta di qualche gas fatale pronto a scendere sugli alberi e inghiottire il respiro di ogni essere vivente, anche se per ora il sole brillava in alto con il vento che
soffiava incontaminato. In una giornata diversa, con un umore diverso, la nebbia le sarebbe sembrata un toccasana, un qualcosa che aumentava il fascino della zona intorno alla Baia, ma non quel giorno, non in quel momento. Erano le cinque. Avevano pranzato da Noah's Bagels, anche se non aveva appetito (o forse ne aveva, ma quando era arrivato il piatto aveva scoperto di non poter mangiare), e aveva avuto un po' di tempo per rilassarsi e per pensare alla prossima mossa. O almeno di valutarla meglio, perch sapevano entrambi che niente avrebbe impedito loro di andare allo Shelter Bay Village, a pochi minuti di macchina da l. Ma una volta arrivati a destinazione che cosa avrebbero fatto?
L'avrebbero affrontato a viso aperto? Avrebbero chiamato il
911? O ci avrebbero pensato da soli a metterlo al tappeto e impacchettarlo per bene?
Quel che decisero, infine, fu di fare un salto da quelle parti
(Bridger avrebbe detto buttare un occhio, ma allora non sarebbe stato pi preciso dire buttare gli occhi?) tanto per vedere com'era la situazione. E ora si trovavano proprio l, di fronte a una fila incassata e seminascosta di piccoli condomini dai tetti rossi che erano stati costruiti in modo da offrire una vista panoramica ai loro occupanti. Passeggiavano mano nella mano sotto una fila di palme, lungo il sentiero di ghiaia che costeggiava la riva del mare curvando dolcemente. E s, era un binocolo quello che portava appeso al collo, e se qualcuno avesse fatto storie, be', lei non era altro che una
delle tante birdwatcher un po' suonate della zona, per
esempio, quello laggi non era forse un airone azzurro? E poi guarda quante egrette!
Gli occhi di Bridger erano fissi sulla terrazza dell'edificio pi vicino, quello che dalla facciata avevano identificato come il numero civico 109. C'era del movimento? Le tocc il braccio e Alex punt il binocolo in quella direzione, cercando di non dare troppo nell'occhio. Inizialmente non vide niente, perch i riflessi creati dalla luce rendevano prima opache e poi nere le grandi finestre. Alex mise finalmente a fuoco e davanti a lei si materializz una figura, la figura di una donna in piedi, china su un tavolo dal piano di vetro. Una donna giovane. Bei lineamenti, capelli scuri raccolti con un nodo, un top azzurro, pantaloni neri Capri. Stava spolverando il tavolo, s proprio cos, e ora... improvvisamente, col
cuore che batteva forte, Alex spost il binocolo e indic col dito un punto lontano, sull'acqua, come se stesse cercando di individuare la discesa di uno stormo di smergi... perch la donna stava guardando proprio nella sua direzione.
Alex sent la mano di Bridger che prendeva il binocolo e
glielo lasci: anche lui si mise a fare un po' di sceneggiata, muovendo lo strumento su e gi come seguendo degli uccelli immaginari, ma quel che le sue labbra dissero fu: - Chi  quella? Pensi che sia la moglie?
Ancora concentrata sulla lingua di mare che si trovava appena oltre il terrazzo di legno sbiadito del numero 109, Alex si limit ad annuire. - Penso di s, - disse. - Sempre se siamo nel posto giusto.
Lo sguardo di Bridger and verso il terrazzo, poi torn al binocolo.
- Hai visto qualcun altro? Un uomo? Lui c'?
A quel punto per la tensione raggiunse i limiti di guardia.
Gli tolse delicatamente il binocolo dalle mani, per un attimo lasci scivolare il proprio sguardo sulla superficie della baia, quindi lo fece voltare prendendolo per un braccio e spingendolo nella direzione opposta, quasi fossero due uccelli in volo alla ricerca di qualcosa d'inafferrabile. Quando si furono allontanati di una cinquantina di passi, Alex si appoggi su di lui e si fermarono, lo sguardo perso verso il mare. - E adesso? - chiese lei, e se avesse potuto sentirsi - se fosse stata il personaggio di un romanzo
- avrebbe descritto il proprio tono come avvilito. Ed era proprio cos che si sentiva. La donna l'aveva guardata, o almeno cos le era parso. Ora avevano una faccia, un'altra faccia, carne e sangue, capelli scuri, occhi scuri, pantaloni Capri.
Bridger le si par davanti. - Io dico di andare a suonare il campanello.
Aveva ragione. Lo sapeva. - Non potremmo... aspettare?
Voglio dire, per vedere un po' che succede. Magari arriva proprio lui, esce dalla macchina: potremmo dargli un'occhiata e prendere il numero di targa...
- E poi? - Le labbra di Bridger erano cos tirate che sembravano uno di quei tagli che ci si fa con la carta. Era determinato,
lo vedeva chiaramente. Un leggero colpo di vento per un attimo le fece andare i capelli negli occhi cos da nasconderle quello che lui disse subito dopo. Ma le dita di lui erano l, rassicuranti. La
riport indietro guidandola con quelle stesse dita. - Di, - la incalz.
- Andiamo insieme. Suoniamo solo il campanello. Stiamo andando a trovare delle persone. Cerchiamo i Goldstein. Chiedile se sa dove abitano i Goldstein e vediamo che cosa succede, se quel figlio di puttana  li magari viene lui ad aprire la porta, ed  tutto ci di cui abbiamo bisogno. Solo questo.
Alex non replic. In un attimo si rimisero in moto, risalirono il sentiero di ghiaia che si snodava attraverso i soffici declivi erbosi e le aiuole ordinate che il progettista aveva pensato bene di disporre in modo tale che gli inquilini dello Shelter Bay Village potessero apprezzare il gioco di contrasti fra la scintillante tavola del mare e le colline antistanti. Una donna in jeans e giacca a vento emerse correndo da dietro la fila di costruzioni, un piccolo cane nero al guinzaglio che le trotterellava davanti.
Qualcuno stava uscendo da una macchina nel parcheggio -
un'altra donna, che si chin per prendere la borsa e il sacchetto della spesa. Alex si sent mancare. Qualcosa le svolazz davanti agli occhi, ma era solo un'ombra. Si ritrovarono davanti al portone di casa: uno spesso zerbino, due vasi di begonie, il batacchio d'ottone. Era felice di non poter sentire il ronzio causato dalla pressione esercitata sul pulsante del campanello dall'indice di Bridger.
La porta si spalanc di colpo e la donna era l, ancora pi bella di quanto sembrasse da lontano, e c'era anche una bambina, di quattro o cinque anni, aggrappata con tutto il peso del suo corpo al polso della madre - la madre, quella era la madre, l'avrebbe capito chiunque. La donna rivolse loro uno sguardo vacuo. - S?
A quel punto Bridger disse qualcosa che per un attimo sembr paralizzarla: - Alex  in casa?
La bambina continuava a tirare la madre per il braccio, ripetendo:
- Mamma, mamma, - come una specie di litania, e diceva ancora qualcos'altro che per Alex non riusc a leggerle sulle labbra. L'espressione della donna cambi, i suoi occhi si fecero sfuggenti, le labbra s'irrigidirono assaggiando il gusto amaro della menzogna. - No, - disse, - dovete aver sbagliato casa -. Distolse lo sguardo per scoccare alla figlia un'occhiata di rimprovero, quindi fu di nuovo tutta per loro. - Qui non abita nessuno con quel nome.
 
Capitolo 2.

- Cosa vuol dire che hanno chiesto di me? Per nome?
Era appena entrato dall'ingresso principale, infastidito, la camicia madida di sudore sotto le ascelle. Non aveva ancora bevuto un goccio, n aveva messo qualcosa sotto i denti e la prima cosa che lei gli diceva era che qualcuno era venuto a cercarlo.
 Quantomeno era riuscita a monopolizzare la sua attenzione.
L'aveva lasciato di sasso. L, nell'ingresso, le tre borse di plastica bianca del ristorante cinese che gli penzolavano da un dito e il giornale intonso stretto al petto. Aveva passato la parte migliore del pomeriggio e l'inizio della serata a occuparsi di un sacco di scocciature, di tutti quei piccoli dettagli che ti pungono come uno sciame di api e ti ritrovi con la pelle sfregiata e sanguinante e hai appena l'energia o la volont sufficiente di fare quel che devi. Tipo riempire tre volte la macchina di vestiti e accessori di Natalia fino a un magazzino di Larkspur che lei aveva insistito per affittare oppure spedire tramite corriere alla casa di Sandman a Croton sei scatoloni di roba da vestire, borsette, scarpe e giocattoli. E ora se ne usciva fuori con questa storia. Era impietrito, stupefatto.
Lei aveva quell'espressione da martire che aveva inaugurato due sere prima e che non aveva ancora abbandonato: i tratti di eyeliner nero servivano a sottolineare come la sua vita si fosse irrimediabilmente rovinata, e poi la bocca perennemente imbronciata, le narici che fremevano di autocommiserazione.
- No, - disse, - non te, - lasciandosi la questione alle spalle mentre si voltava e si allontanava dalla porta, percorreva la stanza a piedi nudi e si lasciava cadere sul divano invaso dal caos dei bagagli. - Non te, - ripet con voce spenta. - A-lex. Vogliono A-lex.
Erano due giorni e due notti che andava avanti cos. Le conseguenze della sua confessione avevano avuto l'effetto di una colata lavica: villaggio e popolazione rasi al suolo, una vera e propria terra di nessuno. Va bene, le aveva messe in conto. Ora per ne aveva abbastanza. Davvero abbastanza. Prima ancora di sapere che cosa stava facendo lasci cadere le borse sul pavimento
- non gliene fregava un cazzo se la zuppa war wonton sgocciolava sui pettini di mare alla Szechuan e colava fuori sulla moquette, se la moquette si rovinava e pure il parquet che c'era sotto e tutto il resto fino alla cazzo di cantina. In un attimo le fu addosso e la afferr per un braccio, tutta la rabbia che aveva accumulato concentrata nella stretta delle cinque dita della mano destra. - Non prendermi per il culo, - disse, la voce bassa e dura, usando quel tono minaccioso che aveva imparato quand'era dentro, quando gli altri trattenevano il fiato, aprivano bene le orecchie e di colpo calava il
silenzio. - Raccontamelo e basta, capito? Basta con 'ste stronzate.
Natalia era allarmata - spaventata - nei suoi occhi l'ira divamp e si spense subito dopo, cosa che lo fece sentire in colpa, ma non abbastanza da allentare la stretta. La scosse per il braccio, come faceva con i sacchi di farina da venticinque chili che stavano accatastati sugli scaffali nel
retro di Pizza Napoli. Natalia non grid. Non protest. Disse: - Un uomo e una donna. Te, hanno chiesto te.
Continuava a tenerla stretta e sentiva la pressione che gli faceva salire il sangue alla testa. La testa, ecco appunto: pulsava come gli dovesse scoppiare da un momento all'altro.
- Quanti anni potevano avere? - Quando lei, in un attimo di esitazione, strinse le labbra, la stratton di nuovo. - Ho detto: quanti anni?
- Mi stai facendo male -. La sua voce era fredda, distante, come se stesse parlando di un braccio attaccato al corpo di qualcun altro, in un altro appartamento. Lui si rese conto delle vocine impazzite dei cartoni animati che provenivano dalla stanza di Madison (una specie di risata stridula e folle si lev d'improvviso e in sottofondo una musica scoppiettante). La lasci andare.
Natalia gli scocc un'occhiata risentita, come se la colpa fosse sua. Non si sarebbe strofinata il braccio, no, non gli avrebbe dato quella soddisfazione. Avrebbe sofferto. Era una martire.
- L'uomo forse venticinque, non so, - disse infine. - La donna trenta. Alta, carina. Aveva jeans e una giacca marroncina comprata da Bebe, centotrentanove dollari in saldo. Va bene?
- Non vendevano niente? Sei sicura? Mi hanno chiamato per nome, non hanno detto il signor Halter o l'uomo di casa
o qualcosa del genere?
Con un movimento veloce e sicuro lei gli sgusci via, scavalcando il bracciolo del divano e rimettendosi in piedi con una piroetta degna di un acrobata. Il suo sguardo lo incener. Si mise le mani sui fianchi. - Che cosa mi racconti? Per mesi, che cosa t'inventi? Vuoi che io sia la signora Halter. Signora Halter! E
ora chi devo essere? La signora Nessuno? Va bene cos?
Lui fece un passo avanti e lei indietreggi verso la doppia porta finestra che dava sul terrazzo. - Piantala, - le disse.
- E subito. Partiamo domani mattina. Quindi metti questa merda
- e qui afferr una manciata dei vestiti ammassati sul divano
- nella tua cazzo di valigia e metti quella cazzo di valigia nella cazzo di macchina, mi hai sentito bene?
- Ti ho sentito, - e adesso si stava strofinando il braccio,
- signor Martin. Se  poi cos che ti chiami.  cos? O
Bridger?  cos che ti chiami?
Non aveva tempo per queste sciocchezze. Un uomo e una donna, due parole che si facevano largo dentro di lui con la forza di una rivelazione. Sapevano che faccia aveva, sapevano dove viveva. Potevano essere l fuori anche adesso, a controllarlo.
Guard alle spalle di Natalia, attraverso la finestra e poi fuori, oltre il terrazzo, dove le cose perdevano i loro colori mentre calava la notte e in riva al mare l'acqua sembrava grigia e sbiadita.
Qualcosa scatt dentro di lui - non aveva tempo da perdere
- proprio mentre Madison comparve sulla soglia, chiamando:
- Ma-mma, - con una vocetta lamentosa. Entrambi si voltarono verso di lei. -  tutto a posto, - si sent dire. - Ho preso da mangiare.  proprio qui, nell'ingresso.
Erano seduti al tavolo della cucina, in un prolungato momento di pace, le candele accese, il vino nei bicchieri, a godersi il cibo cinese, con Madison che aveva ritrovato il suo buonumore.
Adesso gli stava raccontando la trama di un cartone animato
che aveva visto, in cui un cane e un gatto erano impegnati in un inseguimento indiavolato, quando suon il campanello.
Se anche aveva permesso al suo motore interiore di girare al minimo durante la cena - non gli importava quanto andassero male le cose, la cena era un momento sacro, e se non ci siede a cena non si pu dire di essere persone civili - ora lo mand su di giri istantaneamente, cos all'improvviso che non sapeva nemmeno come avesse fatto a uscire dalla porta finestra sul terrazzo, pronto a lanciarsi sull'aiuola sottostante. - Io non ci sono,
- aveva detto a Natalia, scavalcando la ringhiera con una gamba, - e tu non mi hai mai sentito nominare -. Si cal finch rimase appeso solo per le braccia, quindi si lasci cadere.
Gli ci volle un minuto, e tutta la forza delle braccia e delle gambe, per fare il giro e portarsi di fronte all'edificio, dove si nascose tra le fronde e i viticci della vegetazione. Sulla soglia di casa sua c'erano due persone - un uomo e una donna - e Natalia stava aprendo la porta proprio in quel momento. L'uomo
- sui venticinque, all'apparenza un tipo gentile, capelli dritti in testa, una giacca bicolore e i jeans neri pi larghi di una taglia tipici dei punk e di chi frequentava il loro giro - era quello
che parlava, perch la donna (questo lo lasci senza fiato: Alex Halter, quella era Alex Halter, in carne e ossa) se ne stava l come una statua di cera. Ed era degna di attenzione. Aveva gli stessi capelli di Natalia, folti e scuri, ma ravviati all'indietro e sciolti sul collo della giacca beige, ed era pi alta, nonostante le spalle curve per il disagio della situazione in cui si trovava.
Non si stava certo divertendo: qualcuno aveva rubato la sua identit, le aveva fottuto l'esistenza, e lei se ne stava con le spalle curve perch tutta la questione non la divertiva affatto.
Ma non si sentiva abbastanza a disagio da mollare l'osso e lasciare che se la vedessero le compagnie che gestivano le carte di credito e le assicurazioni. Questo lo fece riflettere. Chi era quella donna? Perch gli stava facendo questo? Era un risarcimento quello che voleva? E il tizio, quel Bridger, che cosa c'entrava lui?
- Ancora voi? - Il tono di Natalia era duro e infastidito.
- Ve l'ho gi detto una volta.
- Cerchiamo Frank Calabrese, - disse l'uomo. - Frank c'?
- Chi?
L'uomo ripet il nome. La sua voce assunse un tono supplichevole.
- Senta, siamo stati vittime di un raggiro - cio, lei ne  stata vittima -. Indic la donna. - La mia fidanzata. Lei...
qualcuno le ha rubato l'identit. Stiamo cercando Alex Halter.
O Frank Calabrese. Lei  sicura che Frank non sia qui?
Dal suo nascondiglio, accucciato tra i cespugli - per nessuna ragione al mondo avrebbe appoggiato un ginocchio a terra e rovinato cos i pantaloni in gabardine di Hugo Boss - si accert di aver guardato con attenzione quei due e di esserseli stampati bene in testa. Perch voleva fargliela pagare. Eccome se gliel'avrebbe fatta pagare. Era una promessa.
La luce davanti all'ingresso era debole e gettava un'ombra ostile sul gruppetto radunato sugli scalini. L'espressione di Natalia si indur. Sembrava pronta a dare battaglia, e quello gli parve un buon segno - almeno era dalla sua parte, e solo allora cap che la sua donna sarebbe rimasta al suo fianco, indipendentemente da quel che lui le avrebbe raccontato. - Sentite, -
disse Natalia, ora con un tono di voce pi acuto, querulo e un po' isterico, - non c' nessuno che si chiama cos, non c' nessun A-lex, non c' Frank, nes-su-no. Questa non  la casa che state cercando, avete capito? - Una macchina entr nel parcheggio
- la Lexus color crema degli Atkinson, del 111 - e per un attimo gli prese un colpo quando i fari illuminarono i cespugli per poi spegnersi un po' pi in l. - Se vi fate ancora vedere da queste parti, - stava dicendo Natalia, nella luce giallastra di quella scena sembrava avesse una maschera livida al posto della faccia, - per venire a importunarci, me e mia figlia, chiamo la polizia.
- La chiami, - disse il tizio con un ghigno, cercando di fare il duro, ma era la stessa voce che gli era venuta al telefono e che dietro non aveva niente, un bel niente. La porta sbatt e la notte si fece silenziosa a parte i passi che portavano a casa Rick Atkinson sul vialetto di ghiaia.
Poi accadde una cosa stranissima: le due figure rimasero sugli scalini per qualche istante, a consultarsi, ma senza dire una parola. Le loro mani... muovevano le mani come se stessero manovrando dei burattini fantasma, e gli ci volle un attimo per capire.
Erano sordi. O almeno, lei era sorda. Era lei quella che non aveva ancora parlato ed eccola l, a muovere le mani come
un giocoliere, come se stesse modellando qualcosa con l'aria e glielo passasse e lui, dopo aver fatto a sua volta il giocoliere, lo ripassasse a lei. Era una cosa cos inaspettata, cos privata e intima, che Peck perse la cognizione del tempo. Si sent un guardone
- era un guardone - e tutta la rabbia che provava per quanto era successo si ridusse a una sorta di stupefatta meraviglia, mentre li osservava scendere gli scalini e avviarsi lungo il sentiero, diretti verso il parcheggio. Aveva intenzione di lasciare le cose cos com'erano - se ne stavano andando, ne avevano avuto abbastanza, e al pi tardi il mattino successivo anche lui se ne sarebbe andato e si sarebbe lasciato tutto alle spalle. Ma ritorn lucido appena in tempo: usc dall'ombra e li segu. Cos, giusto per vedere che cosa avrebbero fatto.
In qualche modo avevano rintracciato l'appartamento, ma che cosa poteva significare? Lui non era pi Alex Halter, e non era Frank Calabrese. Frank Calabrese: quello s che gli diede un brivido. Come diavolo avevano fatto a scoprire pure quello?
E comunque, anche se avessero chiamato i poliziotti e quelli fossero venuti - una possibilit remota comunque - non sarebbe successo niente, o almeno non subito. Dov'erano le prove?
Avrebbe negato tutto, sarebbe caduto dalle nuvole, e se proprio fosse stato costretto avrebbe fatto la voce grossa. I poliziotti avrebbero capito, guardandolo, vedendo com'era vestito, dalla postura di fronte alla porta del suo lussuoso appartamento da settecentocinquantamila dollari, che quei due non erano alla sua altezza. E anche loro dovevano averlo capito. Ma allora che cosa stavano combinando? Giocavano a fare gli investigatori privati? Volevano scovarlo, affrontarlo, sistemare la faccenda al di fuori della legge? Per quel che ne sapeva potevano avere una pistola. Chiunque poteva averne una, il ragazzino magro e dal mento sfuggente che incroci per strada, la vecchietta che spinge il carrellino della spesa, le casalinghe, le mamme.
Le pistole erano ormai moneta corrente e lui, personalmente, non voleva averci niente a che fare, soprattutto se si trovava dall'altra parte del mirino.
Le ombre lo aiutavano. Rimaneva fuori della loro portata, seguendo il rumore delle scarpe sulla ghiaia, osservando le loro sagome ondeggiare contro l'accecante cono di luce proiettato dal lampione in fondo al parcheggio. Li vide di
nuovo armeggiare con le mani una volta arrivati alla macchina - una Jetta nera, con una targa della California - e dopo un attimo stavano parlando ad alta voce, ma non riusc a capire cosa si stessero dicendo. La voce della donna aveva un suono soffocato come se avesse una coperta sopra la testa e steccava su ogni sillaba, mentre quella dell'uomo si mescolava all'altra in un modo che le rendeva entrambe confuse. Dopo un poco i due salirono in macchina e le portiere si chiusero con due colpi secchi, una dopo l'altra.
E lui, a cosa stava pensando? Che poteva uscire dai cespugli e stendere quel tizio, farlo a pezzi, e pure lei, scoraggiando immediatamente ogni mossa ulteriore. Ma no, non era quello il modo di agire. Bisognava limitare le perdite e andare avanti.
Aveva ancora Natalia, aveva ancora dei soldi e una nuova Mercedes rosso Borgogna. Peterskill non era Mill Valley, d'accordo, ma da tempo gli mancavano le foglie che cambiavano colore in autunno, la neve a Natale, tutte queste cose qui, e non sarebbe stato poi cos male, una volta che si fossero sistemati. E
poi c'era sempre la Florida, in inverno, e avevano davanti a loro quel viaggio con nient'altro da fare che visitare il paese e poi andarsene nella casa nuova e pensare solo a divertirsi.
Rimase l a lungo, accovacciato fra i cespugli, a fissare la parte posteriore della macchina, perso nei suoi pensieri. Sullo stato in cui avrebbe trovato Natalia, nutriva pochi dubbi. Non ci sarebbe stata tregua, non finch l'avesse ficcata sulla Mercedes e si fosse chiuso la porta di casa alle spalle. La storia che le avrebbe raccontato, la storia che si andava formando nella sua testa, quella che avrebbe affinato mentre attraversavano il paese, aveva a che fare con la bancarotta, col fallimento dei ristoranti, con un nome falso che gli era servito ad appianare le cose in modo da poter seguire i propri investimenti, e s, certo che avrebbero conservato l'appartamento per le vacanze, non c'era bisogno di imballare i piatti, gli asciugamani, le posate, e insomma poteva davvero pensare che avrebbe abbandonato la sua cantina e i suoi vini? Appoggi il pugno a terra per allentare la pressione sulle ginocchia. C'era un odore di rancido, di foglie che assomigliavano a lame di coltello e di boccioli di eucalipto che stavano marcendo. Dall'altro lato del prato, contro gli edifici, una fila di irroratori si avvi con un sibilo di aria compressa che si libera.
Poi, finalmente, gli stop della Jetta si illuminarono, il motore si accese e lui guard la macchina che attraversava il parcheggio e veniva afferrata dalla buia morsa della notte.
Quand'era uscito di prigione non era rimasto a lungo a leccarsi le ferite, a rimuginare su come sarebbero potute andare le cose e su quello che Gina gli aveva fatto, sulle energie sprecate, sul sudore o sul sangue che aveva versato per il Milano e per Pizza Napoli oppure sul fatto di essere sul lastrico e di essere un ex detenuto che non aveva nemmeno pi la sua Mustang color argento
(venduta, assieme a tutto il resto, per pagare l'avvocato faccia da triglia). No, era diventato troppo saggio. Aveva accumulato quella saggezza durante le nottate da incubo sdraiato in cuccetta e durante le giornate passate a trascinarsi come uno zombie occupandosi della mensa della prigione e a restare fuori dai guai. E per farlo aveva faticato non poco. Riuscire a controllarsi non era stato facile. Volare basso. Controllare la rabbia che ti picchia dentro come un martello ogni istante della tua vita.
Perch l dentro c'erano dei tizi fuori di testa il cui unico senso e scopo nella vita era quello di sfotterti, e rispondere a tono voleva dire mettere la firma sul prolungamento della tua detenzione.
Le aveva sentite, quelle storie, certo. Abbassava la testa e si metteva a contare i giorni sul calendario. Quando arrivava uno spintone lasciava che fossero le sue mani a parlare per lui, dure e veloci, cos veloci che nessuno vedeva da dove
arrivavano i colpi. E se qualche testa di cazzo andava a finire in infermeria con gli occhi gonfi come salsicce e il naso rotto non era un suo problema.
Non era come gli altri - tutte quelle presunte vittime del sistema - lui era il solo l dentro che davvero non aveva colpa, perch non aveva fatto niente che chiunque altro non avrebbe fatto, al suo posto, e non aveva nessuna intenzione di farsi complicare le cose permettendo a qualcuno di prendersela con lui. Quello era il primo passo verso la saggezza.
E poi c'era stato Sandman, ovvio. Anzi: l'universit di Sandman.
Sandman s'era dato da fare nella vita. La sua impresa pi recente, purtroppo, aveva comportato un certo uso della forza a scopo persuasivo, ed era il motivo per cui era stato rinchiuso
tra i colpevoli di reati violenti. Cos come Peck, tutto sommato.
Il resto dei detenuti, ai loro occhi, era composto solo di perdenti, feccia e degenerati che si meritavano quel che stavano passando. Dopo un anno l dentro Peck la pensava come un repubblicano: sbatterli tutti dentro e buttare la chiave.
Ma Sandman era diverso. Era uno che aveva studiato. Credeva in determinate cose: l'ambiente, l'aria pura, l'acqua pulita. Poteva andare avanti per ore a parlare di recupero ambientale, della reintroduzione del lupo nel suo ambiente naturale o di come il capitalismo avesse risucchiato tutte le risorse del mondo per risputarle fuori sotto forma di phon - aveva la fissa dei phon - e di banconote. Quasi un metro e novanta, tatuato sulla maggior parte del corpo, il fisico modellato in sala pesi, Sandman, che non era molto pi vecchio di lui, gli mostr la via. - Sai come si dice, Sii tutto ci che puoi essere? In quegli annunci per il reclutamento nell'esercito? Be', la mia versione  Sii chiunque vuoi essere.
Parlava di Internet. Parlava dell'avidit delle compagnie di gestione delle carte di credito, dei prestiti ordine per l'acquisto della macchina, di credito istantaneo, di numeri delle tessere sanitarie soffiate nei fast food e ai distributori di benzina e in vendita su almeno mezza dozzina di siti a venticinque dollari l'una. Parlava di Photoshop e di fotocopiatrici a colori, di timbri governativi, icone, dati anagrafici. Di tutta quella cuccagna.
Sii chiunque vuoi essere.
Duecento dollari. Era quella la somma che ti davano quando uscivi, dopo undici mesi e mezzo passati a pulire cavoli, affettare cipolle, respirare il fetore della griglia, degli hamburger, degli hot dog, dei panini, delle bistecche che sembravano carne secca messa a mollo nell'acqua e poi essiccata di nuovo. La maggior parte di quei coglioni faceva fuori i duecento dollari il primo giorno, sputtanandoseli in donne e droga, e poi si ritrovava per strada a cercare di combinare un qualche imbroglio o a implorare l'assistente sociale per avere ancora una possibilit di risalire la china. Ma non Peck, non William Peck Wilson.
Lui se ne torn subito a Peterskill - per la precisione nel parcheggio del palazzo dove avevano i loro studi un mucchio di ortopedici, urologi e pediatri, sulla Route 6. Gli ci volle circa un'ora, durante la quale si aggir furtivo come un
immigrato che raccatta lattine in cerca di fortuna, ma alla fine ottenne ci che voleva: una manciata di formulari medici gettati via, zeppi di nomi, indirizzi, date di nascita e numeri di tessere sanitarie. Poi si sedette in un bar, davanti a un bicchiere di scotch e diede un colpo di telefono a Dudley, l'aiuto cameriere, perch gli servivano due cose: un passaggio e un collegamento a Internet. Dudley, aveva pensato, era quello giusto per procurarsi un'identit fasulla, perch girava per locali da quando aveva sedici anni, mentre per bere alcolici dovevi averne almeno ventuno. E infatti non lo deluse. Per meno della met della buonuscita che aveva ricevuto lasciando il carcere, Peck pot procurarsi una tessera sanitaria e una patente, con tanto di foto a colori, a nome di uno dei pazienti dello studio medico A&O: da l in poi fu tutto in discesa. Apr un conto corrente e cominci a staccare assegni per acquistare della merce che poi faceva circolare e vendeva in contanti, si piazz in un albergo e fece domanda per avere una Visa e un'American Express. Quando arrivarono le carte di credito prese un taxi e si fece portare dal rivenditore locale di Harley Davidson. Aveva sempre desiderato una Harley, da quando era un ragazzino e aveva visto Easy Rider alla Tv, e Sandman aveva gettato benzina sul fuoco durante le loro chiacchierate notturne, quei momenti in cui interi scenari ti si aprivano davanti nel buio, sbocciando come fiori, in visioni cos intense che riusciva a sentire il vento tra i capelli e a vedere il sole che inondava la strada come una specie di oro liquido.
Il rivenditore era un grassone coi capelli lunghi e un problemino di deambulazione, se vogliamo essere gentili. Indossava un giubbotto di pelle Harley su una maglietta bianca con una scritta sul davanti e dei medaglioni da biker appesi a un cordino stretto attorno alla gola. Aveva abboccato. Aveva abboccato alla grande. Peck Wilson si era seduto davanti a lui e aveva firmato per bene tutti i documenti col nuovo nome, aveva fornito referenze bancarie genuine, e la moto - una Electra Glide nera con la fiamma rossa del logo Harley sul rigonfiamento del serbatoio - era stata preparata per la consegna mentre loro due si avventuravano insieme in una tirata su limiti di velocit indegni, incidenti spaventosi e tipi tosti che avevano conosciuto.
Poi aveva inforcato la moto, l'aveva accesa con un rombo e si era lanciato lungo la strada, fuori dalla citt. Per sempre.
Non era ancora l'alba, a oriente le stelle erano solo leggermente meno luminose e a ovest il monte Tarn ancora non si vedeva, nascosto in un pantano di buio e nebbia. Non si era mosso niente da quando, un quarto d'ora prima, era uscito a marcia indietro dal garage per fare un salto alla caffetteria e ora, mentre la pesante porta di legno si chiudeva alle sue spalle con un tonfo, scendeva dalla macchina col vassoio di cartone in mano.
Era fatto dello stesso materiale con cui fanno i contenitori delle uova, strano che non se ne fosse mai accorto. Sul vassoio c'erano due bicchieri grandi di caff macchiato e uno di cioccolata calda con panna, oltre a un sacchetto di carta bianca pieno di croissant assortiti e mezza dozzina di clair per stuzzicare Madison e farle affrontare la strada immersa in un'estasi zuccherina. La bambina non viaggiava volentieri, il che sarebbe stato un problema, ma Natalia aveva speso pi di duecento dollari in albi da colorare, una fattoria in miniatura e dei DVD da guardare sui monitor installati sul retro dei sedili posteriori.
Il caff era bollente e le brioche erano ancora calde, ma invece di salire subito appoggi il vassoio sul tetto della macchina e apr la porta laterale del garage. Per un lungo istante rimase l a guardare, ad ascoltare e assaporare per l'ultima volta il fresco, ricco, umido profumo del mare. Poi, per essere assolutamente tranquillo, fece un giro veloce del parcheggio e controll le macchine in sosta, immobili sotto un sottile velo di rugiada.
Era calmo, respirava tranquillo, si sentiva ottimista riguardo al futuro, anche se odiava doversene andare - odiava esserci costretto, odiava quegli schifosi figli di puttana che avevano interferito con la sua vita venendolo a cercare e mandando tutto all'aria. Quando ebbe percorso tutto il parcheggio, fece il giro dell'intero isolato, camminando sul vialetto di ghiaia, con la foschia (come la chiamava Madison? il respiro della baia)
che saliva ad avvilupparlo e poi lo lasciava andare.
Natalia era appollaiata sul bordo del divano, con un completo di velluto verde, giacca, gonna, collant, tacchi, e lo aspettava.
Si stava truccando - non andava mai da nessuna parte senza essersi truccata, nemmeno al negozio all'angolo se le mancavano i cracker - quando lui entr. Non gli sorrise. Non alz
nemmeno lo sguardo dalla trousse che aveva in mano. - Madison sta ancora dormendo, - gli disse.
Lui pos il vassoio a terra come fosse un'offerta, cosa che in effetti era. - Bene. Magari riesco a metterla in macchina senza svegliarla, cos continua a dormire finch arriviamo a Tahoe, che dici?
Natalia non rispose. Lui aveva fatto i bagagli la sera prima
- fino a notte fonda, in effetti, e ora era esausto, non vedeva l'ora di essere in hotel, lenzuola fresche, servizio in camera, un benedetto anonimato - e not con una punta di soddisfazione che le nuove valigie abbinate di Natalia e Madison erano gi state posate vicino alla porta. Erano finite le discussioni, il broncio, i litigi, le lacrime, le suppliche e le richieste. Stava per cominciare la nuova fase. Tra pochi minuti sarebbero stati fuori di l, avrebbero chiuso la porta senza neanche voltarsi indietro.
- Le ho preso della cioccolata calda, - le disse, - quella che piace a lei. E gli clair. Trattamento speciale.
Natalia non era il tipo di mamma che si preoccupa di quanta roba dolce mangiasse la figlia. A suo modo di vedere, tutto ci che si poteva spremere da una societ capitalistica opulenta e appagata era buono a prescindere, e gli clair ne erano una delle tante espressioni. Ora lo guard da sopra lo specchietto.
- S, - disse, il tono lievemente divertito, conciliante, - hai fatto una cosa gentile. Tu  un uomo molto gentile, - e lui intu che Natalia avrebbe voluto dire il suo nome, voleva dire A-lex, ma si era trattenuta. Natalia si chin e tolse il coperchietto di plastica da uno dei bicchieri. -  questo il doppio macchiato?
- Sono uguali.
Natalia si port il bicchiere alle labbra, la schiuma bianca si attacc come una specie di detrito al luccichio ceroso del suo rossetto prima che la lingua la eliminasse. Piccoli piaceri primari: zucchero, panna, caffeina. Peck allung il braccio per prendere il proprio bicchiere. La stanza si riemp di profumo di caff, che sapeva insieme di ricordi e di futuro. - Ottimo, - disse lei, frugando con una mano l'imboccatura del sacchetto mentre si gustava il caff. Con le labbra lucide gli rivolse un sorriso privo di sottintesi.
Erano di nuovo complici. Le era grato - considerando tutto ci che lei era costretta ad abbandonare a causa sua - per la
fiducia e il credito che aveva nei suoi confronti, e fu allora che giur a se stesso che avrebbe fatto tutto ci che era in suo potere per essere all'altezza di quel gesto. Accomodandosi sullo schienale del divano le accarezz un lato del viso, le sfior un orecchio, le pass le dita tra i capelli. - Hai ragione, - disse, -
sono gentile E diceva sul serio.
Il caff che aveva nello stomaco era ancora tiepido quando prese in braccio Madison e la port in macchina. La bambina si era rannicchiata in posizione fetale, un dito in bocca, i
capelli sul viso sciolti in morbidi boccoli: lui la sollev insieme a lenzuola e coperte in un unico grosso fagotto che emanava calore come una fornace, le pupille che roteavano sotto le palpebre mentre sognava. Come poteva impedirsi di pensare a Sukie, sua figlia, che si trovava a Peterskill ed era lontana da lui come se vivesse su un altro pianeta? Mentre deponeva Madison sul sedile posteriore e le copriva i piedini nudi con una coperta, ebbe una fugace visione delle due bambine insieme, ai giardini
- al Depew Park di Peterskill - che correvano per mano in un prato ricoperto di denti di leone, le gambette chiare che spiccavano tra l'erba alta muovendosi all'unisono.
Lo sapeva che sarebbe stato un errore tornare a Peterskill.
L'aveva pensato fin dall'inizio. Ma sentiva che quel posto ce l'aveva nelle vene e poi sua figlia era l. E anche Sandman. C'era una casa a Garrison, su nel bosco, con vista sull'Hudson, una casa di fine Ottocento, di pietra, con travi intagliate a mano, ristrutturata secondo quello che Sandman chiamava il gusto borghese dominante, l'ultimo grido in fatto di comodit per il consumatore medio, ed era l a portata di mano, a 5500 dollari al mese con una prelazione sull'acquisto. Sandman aveva provveduto all'anticipo e aveva parlato con i proprietari, che andavano a seppellirsi in Florida ma non erano del tutto sicuri di voler rinunciare alla casa per sempre. Il controllo patrimoniale era stato fatto e i documenti aspettavano solo che Bridger Martin facesse la sua comparsa in citt e mettesse nero su bianco. Era gi tutto organizzato, e dopo aver vagabondato per il paese per una lunga vacanza sarebbe stato un sollievo arrivare l e guardare al futuro con fiducia. Le scuole erano davvero di ottimo
livello e Natalia poteva fare shopping a Manhattan fino allo sfinimento.
Ma non gli avrebbe fatto piacere incrociare nessuna delle vecchie conoscenze, non voleva che gli capitasse di incontrare anima viva, nemmeno sua madre - soprattutto sua madre.
o Gina. Non sarebbe stato bello sentirsi chiamare Peck. Non pi. Ma Garrison si trovava proprio al di l del confine della sua vecchia contea e immaginava che comunque avrebbe trascorso la maggior parte del proprio tempo a New York, e per quanto riguardava Sukie era solo questione di rimettersi in contatto con l'avvocato e organizzare nuovamente e in tutta tranquillit quelle visite domenicali. Per lei, d'altro canto, era solo pap, non Peck o Alex, Frank, Bridger e nessuno ne avrebbe saputo niente.
O forse era tutto solo un sogno. Magari avrebbe trovato la polizia ad aspettarlo da McDonald's. In fondo perch non avrebbero dovuto venderlo agli sbirri, Gina o sua madre?
- Sei pronto? - Natalia scivol sul sedile di fianco al suo.
Aveva messo una visiera rosa decorata col logo di un famoso stilista che probabilmente le era costata almeno una cinquantina di dollari. Quando vide che la guardava gli disse: -  per viaggio. Per sole. Non c' sole a Las Vegas?
- S, - disse lui, distratto, - s, che c'. Hai fatto bene.
Premette il telecomando per l'apertura del garage e la pallida luce dell'alba inond il locale. Stava pensando a quel che si lasciavano alle spalle, a come ogni oggetto, dai coltelli che amava usare, alle sue padelle, al forno a convezione Viking, al nuovo microonde, avrebbero occupato i loro posti solo finch l'appartamento non fosse stato venduto e tutto ci che i nuovi proprietari non avrebbero voluto o potuto usare sarebbe finito tra
i rifiuti. Nessun rimpianto, si disse mentre accendeva la macchina
- uno dei migliori modelli di automobile al mondo, nella storia del mondo - e fece retromarcia andando incontro al giorno che iniziava.
Quel che non not - quel che gli sfugg, perch la sua mente era ancora al piano di sopra e vagava per le stanze disabitate dell'appartamento, indugiando su tutte le cose superflue che avevano accumulato e si erano lasciati alle spalle - fu la Jetta nera, che si stacc dal marciapiede, dietro di loro.
 
Capitolo 3.

Si era addormentato, anche se non avrebbe voluto, era esausto come se l'avessero drogato, e quando si svegli aveva un lato della faccia schiacciato contro il finestrino con Alex che gli stava addosso come uno strato di vestiti in pi, il ritmo del respiro sincronizzato col suo. Dall'esterno filtrava una densa luce grigia. Tutto era fermo. Il lampione giallo all'estremit del parcheggio era un chiarore indistinto, appeso da qualche parte in mezzo al nulla, in mezzo alla nebbia che cancellava tutto il resto. La parte del braccio sinistro su cui si era addormentato era insensibile e sentiva la camicia umida e appiccicosa, il prezzo da pagare se dormivi in macchina. Macchina che tra l'altro puzzava di muffa come se ci avessero passato mesi l dentro, e non una notte soltanto, tanto che prov a immaginare quali fossero gli odori di chi  costretto a starsene al chiuso per lunghi periodi. Serr di nuovo gli occhi e la macchina si era trasformata in un batiscafo sospeso su un abisso, un abisso affacciato su oscuri canyon marini, dove sfilavano una dietro l'altra le forme grottesche dei pesci dalle profondit, il pesce lupo e il celacanto.
Li riapr sul nulla, su quel grigio diffuso, e pens di controllare l'ora.
Lentamente, con grande attenzione - non c'era motivo di svegliare anche lei - riusc a districare il braccio intorpidito e a dare un'occhiata all'orologio. Non fu particolarmente sorpreso nel vedere che mancava poco alle sei. Un'ora orrenda, un'ora in cui gli capitava di imbattersi un paio di volte all'anno quando si sballava a una festa con Deet-Deet e Pixel o quando, con un videogame, cadeva in una specie di trance. Sent un moto di irritazione all'idea di non essere nel letto di un motel a dormire fino a mezzogiorno, cio almeno fino a mezzogiorno. Dei due
era stato lui, la sera prima, a dire di no. L'appartamento non era quello giusto. Il tizio si era trasferito o era morto o era stato eiettato nello spazio - ma Alex aveva insistito.
Mentre Bridger faceva manovra per uscire dal parcheggio, con l'idea di trovare un posto per mangiare e un motel dotato di televisione via cavo, lei brandiva la cartellina logora dentro cui conservava la dichiarazione giurata del Tribunale di San Roque, i fax dei rapporti della polizia e le foto del ladro.
- Questo, - aveva detto sputando fuori le sillabe, -  tutto quello che ci serve. Mostriamolo alla polizia e ce l'abbiamo in pugno.
- Giusto, ma prima dobbiamo trovarlo, - aveva detto lui, esasperato, sempre col viso rivolto verso di lei in modo che Alex potesse guardarlo mentre muoveva le labbra. - E quando lo troviamo che facciamo? Dove sar la polizia? Pensi che una delle loro macchine passer l davanti proprio in quel momento, come per magia?
- Chiamo il 911. Appena lo vedo. Chiamo il 911 e gli dico che c' un reato in corso, un... un'effrazione, okay? Un reato in corso.
- E poi?
- Poi gli faccio vedere questo, - la cartellina - perch questo non  forse un reato? E non  in corso? Eh?
A quel punto erano sulla strada principale, e i fari delle macchine che sopraggiungevano le illuminavano il viso a sprazzi, come se fossero di nuovo sotto le luci stroboscopiche al Doge e lui la vedesse per la prima volta. Per un attimo si sent prendere dalla nostalgia e dalla tenerezza. Non gli era mai sembrata cos bella, gli occhi colpiti dai fari delle auto, le labbra dischiuse per la foga del discorso, il mento sollevato, il viso immerso nella cascata dei capelli come un regalo in una scatola... ma cerc di non pensarci. Aveva fame, era stanco. Cercava un posto per mangiare, un fast food, qualsiasi cosa. Alex aveva ragione, lo sapeva anche lui, ma non era pronto ad ammetterlo, o comunque non prima di aver messo qualcosa nello stomaco.

- Che cosa vuoi fare? - gli aveva chiesto lei a quel punto. -
Rinunci?
Sulla sinistra spunt un fast food; Bridger mise la freccia e diede gas per entrare nel parcheggio prima delle macchine che sopraggiungevano in senso contrario. Con un'unica manovra
entr col muso in uno spazio libero, mise in folle e si volt per guardarla bene in faccia. - No, - disse, - non voglio rinunciare. Ho solo fame, ecco tutto.  stata una giornata lunga, non trovi?
Non possiamo sederci una mezz'ora e prenderci un Big Mac o
unFilet o' Fish... no, no, non pensare alle calorie, al colesterolo
e ai grassi transgenici, per una volta ci abbuffiamo e basta...
e rifletterci un po' su? Ci siamo vicini, lo so, hai ragione, e possiamo inchiodarlo, quel bastardo, ne sono certo, ma prendiamoci un minuto per raccogliere le idee, ok? E per mangiare qualcosa.
Non sapeva quanto lei avesse colto di tutto quel discorso.
Non lo sapeva mai con certezza, ma stava sempre attento a cosa combinava con le labbra e con la lingua. Gli piaceva pensare che stessero comunicando, in qualche modo. Ed era cos anche in quel momento. Rimasero seduti sotto la luce gialla e rossa della grossa M e la guard scostarsi i capelli dal viso con uno scatto veloce del mento. Gli occhi di Alex si strinsero in una fessura. La sua voce si abbass di tono, cos tanto che sembr le avessero dato un pugno nello stomaco. - Lo sai che mentiva.
Ed eccoli al punto di partenza.
Avevano fatto rifornimento di unto, nitrati e zucchero, con Alex cos nervosa da non riuscire a star ferma mentre lui ordinava e pagava. Poi l'aveva guardato come fosse un pedofilo quando le aveva detto che doveva andare in bagno: E se lo perdiamo?
gli aveva detto a gesti, E se entra qui? Adesso? In macchina, col sacchetto di carta in grembo, il panino con la crocchetta di pesce ancora intatto, continuava a dire: - Lo sai anche tu che  l dentro, lo sai, e se non c' torner, e tutto quello che dobbiamo fare  starcene l tutta la notte, tutto domani, magari tutta la settimana se  necessario. Tenere il binocolo puntato su quelle finestre finch lo vediamo in faccia. Identificazione certa, non  cos che la chiamano? Ecco fatto. Lo vediamo e in un attimo si ritrova, - una delle sue espressioni preferite,
- inchiodato.
Ma non l'avevano visto. Quando erano tornati le tende erano chiuse - non erano stati via per pi di mezz'ora, tre quarti d'ora - ed erano rimaste cos per tutta la notte, nonostante le luci ancora accese fino a tardi, fino a molto tardi. Cos tardi che erano state l'ultima cosa che Bridger ricordava di aver visto,
marchiate a fuoco sulla superficie della sua coscienza come l'immagine residua di una massa di flash che scattano simultaneamente.
Ora alz lo sguardo. La nebbia si gonfiava, galleggiava nell'aria, si stringeva intorno alla macchina e poi si allontanava.
Le macchine erano scure sagome ingobbite, gli alberi invisibili, come cancellati. Pi in alto e pi in l rispetto alla macchina c'erano dei rettangoli perfetti ritagliati all'interno di una pi grossa sagoma indistinta. Le finestre di Frank Calabrese erano ancora accese.
Quando finalmente la porta del garage divenne visibile al di sotto del bagliore delle finestre e poi - di colpo, senza preavviso
- cominci ad aprirsi silenziosamente rivelando le luci posteriori di un'auto, pens fosse un sogno. Era come un trompe l'oeil, la superficie piana della porta che un attimo prima c' e quello dopo  scomparsa. Si stava immaginando tutto quanto?
No, no, ecco il retro di una macchina, di una Mercedes, targhe provvisorie, i fumi di scarico che fuoriuscivano dal tubo di scappamento e svanivano nella nebbia, e ora i due flash delle luci degli stop. Si stava muovendo, faceva marcia indietro. Scosse Alex con forza, se la tolse di dosso e le prese il viso tra le mani, operando sul delicato perno del suo collo come se fosse uno strumento che aveva trovato e calibrato, come se fosse suo: Guarda, le disse, guarda.
Capelli, occhi, l'acidit del sonno nel suo alito, niente di tutto ci aveva importanza. Fu subito con lui, emersa in un lampo dalle profondit del sonno. Il suo corpo si tese e si tir su, lo sguardo fisso sulla nebbia, la bocca leggermente aperta per la concentrazione. Poi, istintivamente, sprofond nel sedile e tir gi anche lui, mentre gli diceva: -  lui, - la voce brusca e priva di sfumature, costretta a parlare quando ancora non era pronta.
La Mercedes era fuori del garage ora, le ruote posteriori disegnarono un arco verso sinistra mentre chi guidava faceva curvare la macchina, ed ecco, c'era una figura al volante, confusa, tra il parabrezza e i brandelli di nebbia, ma era un uomo? Era lui? Bridger era paralizzato. Accucciato al posto di guida cos in basso che aveva il mento all'altezza del
bracciolo, l'adrenalina che saliva, come quando si gioca a nascondino, poi la macchina raddrizz la traiettoria e sfil lungo il viale in un silenzio da sogno. Ed eccolo l - inconfondibile - il ladro, quel figlio di puttana, il mento in su, gli occhi fissi sulla strada, e la donna, la bugiarda, era al suo fianco. Per un attimo Bridger rest immobile al suo posto, a guardare le luci posteriori alzarsi e abbassarsi superando un dosso artificiale, poi la mano di Alex lo afferr per il polso. Fu colpito dallo strano tono della sua voce, una voce ansimante e disarticolata che gli gridava: - Accendila-macchina-accendi-la-macchina!
Le luci degli stop stavano gi svanendo nella nebbia. Le sue mani tremavano quando gir la chiave dell'accensione. Una volta, due, poi il motore si accese e Bridger fece bruscamente retromarcia, usc dal parcheggio e ingran la prima mentre girava il volante e allungava la mano per accendere le luci - ma trov la mano di Alex, che volt subito la faccia per entrare nel suo campo visivo: - No, no: niente luci, niente luci!
Non c'era traffico, il che era un bene, dato che Bridger era cos concentrato sulle luci posteriori dell'auto di fronte a lui che non guard neanche se c'erano macchine in arrivo quando usc dal viale per immettersi nella strada asfaltata. Acceler. Le gomme girarono vorticose e morsero l'asfalto con uno stridio. Riecco quella sensazione ormai familiare di lanciarsi in avanti, l'accelerazione, l'improvvisa pesantezza del corpo. Due puntini rossi.
Stava seguendo due puntini rossi. La nebbia si dirad per un attimo, ondeggi e perse consistenza, poi si richiuse di nuovo su di loro, e non fu facile distinguere i bordi della strada dal fosso che la costeggiava. Finire fuori strada e farsi scoppiare una gomma, rompere il semiasse, andare a sbattere contro un albero
- sembrava che ci fosse un'intera foresta l fuori - erano senz'altro esperienze di cui avrebbe fatto volentieri a meno.
Alex gli stava dicendo qualcosa, parole ingarbugliate per l'eccitazione, e le sue mani si muovevano come un semaforo impazzito, ma tutto quel che poteva fare era andare avanti, senza luci, nessunissima luce, con quei due lumini rossi come unico punto di riferimento.
La strada curvava a destra, poi un tornante a sinistra, le luci svanirono e tornarono di nuovo. - Sta' indietro! - Ecco
cos'era che gli stava dicendo Alex. - Sta' indietro!
Anche la sua voce era strozzata dalla tensione, e il suo tono
- aspro, secco - lo stup. - Mi sto tenendo a distanza, cazzo.
A te cosa sembra? - Poi, il volante che gli sfuggiva nonostante la stretta delle dita: - Non vedo niente. Merda. Insomma, cazzo, vuoi farci finire in un fosso?
Ma le luci posteriori diventarono improvvisamente pi grandi, proprio l, davanti a lui, e il suo piede schiacci il freno. Erano a uno stop, il cartello emerse sfocato dalla nebbia: l'uomo nella Mercedes stava rispettando il codice della strada, si era fermato correttamente allo stop, nonostante non ci fosse in giro nessun'altra macchina. Alex, di fianco, senza cintura, era piegata in avanti come un sacco della spesa: il rumore della sua testa che colpisce il parabrezza fu improvviso come un tuono, un'esplosione. Si sent imprecare mentre le ruote inchiodavano sull'asfalto viscido di nebbia e la macchina sbandava, con le luci posteriori della Mercedes che si allontanavano, affievolendosi, distanti, e lui che avrebbe voluto chiederle: - Stai bene? -
anche se lei non l'avrebbe sentito.
La macchina correva. Erano ancora in carreggiata: sulla corsia sbagliata, forse, ma in carreggiata. La guard di sfuggita e vide il sangue, subito sotto l'attaccatura dei capelli, la ferita era fresca e umida, ma aveva il piede sull'acceleratore - non poteva fermarsi - e lei, tenendosi le mani intorno alla testa tanto che lui non poteva vederle n gli occhi n la ferita, strill:
- Vai, vai!
Adesso c'erano altre macchine che si trascinavano avanti come una carovana di luci, muovendosi come sottomarini in un mare sconosciuto. Il volante gli pesava tra le mani. Il sibilo smorzato dei pneumatici, il cuore ancora a mille, un paio di antinebbia gialli nello specchietto retrovisore, la Mercedes proprio davanti a loro. Doveva aver chiesto a Alex almeno venti volte se stava bene - se aveva bisogno di un dottore, se doveva portarla al pronto soccorso - ma lei non lo guardava nemmeno.
Teneva lo sguardo fisso davanti a s, sul posteriore della Mercedes. Adesso aveva la cintura di sicurezza, aveva tirato fuori dalla borsa una maglietta e la teneva premuta sulla ferita. Quando la guard, vide solo che la maglietta non era
pi bianca. Sul parabrezza, dove Alex aveva picchiato la testa, si era formata una specie di ragnatela di cristallo, un sottile intaglio di linee dal cui centro s'irradiava un prisma luminoso. Tolse una mano dal volante e le tast un ginocchio finch Alex si volt a guardarlo. - Sanguini, - le disse. - La maglietta  piena di sangue.
La voce di Alex fluttu verso di lui come provenisse da lontano, tra i pneumatici che sibilavano e il tempo scandito dai tergicristalli.
- Non  niente. Solo un graffio.
- Un graffio? Ma non mi hai sentito? Stai sanguinando.
- Non possiamo fermarci adesso, - rispose Alex, voltandosi di nuovo. Stop. Fine della discussione. Per un po' restarono in silenzio. Ogni tanto una macchina emergeva dall'atmosfera plumbea che li circondava. Incrociarono un furgone Safeway che arrancava sulla corsia opposta, con il lampeggiante acceso.
Poi di colpo Alex stava facendo qualcosa con le mani, una cosa incomprensibile, e la maglietta le cadde dalla fronte, mostrando il punto in cui la carne era viva, un taglio come una bocca, rossa e spalancata. - Guarda, guarda, - stava dicendo lei, e i suoi occhi ritornarono sulla strada, - ha messo la freccia. Va verso l'autostrada.
Il volante era di cemento, di piombo, pi pesante della macchina, ma Bridger riusc a svoltare e a seguire la Mercedes su per la rampa che portava alla 101, in direzione nord. La strada ospitava sulle sue corsie un instabile, sussultante convoglio di camion, macchine e pick-up che sfrecciavano luccicando sotto il sole verso un'invisibile e remota destinazione.
- Eureka, - disse Alex, la voce carica di eccitazione. - Va ad Eureka. O in Oregon.
- S, pu darsi, - e rallent per permettere a un pick-up blu scassato di inserirsi tra lui e la Mercedes.
- Sta lasciando la citt. Sta scappando.
Era davvero cos? Gli avevano fatto paura?
Di colpo si sent euforico, onnipotente: lui era il Kade della situazione e questo tizio, il bastardo, era un extraterrestre qualsiasi con la maschera da lucertola, una comparsa, una nullit.
Digrign i denti, premette con forza il volante. Stavolta, fratello, si disse, sei tu che finisci in galera, e vedremo quanto ti piacer. Ma qual era il piano? Dovevano chiamare il
911? La sua mente pensava gi alla mossa successiva. Che cosa potevano dire? Che c'era un criminale in libert, che aveva rubato l'identit di una persona - l'identit di Alex, di una giovane donna, di una giovane donna sorda - ed era proprio davanti a lui sulla 101 su una Mercedes rosso scuro con le targhe provvisorie
? Che stava scappando. Se la stava filando. Ma dov'erano le prove? Avrebbero dovuto essere presenti quando l'avrebbero fermato, perch in caso contrario i poliziotti l'avrebbero lasciato andare: non andava nemmeno troppo veloce. Quel tizio - di cui Bridger riusciva solo a intuire la sagoma attraverso il parabrezza del pick-up e il lunotto posteriore bombato della Mercedes
- stava guidando come se stesse andando a messa. E magari ci stava andando davvero. Magari tra poco sarebbe uscito dall'autostrada e si sarebbe diretto tranquillamente verso una grande cattedrale dalla facciata di stucco e vetro e loro l'avrebbero pedinato e l'avrebbero fatto inchiodare dai poliziotti proprio mentre, inginocchiato, si ripuliva la coscienza. Sarebbe stato il colmo. Perch sul fatto che fosse lui non c'era ombra di dubbio, e finch gli stavano alle costole non poteva svignarsela.
- S, - disse, ma lo disse a se stesso perch Alex non lo stava guardando, - pu darsi.
Prima che potesse pensare, prima di poter formulare due pensieri di seguito, la Mercedes svolt sulla Sir Francis Drake e si immise sulla 580, diretta al Richmond Bridge. Il pick-up blu cambi direzione e Bridger rallent. La nebbia si
stava dirandando e la Mercedes acquist velocit. - Chiama la polizia, -
disse Alex, - chiama la polizia, - ma Bridger mise la freccia e si spost di una corsia, accelerando per non restare indietro ma comunque attento a non attirare l'attenzione. Perch se gli fosse stato troppo addosso la Mercedes gli avrebbe fatto mangiare la polvere. - Non ancora, - disse. - Dobbiamo vedere dove va prima di muoverci.
Fu solo dopo che l'ebbero seguito oltre l'imbocco della I-80,
diretta a est verso Sacramento, che a Bridger venne in mente di dare un'occhiata all'indicatore della benzina - eccolo l, una semplice linea orizzontale che andava da pieno a in riserva, da si va a non si pu pi andare. All'inizio non ci fece davvero caso. Era stanco, poco concentrato, proprio non ci pensava, alla benzina. La dava per scontata. Quindi gli
ci volle un attimo per realizzare, mentre l'adrenalina sal di colpo, per capire che la lancetta puntava tutta a sinistra. Proprio mentre guardava, la spia ebbe un sussulto e si accese. Vuoto.
Incredulo, quasi indignato, il suo primo pensiero fu di dare la colpa a qualcuno, di dare la colpa a lei. Chi aveva guidato per ultimo? Senza stare attento alla benzina? Lui non aveva mai permesso che sulla sua macchina il livello scendesse sotto la met, mai - ma invece pigi pi forte sull'acceleratore, il cuore che sferragliava, e si sent dire: - Veloce, dammi il tuo telefono!
Arrivarono a ridosso della Mercedes prima che Bridger lasciasse andare il gas, e videro piuttosto chiaramente la nuca del ladro, una nuca come tante, ignara sotto quel taglio di capelli alla moda, le sue spalle e la lunga frangia ondeggiante della moglie che si chinava per sintonizzare meglio l'autoradio. Bridger dovette strattonare il braccio di Alex perch lei non lo sentiva.
- Il telefono! Veloce! - Era nella corsia esterna, e rientr, rallentando, permettendo a una Toyota color argento di interporsi tra lui e la Mercedes, la spia della benzina una voragine incandescente sul cruscotto. Appena ebbe il telefono fra le mani chiam il 911.
Risposero al primo squillo e una voce femminile disse - Nove-uno-uno, pu attendere in linea, per favore?
- No! - grid Bridger, ma la linea gli restitu solo dei rumori statici e la lancetta della benzina era ferma nello stesso punto e il ladro procedeva a velocit di crociera nella corsia interna come se questa fosse stata progettata, realizzata, asfaltata e dotata di segnaletica appositamente per lui. Si avvicinava un'uscita, benzina, cibo e camere, l'insegna di una stazione di servizio Chevron, e non riusciva a pensare cosa fare. Alex lo guardava, gli occhi spalancati per l'eccitazione, un sottile rivolo di sangue fuoriuscito dalla fessura nerastra che le tagliava la fronte.
- Cosa dicono?
- Sono in attesa, - grid Bridger. - Mi tengono in attesa. E
siamo senza benzina. Non hai... ?
- Nove-uno-uno, - torn la voce. - Di che emergenza si tratta?
- Un ladro, - disse Bridger, e stava ancora gridando, non riusciva a parlare normalmente. - Un ladro. Furto di identit.
Ha... ha rubato l'identit della mia ragazza, della mia fidanzata, ed  proprio qui, riesco a vederlo...
La voce di Alex, acuta come quella di un flauto nel suo registro pi alto, copr la sua: - La Mercedes rossa! Digli della Mercedes rossa!
- Qual  la vostra posizione?
Non comprese subito il senso della domanda. Posizione?
- Siamo in macchina, - disse. - Sull'autostrada, la I-80, e quel tizio ... e noi siamo quasi senza benzina...
- Senza benzina?
- S, e quel tizio...
- Signore, questa  una linea per le emergenze, mi spiace.
Devo riattaccare immediatamente.
La linea si interruppe, l'uscita sfrecci accanto a loro. Il pensiero folle di tamponare la Mercedes gli pass per la testa ma ne usc immediatamente. Era una cosa che aveva visto fare nei film, in dozzine di film, ma qui non c'era nessuno che faceva ritocchi digitali, e il sangue sulla fronte di Alex era sangue vero.
- Quant' preciso quest'indicatore? - le chiese, ripassandole il telefono. - Quante miglia possiamo ancora fare? La benzina finisce di colpo o  solo una specie di avvertimento e hai ancora venti miglia o qualcosa del genere? Lo sai?
- Che cosa? - chiese lei.
Bridger ripet lentamente e lei chiese: - Dici della spia della benzina?
Bridger annu.
Alex si sporse verso di lui per dare un'occhiata alla spia e per farsi un'idea di persona, quando all'improvviso la Mercedes sterz nella loro corsia e Bridger fu preso cos alla sprovvista che quasi lasci andare il volante. Li aveva visti? Era stato per quello? Bridger premette lievemente il freno, rallent finch la macchina dietro di lui acceler per sorpassarli. Ma no, il tizio non stava guardando nello specchietto, stava guardando avanti, aveva solo chinato la testa verso quella della moglie, come se stessero chiacchierando. Non aveva la minima idea di quel che stava succedendo davvero. Era tutto sotto controllo. Ogni cosa. Finch non rimasero a secco.
Quando accadde Bridger ne fu quasi sorpreso, come si aspettasse qualche miracolo, i pani e i pesci, l'olio di
Hanukkah, il bene che malgrado tutto trionfa sul male. D'improvviso la macchina sembr vacillare, come se una folata di vento particolarmente forte l'avesse investita per portarla lontano, poi il motore tossicchi e tacque e Bridger accost al lato della strada, impotente come uno dei signori dalla faccia di lucertola che regnavano su Drex III.
Per un attimo rest l seduto, le mani che fremevano sul volante.
Al suo fianco, le ginocchia tirate su fino al mento come se si stesse proteggendo da una qualche forza sconosciuta, Alex gli diede una lunga occhiata tagliente. Incredulit - in parte la sentiva anche lui. Delusione. Dolore. Ma anche qualcos'altro: disgusto. Aveva un'espressione disgustata. E ce l'aveva con lui.
Bridger non pot reprimere un istintivo moto di rabbia. - Che vuoi? Cosa pretendi? Che esca l fuori e mi metta a rincorrerlo
a piedi?
Il taglio sulla fronte aveva cominciato a fare la crosta, e un livido giallognolo si stava gonfiando sotto una chiazza frastagliata di sangue secco. Le sue mani scattarono: No, devi andare a prendere della benzina. E indic un edificio non molto lontano, su una strada che correva parallela all'autostrada, una stazione di servizio Shell, e quanto poteva essere lontano? Cinquecento metri?
Aveva gi aperto la portiera con un cigolio - si stava gi incamminando
- ma non pot resistere alla tentazione di tornare indietro perch aveva i nervi a pezzi ed era furioso quanto lei e come osava dargli la colpa, come se tutto quel casino fosse stata un'idea sua, come se fosse toccato a lui occuparsi della manutenzione di una macchina che non era sua. - A che serve? -
disse ad alta voce. - Pensi che abbia accostato e ci stia
aspettando? Pensi che lo rivedremo ancora? Eh? E cos?
Pass un camion provocando uno spostamento d'aria che scosse la macchina fin nelle molle degli ammortizzatori. Il viso di lei si contrasse. Le mani di Alex si avventarono sulla sua faccia: gesticolava furiosa e cercava di buttar fuori le parole tutte in una volta: - Cazzo! - disse. - Cazzo, cazzo, cazzo! Va' e basta, idiota, pezzo d'idiota che... - Ma lui se n'era gi andato, sbattendo la portiera, e non aveva nemmeno fatto dieci passi
che si mise a correre, arrabbiato come non era mai stato prima d'ora - incazzato nero - ma tutto sommato contento di essere fuori dalla macchina e lontano da lei.
L'intera faccenda - quella maledetta scocciatura - gli cost venti minuti, forse mezz'ora. Ritorn trotterellando alla macchina con un bidoncino da quattro litri pesante e scomodo da trasportare come una palla di cannone, e part sgommando fino all'uscita successiva in modo da poter tornare indietro e fare il pieno. Fu pure costretto a chiederle dei contanti perch non volevano la sua carta di credito e lui non era dell'umore giusto per mettersi a discutere. Poi, senza dire una parola, senza stare a discutere se si dovesse chiamare la polizia dando una descrizione della macchina, fare una denuncia, andare in ospedale per vedere se c'era bisogno di darle dei punti o sedersi a fare colazione, mettere qualcosa sotto i denti, uova, pancetta, tabasco, caff, qualunque cosa perdio, sfrecciarono sull'autostrada, inutilmente, senza speranza. La Jetta non sband pi di tanto quando Bridger raggiunse i centosessanta e li mantenne.
Nessuno dei due fiatava. Bridger si sentiva stranamente calmo, come al di sopra della legge, superiore ai banali passeggeri di berline, decappottabili e pick-up che superava, scuotendosi di dosso quelle brevi occhiate stupite e sdegnate, sbattendo la macchina da una corsia all'altra, usando un solo pedale.
La giornata si era fatta limpida, il sole balenava sui tetti della fila infinita di macchine e camion, il paesaggio ai lati della strada era una macchia indistinta di vegetazione brunastra punteggiata dall'abbagliante luccichio delle lattine nascoste tra le erbacce.
Sudava. Le dita appena posate sul volante, attente ad ogni minimo dettaglio, pronte a muoversi con la precisione e la straordinaria coordinazione occhi-mani che riservava alla Playstation.
Ma a che gioco stava giocando adesso?
Dopo venti minuti da quando aveva cominciato a spingere sull'acceleratore a tavoletta, lei apr bocca, per la prima volta da che avevano lasciato la stazione di servizio.
- Prendi questa uscita, verso la statale 50, per il lago Tahoe. Sta andando al lago, lo so. Lo sento. Esci, esci!
Perch diavolo quel tizio doveva andare al lago Tahoe? Stava correndo, era sulla I-80, diretto a est: era ovvio che se ne stava tornando a New York. A nascondersi. Si allontanava da
loro. Erano stati a casa sua, avevano bussato alla sua porta, e ora stava scappando. - Ma  una follia, - le disse.
Il viso di Alex gli si avvicin, a pochi centimetri dal suo, e fu chiaro che la logica o il calcolo delle probabilit non la interessavano minimamente. - Esci e basta.
- Cazzo, tanto vale che ci affidiamo a un pendolino.
- Esci.
Bridger tolse il piede dall'acceleratore e fu come se fino a quel momento avessero viaggiato tre metri sopra il livello della strada e ora fossero precipitati a terra. Tutto si muoveva al rallentatore.
Le macchine cominciarono a superarli. Le frecce lampeggiavano.
I volti delle persone erano di nuovo visibili al di l del vetro dei finestrini. Era su un'autostrada, ora lo capiva, col sole negli occhi, i pneumatici che volavano sotto di lui, il condizionatore che gli ansimava in faccia. Un Suv lo super a sinistra e due bambini, un fratello e una sorella con in mezzo un cane - una specie di terrier che sembrava avere un paio di baffi finti - gli fecero ciao dal lunotto posteriore. Quindi, senza sapere perch, si immerse nel traffico diretto a Tahoe.
E che cosa fu: un colpo di fortuna? Il fato? Un fine accordo nella musica delle sfere celesti? Non avrebbe saputo dire, ma per tutta la vita avrebbe ricordato quel momento. Quando salirono sulla rampa della prima uscita, proprio li, come se fosse stata parcheggiata di proposito davanti alla tavola calda con
il cartello vendesi sulla vetrina laterale, c'era una Mercedes rosso Borgogna con le targhe provvisorie.

 Capitolo 4.

Madison dorm per tutto il tragitto fino a Sacramento, e ancora dormiva dopo San Quintino, oltre il ponte, attraverso Richmond, Vallejo, Cordelia e Vacaville; la cioccolata si era raffreddata, gli clair non erano stati toccati. Aveva tenuto la musica bassa per non svegliarla - un selezione di musica reggae che aveva scaricato personalmente, soprattutto Bob Marley, e specialmente versioni in studio e dal vivo di Rebel Music, una canzone di cui non si stancava mai. Gli era costato un po' tenerla bassa, perch si sentiva davvero rilassato e di nuovo libero, tanto eccitato che avrebbe voluto che le sue nuove spettacolari casse Bose vibrassero insieme a lui. Ma la Madison addormentata era infinitamente preferibile alla Madison sveglia, quindi si era trattenuto. E anche se gli sarebbe piaciuto spingere la macchina per vedere di che cosa era capace, si era tenuto tutto il tempo nella corsia di marcia a poco pi di cento all'ora.
Poi ne avrebbe avuta finch voleva, di strada libera verso Las Vegas e attraverso il deserto, diretto a est. Si vide per un attimo in un'istantanea dell'immediato futuro: nuvole orlate di porpora che si chiudevano in cima agli spuntoni di roccia e su aride montagne senza vita, Natalia addormentata con la testa sulle sue gambe e Madison silenziosa sul sedile dietro, il ritmo pulsante delle casse e la potenza dei cavalli a briglia sciolta sotto il cofano che correvano all'unisono. Si sentiva bene. Pi che bene. Pos una mano sulla coscia di Natalia, nel punto in cui l'orlo della gonna sfiorava la seta scura delle calze. - Sai qual  la prima cosa che voglio fare appena arriviamo?
Natalia era china su una rivista, i capelli folti e luminosi, i lineamenti accesi. - Quello che hai sempre voglia di fare? - gli disse, scoccandogli un'occhiata di traverso.
- Quello stasera Fece scivolare la mano pi in basso, e le strinse leggermente un ginocchio. - Ho voglia di andare subito in piscina, poi nella vasca dell'acqua calda, o una sauna, sudare un bel po', poi una bella frizione - un massaggio in coppia,
io e te. Ti va?
Il suo sorriso fu per lui e lui solo, il taglio perfetto delle labbra, ammiccante e prolungato, un invito esplicito, sensualit allo
stato puro. - E non mangiamo prima?
- E poi un bel cocktail, - disse, anticipandola, - una cosa leggera, magari una pina colada nella sala massaggi, ci cambiamo per la cena, andiamo nel posto migliore della citt, e quindi dritti a Stateline ai tavoli del black jack.
- E Madison? Cosa facciamo con lei?
Un'occhiata nello specchietto retrovisore: c'era un pick-up, altre cinque o sei macchine nelle diverse corsie, un grosso autoarticolato biancastro che scalava la marcia per superarli. - Che diamine, non mi interessa: la riempiremo di video e ci procureremo una babysitter in hotel. Stiamo festeggiando, giusto? Non badiamo a spese, no?  una vacanza, tesoro, e la faremo durare quanto vorrai...
- S, - ma il sorriso cominci ad appannarsi, anche se lei si sforz di mantenerlo, - e quando arriviamo nella casa nuova, s, quella casa nella foresta, una casa tutta per noi, iscriviamo Madison a scuola. E per allora la vacanza sar finita -. Fece una pausa, diede un'occhiata al traffico e rivolse la domanda praticamente al parabrezza: -  una bella casa?
- Scherzi? Le hai viste, le fotografie.  una casa di classe, classe autentica. In mezzo a un ettaro di terra. Con tanto di piscina.
E un bar incorporato.
- Pi bella dell'appartamento di prima?
- Assolutamente.  una vera e propria tenuta.
- E l'opzione per comprarla? - Lei arrivava sempre al nocciolo della questione, infallibilmente. - Tu lo farai se il posto piace anche a me: lo faremo insieme, vero? Anche a mio nome?
Stava facendo la propria mossa, e non poteva biasimarla. Ma non gli importava. Certo, perch no? Doveva solo trasferire i soldi della vendita dell'appartamento, e aveva un paio di cose in ballo, il piano delineato da Sandman, tanto per cominciare, e in fondo gli poteva anche andar bene ai tavoli da gioco. Anzi, era sicuro che sarebbe andata cos. Poteva sentirla, la traiettoria, che saliva verso l'alto. Su, pi su, ancora pi in alto. Non poteva perdere. Poi c'era la macchina: si sarebbe liberato di questa, ne avrebbe presa un'altra. Due macchine, una Z-4 nuova per lei, e qualcosa anche per s, ma non una Mustang e nemmeno una Harley. - Certo - le disse. - Far cos. E vedrai come ti piacer lo shopping, al mondo non c' un altro posto come Manhattan.
- Nemmeno Jaroslav?
- Be', non saprei. Anche l ci sono venti milioni di abitanti e i negozi di Bergdorf, Macy, Tiffany e il Distretto dei Diamanti?
Natalia sorrideva. Scosse la testa. - Mi sa di no.
- La Grand Central Station? L'Empire State Building? Ristoranti come Le Cirque, Babbo e l'Oyster Bar?
- No, - disse lei, scuotendo la testa finch i capelli ondeggiarono liberi, - penso proprio di no.
Gli piaceva scherzare in quel modo, vederla cos, con tutta la sua vitalit concentrata in quel preciso istante, sorridente, rilassata, bellissima. E contenta. Per una volta, contenta. Sent l'uccello che si irrigidiva. Aveva voglia di lei.
- Raccontami di Bergdorf.
Il ronzio del motore della Mercedes, il sole che disegnava l'autostrada davanti a lui fino all'orizzonte. Ascoltava Bob Marley, uno che esprimeva la propria rabbia a bassa voce, con una musicalit dolce e irregolare, mentre Natalia passava da un argomento all'altro, da Manhattan ai problemi di umidit nei seminterrati delle vecchie case, al gatto che avrebbe voluto comprare - un bengalese. Ne aveva mai sentito parlare? Era solo da quattro generazioni che era stato addomesticato. Un animale bellissimo. Raffinato. E magari ne poteva comperare due, un maschio e una femmina, e farli accoppiare, cos poteva mandare un gattino a Kaylee e magari anche uno a suo fratello a Toronto. Si potevano spedire gli animali vivi per corriere?
Lui sentiva il ritmo della musica, annuiva, la toccava, teneva lo sguardo sulla strada. E prima ancora di rendersene conto stavano imboccando l'uscita per Tahoe.
Non aveva capito che Madison era sveglia finch guard nello
 specchietto retrovisore e ci vide la sagoma sfocata del suo faccino.
Si era tirata su, appollaiata sull'orlo del sedile, forzando al massimo la cintura di sicurezza che lui aveva insistito per fissare mentre la bambina stava dormendo. Su un lato del viso aveva una piega rossastra e i suoi capelli somigliavano a qualcosa buttato a riva dal mare. Per il momento si stava riprendendo, con quell'espressione intontita e disorientata che hanno i bambini di tutto il mondo quando riemergono dalle profondit del sonno, ma lui sapeva che era solo una questione di tempo prima che ricominciasse a frignare. Non era uno psicologo infantile, e non poteva immaginare come fosse andata con quell'idiota con cui Natalia stava prima di lui, ma quella bambina gli sembrava eccessivamente appiccicosa, frignona e un po' viziata. Non come Sukie. Sukie era un fenomeno. Anche da piccolissima faceva tutto da sola, dormiva tutta la notte, mangiava quando era ora, farfugliando per ore nell'interfono appeso sopra il lettino. Madison no. Lei voleva, pretendeva, esigeva. Proprio come sua madre.
Passarono forse dieci secondi prima che attaccasse con la solita solfa. - Mamma, devo fare pip, - annunci, col tono di voce di chi sta soffrendo indicibilmente. Certo che doveva fare pip. Lo capiva, non era mica un mostro, ma aveva sperato di riuscire ad arrivare a Rancho Cordova, all'albergo, e una volta che si metteva in marcia non gli piaceva fermarsi. Poi, appena si fossero fermati lei avrebbe avuto fame e ovviamente non avrebbe avuto fame di clair, che ora erano tiepidi e mollicci, cos sarebbero finiti a mangiare in qualche postaccio fuorimano lungo la strada e poteva scordarselo il filetto che aveva in mente da pi di mezz'ora. Alz il volume di una tacca e tenne
lo sguardo sulla strada mentre Natalia si girava sul sedile.
- Non riesci a tenerla, amore?
- No.
- Alex... cio, Bridger, ti ha preso dei buonissimi clair. Ne vuoi uno?
- Devo fare pip.
Stava fissando la strada davanti a s, tutto preso da Bob Marley, ma percep il viso di Natalia che si girava verso di lui.
- Dobbiamo fermarci. Alla prossima uscita.
A bassa voce, perch non voleva rovinare l'atmosfera, si lasci sfuggire un'imprecazione.
- Lo so, - disse lei, - ma non possiamo fargliela fare addosso.
- Ma-mma!
Non disse nulla, ma gi stava mettendo la freccia, cercando con lo sguardo la prossima uscita, mentre Natalia aggiungeva:
- E dovr anche mangiare qualcosa -, A Madison: - Vuoi delle uova, amore? Uova strapazzate e salsicce, che ti piacciono tanto? Col ketchup, tutto il ketchup che vuoi?
Non vi fu risposta, non immediatamente, ma il piagnucolio assunse una nota di tragica urgenza e lui rinunci in partenza, immettendosi senza scosse nella fila di macchine che uscivano dall'autostrada e si infilavano nel parcheggio del Johhny Lee, Ristorante per famiglie, aperto 24 ore su 24. Hey, Mister Cop /
Ain'tgot no birth certificate on me noto.
- Allora, - disse Natalia, mentre si appoggiava a lui assecondando la curva disegnata dalla macchina, la voce soddisfatta, come sempre quando faceva come diceva lei, - dobbiamo fare meno del tuo filet mignon a Rancho Cordova...
- Fare a meno.
- Va bene, fare a meno. E invece mangiamo a un ristorante per famiglie. Come dici tu? Niente di eccezionale, eh?
Forse prese l'uscita un po' troppo velocemente e qualcosa
- probabilmente un giocattolo - scivol sul cruscotto, colp il finestrino e carambol ai suoi piedi. La guard: era irritato, nonostante tutto, ma non glielo avrebbe fatto vedere. - Gi, niente di eccezionale, - disse, e riusc perfino a sorridere.
Era peggio di quanto si fosse aspettato, uno di quei posti stucchevoli con arredamento a tema (ruote di carro appese alle pareti, fotografie color seppia di cercatori d'oro e delle terga dei loro muli, cameriere in cappello da cow-boy e costumi che sembravano presi in prestito al Museo del Far West). Natalia port subito la bambina in bagno mentre lui dava il suo nominativo a una cameriera. Poi furono costretti ad aspettare un quarto d'ora in coda insieme a un'accozzaglia di vecchie signore dai capelli
color rame e pagliacci col cravattino di cuoio e camicie a
scacchi. Tutto questo mentre Madison si contorceva e tirava la madre per il braccio, si buttava per terra e rifiutava di alzarsi perch aveva fame, con la perenne cantilena Mamma, mamma, quand' che ci danno un tavolo? che fuoriusciva dal nugolo di gambe degli anziani, neanche fosse l'urlo di una qualche sperduta creatura selvatica in fin di vita o sul punto di essere uccisa.
L'ottimismo che aveva provato fino a un attimo fa, quel buonumore
- che era composto in parti uguali dal sollievo di aver lasciato Shelter Bay prima che la situazione si facesse disastrosamente irreparabile e dalla prospettiva delle vacanze tutte per loro
- era svanito. La colazione per strada era sempre l'anello pi debole della catena culinaria, un tipo di deprivazione sensoriale che riduceva ogni possibile variante a uova, mozziconi di salsiccia bruciacchiati, frittelle delle dimensioni di una moneta da un dollaro pi una spruzzata di una sottomarca di sciroppo che dello
sciroppo d'acero aveva solo il colore. Lo annoiava terribilmente.
Lo faceva infuriare. Anche in un hotel decente, dove si potevano avere una quiche, uova alla Benedict, una omelette con polpa di granchio e feta, succo d'arancia appena spremuto, quel pasto era sempre una noia. Ma questo - si guard attorno con un improvviso sussulto d'odio che al suo orecchio suon come un fragore di cimbali - questo era il peggio del peggio.
- Martin? - chiam la commessa, e la coda si mosse, delle teste ruotarono, dei piedi scalpicciarono impazienti, e inizialmente non capi che stavano chiamando lui, finch Natalia non gli diede di gomito e lui alz la mano come un bambino delle elementari in fondo all'aula. Mentre si infilavano al loro posto con le panche ancora calde per le natiche altrui e il piano del tavolo di formica rossa con i resti del pasto di chi li aveva preceduti, sent invaderlo una rabbia omicida.
- Voglio una coppa di gelato, - annunci Madison, il viso impassibile, occhioni spalancati che non battevano ciglio, perfettamente seria. - Come quella bambina -. Indic il tavolo vicino, dove un nugolo di bambini - ce ne saranno stati sei o sette
- erano immersi in diversi intrugli a base di gelato mentre i loro genitori, due coppie intercambiabili con facce porcine e una mancanza di stile che non sarebbe stato esagerato definire brutale, starnazzavano al di sopra di tazze di caff e piatti unti come fossero ubriachi da giorni.
- Niente gelato, - disse Natalia. - Uova.
Madison ripet la richiesta, la voce di un tono pi alta.
- Basta, - sibil lui, sporgendosi sul tavolo. Potevi beccarti tanta di quella merda nella vita, una secchiata di merda dopo l'altra finch t'arrivava fino al collo, e ultimamente era stato un po' sotto pressione, ora lo capiva davvero, ma non era un buon motivo per picchiare una bambina. Siccome c'arrivava da solo, riusc a trattenersi dall'afferrarle il gracile, tenero polso e darle il tipo di strigliata che le avrebbe dato una regolata. Ma non c'era bisogno di passare alle vie di fatto, bastava uno sguardo per zittirla - lo stesso sguardo che aveva scoccato a Stuart Yan sugli scalini del tribunale. Si era esercitato, per riuscire a fare quello sguardo, quello che diceva non-mi-rompere-il-cazzo e che aveva mantenuto per undici mesi e mezzo nella prigione di Greenhaven.
Il compromesso fu qualcosa che si chiamava Trionfo di frittelle
e consisteva in tre strati di un impasto friabile sommersi da una montagna di fragole e circa un metro di panna montata.
Natalia, il cui appetito non finiva di stupirlo, prese la Colazione del Mandriano, vale a dire quattro uova al burro adagiate su una bistecca da mezzo chilo, fagioli stufati con aglio e chili,
salsa pico de gallo e un cestino di tortillas. Lui prese un
caff. Nero.
- Non vuoi un morso della mia bistecca? - continu a chiedergli Natalia. - Non volevi una bistecca? Tieni, assaggia. 
buona.
Ma Peck era furioso: anche lui si stava comportando come un bambino, ne era consapevole. - No, non la voglio la tua bistecca.
A Tahoe. Mangio quando arriviamo a Tahoe, va bene?
Seduta davanti a lui, Madison aveva una barba di panna che le copriva la faccia fino al naso e persino un po' pi in su. Aveva lo sguardo sovraeccitato per la dose di zucchero che si era fatta. Aveva anche la forchetta che le si era appiccicata alla mano.
La colazione era finita.
All'esterno, dove la gente sostava nel portico del finto ranch a frugarsi in bocca con gli stuzzicadenti e a frantumare mentine sotto i molari, lo avvolse un'ondata di calore. Dovevano esserci almeno trentasette gradi, anche se l'orologio diceva che erano appena passate le nove e mezza del mattino. Il sole era
un maglio che voleva abbattere ogni cosa, radendo tutto al suolo.
C'era un odore di combustione, di grasso espulso dalle ventole della cucina, di quel tipo di morte che ti mummifica prima ancora che tu possa toccare terra. Mentre si sfilava il giubbotto sportivo e lo ripiegava su un braccio guard un corvo, le piume del colore della polvere di carbone, che saltellava attorno a qualcosa di spiaccicato a terra. Ges. Ma come faceva la gente a sopportare quello schifo? Come si poteva pensare anche solo di viverci? si chiese, tutti i muscoli nuovamente in tensione, e no, il caff non gli aveva fatto davvero nessun effetto. Prese Natalia per un braccio. Scesero i tre scalini scoloriti e si inoltrarono nella pozza incandescente del parcheggio. Com'era prevedibile Madison disse: - Mamma, ho caldo.
Fu allora, in quel preciso istante, che nel parcheggio entr la Jetta nera e lui vide le due facce sospese dietro il parabrezza inondato di sole. Un uomo e una donna. Tutto tacque, gli altoparlanti nascosti sotto i pali di sostegno del portico che trasmettevano il tintinnio metallico di chitarre country, il rumore del traffico che sfrecciava sull'autostrada, il jet sospeso nel cielo.
Si era allenato a mostrarsi impassibile, a restare freddo, a nascondere ogni minima emozione sotto un viso immobile dallo sguardo duro e affilato, un concentrato di rabbia repressa, e li guard dritti in faccia, con cattiveria, anche se era spaventato, se aveva paura che potessero uscire dalla macchina per cercare di fermarlo. E la cosa che pi lo inquietava era: come diavolo facevano a sapere che si trovava l? Tra tutti i posti che c'erano al mondo? Neanche lui sapeva che si sarebbe fermato proprio l.
Una manciata di secondi o poco pi, perch la donna - Alex Halter, la dottoressa Alex Halter - era china sul cellulare e se fossero arrivati i poliziotti e avessero fatto un confronto tra i suoi documenti e quelli di lei (o peggio di lui, di Bridger), non c'era alcuna speranza di cavarsela. Mentre aumentava la pressione sul braccio di Natalia, mentre lei diceva: - Che c' da correre? - e lui la zittiva con uno sguardo, acchiapp Madison come se si trattasse di una valigia e si affrett verso la macchina, gli venne in mente che dovevano essersi nascosti da qualche parte nel parcheggio quando loro tre avevano lasciato l'appartamento.
Si maledisse. Era stato pigro e idiota. Tutto questo schifo -
e di colpo la tensione lo attravers come se avesse afferrato un cavo ad alto voltaggio a mani nude - se l'era tirato addosso lui.
Ma erano gi alla macchina, s e no trenta metri, Madison che si dimenava nella sua stretta, Natalia sbiancata per la paura chiaramente visibile nel passo frenetico e precipitoso del suo uomo, venti metri, quindici. Ma quei due erano usciti dalla macchina, gridavano qualcosa, brandendo i cellulari - tutti e due, tutti e due avevano il cellulare, come se la telefonia mobile targata Cingular fosse il motore immobile dell'universo. - No, -
rugg, - no, - mentre lanciava Madison sul sedile posteriore, spingeva Natalia al proprio fianco e chiudeva la portiera, - Non c' tempo, - voleva dire per le cinture, le cinture di sicurezza, e quindi chi se ne frega se il cicalino strillava per avvisarlo, e al diavolo tutta quella gente, quei vermi che lo guardavano nello specchietto retrovisore. Le portiere erano chiuse, il motore si avvi, e con appena uno scatto del polso era fuori dello spazio in cui aveva parcheggiato, e poi dritto, scavalc il cordolo di cemento finendo nello spiazzo sudicio che c'era oltre, e di l si diresse verso l'autostrada lasciandosi dietro uno strascico di erbacce schiacciate, lattine vuote e polvere.
Stranamente, in qualche modo perverso, si sorprese a preoccuparsi per la carrozzeria mentre carambolava attraverso lo spiazzo incolto, batteva forte contro il terreno attraversando un canaletto di scolo e si arrampicava su per la rampa, tagliando la strada a due teste di cazzo su un vecchio carro funebre che aveva il retro decorato con il logo di una band mentre i pneumatici stridevano facendo presa sull'asfalto. La macchina non aveva importanza. Non contava niente. Tanto aveva gi deciso di lasciarla, e presto. Ci fu l'urlo del clacson dei due testa di cazzo e fu addosso al didietro di un caravan Winnebago che andava a cinque all'ora, nel punto in cui la rampa si restringeva per immettersi in autostrada. Diede un'occhiata al viso esangue di Natalia, poi gli occhi andarono di nuovo allo specchietto posteriore, il carro funebre gli si stava buttando addosso, il clacson urlava e quelle due teste di cazzo gli mostravano
il dito medio attraverso il parabrezza. Ma se ne fregava di
quei due. Quel che gli interessava era la Jetta nera che usciva dal parcheggio e saliva la rampa.

Natalia non fiatava. Anche Madison, nonostante il trattamento brusco, sembrava trattenere il respiro. Proprio davanti a loro c'era il portello posteriore del Winnebago, beige, bianco e giallo limone, che si arrampicava lento, biciclette, sdraio e griglie assicurate all'esterno come in una folle messa in scena, e l, attaccato al paraurti, c'era il carro funebre. Un centimetro alla volta, metro dopo metro, la rampa scorreva sotto le ruote, senza avere quasi spazio di manovra perch lo stretto arco del piano inclinato era stato scavato tra rocce color sangue secco, e ora c'erano due clacson che facevano a gara fra loro, la Jetta attaccata al paraurti del carro funebre, braccia che si agitavano, bocche che si aprivano in un rigido spettacolo muto. Sent la propria voce, proprio
mentre la rampa si allargava sfociando nell'autostrada:
- Allacciatevi le cinture.
In seguito si stup del modo in cui quella Jetta gli era rimasta alle calcagna. Il carro funebre era rimasto indietro subito, come fosse legato a una catena e il Winnebago era una cosa immobile che faceva semplicemente parte del paesaggio, ma la Jetta si faceva sotto, anche quando spinse sull'acceleratore e si lasci tutto alle spalle. Quando super i centosettanta si rese conto di un movimento alle proprie spalle - Natalia, le labbra serrate e lo sguardo sulla difensiva, scivolava sul sedile posteriore per stringersi alla figlia - ma quel gesto non gli disse niente, non in quel momento. A centonovanta la macchina cap per che cosa era stata costruita, con tutti quei cavalli tedeschi, Autobahn, velocit di crociera. Una parte di lui sapeva che era nei guai, sapeva che probabilmente stavano chiamando il 911 e stavano dicendo all'operatore qualsiasi cosa gli venisse in mente, che davanti a loro c'era uno che guidava ubriaco, uno fuori di testa, un pazzo criminale che metteva in pericolo la vita altrui con una Mercedes rosso Borgogna con le targhe provvisorie che ora potevano sembrare anche delle bandiere, da come sventolavano.
Eppure c'era anche un'altra parte di lui, molto pi grande, a cui non fregava un cazzo, la parte che andava avanti ad adrenalina e spingeva l'acceleratore a tavoletta.
Pi tardi, quando la Jetta divent un puntino lontano e Natalia era rimasta senza fiato dopo tutti gli insulti che gli aveva
lanciato, le aveva propinato un sacco di scuse, arrampicandosi sugli specchi, e rifilato anche delle vere e proprie balle (era gente cattiva, con cui aveva fatto un affare immobiliare e non avevano voluto onorare i propri obblighi contrattuali e lo sapeva anche lei che quelli delle immobiliari erano i peggiori). Alla fine Natalia si addorment sul sedile posteriore abbracciata alla figlia. Dopo aver abbandonato la
strada principale a Placerville e aver preso la Gold Country Highway per reimmettersi sulla I-80, cominci a pensare al futuro pi immediato. Tahoe era fuori discussione, assolutamente, e doveva liberarsi della macchina il prima possibile, ma la I-80 l'avrebbe portato a Reno e da Reno poteva facilmente trovare una strada che lo portasse verso sud fino a Las Vegas. Sarebbe stata lunga, molto pi lunga di quanto aveva pensato in un primo momento, e avrebbe comportato delle spiegazioni un po' pi convincenti e giorni e giorni di adorazione al cospetto di Natalia, ma a quel punto era un passo necessario. L'aveva scampata per un pelo. Aveva imparato la lezione.
Ma ora era tutto finito. La situazione stava migliorando. Accese la musica, si lasci cullare dai pneumatici. Dopo un po' si scopr a canticchiare, battendo il tempo sul cruscotto con le dita tese, l'adrenalina che lentamente scivolava via mentre la strada si inerpicava, gli alberi si infittivano e le facce spoglie delle montagne cominciavano a catturare e modellare la luce. Premette l'acceleratore per superare una roulotte pigramente fissata al rimorchio di una macchina e fece una promessa a se stesso: nessuno l'avrebbe ritrovato, mai pi.
 
Capitolo 5.

La parola rabbia non descriveva nemmeno lontanamente quel che provava. Era una cosa fredda e lucida, incrollabile, la furia dello psicopatico, del soldato sotto il fuoco nemico, di chi brandisce la spada. Non si era mai sentita cos in vita sua, nemmeno quando da bambina si sedeva davanti a sua madre al tavolo della cucina vestita da strega, con la faccia verdastra che aveva impiegato mezz'ora a truccare, che non vedeva l'ora di volarsene fuori dalla porta a bordo della sua scopa per andare a fare dolcetto o scherzetto con i compagni, e invece sua madre la faceva stare l a ripetere dieci volte gli esercizi sulle vocali, dieci ripetizioni complete, anche se era Halloween e lei la implorava, sputava sillabe, e infine si precipitava in camera sua con la casa scossa dalla violenza della porta che sbatteva contro
lo stipite. Nemmeno quando era stata rinchiusa nella prigione della contea con quelle ubriacone fuori di testa e non c'era nessuno che la ascoltasse. Nemmeno quando nell'aula del tribunale aveva visto la faccia del suo avvocato afflosciarsi quando l'avevano presa di nuovo in custodia, anche se era stata assolta da ogni accusa, e s che tutti sapevano che era una farsa e lei avrebbe potuto gridare fino a far crollare le pareti. Questa era una cosa diversa. Questa era una furia incendiaria.
Era bastato vederlo, solo quello. La sua espressione, l'andatura, gli abiti che portava. Dopo tutta la tensione e le speranze mal riposte, dopo essersi agitata tanto da non riuscire a respirare, dopo essersela presa con Bridger e aver sentito lo stomaco stretto in una morsa per il senso di perdita, l'odio e la frustrazione, ecco dopo tutto questo poteva finalmente vederlo in faccia, Frank Calabrese, o come diavolo si chiamava, l davanti a loro con la sua camicia a
righe firmata e un paio di Doc Martens rosse scamosciate, la giacca buttata con noncuranza su un braccio, sua moglie, quella bugiarda, la figlia al suo fianco. E
lui che cercava di fare abbassare lo sguardo a loro! Come se fossero stati loro a rubargli qualcosa! Poi aveva voltato loro le spalle e li aveva ignorati, aveva ignorato le loro grida e le loro accuse come se fosse sordo anche lui: - Ladro! - gli aveva gridato a pi riprese saltando gi dalla macchina. Era andata alla carica attraversando il parcheggio come se stesse dando l'allarme per un'incursione aerea, e aveva pensato che ormai ce l'avevano fatta, perch le persone cominciavano a girarsi e qualcuno avrebbe chiamato la polizia, l'avrebbe fatto lei, l'avrebbe fatto Bridger, e quello l era
intrappolato nel parcheggio nell'implacabile vampa delle nove e mezza del mattino senza poterci fare niente. Aveva sentito un brivido percorrerla tutta.
Adesso era fregato. In trappola. Spacciato.
E lo stesso ogni suo minimo particolare, dal dondolio delle sue spalle all'arroganza della sua faccia dal mento perennemente sollevato, diceva che non c'era problema, proprio per niente, che quello era qualcosa che riguardava qualcun altro, non certo lui. Era tranquillo, i gesti controllati con cui spingeva la moglie dall'espressione ottusa e la figlia verso la macchina, con passi rapidi ed efficienti, sembravano quelli di una persona che si fa una passeggiata dopo la messa nel languido calore dei quaranta gradi. Per quanto lo riguardava, Alex e Bridger non erano niente, anzi meno di niente: il solo pensiero la riemp d'odio.
Se avesse avuto una pistola l'avrebbe usata. Ne sarebbe stata capace. Certo che l'avrebbe usata.
Ma possedeva qualcosa di suo ora: una prova, un totem, qualcosa di concreto. Mentre l'uomo scavalcava il cordolo di cemento a bordo della Mercedes e decollava verso lo spiazzo, lei l'aveva vista per terra, proprio nel punto in cui si era infilato in macchina e aveva chiuso la portiera sbattendola. La sua giacca.
Abbandonata nella fretta della fuga. Lasciata cadere. Dimenticata.
Alex sudava, il cuore le batteva forte e la faceva rallentare, si era chinata senza pensare, l'aveva raccolta ed era tornata verso la macchina con quel che aveva in mano.
Mentre erano bloccati dietro il Winnebago e Bridger pigiava il clacson. Mentre lei si sporgeva dal finestrino strillando e gesticolando come se fosse diventata pazza. Quando poi la
strada si era liberata e la Mercedes si era allontanata fino a diventare solo un puntino luminoso in lontananza e poi, spezzandole il cuore, appena scomparve del tutto. Per tutto quel tempo la giacca era rimasta ai suoi piedi sul pavimento dell'auto. Era
l mentre Bridger sterzava di qua e di l per districarsi nel traffico, componeva il 911 e mentiva sfacciatamente all'operatore:
- Ubriaco al volante! - gridava nel telefono, - Ubriaco al volante!
- Era l per tutta la lunga salita che portava al lago Tahoe mentre lei teneva lo sguardo fisso sulla strada, voltandosi ad ogni curva con la speranza di vedere le luci lampeggianti di una pattuglia della stradale e Frank Calabrese in piedi contro la macchina, ammanettato. Ma alla fine arrivarono in citt, ne percorsero lentamente le strade, scrutarono i parcheggi e i vicoli dietro i palazzi, entrarono e uscirono dalle piazzole dei motel, scrutando ogni macchina rossa che incrociavano, ed era cos presa dalla caccia e da quello che stava facendo che alla giacca non pens nemmeno una volta. E nemmeno al taglio che aveva sulla fronte. C'era e basta, parte di quella nuova realt che si era venuta a creare.
Tahoe si trovava a 1800 metri sul livello del mare, secondo quanto diceva il cartello all'ingresso della cittadina, e infatti il clima era decisamente diverso. Le montagne che circondavano
il lago erano striate di neve, il cielo era rintanato tra le montagne e l'aria che entrava dalla ventola era pungente quando arrivava sul viso. Bridger era chino sul volante, sterzava ormai solo con la forza dei polsi, sembrava distrutto. Per molto tempo non dissero una parola, mentre la macchina superava negozi, supermercati, distributori di benzina, palazzine, una via dopo l'altra.
- Ammettiamolo, l'abbiamo perso, - disse infine lui, gli occhi arrossati per la stanchezza. - Potrebbe essere andato a trovare un amico che ha un appartamento in zona, potrebbe essere in un casin di Stateline, potrebbe... - Si strinse nelle spalle, disse qualcosa che lei non colse. - La targa, sai, quella provvisoria, ti ricordi cosa c'era scritto, il nome del concessionario, intendo?
Non era una cosa tipo Bob Qualcosa, Concessionario Mercedes?
- Bob Almond, Concessionario Mercedes e BMW, - disse lei. - Di Larkspur.
Lui si fece pensieroso. Procedevano a un'andatura tale che tanto valeva andare a piedi. - Perch stavo pensando... voglio
dire, non stiamo facendo progressi, in questo modo... potremmo chiamare Milos e magari potrebbe fare un controllo dal concessionario e scoprire chi ha comprato la macchina.
- Io non voglio tornarci, in quel posto, - disse lei, sorprendendosi da sola. - E oltretutto, non avr certo usato il suo vero nome, no?
- Magari potrebbe riuscire a procurarsi un numero di serie, qualcosa del genere... il numero del telaio.
- E che cosa ce ne facciamo?
Invece di rispondere Bridger domand: - E la giacca?
Gi, la giacca. Era l, dimenticata vicino ai suoi piedi su uno di quei tappetini che proteggono la moquette. Allung una mano e la prese, se la stese sulle gambe: seta purissima, nera, con delle righine rosse. Un odore di acqua di colonia raggiunse le sue narici, insieme a qualcos'altro, qualcosa di pi profondo, di pi intenso: il suo odore, l'odore del suo corpo, delle sue ascelle, della sua pelle. - Hugo Boss, - declam Alex girando l'etichetta.
- Mi fa piacere sapere che quel bastardo ha buon gusto, che dici? Ma l'hai visto, - disse infilando la mano nella tasca interna, - come ci guardava? Lo odio, quel tizio -, C'era qualcosa di duro, nella tasca: occhiali da sole, Revo, da duecentocinquanta dollari. Li tenne fra le dita perch li vedesse anche Bridger. Lui li guard di sfuggita e i suoi occhi saettarono verso lo specchietto retrovisore - qualcuno doveva avergli suonato il clacson - quindi mise la freccia e accost in una zona di rimozione forzata mentre una macchina piccola, una Mini nera, li superava sfrecciando. Dopo un attimo le prese gli occhiali e li tenne in mano a lungo, come se stesse esaminando qualcosa di sgradevole trovato nello scarico, poi se li infil. Avevano una linea avvolgente e la montatura color argento metallizzato.
- S, - disse, esaminandosi nello specchietto retrovisore,
- Vai avanti.
Alex infil la mano nella tasca esterna, dal lato sinistro, e ne estrasse un pettine in cui erano impigliati dei grossi capelli scuri, una penna Sharpie che sembrava nuova e dei fazzoletti di carta. Prov una sensazione strana mentre Bridger si girava verso di lei e le diceva: - Come mi stanno? - Pass le dita sui denti del pettine, lo port alle narici:
sentiva di nuovo l'odore dell'uomo, della sua cute e dello shampoo che usava. Fu come se
lo conoscesse in un modo quasi primordiale, come se fosse stata con lui, un reciproco furto di identit.
Una pioggia leggera inizi a battere sul parabrezza. La testa di Bridger si avvicin alla sua, ma non era del tutto lui, non con quegli occhiali dalle lenti a specchio che davano alle sue orbite un aspetto da rettile e gli nascondevano parte dei lineamenti.
- Togliteli, - gli disse.
Bridger gir la testa verso di lei e si tolse gli occhiali, e mentre diceva: - Non c' nient'altro? - lei infil la mano nell'altra tasca e ne estrasse un foglietto, una ricevuta del Johnny Lee Ristorante per famiglie e lo sollev per guardarlo meglio.
- Che cos', una ricevuta del pagamento con la carta di credito?
Potrebbe essere qualcosa. Che cosa dice?
Non ci arriv subito, la stampa si fece indistinta e sgranata davanti ai suoi occhi, ma poi si ricompose, a fuoco. Eccoli l, il totale, l'iva, il numero di conto e la firma sicura e sferzante del titolare della carta: Bridger Martin.
- Io mi arrendo. Mollo, - stava dicendo lui, o almeno cos sembr che le stesse dicendo. - Arrendersi. Mollare, - non era di quello che stava parlando? Certo, magari invece aveva ripreso a discettare di Rashomon, il film di Kurosawa, e per una frazione di secondo Alex si chiese in che modo loro tre - lei, Bridger e
il ladro - rientrassero in quello scenario, con quella prospettiva che cambiava di continuo e la trama destrutturata. Vide Toshiro Mifune, le labbra tirate in una smorfia di paura e aggressivit, che brandiva la spada, e poi torn a Bridger, che adesso le stava dicendo qualcos'altro, qualcosa che era troppo stanca per elaborare.
Si trovavano in un ristorante anonimo, con pannelli in finto legno alle pareti, le luci cos fioche che non si riusciva quasi a leggere il menu, del tonno su una fetta di pane di segale e un pizzico di aneto per 9 dollari e 95 e tre dollari per un bicchiere di t freddo. Era il tardo pomeriggio in un giorno d'estate inoltrata ma nonostante tutto faceva piuttosto freddo, una foschia umida da altura incombeva sulla cittadina come se non si trattasse della California ma di un qualche
posto tetro. Tipo il Tibet. Il Tibet era un posto tetro? Non riusciva a concentrarsi.
Era esausta - e affamata - e aveva davanti il sandwich al tonno che aveva ordinato con una voce che doveva aver perso il controllo delle vocali lunghe e di tutte quelle impossibili fricative
(senza salsa), perch la cameriera l'aveva guardata come venisse da un altro pianeta e lei si era sentita come un animale al guinzaglio, ma non le importava pi di tanto: era la sua vita e non poteva farci niente. Non in queste condizioni. Inoltre doveva occuparsi di Bridger: l'aveva trascinato in questa storia e adesso ne era una vittima anche lui (Non ho pi nemmeno la carta della Citibank, aveva protestato lui, e se lo immagin che frignava, la voce sottile, lamentosa, debole). Bridger era scosso -
era comprensibile - ma Alex abbass lo sguardo sul panino e lo escluse dai suoi pensieri.
Bridger non aveva smesso di parlare neanche per prendere fiato, da quando lei aveva trovato la ricevuta nella tasca di quella giacca, e qual era il termine esatto? Ah, s, logorroico. Ecco, un'altra parola da insegnare ai suoi studenti in preparazione dei test attitudinali, ma non ne aveva di studenti, non pi. Stava di nuovo fantasticando, e pensava, non sapeva bene perch, alle chiacchierate che si facevano alla Gallaudet, nel dormitorio, soprattutto comunicando a gesti, ma anche con qualcuno che parlava ad alta voce, in un modo che a orecchie normali sarebbe stato del tutto incomprensibile, una specie di cantilena sottesa ai segni.
Parlare e parlare. Era cos che succedeva, quando dei sordi si trovavano insieme - parlavano un sacco, parlavano tutto il tempo, parlavano come stava facendo Bridger adesso, solo con le mani.
L'indice davanti alla bocca, a toccare le labbra per far vedere che escono le parole. Quando i sordi sono insieme parlano tutto il tempo. Comunicazione, bisogno universale. Informazione. Accesso.
Fuga dalla prigione del silenzio. Parlare, parlare, parlare.
La mano di Bridger si pos sul suo polso, il polso della mano che teneva il panino per portarlo alla bocca. - Stai facendo quei rumori, - le disse.
Alex si guard attorno. La gente la stava osservando. Cerc di reprimere l'impulso, che era pressoch inconscio, un riflesso incondizionato, una reazione allo stress comune a molti sordi: emetteva, come in quel momento, un suono acuto e lamentoso, come un delfino spiaggiato, e questo la imbarazzava molto. Era
la sua gola a produrre quel rumore, la sua laringe, e lei non ne aveva il controllo. - Scusa, - disse, e glielo ripet a gesti, con la mano destra, il palmo verso l'alto, disegnando lentamente un cerchio sopra il cuore.
- Non mi stavi ascoltando, - le disse Bridger.
- Ma certo, - ment lei.
Lui distolse lo sguardo, esasperato, i lineamenti contratti, alzando gli occhi al cielo, e questo la fece arrabbiare, ma non voleva fare una scenata, aveva gi dato spettacolo a sufficienza coi versi da delfino, quindi cancell dalla faccia ogni possibile espressione e si concentr su di lui. Quello che le stava dicendo, o almeno il senso generale, era che entrambi erano stanchi e incapaci di prendere una decisione (Io non ho nessuna intenzione di tornare indietro, - lo interruppe lei, - e quel figlio di puttana non se la cava cos a buon mercato, lo giuro, e dovessi strisciare sulla pancia, anzi sull'addome, si, sull'addome, da qui a New York, lo inchioder, mi hai capito bene?) e avevano bisogno di prendere una stanza in un motel, riposarsi un po' e l'indomani mattina decidere che cosa fare, perch girare in quel modo senza sapere bene cosa cercare, anzi cercando una macchina che era lontana cento miglia, era frustrante e basta.
- Sono stata io a trovarlo, - replic lei, - no?
- Si, lo so... i sordi hanno una qualche capacit extrasensoriale, va bene? Ed  stata una cosa stupefacente, lo ammetto, ma non ci crederai sul serio, no?
- No.
- Perch se ci credi davvero, magari sarai in grado di dirmi quale sar la prossima mossa di quello stronzo, magari puoi visualizzarlo proprio adesso, riesci a vederlo mentre se ne va a spasso per il paese con le tasche piene dei nostri soldi, eh? Soldi che si  procurato senza sforzo, tutto gratis... non si deve mica preoccupare di cercare il motel meno caro della citt, vero?
No, lui star al Ritz, andr...
Alex pos il panino in modo da poter usare le mani. - Si chiama Frank Calabrese, - disse, compitando le parole coi gesti mentre le pronunciava, - e sta tornando a New York. E vuoi sapere un'altra cosa?
Bridger inarc le sopracciglia mentre si teneva la testa fra le mani con i gomiti appoggiati al tavolo. Si sporse in avanti
finch il suo viso fu a pochi centimetri da quello di Alex. La cameriera, che doveva avere diciannove o vent'anni, ma era cos minuta e aveva un viso dai tratti cos infantili che ne dimostrava dodici, continuava a lanciare occhiate nervose nella loro direzione, mettendo Alex a disagio.

C'era un televisore piazzato contro la parete vicina, figure spettrali impegnate nei loro gesti silenziosi. Alex si sent sommergere da un'ondata di sconforto mentre Bridger le rispondeva:
- Che cosa?
- Non c' niente di cui discutere. Se anche dormo cento notti di fila, non cambio idea -. Poi chiuse la bocca, lanci uno sguardo sprezzante a tutto il locale e us solo le mani: Che tu venga o meno, io lo seguir comunque.
Presero una stanza al Gold Country Motel usando la carta di credito di Alex - nessuna di quelle di Bridger andava bene, tutte esaurite grazie a Frank Calabrese - lei fece una doccia e poi si sdrai di traverso sul letto matrimoniale a fissare il soffitto come una zombie, mentre Bridger camminava avanti e indietro, una mano che teneva il cellulare all'orecchio e l'altra che si agitava sottolineando quanto fosse nervoso. Per prima cosa aveva chiamato le compagnie delle carte di credito, poi le cancellerie dei tribunali: sembrava dovesse metterci dei secoli. Alex non riusciva a dormire. Non riusciva nemmeno a chiudere gli occhi. Le pulsava la fronte nel punto in cui aveva battuto contro il parabrezza e doveva aver infiammato qualcosa del ginocchio sinistro quando si era fiondata in macchina sbattendo la portiera nel parcheggio del ristorante fuori Sacramento. Su insistenza di Bridger si erano fermati a comprare del cicatrizzante Neosporin e un pacchetto di cerotti, e Alex era stata dieci minuti a medicarsi la ferita - era una chiazza violacea, come una voglia, con un taglio irto di croste proprio nel mezzo - ma era una cosa superficiale che stava gi guarendo e lei non aveva molta voglia di attirare ulteriormente l'attenzione andandosene in giro con un bel cerotto lucido color carne appiccicato sulla fronte, quindi si era pettinata in modo che i capelli coprissero almeno parzialmente la contusione.
A un certo punto, esausta, era riuscita ad addormentarsi, e quando si era svegliata, a un'ora imprecisata, aveva trovato Bridger privo di sensi, sdraiato accanto a lei. Era a pancia in su, la bocca spalancata, e respirava con l'inconsapevole tranquillit di chi russa facendo un rumore del diavolo, ma a lei questo non importava. Si ricord che l'aveva avvisata del fatto che lui russava quando avevano dormito insieme la prima volta: altre persone
(leggi: ex ragazze) si erano lamentate, ma lei no, giusto?
Aveva accompagnato queste parole con un sorriso e lei gliel'aveva restituito dicendogli che avrebbe sopportato stoicamente quell' inconveniente.
Quando avevano preso possesso della camera Alex aveva chiuso le tende per avere un po' di privacy, ma lo spazio tra le assicelle mostrava la stessa luce inconsistente di quando si era addormentata, quindi, a meno che non avesse dormito tutta la notte e quella fosse la luce dell'alba, dovevano essere le otto o le nove di sera. L'ora di cena passata da un pezzo, ormai. Sent
lo stomaco che brontolava - peristalsi, ma c'era anche un'altra parola - e si rese improvvisamente conto di quanta fame avesse.
S, stava proprio morendo di fame. Prima era troppo agitata per sbocconcellare pi di qualche morso del sandwich al tonno da dieci dollari, ma l'ultima volta che aveva mangiato, prima del sandwich cio, era stata la sera prima, in un fast food, quando avevano concesso a Frank Calabrese il tempo sufficiente per infilarsi in garage. O forse era stato l tutto il tempo, rannicchiato, nel garage. A complottare. A macchinare contro di loro. A prepararsi per la scena madre dell'inseguimento. Il pensiero di quell'uomo era un chiodo fisso: era l appena si svegliava, l'ultima cosa a cui pensava prima di addormentarsi e la prima quando apriva gli occhi la mattina dopo. Tra non molto avrebbe cominciato anche a sognarlo.
Si tir su a sedere. Il motel era cos a buon mercato che non c'era neanche una radiosveglia con il display a cristalli liquidi, per orientarsi. Avevano visto altri tre posti prima di scegliere quello: costava dodici dollari in meno grazie allo sconto che le forniva la societ di assistenza stradale di cui era socia. Si chiese dove avesse messo l'orologio. Forse l'aveva tolto quando aveva fatto la doccia? Era la prima cosa che aveva fatto, appena l'uomo alla reception (barba,
turbante, un anellino al naso con una pietra rossa, un granato forse, o magari era solo vetro)
le aveva allungato la chiave. Aveva spalancato la porta, buttato la valigia sul letto, e si era fiondata in bagno: gli ultimi due giorni l'avevano fatta sentire davvero sporca, sudicia fin dentro le ossa, e almeno l'acqua era bella calda. Si alz in piedi e and in bagno a cercare l'orologio: la prima regola da rispettare nei motel  quella di mettere via tutto subito perch se no ti dimentichi met della roba. Aveva addosso solo il reggiseno e le mutandine, i suoi vestiti erano appallottolati sul linoleum umido del pavimento del bagno, ed eccolo li l'orologio, sulla porcellana biancastra e tutta crepe del lavandino: nove meno un quarto. Il suo stomaco brontol di nuovo, e mentre si fissava l'orologio al polso si diresse in camera per svegliare Bridger.
Non si era mosso. Era sdraiato a braccia larghe e gambe aperte sopra il copriletto, e aveva un aspetto indifeso e sconsolato, con un lieve fremito che gli muoveva le labbra e le narici quando espirava. Era dispiaciuta per lui. Ma anche per se stessa. Per lui era al suo fianco, almeno quello - e se qualcuno aveva mai superato la prova, quello era proprio Bridger. Per un attimo rest in piedi accanto al letto, a guardarlo, senza pensare che lo amava, almeno non consciamente, ma comunque scossa da un impeto di impulsi ormonali, imperativi categorici, desideri. Dopo un attimo si chin e premette le labbra sulle sue e le tenne l, semplicemente le tenne l, come se dovesse resuscitarlo.
Il ristorante che scelsero per cena era di livello leggermente superiore rispetto al posto in cui avevano pranzato - luci soffuse, grosse piante di kenzia in vasi di terracotta, tovaglie di lino, pareti pulite verniciate con una sfumatura di albicocca - e quando si erano fermati all'esterno davanti alla sobria bacheca che mostrava il menu, le erano piaciuti non solo i prezzi ma anche il fatto che ci fossero dei piatti vegetariani. - Basta fast food, - aveva detto, voltandosi verso Bridger mentre le coppiette passeggiavano e la luce sopra le montagne cominciava a svanire, - basta hamburger e patatine fritte. Mangiamo qualcosa di sano, tanto per cambiare un po'.
Bridger si era stretto nelle spalle, con atteggiamento totalmente remissivo. Aveva smesso di pensare alle carte di credito,
aveva dormito, aveva fatto la doccia e usato il bagno, ma era ancora sotto shock. Mentre aprivano la porta del ristorante, a braccetto, Bridger disse qualcosa che lei non afferr, ma distratto del doversi rivolgere alla signorina e seguirla al tavolo, non gliela ripet.
Ora, finalmente seduti a studiare il menu - lei aveva ordinato un bicchiere di vino bianco, lui una birra -, Alex disse:
- Non ho capito che cosa mi hai detto mentre stavamo entrando. Altra alzata di spalle. - Niente... niente d'importante.  solo
che penso di non avere pi di cinquanta dollari in tasca. In tutto.
- Non ti preoccupare. Offro io -. Le sue mani si schiusero accordandosi alle parole. - Pago tutto io, almeno finch non riavrai le carte di credito. Possono mandartele domani, no? E puoi sempre prelevare a un bancomat...
- Mandarmele dove?
Proprio allora arriv la cameriera con le bevande e con quello
 sguardo che Alex conosceva cos bene. Era uno sguardo che era gi cominciato quando avevano ordinato da bere e forse ancora da prima, innescato dal fiuto della cameriera, dal suo occhio indagatore, dai suoi pregiudizi. - Il vino bianco? - chiese, giusto per sentire Alex che rispondeva: - E per me, - dato che essendo solo loro due - un uomo e una donna - anche un subnormale avrebbe potuto immaginare che il vino fosse per la signora e la birra per il signore. Senza contare che aveva preso personalmente l'ordinazione.
- I signori vogliono ordinare? - chiese, e quello fu facile da leggerle sulle labbra, perch che altro avrebbe mai potuto chiedere, appollaiata com'era dietro il suo taccuino, l'anca in fuori, un'espressione di falso interesse dipinta in viso. E la cosa successiva che avrebbe detto, unavvolta che avessero ordinato, sarebbe stata Ottima scelta o  il piatto migliore del nostro menu. Gli udenti. A volte non poteva fare a meno di pensare che il mondo sarebbe stato un posto migliore se tutti fossero stati sordi.
S, erano affamati. S, volevano ordinare - Shish kebab con verdure su riso basmati per Bridger, per lei un piatto di pita con dell'hummus, couscous, e baba ghanoush - e la conversazione fin con Alex che litigava con la pronuncia e
finalmente si decideva a usare l'indice per indicare sul menu il piatto desiderato.
Ogni sei mesi circa tornava per un paio di settimane dalla logopedista con l'intento di mantenere una pronuncia corretta, cercava anche di esercitarsi regolarmente davanti allo specchio, ma col ritmo folle della sua esistenza, insegnare, scrivere e ora tutto quel casino, l'esercizio era il primo a saltare. Sul serio per, come si diceva baba ghanoush? Anche la logopedista avrebbe avuto i suoi problemi.
Riport lo sguardo su Bridger mentre la cameriera si allontanava.
Le stava dicendo qualcosa, ma si ferm, notando che lei non aveva capito, e ricominci. - Stavo dicendo che ho, be', credo di avere pi o meno duemila dollari sul conto, sempre che quel verme non me li abbia fregati, e cercher di provare con un bancomat, tanto per vedere. Perch, insomma, non...
- Non? - gli fece eco lei. - ... che cosa?
- Non voglio che tu debba pagare per me, perch se decidiamo di...
-  gi deciso.
- S, va bene, ma dovr telefonare a Radko e ci puoi scommettere che quando torneremo sar di nuovo senza lavoro -.
Fece una smorfia, poi port la bottiglia di birra alle labbra, ignorando il boccale ghiacciato che gli avevano lasciato li accanto.
- Quanto ci vorr per andare in macchina da un lato all'altro del paese, una settimana? - Alex bevve un sorso di vino: aveva un gusto amaro, particolarmente aspro. Lo guard intensamente.
- Non lo so. Quattro giorni e mezzo, cinque, se guidi senza fare soste.
- E tu ce la faresti?
- No. E tu?
Alex ci riflett su un attimo: uno dei due che dorme mentre l'altro guida, il fragile guscio della macchina a fendere la notte, un silenzio infinito e niente per distrarla. E se poi le veniva un colpo di sonno? Come si chiamava quel gruppo, qualche anno fa, Morti di Sonno? Bridger aveva la musica, la radio, gli audiolibri, e lei aveva il portatile, ma non di notte, non mentre stava guidando. E se la macchina ha un guasto? Se si scalda troppo in mezzo al deserto o se - come si dice? - si fonde il motore? Stava per chiederglielo, della macchina, del fatto di fondere, qualunque cosa volesse dire, ma non ne ebbe la possibilit perch improvvisamente si avvicinarono al loro tavolo due persone, un uomo e una donna, che non arrivavano ai trent'anni, vestiti in modo quasi identico, jeans e giubbini oversize e magliette che strombazzavano il nome di qualche band, e Bridger che scattava in piedi come se fosse stato eiettato nello
spazio, attirando l'uomo a s in un grosso abbraccio.
Alex guardava quella scena con un sorriso perplesso, o forse divertito, s, divertito. Stava pensando che sembravano due orsi, ma chi aveva mai visto due orsi che si abbracciano? Gli orsi si abbracciano? O si abbrancano, o magari si agguantano?
Il nome dell'uomo - Bridger era raggiante, incontenibile, quasi tremava mentre le dava quell'informazione - era Matt Kralik, e glielo spieg a gesti mentre Matt e la sua ragazza, Patricia, erano li in piedi a guardarla a bocca aperta. Matt, le disse, era stato suo compagno di stanza e suo migliore amico ai tempi dell'universit, e che ci faceva l? I suoi genitori avevano una casa sul lago. Ma che coincidenza! Una cosa davvero incredibile!
No, no, no, dovevano assolutamente unirsi a loro per la cena, insistette Bridger.
Ci fu il solito goffo arrabattarsi con le sedie e il prendere posto, mentre la cameriera li osservava e un aiutocameriere rapido ed efficente fu molto sollecito nell'apparecchiare e a quel punto furono tutti seduti e Matt e Patricia ebbero di fronte i loro bei bicchieri di martini (quello di Matt tecnicamente era un gibson perch dentro c'era una cipollina mentre Patricia aveva preferito l'oliva tradizionale). Per un istante nessuno disse una parola: era quello che gli udenti definivano un silenzio imbarazzato, ma per Alex nessun silenzio era fonte di imbarazzo e fece scorrere lo sguardo da Matt Kralik, seduto alla sua sinistra, a Bridger, seduto di fronte a lei, e infine a Patricia, alla sua destra. Patricia aveva un'espressione avida, quasi volgare, con lineamenti troppo pesanti rispetto al suo fisico snello e atletico. Sembrava un cartone animato, pi grossa sopra le spalle che sotto. - Allora, - disse, sporgendo le labbra,
- Alex, ti chiami cos, giusto? Perch, sai, io sono una frana coi nomi...
- S,  giusto.
- Che cosa fai... di bello? Come lavoro, voglio dire.
La stavano guardando tutti e tre come se fosse una delle foche ammaestrate di Sea World in equilibrio su una sedia o sul punto di mettersi un bastone in bilico sulla punta del naso in attesa della viscida ricompensa di una sardina fresca dalle mani dell'istruttore. Anche Bridger, che per adesso aveva un'espressione spenta mentre poco prima era tutto preso dalla foga del momento, pi allegro di come l'avesse visto in tutta la settimana, anzi in tutto il mese. Scandendo le parole pi chiaramente che pot disse: - Sono sorda e insegno in una scuola per sordi. O almeno era quello che facevo fino a qualche giorno fa.
- Ah, sei sorda, - disse Patricia. - Interessante. Davvero interessante.
Matt Kralik stava raccontando qualcosa. Una volta conosceva un ragazzo sordo, alle superiori, e questo ragazzo era un fenomeno a giocare a basket, giocava a centrocampo e correva come il vento - e qualcos'altro, che Alex si perse, e poi
qualcos'altro ancora - ed era finito in una serie minore ma senza arrivare in prima categoria. - Come quel tizio che giocava l'anno scorso negli Angels, ve lo ricordate?
Lo disse Bridger. E pens poi di compitarlo per lei: Pride, era il cognome, ma non riusciva a ricordarsi il nome.
- Non era Charlie Pride, - disse Matt Kralik, e ad Alex sarebbe sfuggito - si erano messi tutti a ridere - se Bridger non le avesse compitato a gesti anche quello.
- No, - disse Patricia, soffocando le risate e riprendendosi con un rapido sorso del suo martini. - Quello era un cantante country. Ricordo che mio padre aveva alcuni suoi dischi.
- Ma questo tizio degli Angels, potevano dirgliene di tutti i colori e non gliene fregava niente. Ma te lo immagini? Gli dicevano delle cose orrende su sua madre e lui manco lo sapeva.
Bridger si strinse nelle spalle. - Ma non sentiva neanche quando facevano il tifo per lui.
Poi Matt Kralik disse qualcosa, Bridger aggiunse qualcos'altro in risposta e Patricia qualcos'altro ancora, e la conversazione vir verso direzioni impreviste anche quando arriv il cibo e le mani di Bridger erano occupate con gli spiedini: insomma, Alex perse il contatto con quello che stavano dicendo. Alla fine, abbass lo sguardo e si concentr sul piatto che aveva davanti.
Dopo cena presero un chai addolcito con miele e latte condensato a cui seguirono altre chiacchiere. Poi insistettero tutti per andare in un bar - Matt Kralik conosceva questo posto che metteva la musica migliore della citt - e lei li segu nonostante la testa avesse cominciato a pulsarle. L'espressione commozione cerebrale le attravers la mente come se fosse stata scritta in corsivo e in caratteri cubitali sulla lavagna della sua classe.
Termine medico: scuotimento del cervello, del midollo spinale ecc., a causa di un colpo, di una caduta; deriva dal latino
concussio che significa trauma. Ma no, era solo stanca. E abbattuta. E
arrabbiata. E il bar - uguale a tutti i bar del mondo - era un posto in cui non avrebbe voluto essere. Era rumoroso e chiassoso, cos le pareva, e Matt Kralik, Patricia e Bridger si adeguavano muovendo la testa a tempo di musica che con ogni probabilit stava uscendo a tutto volume dai grossi altoparlanti appesi negli angoli e spalancavano la bocca urlando (presumibilmente) per comunicare fra di loro. Alex si tolse le scarpe e ball due volte con Bridger e una con Matt Kralik, ma un idiota le pest un piede con uno scarpone da lavoro e il senso di liberazione che di solito provava quando faceva un po' di moto stavolta non arriv.
Il fatto era che non riusciva a liberarsi dell'immagine di Frank Calabrese, ecco tutto. Bridger ci riusciva, in compenso: si stava divertendo, era evidente, ma non  che lo invidiasse. O
forse s. In ogni caso, dopo mezz'ora passata a guardare le bocche di tutti che masticavano aria, gli disse che voleva tornare al motel e lui le diede un'occhiata che non le piacque. Alex si fece sei isolati a piedi da sola ed entr in quella specie di buco che era la loro camera, si infil sotto le coperte e accese la Tv.
Era ancora sveglia quando due ore dopo torn Bridger, sbronzo, con la maglietta tutta storta e un sorrisetto stampato in faccia a met tra il pentimento e la sfida. Lo guard con fredda indifferenza mentre a tentoni trovava il bagno e faceva pip senza prendersi la briga di chiudere la porta, e non disse niente quando Bridger torn nella stanza guardandosi i piedi come se stesse camminando su una fune, per fermarsi di fianco alla televisione, ipnotizzato dal movimento sullo schermo. Davano un film horror, l'unica cosa che aveva trovato a quell'ora, a parte i talk show della seconda serata che si esibivano nella loro stessa incosistenza. Non che lei fosse una fan del genere e di
norma non l'avrebbe degnato di un'occhiata, ma era bloccata l, annoiata, agitata e non riusciva a prendere sonno.
- Dobbiamo alzarci presto, domattina, - gli disse, cercando di controllare la voce. - Dobbiamo andarcene da questo posto. Metterci in marcia. Tagliare la corda.
Bridger si gratt la nuca, poi abbass le mani per tirarsi su i jeans oversize. Disse qualcosa allaTv, senza dubbio borbottando tra s, poi si volt in modo che lei potesse leggergli le labbra.
- Non lo so, - disse, facendo un tiepido tentativo di sottolineare le parole con i gesti. - Non so,  che la odio, questa situazione.
- Tu la odi? E io no?
- Devo tornare a casa. Devo chiamare Radko.
Gli diede un minuto. - Non devi fare un bel niente, - disse poi, e di colpo era arrabbiata. Forse la voce le si alz, non sapeva.
- Dici che mi ami, e che mi starai vicino, ma sono solo parole, perch se fosse cos tu... tu non ti tireresti indietro.
Questa volta fu la faccia di lui che si accese di collera, una ruga profonda tra gli occhi come intagliata da uno scalpello, le labbra tirate a scoprire i denti, la scena alla televisione che sfumando in un giallo arancione gli colorava la pelle facendolo sembrare un malintenzionato affetto dall'itterizia. - Ah, s? - disse.
- Se non fosse per te... - ma lei port gli occhi sullo schermo e lo escluse dalla sua visuale.
Il giallo vir in oro, miele, in un seppia scuro e sinuoso mentre l'assassino mascherato flagellava con una lama troppo bianca la sua vittima, l'eroina che indossava solo un body blu notte, che poteva solo correre, accucciarsi e nascondersi, a gambe nude, le unghie dei piedi smaltate che catturavano ogni particella di luce come se potesse assorbire l'energia della macchina da presa.
Cane che abbaia, diceva il sottotitolo. Vetro che si rompe.
Improvviso primo piano della vittima, il trucco sbavato, gli occhi dilatati dal terrore.
Ancora singhiozzi.
 
PARTE QUARTA.
  Capitolo 1.

Non appena aveva posato gli occhi su quella casa aveva capito che doveva essere sua. Anche quando viveva da re e non provava invidia per nessuno, quando stava ancora con Gina e se la passava piuttosto bene, ecco anche allora, se andando da qualche parte in giro per commissioni, saltando da un ristorante all'altro, gli capitava di dare un'occhiata fuori del finestrino e vedeva una casa come quella, s, allora come ora sentiva che dentro gli si smuoveva qualcosa. Soggezione. Timore reverenziale.
Pensava alle persone che ci abitavano, medici, avvocati, una ricchezza che veniva da lontano, gente di classe, pacchetti azionari che passano di generazione in generazione, la Jaguar e la SLK 280 parcheggiate una di fianco all'altra in garage. A volte venivano al Milano, sui quaranta, cinquant'anni, a volte anche sessanta, gente che sapeva esattamente che vino voleva, gente che non aveva bisogno d'aiuto per decifrare il menu o per qualche pronuncia, che fosse italiana, francese o tedesca. Gente che poi se ne tornava in case come quelle, con i tetti in ardesia, delle ampie finestre coi vetri divisi da piccole colonne, cespugli centenari potati e modellati fino a trasformarli in un'estensione delle mura, aiuole, edera, glicini, e certamente, ovvio, non poteva mancare una bella collina punteggiata di alberi. Da cui guardare tutti dall'alto in basso.
E ora eccola l, davanti a lui. Un vero affare. Non era un prefabbricato, messo insieme con blocchi di cemento e cartongesso, non era un condominio o un qualche palazzone vittoriano di Peterskill convertito un paio di generazioni fa in una serie di appartamenti bui, puzzolenti e trasandati, buoni al massimo per tossici e madri single che campano di sussidi. Questo era il posto dove vivevano i ricchi, dove
avevano sempre vissuto. E i ricchi le case se le costruivano in pietra. Era la prima cosa che aveva visto, la pietra - una massa di pietra grigio argento che faceva capolino tra gli alberi, illuminata dal sole, mentre seguiva Sandman e l'impiegata dell'agenzia immobiliare lungo il vialetto di ghiaia - s, e poi i vetri che sembravano un velo d'acqua steso davanti alle finestre, il tetto d'ardesia che splendeva come se fosse perennemente bagnato, le vecchie grondaie di rame ossidate di verde.
Natalia disse: -  una bella postazione, vero?
La luce del sole inondava il viale su cui in quel momento Sandman e la tizia dell'agenzia immobiliare - Janice Levy, capelli mossi, un tipo espansivo - si stavano incamminando scendendo dalla macchina. - Vorrai dire una bella posizione, - disse lui. - E guarda l, guarda che vista, - stava indicando col dito il punto in cui il prato si snodava verso una fila di alberi che scendeva verso il fiume, con le montagne a far da sfondo.
- Mi fa schifo -. Madison era protesa in avanti, gli occhi che scrutavano ogni minima cosa. - Mamma, a me non piace. Sembra la casa delle streghe. E non c' nessuno con cui giocare.
Per una volta Natalia la ignor, del resto stavano gi scendendo dalla macchina, Sandman che sorrideva e Janice Levy che li guardava con l'occhio clinico della comportamentista, attenta a non perdersi sfumature, passi falsi, qualunque cosa potesse tradirli. - Aspetta di vedere com' dentro, - stava dicendo Sandman. - Questo posto  fatto apposta per te, amico, te l'avevo detto.
Sandman aveva ragione. Era fatto per lui, sicuro, su questo non c'era ombra di dubbio. Anche se l'interno fosse stato vuoto come un granaio o fosse stata ristrutturata in stile
motel sull'autostrada, con tanto di soffitti color ricotta e pareti giallo limone, l'avrebbe presa al primo colpo, un affare gi fatto che aspettava di essere concluso. Solo in attesa che Janice Levy li accettasse come acquirenti per conto dei coniugi Meister. Che dal canto loro erano gi a Palm Beach
perch la signora Meister, all'et di settantadue anni, non sopportava pi l'inverno e non le interessava quanto la Florida fosse diventata afosa e piena di zanzare: non poteva certo essere peggio di un'estate a New York, anche con la brezza che arrivava dal fiume. Piena di zanzare lo era senz'altro. O almeno questo fu ci che disse
Janice Levy - alzando la voce quel tanto che bastava per fare il verso alla vecchia signora - mentre mostrava loro la casa sottolineandone le qualit e senza smettere un attimo di cianciare.
Sandman - aveva un bell'aspetto, rispettabile, i tatuaggi coperti da una camicia col colletto button-down di un azzurro da bancario che esaltava il colore dei suoi occhi, i peli della barba ridotti a una sottile strisciolina biondastra che scendeva dal labbro inferiore - sorrideva, lo tirava per la manica e abbassava la sua voce da baritono su toni pi rassicuranti mentre passavano da un locale all'altro con Janice Levy che gesticolava e ciarlava cercando di ingraziarseli con il suo fare molto professionale. - E
il bar, - gli disse. - Guardi che bar.
Erano nel salone principale, con il camino e la vista sul fiume, il pavimento di quercia che il tempo aveva reso quasi d'un color oro, il bar - sotto il bancone un lavello e il minifrigo - incastonato contro una parete di gesso bianco.
- S, - sent la propria voce, - carino -. Aveva uno sguardo
privo di espressione sotto i nuovi occhiali a specchio comprati in un centro commerciale da qualche parte nello Utah. Non lasciava trapelare nulla, nonostante il prezzo fosse stato gi stabilito e non c'era n motivo n possibilit di contrattare, firma le carte o smamma. Ma era cos che lui faceva affari: non lasciar mai capire all'altro che cosa stai pensando.
Natalia pass una mano sulla superficie lucida del banco del bar e si volt per chiedere a Janice Levy degli spazi di contenimento.
- Non ci sono ripostigli?
Reggendosi un gomito con l'altra mano e inclinando leggermente il capo in quella che voleva essere un'espressione schietta, Janice Levy le assicur che i ripostigli erano pi che adeguati, anche se, ovviamente, in un vecchio stabile - un edificio classico
- bisognava saper essere creativi. E poi lei conosceva proprio l'antiquario giusto per trovare i pezzi adatti, guardaroba, buffet e controbuffet, ma davvero, in una casa come quella...
Fu questo a convincere Natalia - questo e la cucina, che, come aveva promesso Sandman, era stata aggiornata in base agli standard pi esigenti dell'alta borghesia (i Meister erano dei veri buongustai, confid loro Janice Levy, e possedevano pi di cinquecento volumi di ricette). La cucina piacque anche a lui
- piani di lavoro in granito, l'isola al centro, ganci per appendere le pentole, l'ampio piano di cottura Viking in tutto e per tutto identico a quello che avevano nel loro vecchio appartamento
- e fece l'errore di ammetterlo.
- Ah,  un buongustaio anche lei, signor Martin?
D'istinto le rivolse un'occhiataccia, poi si tolse gli occhiali
da sole per guardarla e rassicurarla che non aveva cattive intenzioni, che era bello, affascinante, un gentiluomo, uno di cui ci si poteva fidare. - Non esageriamo, - disse. - Mi piace cucinare.
Ma mi piacciono anche i buoni ristoranti.
A quel punto Natalia era cotta a puntino, lo capiva dallo sguardo da shopping che iniziava a balenare nei suoi occhi color whisky: una casa tutta da riempire, una casa vera, una tenuta di campagna circondata da antiquari e con Manhattan a meno di un'ora. -  il migliore. Un cuoco incredibile. E il vino. E
il sommelier di se stesso.
Janice Levy lo stava osservando. E anche Sandman. Era giunto il momento di firmare i documenti - affitto per due anni con diritto di prelazione sull'acquisto - stappare una bottiglia di Perrier-Jout e mettere alla porta la tizia dell'agenzia immobiliare, che se ne andasse pure a spasso con la sua Land Cruiser a mostrare case a coppie ipernutrite e a vendere, vendere, vendere.
Sapeva tutto di lui. Conosceva la somma che aveva in banca, sapeva quanto valeva l'appartamento di Mill Valley, sapeva che era pulito, senza debiti, che aveva ventinove anni, una laurea presa alla scuola di cinema della University of South California e dei soldi da spendere. - Quindi, - disse, posando la ventiquattrore sul bancone del bar e facendone scattare le serrature con il gesto esperto dei due pollici, - di che cosa mi ha detto che si occupa, signor Martin?
- Investimenti.
- Certo, s, ora ricordo -. Stava disponendo i documenti perch lui li firmasse, l'assegno che passa di mano, i primi sei mesi gi pagati, Sandman che si riprende l'anticipo che aveva versato, quando chiese in tono meditabondo: - E si occupa anche di cinema? - Sullo sfondo si sent la vocetta da cornamusa di Madison: Mamma, mamma, c' un'altalena?
- No, - disse, facendo un passo avanti per affiancarsi alla donna e dare un'occhiata alla prima pagina del contratto, - 
solo una passione da dilettante.  un po' come il gioco d'azzardo, capisce cosa intendo?
Gli occhi della donna - verdi, acuti, attraenti, decisamente interessati - si spostarono su di lui. Poteva sentirne il profumo.
Come tutte le donne che lavoravano per le agenzie immobiliari aveva un paio di gambe spettacolari, che non esitava a mettere in mostra grazie a una gonna appena sopra il ginocchio.
- No, non molto. Ma ho un cliente che sta cercando casa proprio in questo periodo, e che lavora per la Tv, a Manhattan...
- Investimenti, - ripet lui. - Solo questo.
- Certo, - disse la donna, annuendo vigorosamente. - Certo, senza dubbio.
Il viaggio attraverso il paese non era stato esattamente come se l'era immaginato. L'avevano prolungato fino a due settimane e un giorno, erano riusciti a vedere, a tutto beneficio di Madison, il Gran Lago Salato nello Utah, un villaggio amish, il bisonte Longhorn pi grande del mondo, ma niente Tahoe e Las Vegas. Una volta tornato sulla I-80 aveva continuato a guidare, mentre ripercorreva mentalmente quel che era successo fuori Sacramento cercando di minimizzare la cosa. Prima di tutto, non era il caso di perdere troppo tempo: certo, si sarebbero riposati e rilassati un po' per far piacere sia alla bambina sia a Natalia, ma prima si fossero stabiliti a New York e lui avesse ricominciato a fare un po' di soldi sul serio, meglio sarebbe stato.
Poi bisognava pensare alla macchina. Per un attimo si era fatto prendere dal panico, con l'adrenalina che gli pompava nelle vene a compromettergli la capacit di giudizio. Aveva i documenti di identit. Aveva i documenti della macchina. Era sua, nessun dubbio in proposito, e una volta lasciata la California non avrebbe dovuto preoccuparsi nemmeno della polizia - se mai la polizia era stata una preoccupazione - senza contare che gli era pure costata dei bei soldi. Aveva pagato diecimila dollari in contanti, oltre alla Z4 di Natalia (che da sola valeva pi di un anno di pagamenti) e quindi no, non si sarebbe liberato della Mercedes. Le targhe provvisorie non erano un problema - le avrebbe semplicemente buttate, si sarebbe fatto un foglio rosa fasullo e poi l'avrebbe
registrata a New York. Quando Bob Almond della Bob Almond Mercedes e BMW si sarebbe chiesto che fine avevano fatto i soldi che gli spettavano, non avrebbe fatto altro che andare a San Roque per cercare di spillarli a quello
stronzo di Bridger Martin.
Pertanto aveva proseguito, con Natalia che sonnecchiava e Madison sveglia sul sedile posteriore che guardava e riguardava i suoi DVD; l'esasperante cantilena delle colonne sonore dei cartoni animati era comunque preferibile alle
continue, graffianti lamentele di Natalia (no, non aveva ancora finito, stava semplicemente facendo riposare le corde vocali). Il paesaggio
- o l'assenza di paesaggio - scivolava via al di l dei finestrini.
Schiacci l'acceleratore a tavoletta e diede un'occhiata allo specchietto retrovisore. Dovevano essere state circa le quattro quando Madison aveva cominciato a frignare e Natalia si era girata verso di lui per scoccargli un'occhiata che l'aveva trapassato.
Winnemucca era stata una desolazione, Elko peggio ancora, e con voce sprezzante gli chiese se intendesse guidare tutto il giorno e tutta la notte senza fermarsi nemmeno per espletare le funzioni corporali o consumare del nutrimento (disse proprio cos). - Pensi di fermarti, - disse, lui non la guard neanche, gli occhi fissi sulla strada, - o vuoi continuare a correre?
- Non sto correndo.
- E allora che cosa stai facendo?
- Sto guidando.
- S, certo. Lo vedo -. Guard fuori dal finestrino, la sterpaglia del deserto, il mondo sbiadito dal sole che picchiava come in un incubo. - Ma questa non  Tahoe.
- No. Ho cambiato idea.
- E non  Las Vegas -. La guard di soppiatto, il viso apparentemente impassibile, eppure pieno di rancore, prosciugato di tutta quella sua bellezza delicata e opalescente. - Che posto ? Non c' niente.
Superarono un'uscita, i camion affiancati a formare un crinale d'acciaio, almeno cento auto e un milione di idioti come personaggi di un quadro che raffigurava l'area di sosta definitiva: benzina, cibo, alloggio, profilattici, hot dog, tequila. Un cartello diceva gioielli indiani 20 miglia. Poi sterpaglia, solo sterpaglia, e la strada che si restringe all'orizzonte fino a scomparire.
- Ti fermi, - disse Natalia, girando verso di lui il viso adirato.
- Alla prossima ti fermi e non me ne frega di che posto .
Ti fermi e basta.
- Una piscina, - s'inseri Madison. - Voglio che ci fermiamo in un posto con la piscina. Posso fare il bagno, vero mamma?
Sent la propria voce rispondere - Certo, non c' problema.
Al prossimo posto con la piscina mi fermo.
Per un momento tutti e tre fissarono la strada che si snodava davanti a loro, la catena scintillante di macchine che svaniva all'orizzonte, con in sottofondo i personaggi dei cartoni animati che nitrivano e ridacchiavano, e il rumore sordo dei pneumatici.
- C' qualcosa che non va, - disse a quel punto Natalia.
- Non c' niente che non va.
- Allora perch questa non  Tahoe? Ci avevi promesso che andavamo a Tahoe.
- Te l'ho detto, ho cambiato idea.
- Quei due...
- Fanculo a quei due.
Lo incener con un'occhiata. Non voleva che lui imprecasse in presenza della bambina, e lui lo sapeva. Era una delle regole.
Niente parolacce con Madison nei paraggi. - Quei due... -
ripet lei.
- Fanculo quei due.
E and avanti cos, per due settimane e un giorno.
La prima sera nella casa nuova, dopo aver trascorso quattro notti in un motel e cinque giorni a fare acquisti, sbattersi per le utenze, sistemare i mobili e aprire gli scatoloni che erano arrivati dalla California, decise di inaugurare la cucina. Aveva pensato a un mix di cibo tailandese e cinese: fritto misto ai tre sapori (pettini di mare, rana pescatrice e gamberi giganti), involtini primavera ripieni di carne di maiale e una buona insalata di polpo non troppo saporita, abbastanza da soddisfare Natalia ma non abbastanza da devastare il palato delicato di Madison.
Anche se doveva ammettere che Madison si stava applicando. Da
quando vivevano insieme, Peck stava cercando di disabituarla
al cibo insipido, allungandole una fettina di ravanello o di
cipolla dolce mentre cucinava, dandole una porzione extra di
wasabi e zenzero sottaceto per accompagnare il sashimi - e poi
una coppa di gelato al t verde per rinfrescarsi e confrontare i sapori. Oppure le faceva fare un test del gusto dandole un frammento dei peperoncini affumicati messicani
(chipotle mocos) che usava per cucinare le enchiladas di pollo,
o magari l'altro tipo di peperone affumicato, il serrano, e poi le dava sempre del gelato. Forse stava un po' esagerando, dato che al mattino, sul pane tostato ricoperto di burro, la bambina insisteva per avere una cucchiaiata di salsa di jalapeno piccante invece di un pizzico di cannella.
Il supermercato non reggeva il confronto con quello presso cui si serviva in California, ma aveva individuato un mercatino asiatico a Fishkill (non proprio dietro l'angolo rispetto a Garrison, ma cercava di tenersi pi a nord che poteva per la spesa, cos da evitare Peterskill, per ovvie ragioni) ed era riuscito a trovare praticamente tutto quello che gli serviva, noodles, salsa di chili dolce, gli involucri per gli involtini primavera, coriandolo fresco e radice di zenzero. Era piovuto. Le nubi si erano addensate sopra lo Storm King per poi aprirsi a ventaglio e affondare su West Point: doveva ammettere che aveva sentito la mancanza di quei temporali violenti e improvvisi. Ora, in cucina, in piedi al banco di lavoro, sentiva l'indefinibile profumo della sua infanzia che saliva dal prato e attraversava le siepi, l'odore del bosco, del sommacco, del terriccio, del legno marcio, l'acqua copiosa che si raccoglieva immota in pozze nascoste, ogni cosa in fermento. Di colpo si sent felice, come se si fosse tolto un peso di dosso, un peso che l'aveva schiacciato nel corso dell'ultimo mese e pi; si sent felice di essere l a pulire le seppie con uno dei suoi nuovi coltelli Henckels temperati a freddo, sorseggiando champagne davanti alla finestra, il cielo grigio e pesante e il manto erboso di un verde cos scuro da sembrare nero. Era felice anche del prezzo dello champagne che aveva trovato, del Perrier-Jout tanto conveniente da spingerlo
 a comprarne una cassa. I vini francesi, da quelle parti, costavano davvero meno che sulla costa occidentale, e d'ora in avanti avrebbe bevuto molto pi vino francese, per non parlare dei vini italiani e perfino di quelli spagnoli. Stava provando tutte queste sensazioni, maneggiando il coltello e poi posandolo per
portare alle labbra la flute di champagne, quando Natalia gli scivol silenziosa alle spalle e lo abbracci alla vita.
- Ehi, - mormor. - Tutto bene? Sembra buono. Seppie, vero?
C'era una padella a fuoco alto sul fornello - stava preparando un brodo di pesce con i rimasugli della pescatrice, uno spruzzo di vino bianco, burro, aglio e cipollotti per insaporire le seppie
- e aveva le mani occupate. Di solito non gli piaceva essere disturbato mentre cucinava - cucinare richiedeva una concentrazione totale o finiva che le cose non venivano bene - ma era cos di buonumore che si appoggi contro di lei, godendosi la sensazione delle sue dita dalle lunghe unghie laccate sull'addome, su per il torace e nel punto in cui era pi sensibile, il petto e i capezzoli.
- Tutto bene, - le disse, girandosi per darle un bacio. - Vuoi un bicchiere di champagne?
- Perch no? - rispose lei scostandosi. - S, mi andrebbe, ma sto cercando quel martello che ho appena comprato. Tu l'hai visto il martello?
Da uno degli antiquari delle vicinanze aveva scovato una collezione di stampe d'inizio secolo dall'aspetto alquanto ammuffito che mostravano due bimbi, un maschietto e una femminuccia, in varie pose - inghiottiti da un vortice di vegetazione lussureggiante e incombente, mentre si aggiravano mano nella mano come cuccioli smarriti, o mentre sguazzavano coi piedini in un ruscello serpeggiante, o ancora mentre volgevano lo sguardo al cielo come in cerca di una guida - e da un'ora cercava il posto giusto per appenderle. - No, - le disse, - non l'ho visto, ma ti spiacerebbe... lo champagne  l, nel secchiello del ghiaccio, io ho le mani... - Le alz entrambe per mostrargliele bagnate e unte dell'essudato delle seppie. - E quella padella sul fuoco... s, quella: abbasseresti la fiamma? Al minimo. Mettila al minimo.
Natalia indossava un paio di pantaloni Capri per mostrare la rotondit perfetta dei polpacci e l'armoniosa combinazione di piedi e caviglie, sandali aperti sul davanti e una camicetta bianca che aveva annodato sotto il seno. Aveva anche raccolto i capelli sulla testa: non si scherza mica, c' una casa intera da sistemare da queste parti. Lui fece delle incisioni a croce sulle
seppie per renderle pi tenere, poi la guard spostarsi leggera verso i fornelli e versarsi un bicchiere di vino. Cos'era quello che provava? Amore? Desiderio? Il quieto diffondersi dell'appagamento e della pace domestica?
- Brindiamo? - propose, posando il coltello e pulendosi le mani in uno strofinaccio prima di sollevare il bicchiere.
Il sole che si era fatto strada a fatica attraverso le nubi d'improvviso illumin un tratto di bosco davanti alla finestra - eccola, la luce, come se fosse collegata a un reostato - e altrettanto velocemente si affievol. Un'istantanea. Con un'esposizione lunghissima. Lei lo guardava intensamente. In equilibrio su un piede solo, il bicchiere alle labbra. - A che cosa? - gli chiese, mentre cambiava espressione. - A... a... - ed eccolo, il rossore che le saliva alle guance, gli occhi che gli si inumidivano - ... a un uomo che non mi presenta nemmeno a sua madre? Nella citt in cui vive? Dove vive la sua fidanzata? A questo brindiamo? A questo?
Lui sussurr il suo nome, a bassa voce, nel tentativo di blandirla.
- Perch io non la sopporta pi questa merda, ecco cos', merda. Mi sente?
- Per favore, - disse - Non ora.
- E invece s -. Allarg le gambe per stare in equilibrio e si scol tutto lo champagne in un sorso come se si trovasse di nuovo a Jaroslav con in mano un anonimo bicchiere di vodka.
- Non ti credo. Non credo niente di quello che tu mi dice. Questi soldi. Da dove prendi questi soldi?  di droga, vero?
La fiss senza parlare. Non voleva ficcarsi in quel casino, non adesso.
- E io? Io deve andare in prigione, allora? Come Sandman?
E tu, anche tu sei andato in prigione, lo so.
-  una lunga storia, - le disse.
- S. Ma tu me la dice. Tu mi dice tutto -. Si vers un secondo bicchiere, e lui pot vederle tremare la mano che stringeva il collo della bottiglia. - Perch io ti giura che se non... Ti vergogna di me? Perch? Per come parla? Ti vergogna di me e allora posso vedere solo Sandman e no tua madre?
- Non  questo, - rispose. Non si era mosso, le seppie erano sul piano di lavoro bell'e pronte, il suo calice era vuoto, la
padella sfrigolava sul fornello. - Va bene, hai ragione, - le disse, e si spost per abbassare il fuoco sotto la padella e versarsi un altro bicchiere, - penso che sia ora, perch ormai stai andando fuori di testa. Droga? Io? Ma mi hai mai visto usare qualche tipo di droga, anche solo del fumo, anche una sola dose?
- S, cocaina.
- Ma quella non conta. Un po' ogni tanto, solo per divertimento.
Una volta alla settimana? Ogni due settimane? - Allarg le braccia in segno di protesta. - Piace anche a te.
Natalia stiracchi le labbra in un mezzo sorriso. - S. Qualche volta.
- Non sono cattivo... pensi che io sia cattivo? Quello che  successo a me non  diverso da quello che  capitato a te. Semplicemente mi sono messo insieme alla persona sbagliata. Mia moglie. La mia ex moglie.  cominciato tutto cos, proprio com' stato per te, proprio come te con... come si chiama il padre di Madison?
Natalia si sedette al tavolo che avevano comprato il giorno prima, quercia, fine Ottocento, sei sedie abbinate, due delle quali con delle fessure sottili come capelli che erano state stuccate e verniciate. Finirono la bottiglia, ne aprirono un'altra e lui le raccont quanto pot. Voleva essere sincero con lei. La amava e credeva davvero che in un rapporto bisognasse essere onesti l'uno con l'altra. Quello che non le disse fu che il suo vero nome era Peck - Bridger andava bene, andava bene per ora, anche se aveva svuotato il conto di quel verme perch non aveva resistito a metterglielo in quel posto, e tra un po' avrebbe dovuto cambiare di nuovo identit - e non le disse che non erano investimenti quelli che progettava e gestiva nel seminterrato e che non poteva presentarla a sua madre non solo perch sua madre gli era del tutto indifferente, ma soprattutto perch l'avrebbe chiamato Peck o addirittura William e lui doveva fare le cose un passo alla volta.
A un certo punto si era alzato e aveva cominciato a triturare coriandolo, fagiolini, aglio e peperoncino, poi aveva tolto il filetto nero dai gamberi e aveva messo sul fuoco una pentola per il riso. Natalia non aveva molto da dire. Rest seduta l, a far scorrere la punta dell'indice sull'orlo del bicchiere, l'espressione pensierosa. Si sentiva la testa leggera per colpa del vino.
Il piacere di quell'occasione, il piacere di rimanere solo con i tuoi pensieri mentre il cibo sfrigolava in padella se n'era andato, ma almeno, pens lui, aveva sistemato la questione una volta per tutte. Si era aperto con lei. Era stato pi comunicativo e sincero possibile, date le circostanze. E Natalia sembrava soddisfatta, o almeno tranquillizzata.

Per un bel pezzo nessuno dei due apr bocca. Si sentivano soltanto i suoni appena percettibili tipici della vita in campagna: il canto degli uccelli, i grilli, il rumore delle gomme di una macchina solitaria che passava sulla strada bagnata davanti casa.
Cos'altro? Il ritmico, stridulo va e vieni dell'altalena di Madison, regolare come un respiro. Tutto sembrava accordarsi a quel ritmo, lento, sicuro, pacifico, mentre lui tornava ai fornelli, improvvisamente di nuovo indaffarato. Quando il wok ebbe raggiunto la temperatura giusta vi gett l'aglio, lo zenzero, i cipollotti e il peperoncino e l'immediato rilascio di quegli aromi profum l'aria con un'esplosione improvvisa che gli fece serrare le ghiandole salivari. Alle sue spalle, seduta al tavolo, Natalia si schiar la gola e si vers un altro bicchiere di vino. Poi, con
il tono di voce pi sottile che le riusc, gli chiese: - Ma io non ha ancora capito perch non pu conoscere tua madre.
Due giorni dopo si trovava da qualche parte al di l del fiume, a Newburgh, per comprare una fotocopiatrice a colori con una carta di credito intestata a un'altra persona, fatto ci intendeva dare un'occhiata a un'autentica macelleria tedesca d'epoca che gli aveva consigliato Sandman - aveva pensato di preparare dei Wiener Schnitzel, con contorno di cavolo rosso sottaceto, sptzle e bianchi di Spagna, tanto per cambiare, anche se ripensandoci forse faceva troppo caldo per un piatto cos pesante e magari avrebbe potuto fare solo un'insalata di patate e Wurstel alla griglia - quando aveva deciso d'impulso di entrare in un bar sul lungofiume. Doveva ammazzare il tempo per un paio d'ore e sembrava un posto carino. Rilassante. Come la sensazione del sole sulla schiena mentre caricava la stampante nel baule della macchina, le ascelle della camicia gi chiazzate di sudore, il calore e
l'afa che lo opprimevano come l'aria condizionata della costa
est non aveva mai fatto. Si sentiva come un turista a casa propria. Un perdigiorno. Un uomo con del tempo libero a disposizione che prendeva una boccata d'aria prima di piazzarsi su uno sgabello al bancone di un bar per una birra o due, una bella birra nel suo bicchiere cilindrico e imperlato dalla condensa, mentre la televisione appesa a una parete blaterava qualcosa e lui apriva una copia del giornale sul bancone meditando sugli alti e bassi degli Yankees e dei Mets.
Natalia era a far spese. L'aveva lasciata in un centro commerciale grande quanto tutto il Connecticut ed erano d'accordo che si sarebbero sentiti verso le due per pranzare insieme.
Avevano trovato un campo estivo per Madison, anche se lei non ci voleva andare, ovviamente, e si era aggrappata alle gambe della madre strillando fino a farsi colare il moccio sul mento.
Insomma, alla fine era stata una gran scocciatura per tutti quanti, ma almeno non dovevano preoccuparsi di lei fino alle cinque
- o cinque e mezza? A quel punto gli venne in mente Sukie, fu pi forte di lui. Gli faceva male esserle cos vicino e non poterla vedere, ma non osava correre quel rischio, o almeno non ancora.
Il suo viso spunt luminoso dentro di lui, e altrettanto velocemente svan. Controll l'orologio - dodici e un quarto - ed entr nel bar.
Non era proprio un bar, nel senso stretto del termine. Era un bar-ristorante, che ambiva a essere qualcosa di pi. Faceva parte del complesso che il consiglio comunale aveva fatto costruire lungo il fiume per attirare i turisti e la gente del posto che aveva un po' di grana e pensava di star facendo chiss che soltanto perch c'aveva l'Hudson in faccia e i camerieri portavano grembiuli inamidati, camicia e cravatta. Non che si stesse lamentando - gli piaceva entrare in posti come quello, la vernice ancora lucida sul rivestimento in legno di pino, i proprietari giovani e alle prime armi che cercavano di fare il colpo grosso. Si sentiva come se fosse un ristoratore in vacanza che studia il menu e la carta dei vini per controllare che cosa offrissero in cambio di quanto chiedevano, ma pi che altro lo faceva per l'accademico piacere della comparazione. Non avrebbe mai pi avuto un ristorante. Troppa merda. Troppi pensieri.
Gli occhi ci misero un po' ad abituarsi, poi fece un cenno alla ragazza (diciotto anni, bionda naturale, con una farfalla
tatuata sulla scapola sinistra che gli faceva proprio schifo, odiava i tatuaggi sulle donne, soprattutto quando erano in zone intime, gli dava l'idea che fossero un po' troppo trafficate, non per altro) si tolse gli occhiali, si pass una mano sulla sommit della testa per sistemarsi i capelli e avvicin lo sgabello al bancone del bar. Il locale era abbastanza affollato e questo lo sorprese. Il bar in particolare era pieno di uomini d'affari in completi leggeri, pi un paio di segretarie e tre o quattro rappresentanti dei bassifondi locali - li riconoscevi a prima vista, nonostante le camicie colorate e la faccia da guarda-come-mi-comporto-bene
- e forse due terzi dei tavoli erano pieni, soprattutto di donne, che bevevano pi che altro t freddo sbocconcellando insalata di granchio servita su mezzo avocado. Non gli veniva in mente la parola giusta. Dclass, ecco. Non era Sausalito, su questo non ci pioveva.
Aveva appena ordinato una birra e mezza dozzina di vongole e aperto il giornale sul banco (giusto per controllare se qualcuno il giorno prima aveva battuto un home run), dando ogni tanto un'occhiata alla TV, quando sent una mano che gli si posava su una spalla: si gir di scatto come se si fosse scottato, stava uscendo di testa, ecco cosa, i nervi a fior di pelle. Per un attimo non cap di chi fossero gli occhi che stava fissando, uno sconosciuto, un idiota che voleva dare un'occhiata alla pagina sportiva o gli voleva chiedere se cortesemente poteva scalare di un posto in modo da...
- Peck, amico, non mi riconosci?
Era Dudley, Dudley con i capelli corti e senza orecchino, Dudley con un grembiule bianco sopra una camicia a maniche lunghe e la cravatta. Peck rimase senza parole. Cerc di fissarlo
con uno sguardo vacuo, arrivederci, addio, Scusi, dice a me?
Ma non poteva funzionare, non avrebbe funzionato. Lui era William Peck Wilson, e nonostante non si fosse nemmeno avvicinato di striscio a Peterskill negli ultimi tre anni, era gi stato beccato. Newburgh. Cristo. Era a quaranta chilometri e dall'altra parte del fiume! Chi poteva pensare che avrebbe incrociato qualcuno che lo conosceva?
Dudley gli stava di fronte, sorridendo come se fossero appena entrati insieme a riscuotere una vincita alla lotteria. I suoi
occhi erano ancorati a lui come rampini. Gli si stavano
seccando le labbra. - Eh, gi, - disse Peck, chinando la testa, - certo.
 un piacere rivederti.
- Amico, non posso crederci. Allora sei tornato, eh? - Poi, prima che Peck potesse rispondere, stava gi chiamando il barista.
- Ehi, Rick, Rick, da' al signore tutto quello che vuole.
Che cosa prendi? Un sorso di quel single malt? Come si chiamava quello scotch che bevevi sempre?
Il nome gli si ferm in gola come un blocco di catarro.
- Laphroaig.
- S, giusto: Laphroaig -. Lanci un'occhiata alle sue spalle.
- Io non dovrei bere mentre lavoro, ma ehi, questa  un'occasione davvero speciale -. Si spost leggermente, fece un passo indietro per guardarlo meglio, poi allung un pugno chiuso a colpire leggermente la spalla di Peck. - Cazzo, Peck,  bellissimo vederti. Dammi un cinque, amico. Dammi un cinque!
Non riusc a trattenersi - in quel momento scatt qualcosa dentro di lui - e di punto in bianco stava stringendo un braccio di Dudley e lo avvicinava a s in modo da poter abbassare la voce fino a raggiungere quel tono cos in voga
alla Greenhaven: - Non chiamarmi in quel modo, - gli disse.
- Non chiamarmi per nome. Mai pi.
La luce si affievol nello sguardo di Dudley, poi riapparve con un barlume di consapevolezza in pi. - Certo, - disse.
- S, capisco.
Bevvero insieme il Laphroaig, parlarono del pi e del meno, finch Dudley dovette scusarsi ma doveva tornare al lavoro. Arriv il momento del tanti saluti e dell'arrivederci alla prossima, ma Dudley non era ancora disposto a lasciarlo andare. - Allora,
- gli chiese, gi diretto verso la cucina, - ti fai vedere ancora o cosa? Sei proprio tornato?
Peck guard due donne che si alzavano dal loro tavolo vicino alla finestra e trafficavano con le borsette e i sacchetti dello
 shopping e qualunque altra cosa si fossero portate a pranzo, i didietro stretti nelle gonne mentre si piegavano e si rialzavano.
Alle loro spalle, fuori, sul fiume, un gabbiano volava alto lasciandosi trasportare dalle correnti d'aria. Peck si alz, mettendosi il giornale sottobraccio. - No, - disse, - sono solo di passaggio.
 
Capitolo 2.

Erano da qualche parte nello Utah e guardavano le distese salate, cos bianche, desolate e piatte che avrebbe potuto utilizzarle come fondale per qualche thriller postapocalittico: ma era troppo stanco e disidratato - forse aveva anche un po' di febbre - per pensare anche solo vagamente a una trama o ad andare oltre il tremolio di quella scontata inquadratura iniziale.
Stava guidando Alex. Aveva passato la giornata con gli occhi sul portatile come fosse la sfera di cristallo del mago di Oz, poi si erano fermati per fare il pieno e usare il bagno e lei aveva preso il suo posto al volante. Per le ultime duecento miglia aveva cercato di trovare il coraggio per chiamare Radko, tanto per controllare che aria tirava, anche se in cuor suo sapeva che a quest'ora c'era gi qualcun altro a occupare il suo cubicolo e usare il suo mouse. Faceva caldo, il condizionatore della macchina funzionava quando voleva lui, il sole rimbalzava sul cofano, sul cruscotto, sui pulsanti dell'autoradio. Aveva le ascelle umidicce e irritate dal sudore, la T-shirt incollata alla schiena e continuava ad armeggiare con le ventole per ottimizzare quel po' d'aria che entrava, ma senza molto successo. Per un attimo guard Alex, la mascella volitiva, le mani rigide sul volante, poi tir fuori il telefono, fece il numero e sollev gli occhi verso il vacuo pallore dell'orizzonte.
Rispose al secondo squillo. - Rad, - annunci, utilizzando la sua risposta telefonica standard, come se pronunciare le due sillabe di pronto fosse una perdita di tempo.
- Rad? - ripet stupidamente Bridger. Fino a un minuto prima aveva ascoltato un programma radiofonico, giusto per passare il tempo, con un demagogo reazionario che vomitava idiozie sparse riguardo i comunisti, quelli di sinistra e i messicani
in tono tanto esagitato che, nonostante avesse abbassato
il volume, il rumore che produceva continuava a sentirsi. Il termine
eco-nazisti si sollev dal chiacchiericcio indistinto e vol via.
- Chi parla? Bridger? Bridger, sei tu?
- S, ehm, ciao.
- Dove sei?
-  appunto di questo che volevo parlarti, volevo dirti che...
- Tu non dici me niente. Tu sei allo aeroporto, sei in tua casa, sei in ingresso di questo edificio dove io ho attivit e pago affitto, e non importa, non... - si ferm per cercare la parola giusta - ... conta. E sai tu perch?
- Sono nello Utah.
- Utah -. C'era una tristezza infinita nel modo in cui lo pronunci, come se lo Utah fosse una prigione o un ghetto per lebbrosi.
-  appunto quello che volevo dirti, mi spiace, ma Alex, sai, Milos...
- No, tu non mette nome di mio cugino in questa storia.
- Dobbiamo andare a New York, per via di quel ladro...
- Ladro, ladro, sempre quello ladro: lasciate perdere lui, no?
Ne ho gi avuto abbastanza.
-  che adesso se l' presa con me. In qualche modo  riuscito a impadronirsi della mia identit, si  fatto intestare delle carte di credito a mio nome e non so che altro, quindi chiunque verr a chiederti di me, creditori, agenzie di recupero crediti o chiunque, voglio che tu sappia che io non c'entro niente.
Non sono io il colpevole. Non  colpa mia.
- Colpa? E chi d colpa? Io vuole dirti una cosa, che qui c' una donna, donna molto giovane, seduta ora alla tua postazione, lavora veloce, meglio di te, penso... sempre che tu ci sei, voglio dire -. Bridger cerc di dire qualcosa, ma a quel punto Radko aveva alzato la voce, posizionando le parole sulle capsule che aveva in bocca e poi sputandole nel ricevitore. - Ma tu non  qui, giusto?
- Capisco. So che cosa vuoi dire. Volevo solo farti presente che questa situazione  fuori del mio controllo, e, be', quando torno ti chiamo. Nel caso che...
- Nel caso che cosa?
- Che tu abbia ancora bisogno. Di me, dico.
- Ma quando tu torna?
La voce alla radio si impenn di colpo e poi si spense. Alex non si era mossa, nemmeno per un battito di ciglia, tutto era immobile tranne le sagome lontane delle macchine e dei camion che a mano a mano si ingrandivano dall'altra parte dello spartitraffico.
- Non lo so. Appena posso.
- Tu non sa? - Radko fece una pausa piena di enfasi. - Allora non sa neanch'io -. E chiuse la comunicazione.
Quello era lo Utah. Poi ci fu il Wyoming, e dopo il Wyoming il Nebraska e l'Iowa e il ventre verde dell'Illinois e ancora e poi ancora, la strada era come una frusta e la macchina ci scivolava sopra come una goccia di sudore o di sangue o di tutt'e due le cose insieme. Si alternavano al volante, uno dei due privo di sensi sul sedile posteriore mentre l'altro lottava contro la noia, con Bridger che cercava di prendere su di s tutto il peso possibile perch per lei era pi difficile, considerando che la conversazione era virtualmente impossibile e non aveva la radio a distrarla, intrattenerla o farla imbestialire. Non guidava male. I sordi, come lei aveva puntualizzato un centinaio di volte, avevano pi colpo d'occhio e un maggior senso dell'orientamento rispetto agli udenti, erano guidatori migliori e che quindi lasciasse perdere. Ma Bridger non poteva fare a meno di preoccuparsi che le venisse un colpo di sonno e combinasse qualcosa di cui pentirsi, se non addirittura qualcosa di fatale. Ma la stanchezza si stava impadronendo anche di lui. Per non parlare del caldo. Sembrava che stessero seguendo un'ondata di calore attraverso i larghi fianchi del paese, senza una nuvola in cielo n una goccia di pioggia.
Una sera si fermarono in un motel di una cittadina universitaria della Pennsylvania occidentale, entrambi cos ansiosi di sfuggire a quella camera di tortura che era la loro auto da non importagliene pi niente che Frank Calabrese arrivasse a New York prima di loro o che nel frattempo avesse fregato un'altra mezza dozzina di persone o che si fosse autonominato presidente e direttore finanziario della Halter/Martin Investments. Per quel che lo riguardava, Bridger era disposto a mollare, a rinunciare, a cercare di metterci una pezza e andare avanti, ma Alex no, era irremovibile. - Sei come il capitano Achab, - le disse,
compitandoglielo goffamente mentre erano in coda in un fast food Subway zeppo di studenti che si trascinavano sotto il peso degli zaini.
Non  vero.
- Dovresti capirlo da sola quando  il momento di mollare,
- cerc di sdrammatizzare, - se no ti ritrovi con una gamba di legno, o peggio: vai a fondo insieme alla balena. Tu non vuoi andare a fondo con la balena, vero?
Alex non rise. Non accenn nemmeno un sorriso. Per un attimo Bridger si chiese se avesse capito, e stava per ripeterglielo
(anche se non c' niente di pi triste di una barzelletta ripetuta due volte) quando vide che lo sguardo di Alex era di quelli
che non han voglia di scherzare. Le spalle dritte, i capelli aperti a ventaglio come scossi da un improvviso colpo d'aria.
Quando parl le sue parole uscirono come fossero state prese a morsi: - Non sei divertente. Proprio per niente.
Erano arrivati al bancone col ripiano in vetro, toccava a Alex, e la donna pelle e ossa con la cuffietta e i guanti di plastica, tutta presa dal suo lavoro (infilare strati di carne, formaggio e verdure nel panino scelto dal cliente), stava chiamando
- Il prossimo -. Non sei divertente. Ma Cristo, doveva sempre essere cos negativa? Non poteva prendersi una pausa? Anche solo per cinque minuti?
Ovviamente neanche Bridger era dell'umore giusto (erano entrambi esausti, avevano bisogno di mettere qualcosa sotto i denti, di farsi una doccia e di un paio d'ore di simil-coma su un lettone davanti all'ipnotico pulsare di una Tv) e qualcosa dentro di lui, il primo vagito di un impulso crudele che non si era mai accorto di covare, lo costrinse ad aspettare che la donna alzasse davvero la voce: - Il prossimo! - grid esasperata. - Il prossimo! - e sporgesse da sopra il bancone un dito del suo guanto di plastica per attirare l'attenzione di Alex. A nessuno piace essere ignorato, era quello che stava pensando Bridger -
era quello che le voleva insegnare con quella lezioncina, ecco tutto, occhio per occhio - ma Alex gli rivolse uno sguardo assassino.
Poi si gir verso la donna e ordin, indicando gli ingredienti che voleva perch l funzionava cos, una processione di piedi trascinati e la creazione del panino che era una specie di pantomima tra inserviente e cliente, costellata da battute un
po' bizzarre, tipo: Grande o medio? Integrale con formaggio e aceto balsamico o italiano con prosciutto, formaggio e pomodoro? Da bere?
Prima di tirar fuori di nuovo l'argomento aspett di tornare al motel, togliersi le scarpe, ficcarsi a letto sotto l'occhio vigile della Tv e cominciare a darsi da fare con i panini. - Non so, - le disse guardandola in faccia. - Mi chiedo solo che piano abbiamo, ecco tutto.
Lei era in svantaggio, perch ci volevano tutt'e due le mani per impedire al suo panino (Submarine sandwich grande: arrosto, formaggio, lattuga, pomodoro e condimenti vari) di disintegrarsi, ma accett la sfida. Inghiott e si chin per bere un sorso dal bicchierone di Diet Coke che teneva tra le gambe.
Bridger vide che ora il suo viso era pi rilassato, la tensione e la stanchezza si stavano allentando. Quando sollev la testa stava sorridendo. - Il piano, - disse pronunciando le parole con cura, -  di andare da mia madre e di farci viziare per qualche giorno. - Spalanc la bocca, addent il panino con decisione, mastic, inghiott, entrambe le mani ancora impegnate. - Poi,
- disse, dando una rapida occhiata allo schermo prima di tornare su di lui, - ci rimettiamo in macchina, e seguiamo la Fdr Drive fino alla Deegan Expressway, che ci immette sulla I-87, e dopo prendiamo la Sprain Brook fino alla Taconic. Se la memoria non mi inganna, da l c' la 9A, quindi la Route 9 che ci porta dritti a Peterskill -. Si chin in avanti per mordere di nuovo il panino, con pane, formaggio svizzero e tacchino affumicato che le ostacolavano la dizione. - E un percorso panoramico,
- gli disse con la bocca piena, - alberi bellissimi, un mucchio di sanguinelli e fiori selvatici. Vedrai, ti piacer un sacco.
Si svegliarono che era mezzogiorno passato, la stanza era fredda e buia, lontana dal mondo come una capsula spaziale che silenziosa attraversa l'universo, e avrebbero potuto continuare a dormire se Bridger non si fosse reso conto di un suono soffocato, un battere ritmico che si insinu tra i borbotti e i sibili acuti del condizionatore. Inizialmente non cap di che cosa si trattasse, tutto gli sembrava confuso e privo di colore, aveva
una sensazione come se fosse sui trampoli, un senso di movimento,
ma alla fine si svegli completamente e il rumore - c'era qualcuno che bussava, ecco cos'era - lo fece reagire. Si infil i pantaloncini che la sera prima aveva buttato sulla moquette, sent il freddo del tessuto sulla pelle, freddo e un po' di umidit per il sudore del giorno prima. Il rumore si faceva sempre pi insistente. Lanci un'occhiata a Alex. Il suo viso era immerso in un dolce oblio. Niente poteva svegliarla, e quel pensiero lo fece sentire tenero e protettivo. Che cosa sarebbe successo se non ci fosse stato lui? Avrebbe potuto esserci un incendio e lei non l'avrebbe mai saputo. In qualche modo arriv alla porta e la apr.
C'era una donna davanti a lui, il pugno alzato nell'atto di bussare, una donna dallo sguardo indignato e i capelli neri tirati indietro in un nodo, e come mai gli sembrava cos familiare?
Per un attimo continu a essere confuso, poi mise a fuoco i sandali e il sari color mandarino e cominci a mettere i pezzi al loro posto. - S? - chiese, strizzando gli occhi per proteggerli dall'assalto della luce. - Che c'?
- Le stanze vanno liberate entro le undici, - disse la donna.
- Ah, s, - borbott Bridger. - S, scusi -. Il calore che si accumulava sui marciapiedi e si diffondeva da ogni torrentello, da ogni stagno e da ogni pozza infestata di zanzare esistente nel quartiere, sal dalla strada per pugnalarlo a tradimento, facendolo trasalire: umidit. Prima di allora non aveva mai saputo che cosa volesse dire davvero, se non in termini astratti. Stava gi sudando.
- Per sua informazione, sono le dodici e venticinque.
- Mi scusi.
Lo sguardo che gli rivolse la donna era del tutto privo di comprensione. - Non mi costringa ad addebitarvi una giornata in pi, capisce che cosa voglio dire? - I suoi occhi scattarono verso il letto e la forma raggomitolata di Alex, poi tornarono sul suo viso. - Non mi costringa a farlo.
Di li a poco erano di nuovo in macchina, di nuovo sulla I-80, di nuovo in purgatorio, di nuovo sulla strada che non finisce mai, e fu solo quando si lasciarono Bloomsburg alle spalle, dopo aver trovato una stazione di servizio, che ebbero la possibilit di darsi una ravviata ai capelli, spazzolarsi i denti e mettere
qualcosa nello stomaco. Fu un pasto privo di gioia, un meccanico
riempirsi la pancia non molto diverso dal fare il pieno
all'automobile.
Guid lui per l'ultimo tratto, cercando di tirar fuori dalla radio una qualche forma d'intrattenimento degna di questo nome, un canale alternativo visto che quello che aveva appena trovato svan, ma dovette rinunciare e si sintonizz sulla solita sbobba. Il sole non li abbandon un attimo, implacabile, picchi sul tetto della macchina per tutto quel lungo pomeriggio, mentre i vari DJ scherzavano sul caldo al sicuro nei loro studi radiofonici dotati di aria condizionata: - Superati i 37 ! - continuava a strillare un tizio tra una canzone e l'altra. Probabilmente nel tempo necessario ad attraversare il New Jersey ascoltarono tre o quattro volte Summer in th city. O almeno, la ascolt lui.
Alex non sembrava infastidita dal caldo. N dal silenzio. Sedeva accanto a lui, persa nel proprio mondo, intenta a picchiettare sulla tastiera del computer - questa per lei era una buona occasione per lavorare al suo libro, gli aveva detto, non lo capiva?
- Solitudine forzata. Cio, non solitudine, - aveva aggiunto con un sorriso di scusa, - non  quello che volevo dire -. Lui
lo capiva che cosa voleva dire, e no, non lo offendeva. Non particolarmente.
Alex stava semplicemente cercando di vedere il lato positivo della situazione, s, come se quella situazione avesse un lato positivo. Glielo augurava, davvero. Sperava che finisse il libro, che lo vendesse al pi importante editore di New York e guadagnasse un milione di dollari, se era quello che ci voleva per renderla felice. Perch non c'era dubbio che Frank Calabrese e tutta quella folle impresa di scovarlo non stava rendendo felice nessuno, n lei, n lui, n Radko. E nemmeno il ladro.
Il ladro. Se l'era quasi scordato, si era quasi dimenticato che cosa stavano facendo e perch. Lungo la strada gli alberi erano fitti, il traffico andava aumentando, gli occhi sempre attenti per rispettare la distanza di sicurezza, e lui non riusciva a pensare ad altro che al potere che quell'unico individuo aveva su di loro, a come fosse stato lui a costringerli su quella macchina, nella luce vivida del New Jersey in un torrido pomeriggio di luglio.
In quel momento lo visualizz, vide la faccia del ladro sovrapposta ai riflessi che passavano sul parabrezza, vide il modo in
cui camminava, dondolando i fianchi e le spalle come il magnaccia di un film, come Harvey Keitel in Taxi Driver, e senti che dentro gli si formava come un nodo, un bolo di odio, duro e impossibile da mandar gi, un qualcosa che gli fece cambiare totalmente idea. La sera prima,  vero, era solo stanco, ecco la verit.
Stanco della strada, stanco di tutto quel casino, stanco di Radko - stanco persino di Alex e del modo in cui a volte lo tagliava fuori. Ma s, accidenti, l'avrebbero trovato, quel tizio. E
s, l'avrebbero visto finire dietro le sbarre. E no, quella storia non riguardava solo Alex, non pi.
Avevano il sole alle spalle quando attraversarono il ponte George Washington ed entrarono a Manhattan. Lui l'aveva vista solo nei film, e ora eccola qui, una fortezza medievale irta di bastioni, ognuno dei quali impregnato della luce rosea del tramonto. Alex lo guid attraverso gli stretti e affollati canyon ingombri di taxi incolonnati e furgoni in seconda fila. Sulla sera incombeva un'ondata montante di odori da cucina, c'erano un milione di ventole che diffondevano aromi di mu shu e tandoori
e kielbasa e doppio cheesburger e John Dory e polpettone, aspirandoli dai fornelli solo per soffiarli fuori, in strada. E
sotto ancora un odore di merda di cane, di vomito, di spazzatura putrescente, di fiori marci, di gasolio. Bridger abbass il finestrino come se volesse assaporare tutto questo. - Gira qui, -
disse Alex, usando anche le mani per enfatizzare le sue parole.
- Al prossimo semaforo gira a sinistra -. L'autosilos (si trovavano da qualche parte nell'Upper East Side, lo sapeva perch gliel'aveva detto lei) cost per una sola notte quanto un mese di parcheggio all'universit, ma pagava Alex e non sembrava che la cosa la sconvolgesse pi di tanto. Arriv il tramonto e le luci della citt si accesero come per dar loro il benvenuto.
Ci fu una specie di trattativa con il portiere, un registro da firmare nell'atrio, e poco dopo uscivano dall'ascensore al diciannovesimo piano e la madre di Alex era l per dar loro il benvenuto.
Era pi bassa della figlia di cinque o sei centimetri, aveva i capelli del colore delle pagliette di rame che si comprano al supermercato, magra, divorziata due volte, con una faccia che doveva riformarsi ogni volta che sorrideva o faceva una smorfia, come se non avesse ancora scoperto la propria forma definitiva
(una reazione alla nuova dentiera, come Bridger avrebbe
appreso nel giro di due minuti dal momento in cui aveva messo piede in casa). L'appartamento era pi grande di quanto si fosse aspettato, e aveva una porta che dava su un'altra porta e poi su un'altra ancora, come in un libro di Kafka. O in un film di Fincher. Aveva quell'atmosfera claustrofobica delle stanze ingombre, disordinate e scure di almeno tre tonalit diverse che a Fincher piaceva usare per gli interni e che Bridger non apprezzava particolarmente. Se fosse stato qualcosa con cui giocare al computer sarebbe stato diverso, ma sul momento, quando dovette sedersi sul divano del soggiorno, ebbe quasi paura di rimanerci attaccato. Cosa si aspettava? Tale madre, tale figlia: Alex non era esattamente la persona pi ordinata che avesse conosciuto.
- Piacere di conoscerla, signora Halter, - disse, standosene goffamente nel bel mezzo dell'ingresso. Le tende erano accostate.
C'era un odore di lettiera per gatti o, pi precisamente, di piscio di gatto.
- Chiamami pure Vera, - ribatt la signora Halter, spingendolo in una poltrona ricoperta di lavori a maglia arrivati a vari stadi di elaborazione e armeggiando attorno a una bottiglia di vino - sembrava che non riuscisse ad aprirla - e a un barattolo di arachidi con sopra un Mister Nocciolina su sfondo blu. Gli spieg che comunque non era pi la signora Halter: - Il padre di Alex mi ha lasciata per una donna pi vecchia, riesci a crederci?
- gli disse. - Ma  stato dieci anni fa.
- Mamma, - sbott Alex. - Non cominciare.
Siamo appena arrivati -. Si era lasciata cadere sul divano
nell'angolo, le gambe pallide e nude contro la pozza scura del
cuoio verde screpolato dei cuscini.
- Una che aveva conosciuto al lavoro. Lui  avvocato, non so se Alex te l'ha raccontato... Comunque, io ho preso il cognome del mio secondo marito, Veit, non perch abbia qualcosa contro Rob, cio il padre di Alex, ma perch mi ci sono abituata.
 anche pi incisivo: Vera Veit, V.V. - Pos la bottiglia di vino sul tavolino da caff per disegnare nell'aria una figura con le mani candide. - Suona sexy, non ti pare?
- Mamma, - disse Alex, senza alcuna inflessione: un lamento che risuonava tra quelle pareti da quando era ancora un'adolescente con le gambe lunghe, una ragazza straordinariamente
bella ma che non avrebbe mai usato l'intonazione giusta, che non avrebbe mai influenzato una discussione o un litigio n avrebbe partecipato alla tavola rotonda di qualche rito famigliare senza coinvolgere le mani, la faccia o tutto quanto il corpo.
Ci fece caso, not che lei era tornata quell'adolescente nel momento stesso in cui avevano varcato la porta e sua madre l'aveva abbracciata e l'aveva tenuta stretta dondolando avanti e indietro in perfetta armonia coi suoi ritmi interiori. A posto. Era tutto a posto. Per la prima volta da
quando avevano lasciato Tahoe poteva rilassarsi.
Per la mezz'ora successiva la conversazione saltell per la stanza come un pallone da spiaggia che tutti si preoccupavano di mantenere in movimento - qualche domanda su Bridger, sulla sua professione e i suoi guadagni, le prospettive professionali
- e Vera espresse il proprio sdegno per questa cosa del furto di identit, facendo intendere che Alex se la fosse parzialmente cercata per colpa della propria negligenza, cosa a cui Alex replic con i gesti pi rabbiosi ed esagitati che Bridger le avesse mai visto fare. Poi il pallone cadde a terra e loro tre rimasero a fissarsi come degli estranei finch la madre di Alex all'improvviso si alz e disse: - Dovete essere affamati. Non avete mangiato niente per strada, vero? La cena, voglio dire.
Finch non ne sent parlare, Bridger non aveva capito quanta fame avesse. Non si erano fermati nemmeno a prendere una Coca da quando avevano fatto colazione (pranzo, tecnicamente, dato che aveva un disgustoso ricordo di formaggio alla griglia, patatine fritte e un'insalata con una cucchiaiata di salsa a base di cipolle e maionese andata a male) e avevano proseguito proprio perch volevano arrivare alla fine di quel viaggio, come se il viaggio fosse un incontro di pugilato e loro fossero ubriachi di pugni e barcollassero pregando che la campanella alla fine del quindicesimo round finalmente li liberasse. Sent la propria voce che diceva: - Gi. In effetti... Ma non si preoccupi...
- Ma io non mi preoccupo, - lo rassicur lei, prendendo il telefono sul tavolino che aveva a fianco. - Chiamo Aldo's e mi faccio mandare su qualcosa. Tu mangi carne, vero? - chiese guardando Bridger, poi, senza aspettare la risposta, si gir verso Alex. - A te va bene l'ossobuco? Ti  sempre piaciuto.
Alex non rispose, non stava nemmeno guardando.
- E della minestra. Qualcuno gradisce della minestra? Fanno un'ottima pavese... vuoi una zuppa, Bridger? Dell'insalata?
Qualcosa per antipasto, dei crostini? Magari dei calamari?
Dopo la cena, che consumarono in pesanti piatti di porcellana tenuti in equilibrio sulle ginocchia sorseggiando quello che la madre di Alex continuava a definire un Bardolino davvero squisito, Alex cominci a portare i piatti in cucina per lavarli. Bridger si era alzato dalla poltrona in un tentativo poco convinto di dare una mano, dicendole a segni Lascia, faccio io, ma Alex l'aveva ignorato, e la madre aveva cinguettato:
- No, no, resta l dove sei, voglio scambiare quattro chiacchiere con te -. Aveva un'espressione civettuola mentre aggiungeva:
- Per conoscerci un po'. Ti va? Non ti spiace, vero, se ci conosciamo meglio? - Si alz e si riemp nuovamente il bicchiere, mormorando: - E prendi dell'altro vino. Ti fa bene.
Fa bene al cuore.
La prima cosa che fece fu informarlo delle tetre statistiche:
- Lo sapeva, vero, che il novanta per cento dei sordi si sposava con persone dello stesso tipo e di quel dieci per cento che sposava un udente il novanta per cento finiva per divorziare?
- S, - rispose, appoggiandosi allo schienale della poltrona e prendendosi un momento giusto per bagnarsi le labbra col vino,
-  stata una delle prime cose che mi ha detto Alex quando ci siamo conosciuti. Cio, quando abbiamo cominciato a uscire insieme.
- Non  un gran che come percentuale.
- No -. Il Bardolino gli aveva tagliato le gambe - ne aveva gi bevuto troppo - e si sentiva paralizzato dalla vita in gi.
Non che fosse a disagio, non pi. O non particolarmente. Quel posto cominciava a piacergli, e anche la madre di Alex. La cena era stata buona, anzi ottima (il cibo ancora caldissimo quando la signora l'aveva fatto elegantemente scivolare dai vari contenitori di polistirene nei piatti), e il vino gli sussurrava i suoi segreti in un modo che faceva svanire nel nulla le tensioni del viaggio.
La madre di Alex era china verso di lui, i gomiti poggiati sulle ginocchia. - Quindi tu sei il tipo che non si lascia scoraggiare...
e la ami. Ami mia figlia. O mi sbaglio?
Bridger sentiva il vino che gli saliva dallo stomaco fino al viso in fiamme e alla fronte bollente. - S, - disse, - cio, no, non si sbaglia, - alz di nuovo il bicchiere e lo svuot.
- Perch, - continu la donna come se non l'avesse sentito,
- per quanto bella, indipendente e intelligente - ed  davvero brillante, spero che tu lo capisca - ci sono comunque dei problemi, piccole frustrazioni in pi, capisci cosa intendo? - I suoi occhi avevano la stessa forma di quelli di Alex, pi rotondi che ovali, ed erano dello stesso colore ricco e profondo che stava tra
il castano e l'oro. Quando sostenne il suo sguardo, quando guard quegli occhi, vide Alex come se la stesse ricreando sul suo computer. Da qualche parte fuori, per le strade, in lontananza, il suono di una sirena. - Sa essere molto testarda, - disse Vera.
Dalla cucina, un corridoio e due stanze pi in l, si sent un tonfo e un acciottolio di cose che venivano spostate, un gran fracasso, delle imprecazioni. - Cosa? - disse lui, distratto. E
ubriaco. Senz'altro ubriaco.
- Sa essere molto testarda. Ma questo lo sai gi.
Bridger si strinse nelle spalle. Non era n il luogo n il momento per una critica.
Vera - poteva chiamarla Vera? - sembr improvvisamente afflosciarsi. Il suo bicchiere era vuoto e lei si alz a riempirlo, chiedendogli con un cenno se ne voleva ancora, ma Bridger pos la mano sopra il bicchiere e scosse la testa. Il viso della donna si ricompose. Vera si risedette, lasciandosi cadere pesantemente.
Per un lungo momento non disse niente e Bridger cominciava a pensare che la chiacchierata fosse finita, quando lei mosse il bicchiere e disse: - L'impianto cocleare. Prendi l'impianto cocleare, tanto per fare un esempio.
Bridger non aveva mai sentito quel termine prima di frequentare il corso sul linguaggio dei segni. Era la prima sera e uno degli studenti aveva voluto sapere perch i sordi non vanno a farsi mettere un apparecchio e la piantano col linguaggio dei segni.
L'insegnante - sposata con un fisico sordo prelinguale con cui
comunicava usando una combinazione di parlato, lettura delle labbra e segni - aveva precisato che non tutte le persone sono adatte a un impianto, che dipendeva dalla gravit e dal tipo di
patologia che aveva portato alla perdita dell'udito, senza
contare che anche tra coloro che potevano farlo i risultati erano molto diversi. Aveva proseguito spiegando la procedura: al paziente venivano impiantati chirurgicamente nell'osso mastoideo e nella coclea un ricevitore e degli elettrodi allo scopo di catturare i suoni tramite un piccolissimo microfono collocato dietro l'orecchio. Nell'ipotesi pi favorevole, questi suoni sarebbero stati trasmessi al nervo uditivo e il paziente avrebbe recuperato l'udito in una misura sufficiente magari a permettergli di svolgere una vita pressoch normale nel mondo degli udenti, soprattutto se la perdita dell'udito era avvenuta in et relativamente avanzata. Nel resto dei casi era gi qualcosa se il recupero aiutava la lettura delle labbra e li metteva nelle condizioni di parlare al telefono, di sentire la sirena di un allarme e i clacson, quel genere di cose l. Non era una bacchetta magica.
- Sai qualcosa degli impianti cocleari?
Bridger annu.
- Vedi... Alex... questa cosa  stata terribilmente frustrante per me e per suo padre, e forse frustrante  una parola che non rende l'idea, perch, sai, io avei voluto urlare, - fece una pausa e accenn un mezzo sorriso, - ma ovviamente Alex non mi avrebbe sentito se anche avessi gridato tutto il giorno e tutta la notte per il resto della mia vita. Ma il punto  che lei rifiut di sottoporsi alla visita. Non volle nemmeno andare dall'otorino, neanche per sapere se fosse fisiologicamente migliorabile in qualche modo: non ne volle nemmeno sentirne parlare Altro sorrisino.
- Ascoltami. Il modo in cui parliamo, le espressioni che usiamo...
- Io la sento, - disse Bridger, e per un momento la donna sembr spaventata. Poi i suoi lineamenti si rasserenarono: lei diede una pacca al bracciolo della poltrona e dopo un attimo stavano ridendo entrambi. La sirena ululava in lontananza, gi in strada, con un lamento cos doloroso da spaccare la notte in due.
 
Capitolo 3.

Tutte le citt di fiume si somigliano, un isolato dopo l'altro di vecchie case pi o meno decrepite, instabili e irregolari, fabbriche abbandonate in mezzo a terreni incolti invasi dall'erbaccia.
Quelli senza lavoro e quelli che un lavoro non l'avrebbero mai avuto si trascinavano sui marciapiedi sconnessi, scansando cespugli incolti e i scintillanti parchimetri ritti sotto il
sole. Peterskill non era cambiata. Se non, forse, in peggio. Alex
c'era gi stata, da ragazzina. Un'estate i suoi genitori avevano preso in affitto un bungalow sul lago Kitchawank e ogni sabato andavano a mangiare tutti insieme in un ristorante in centro, nel cuore di Peterskill; suo padre non riusciva mai a trattenersi dal gridare: - Cucina italiana! Pancia mia fatti capanna, - facendo le boccacce e strofinandosi la pancia con gesti cos esagerati che lei e i suoi fratelli scoppiavano a ridere. Ma era una cosa di vent'anni fa e ora niente le appariva anche solo lontanamente familiare. Il lago si, quello se lo ricordava bene. Quell'estate aveva avuto una canoa per fare qualche giro - era compresa con la casa - e ricordava che, ogni volta che riusciva a strapparla ai suoi fratelli, la sospingeva in qualche piccola insenatura sulla sponda opposta e se ne stava li a leggere, a sbocconcellare un panino, a godersi la brezza sul viso e ad assaporare l'aroma inebriante del lago, l'aroma della morte e della rinascita, l'odore stranamente dolce che restava nell'aria quando si allontanava un motoscafo.
- Voglio uscire sul lago quando  finita questa storia, - disse.
- O meglio, quando abbiamo finito qui.
Erano seduti in macchina sotto uno di quegli alberi che facevano molta ombra e che erano stati piantati durante chiss quale periodo di promozione e ottimismo, e Bridger aveva una
cartina della citt aperta sulle gambe. Sollev verso di lei il suo faccione e si pass una mano tra i capelli. - Di che lago parli?
Intendi dire il fiume?
Alex cerc le parole, ma lo slancio stava gi svanendo. Un attimo dopo, quando Bridger era ormai tornato alla cartina, gli disse: - Non importa.
Da quando avevano lasciato la citt lei l'aveva tempestato di domande su sua madre e sul fatto che sembrassero andare d'amore e d'accordo. - Di che cosa avete parlato?
Bridger strizzava gli occhi per il riflesso sulla strada, lo sguardo che andava spesso agli specchietti: il traffico era intenso e lo innervosiva. - Di te, - rispose. - Di che altro?
- Ah s? - Gli pos una mano in grembo e lui la guard prima di riportare l'attenzione sulla strada. Era una giornata afosa, col cielo coperto che minacciava pioggia. - Di, dimmelo.
Che cosa ti ha detto?
Non riusciva a leggergli le labbra, dato che lui era di profilo, ma vide che le muoveva.
- Non ho capito, - gli disse. - Che cosa?
Bridger si gir verso di lei, sorridendo. - Ha detto che sei testarda.
- Io? Non credere a tutto quello che senti, mio caro, specialmente considerando da chi ti arrivano certe informazioni.
Tanto pi se  la madre della tua ragazza...
- Ragazza? Pensavo che fossi la mia fidanzata.
- Da parte della madre della tua fidanzata -. Guard fuori dal finestrino, dove la vegetazione era cos fitta che potevano essere in Amazzonia: erano a meno di quindici chilometri dalla citt ma non si vedeva nient'altro che quella volta verde e impenetrabile.
- Quindi io sarei testarda, eh? - gli chiese, voltandosi verso di lui. - E come ci siete arrivati?
Alzata di spalle. - Non lo so. Era la prima sera, sai quando hai lavato i piatti e te ne sei andata a dormire subito dopo...
Bridger aveva la testa china, le sopracciglia inarcate. Stava facendo una domanda o un'affermazione? - Non ti seguo, - gli disse.
Bridger guard teso lo specchietto retrovisore, poi gir il viso perch lei potesse vederlo: - Quando-sei-andata-a-dormire.
- S?
- L'impianto cocleare. Mi ha raccontato che non hai voluto nemmeno farti visitare.
Non rispose subito. L'odore dolce della clorofilla le arrivava attraverso la ventola, il cielo si stava chiudendo, oscurandosi come se si fosse aperto un ombrello sopra di loro.
Alex disse - Era una sua idea. Insisteva, continuava a insistere.
Ma tu non capisci... come non capiva lei.  stata una decisione mia e di nessun altro.
- E adesso? Adesso lo faresti?
Alex si mise a ridere, il tipo di risata che aveva l'intenzione di essere amara, beffarda, ma che poteva suonare come un urlo
disperato, per quel che ne sapeva lei. - Neanche per sogno, -
disse, godendosi la concisione e la fermezza dell'affermazione, tanta intransigenza racchiusa in poche sillabe.
- Perch no? Altre persone...
Alex gli rispose a segni: Parli come mia madre.
Bridger la guard e tolse le mani dal volante. Altre persone
lo fanno. Perch tu no? Potremmo... la macchina cominci a deviare e lui afferr velocemente il volante. - Potremmo parlarne,
- disse ad alta voce, mentre non perdeva d'occhio lo specchietto retrovisore.
- Stiamo parlando.

- Sai che cosa voglio dire.
- No. No, non lo so. Vuoi dire che io devo parlare alle tue condizioni, nella tua lingua,  questo che intendi dire?
-  solo che sarebbe meglio, volevo dire solo questo.
- Ascoltami. Se mai volessi farmi aprire la testa, cosa che non voglio... tu vorresti fartela aprire, la tua? Se anche mai lo volessi, se anche potessi sentire qualcosa, qualsiasi cosa, le cose migliori del mondo, la musica, la mia stessa voce, la tua voce, non lo farei. Io sono fatta cos. Se potessi sentirci, anche solo
per un'ora, per un minuto, sarei una persona diversa. Capisci quel che voglio dirti?
Bridger annu, ma i suoi occhi avevano uno sguardo vago, come se Alex stesse parlandogli in un'altra lingua, poi li distolse e si concentr sulla macchina che aveva davanti. Forse non l'aveva sentita bene, forse era cos. Tutte le volte che si appassionava a un discorso, ogni volta che si faceva prendere, tendeva a mangiarsi le parole. Gli ripet ogni cosa, perch sua madre
aveva torto. Lei non era testarda, era solo determinata. E decisa.
Gi da bambina aveva sempre saputo in che mondo voleva vivere: nel mondo che si era creata, quello che aveva costruito mattone dopo mattone attorno a s fino a renderlo impenetrabile, e non c'era nessuno, n sua madre n suo padre n l'audiologo
pi in gamba e persuasivo del mondo, che poteva convincerla del contrario.
Ora, seduta in macchina sotto l'albero che li riparava dal sole di mezzogiorno con Bridger che accigliato studiava la cartina, Alex torn in s e si mise a pensare a cosa stavano facendo, a che cosa stavano per fare, e sent il battito del cuore accelerare.
Sull'elenco telefonico di Peterskill risultavano due Calabrese, un F. A. al 222 di Mape Avenue e un F. R. al 599 di Ringgold Street. - Da quale andiamo prima? - chiese Bridger, voltandosi verso di lei, l'indice puntato sulla cartina. - Questo,
- Alex vide il taglio diagonale della strada che andava verso sud-ovest, fuori citt, -  F. A., e questo, - il suo dito scivol sulla cartina fino a indicare una strada che portava a sud della zona in cui si trovavano, -  F. R. Pare che F. A. sia pi vicino, ma  lo stesso perch non sembra che la cittadina sia molto grande... Che ne dici? A te la scelta.
- Non so, lanciamo una monetina, - disse Alex, e l'immagine della monetina che roteava in aria le balen davanti agli occhi.
Bridger guard al di sopra della sua spalla destra, mise in moto
la macchina e si immise sulla strada principale di Peterskill, quasi deserta, mentre lei si chiedeva perch era cos tesa, cos nervosa, perch avevano cominciato a tremarle le mani, perch faceva fatica a respirare. Non sapevano nemmeno se il nome di quel tizio fosse davvero Frank Calabrese - poteva essere un altro dei suoi pseudonimi - e se fosse diretto a Peterskill, chiss.
Era solo l'ipotesi migliore che avevano a disposizione.
Avevano il rapporto della polizia procurato da Milos
(Frank Calabrese, nato a Peterskill, Stato di New York, il
10/2/70), e l'enigmatica lettera che aveva spedito loro un tizio chiamato Sandman, imbucata a Garrison, gi, e cos' che gli diceva nella lettera? Ci vediamo presto. Poteva voler dire qualunque cosa. Poteva essere lui a prendere un volo per la California oppure potevano incontrarsi da qualche parte a met
strada e andare insieme in qualche ritrovo di criminali,
nell'Arkansas o nella Terra del Fuoco, per quel che ne sapevano loro.
Alex apr la cartellina, giusto per vedere le parole stampate sul foglio, come se fissarle abbastanza a lungo avrebbe potuto rivelare il loro significato nascosto: Ehi, la cosa di cui abbiamo parlato  avviata, nessun problema. Ci vediamo presto. Tutto qui? Nessun problema? Ci vediamo presto? Si aspettavano davvero di trovarlo in paziente attesa dietro la porta con la zanzariera in Maple Avenue o in Ringgold Street? Era una follia. Tutto quello che era successo nell'ultimo mese era una follia. E
dov'era la polizia, adesso, non era il loro lavoro, quello?
Le labbra di Bridger si stavano muovendo. Si sporgeva in avanti, verso il parabrezza, e contava i numeri civici: - Duecentosedici, duecentoventi... eccola! Guarda, quella con la tettoia scolorita. Proprio l, la vedi?
Aveva accostato al marciapiede dall'altro lato della strada e
il suo cuore di nuovo salt un battito. Stava guardando la casa pi ordinaria del mondo, quel grigio pallido tipico alla Cape Cod che senza dubbio aveva rimpiazzato una delle fatiscenti dimore vittoriane abbattute negli anni Cinquanta-Sessanta in un maldestro tentativo di rinnovamento urbano. C'erano macchie di muffa e umidit sotto le grondaie, un prato che sembrava scomparire sotto uno strato uniforme di soffioni, un'accozzaglia di biciclette da bambini abbandonate sul vialetto asfaltato, giusto a fianco di un'automobile dalla carrozzeria consumata dalla ruggine.
Bridger le prese la mano, le stava dicendo qualcosa, anzi gliela stava ripetendo: - Vuoi che me la veda io? Se preferisci puoi rimanere qui. Tanto probabilmente sar un buco nell'acqua.
- Vado io -. Allung la mano libera verso la maniglia della portiera, ma Bridger non le lasci l'altra.
- Abbiamo bisogno di un piano, - le disse. Aveva i lineamenti contratti, gli occhi sbarrati. Cercava di mantenere il controllo, lo vedeva, ma era agitato quanto lei. - Se li dentro c' davvero lui, anche se  pi probabile che non ci sia, lo so, per se c' davvero lui dobbiamo tirarci indietro, cio, dobbiamo filarcela, e poi io chiamo la polizia col cellulare. Okay? Non dire una parola, non parlargli, niente. Identificalo e chiamiamo la polizia.
- S, - disse lei. - So che  pericoloso. Lo so.
Bridger le stava dicendo qualcos'altro, usando anche le mani, adesso, per sottolineare le proprie parole. - Aggressione a mano armata, ti ricordi? E scritto sul rapporto della polizia.
Non facciamo casini come in quel parcheggio, dov'era, a
Sacramento?  stata una pazzia. Non faremo niente del genere,
d'accordo? Identificalo e chiamiamo aiuto. Punto.
Il cielo si era richiuso del tutto, e mentre Alex scendeva dalla macchina e attraversava la strada insieme a Bridger, la testa completamente vuota, le prime gocce di pioggia cominciarono a punteggiare il suolo. All'ultimo momento, quando gi si stavano incamminando per il vialetto d'accesso, Alex fu tentata di tirarsi indietro, voleva fare una ricognizione prima - come dicevano nei vecchi film? Perlustrare la zona - ma ormai erano gi sotto il portico e Bridger stava bussando e in pi c'era un cagnetto, proprio davanti a loro, uno shi tzu, tutto infiocchettato, che abbaiava con le fauci spalancate. Dopo un attimo comparve una donna, ma non una donna graziosa, giovane, con gli occhi scuri e alla moda, ma il tipo di donna che vive in quel genere di casa e trova il tempo per infiocchettare il pelo del suo cagnetto.
Fu Bridger a parlare. Per caso li abitava il signor Frank Calabrese?
No? Per caso la signora sapeva se... ah, la F stava per Frances, Frances Annie. Certo, capiva. Faceva si con la testa.
Frank, cos pensava la signora - che per non lo conosceva, non erano parenti - viveva dalle parti della Union o della Ringgold, in una di quelle strade dall'altra parte del parco.
Pioveva ormai fitto quando arrivarono in Ringgold Street.
Scrosci d'acqua scura scorrevano sul parabrezza, i marciapiedi scintillavano per le pozzanghere, i canali di scolo stavano gi traboccando. La casa davanti alla quale Bridger accost non era sostanzialmente diversa da quella dove erano appena stati, tranne che non c'erano biciclette all'esterno e la macchina parcheggiata nel vialetto era di un modello pi recente e pi costoso
(ma non era una Mercedes e neanche color vinaccia). Che cosa si era aspettata? Trovarsela parcheggiata l, scintillante di pioggia, con le targhe provvisorie e il logo del rivenditore? Era abbattuta, priva di forze, depressa. Stavolta rimase in macchina.
Fu Bridger a correre lungo il vialetto, la camicia zuppa e un
quotidiano per coprirsi la testa. Lo vide alla porta, c'era una figura dietro la zanzariera - un'ombra, niente di pi - ed ebbe di nuovo paura. Era lui, era sicura che fosse lui... ma no, stavano parlando, ci fu uno scambio di battute, e ora poteva vedere l'ovale dell'uomo appena visibile, sospeso contro l'oscurit opaca dell'interno della casa, un braccio nudo che fluttuava per aria davanti a lui che gesticolava e il momento successivo la porta si stava chiudendo con Bridger che tornava verso la macchina scansando le pozzanghere del vialetto. Alex si sporse dalla sua parte per aprirgli la portiera.
La pioggia entr insieme a lui, il profumo della pioggia, i capelli bagnati appiccicati sulla sommit della testa e penzoloni in ciocche umide intorno alle orecchie. - Allora? Non  lui, vero?
-  al ristorante. Quello, - intanto avvi il motore e ingran la marcia, - era suo cugino, almeno mi sembra che abbia detto cos.
- Al ristorante? Che ristorante?
- Si chiama Fiorentino.  sulla South Street, ci siamo passati prima, te lo ricordi? Immagino che ci lavori o qualcosa del genere... il tizio che mi ha aperto la porta doveva essere sulla quarantina, quarantacinque anni, un vero ciccione, aveva una pancia enorme. Con una canotta che sembrava il tendone di un circo. Riuscivi a vederlo da qui? No? Comunque, si  limitato a dare un'occhiata all'orologio e ha detto: A quest'ora lo beccate al ristorante. Gli ho chiesto quale ristorante e lui ha risposto al Fiorentino senza neanche pensarci, prima di domandarmi che cosa mai volessi da Frank.  a quel punto che inizia a guardarmi con sospetto.
- Perch? Che cosa gli hai detto?
- Che ero un suo amico. Della California.
Alex sent il suo cuore accelerare di nuovo. - E se lo chiama e lo avvisa?
- Cazzo, - adesso erano in strada, con le ruote che pattinavano sull'acqua, - se lo chiama, lo chiama. Non sappiamo nemmeno se  lui... e probabilmente non lo , vuoi dirmi che ha gi una casa e un lavoro? Insomma, di, quante probabilit ci sono?
Il Fiorentino era dall'altro lato di un'ampia strada a pochi isolati di distanza e, mentre Bridger faceva un'inversione a U
e accostava al marciapiede davanti al locale, Alex ebbe la
sensazione di esserci gi stata, come un dj vu. Forse era quello il posto in cui la portavano i suoi genitori? Quel pensiero la fece sentire a disagio. Se il locale era quello, tutta la faccenda si faceva ancora pi strana. Immagin il ladro, il tizio con le basette lunghe e la camminata ondeggiante, per ridotto alle dimensioni di un bambino, che la fissava dalla cucina, la guardava mangiare e parlare a gesti e bisticciare con i fratelli, la pizza sopra uno scintillante vassoio d'argento (se ne ricord il sapore).
Scese dalla macchina armeggiando con l'ombrello e diede un'occhiata alla facciata. Il ristorante occupava un paio di locali
che qualcuno aveva cercato di rendere uniformi con dei pannelli di legno verniciato che facevano risaltare le vetrine come grosse cornici, e l'insegna sopra l'ingresso principale era stata dipinta a mano con una grafia in corsivo. I tavoli, appena visibili attraverso il velo di pioggia, sfoggiavano fiori artificiali e una bottiglia di Chianti nel cui collo era stata infilata una candela, ma il ricordo era molto vago. Una volta all'interno, per
- sulla sinistra un lungo banco da bar a forma di L, una nicchia e poi la sala da pranzo, sulla destra - le torn in mente ogni cosa.
E come se quell'immagine non fosse abbastanza, ritrov anche un certo odore: una qualche particolarit del forno, il pomodoro d'importazione e la salsiccia fatta in casa, le spezie, la birra alla spina, l'impasto in fondo alla cella frigorifera nell'angolo pi lontano della cucina, chi poteva dirlo? Ma era quello.
Proprio quello. Prese la mano di Bridger e la strinse. Voleva dirgli, Basta, fermati, ma le si chiuse la gola e le dita era come fossero fatte di legno.
Quello che aveva davanti era un tipico ristorante di quartiere, con una mezza dozzina di uomini in maniche corte, il barista dai capelli bianchi con le orecchie arrossate e gli occhi infiammati, la cameriera addetta ai cocktail in minigonna e calze a rete, annoiata, i gomiti appoggiati sul vassoio. La Tv era accesa
- su una partita di baseball - e nessuno stava mangiando.
Era troppo presto. Troppo caldo. Troppa pioggia.
Alex era di fianco a Bridger, la mano stretta nella sua, quando lui si avvicin all'estremit del banco e aspett che il barista si accorgesse di loro. Ci fu una specie di pausa, i presenti che li guardavano di sottecchi, lanciandosi in una valutazione sommaria. Il sangue di Alex scorreva rombando per la paura e
la rabbia, ma allo stesso tempo provava una strana nostalgia per quel posto, nostalgia per la bambina che era allora, quando i suoi fratelli e i suoi genitori (ancora sposati) se ne stavano li fra quelle stesse mura. Poi il barista si avvicin calpestando lentamente il tappetino antiscivolo e Alex vide le sue labbra che formavano l'ovvia domanda: - Prego?
Non riusciva a guardarlo negli occhi: teneva lo sguardo su Bridger, come se questo potesse proteggerla, e si aspettava che
il ladro potesse uscire dall'ombra di quella nicchia da un momento all'altro e mettere fine a tutta quella storia. - C' Frank? -
Poi un movimento cattur il suo sguardo e lei segu la testa del barista che si voltava per comunicare il messaggio all'altra estremit del bancone, alla cameriera, sepolta sotto lo scintillio delle unghie e i sedimenti del trucco, quella stessa cameriera che si riscosse dal suo torpore solo il tempo necessario per scivolare fino alla porta della cucina, appoggiarvisi per aprirla e trasmettere a sua volta il messaggio, quel nome che passava di bocca in bocca: - Frank, - immagin che stesse dicendo, o forse gridando per sovrastare il rumore della lavapiatti, la radio, il tintinnio di pentole e padelle, - Frank, delle persone chiedono di te.

Frank Calabrese fu una delusione. Non era chi pensavano che fosse, e non ci somigliava neanche lontanamente. La porta della cucina si apr e Alex trattenne il fiato, aspettandosi che il Frank Calabrese che conosceva ne emergesse strofinandosi le mani sul grembiule. Si nascondeva l, nel ristorante di suo padre o di suo zio o del cugino, malavitosi di terza categoria, finch si fossero calmate le acque e avrebbe potuto ricominciare a rovinare la vita di qualcuno, un debosciato, un fallito, debole e drogato, ecco cos'era, ma stavolta sarebbe stata lei a guardarlo dall'alto in basso. Invece il viso che vide inquadrato nella porta era quello di uno sconosciuto. Quest'uomo qui era basso, massiccio, dal giro vita appesantito, ed era anche troppo vecchio.
Quarant'anni, s, doveva averne almeno quaranta. L'uomo guard la cameriera, il barista, il dito puntato del barista, e alla fine Bridger e Alex.
Aveva il passo sorprendentemente leggero per un uomo di quella
stazza, questo Frank Calabrese, scivol per tutta la lunghezza della sala come se indossasse delle scarpette da ballo, i lineamenti composti, lo sguardo che scrutava quello di Alex. -
Salve, - disse lei, porgendogli la mano. - Mi chiamo Alex, e questo , - indicando Bridger, - il mio fidanzato. Lei  Frank Calabrese, giusto?
- Giusto, - rispose l'uomo: aveva colto qualcosa nel suo modo di parlare che gli aveva fatto restringere gli occhi e inclinare leggermente la testa come se volesse avere un'immagine pi nitida. - Cosa posso fare per voi?
Si inser Bridger. Bridger, il suo portavoce. Lasci andare la mano di Alex e senza rendersene conto si pass le dita tra i capelli, cercando di metterli a posto. - Stiamo cercando questo tizio...
Alex lo interruppe: - Un criminale. E un criminale.
- ... questo tizio che potrebbe aver usato il suo nome come pseudonimo, dato che...
Alex non colse tutto il resto, ma tanto conosceva la storia, e non solo il senso generale, ma ogni spiacevole dettaglio: guard la faccia di Frank Calabrese finch un barlume di consapevolezza
cominci ad affiorare in lui. S, effettivamente qualcuno aveva usato le sue carte di credito e cavolo, era stato un casino risistemare tutto. Erano passati tre anni e ancora gli arrivavano conti da pagare. A quel punto Alex apr la cerniera della borsa nera che aveva con s e ne estrasse la cartellina. Frank Calabrese si interruppe. Bridger fece un gesto verso il bar, per dirle di appoggiare l la cartellina e fargli vedere le prove. Ora li stavano guardando tutti, i clienti, il barista, la cameriera. Ci mise un po', stordita dall'intensit del momento, ma poi apr la cartellina sul bancone, accertandosi che il rapporto della polizia, con tanto di foto beffarda e la sfilza di pseudonimi, fosse proprio in cima.
Il momento era elettrico. Frank Calabrese pos una mano sulla barra di ottone che correva lungo il bancone del bar per tenersi in equilibrio e Alex pot vedere la tensione che lo attraversava, il suo viso che si irrigidiva, gli occhi che schizzavano sul foglio. Sapeva gi la risposta prima ancora di formulare la domanda: - Lei conosce quest'uomo?
- Figlio di puttana, - esclam Frank. - Gran figlio
di puttana -. Sollev lo sguardo per osservarla, ma senza vederla
davvero. - Ci pu scommettere il culo che lo conosco, - e il suo pugno si abbatt sul piano del bar con una forza che lei percep attraverso le suole delle scarpe. Non afferr tutto quello che l'uomo disse dopo, la chiave di tutto, la soluzione che cercavano da tanto tempo, l'identit, il nome che Bridger ripet due volte e poi riprodusse per lei ricamandolo con gesti rapidi in modo che rimase sospeso in aria come uno striscione: Peck Wilson. William Peck Wilson.
 
Capitolo 4.

Lo sapeva che non sarebbe dovuto tornare, sapeva che sarebbe stato un disastro, sapeva che le forze schierate contro di lui - Gina, quella testa di cazzo di suo padre, Stuart Yan, la polizia, gli avvocati - erano ancora l, spietati e testardi, e sapeva anche che l'avrebbero fatto a pezzi se solo ne avessero avuta la possibilit, ma era stata una sua scelta, giusta o sbagliata che fosse, e avrebbe dovuto conviverci. Ci si poteva fidare di
Dudley? La risposta era no, anche se lui aveva fatto del suo meglio per restare calmo: ci sarebbero volute al massimo quarantotto ore prima che Dudley si imbattesse in qualche vecchio amico in comune e dopo il primo bicchiere o il primo tiro di qualcosa cominciasse a illustrare a tutti la propria personale e delirante versione dei fatti. Ehi, amico, non lo raccontare a nessuno perch dovrebbe essere pi o meno un segreto, ma indovina chi ho visto l'altro giorno?
Ma era tornato. S, e gli piaceva quella sensazione, gli piaceva la casa e tutto quello che ne derivava, fare acquisti e sistemarli nelle stanze, l'odore dell'erba mentre disegnava una striscia dopo l'altra con il trattorino che gli avevano lasciato in dotazione, il soddisfatto saliscendi dell'altalena di Madison, il metallo della catena che strideva contro i ganci, la posa plastica della figura di Natalia che allineava il divano sotto la cornice di una finestra che inquadrava uno scorcio particolarmente bello, o faceva scivolare il tappeto di astrakan al posto giusto.
E c'era anche Sandman. Geoff. Geoffrey R. Gli era mancato, gli era mancato avere un amico, un confidente, qualcuno con cui poteva lasciarsi andare senza aver paura di tradirsi, perch c'erano delle volte, quando si guardava allo specchio o lasciava cadere la carta di credito sul vassoio di una cameriera, in cui
non sapeva pi chi fosse realmente. William, Will, Billy, Peck, Frank, Alex, Bridger, e, gi, poi c'era anche quello nuovo, un successone da cinquanta milioni di dollari che Sandman aveva individuato, M. M. Mako, Michael Melvin Mako. Aveva un nome cos ridicolo che doveva essere vero per forza.
Tutto filava liscio. Perfetto. Aveva fatto la sua scelta e non era preoccupato, non particolarmente. Anche se l'avessero fermato, i poliziotti non potevano sapere chi fosse realmente. Tutto quello che sapevano era quello che c'era sulla patente: si chiamava Bridger Martin, nessuna infrazione al codice stradale e nessuna segnalazione di rilievo, un contribuente onesto e affidabile, stava solo andando a Nantucket, per una breve vacanza, e grazie, agente, certo che far attenzione alla velocit. E
tuttavia, mentre portava una tazza di caff e il giornale nell'ufficio che aveva allestito al piano di sotto, non pot fare a meno di avvertire un leggero disagio pensando a Dudley e alla sua boccaccia e alle orecchie che avrebbero potuto essere interessate alle sue chiacchiere. Quel che voleva - e ne fu ancora pi consapevole mentre si sistemava alla scrivania, apriva il giornale alla pagina finanziaria e guardava fuori, il bosco, il fiume, un paio di scoiattoli che si inseguivano sul prato disegnando velocissime spirali - era vivere tranquillamente, nell'anonimato, vivere in quella casa con quella macchina e quella donna senza dover avere a che fare con i casini di nessuno. Andare dove voleva senza preoccuparsi. Essere invisibile. Stabilire una base in citt, magari prendere un appartamentino nel Village o a TriBeCa, un monolocale, qualunque cosa, tanto per avere un posto dove passare la notte, perch se uscivano, se andavano a una festa o a mangiare qualcosa di buono, era li che bisognava andare. Non che Westchester mancasse di buoni ristoranti - come pure Putnam e Dutchess - ma la vita vera era laggi, a New York, e li non l'avrebbe riconosciuto nessuno. Imbattersi in Dudley era stato un caso, niente di pi, poteva succedere di nuovo o magari mai, o tra chiss quanti anni. Inclin il giornale verso la luce, bevve un sorso di caff. Gi, e se fosse stata Gina? Cosa sarebbe successo se per caso si fosse imbattuto in Gina?
Fu in quel momento - proprio allora, mentre stava rimuginando su quella questione - che alle sue spalle sent un rumore, vicino alla porta che dava sul prato. Era una porta finestra,
otto pannelli e una griglia coi montanti colorati. Un affare fragile, vecchio e instabile sui cardini, una porta da cui chiunque avrebbe potuto vedere all'interno o sarebbe potuto entrare.
Sobbalz - non pot farne a meno - e quando rote sulla sedia uno spruzzo di caff sciabord fuori dalla tazza e gli macchi la camicia sul davanti.
- Ehi, amico, non volevo spaventarti, - era Sandman, aveva socchiuso la porta e se ne stava l con la mano sulla maniglia e la faccia sospesa nel vuoto. Sorrideva, gli occhi con le palpebre leggermente abbassate ridotti a due sardonici punti luminosi,
- e non per dire, ma forse stamattina hai gi bevuto abbastanza caffeina. Ti sei praticamente catapultato dalla sedia.
La cosa irrit Peck. Era stato colto di sorpresa, con la guardia abbassata, mentre si preoccupava, si crucciava e si torceva le mani come un paranoico o un perdente qualunque. Riusc a fare un sorrisetto tirato mentre allungava una mano e prendeva dei Kleenex per tamponare la macchia sulla camicia. - Gi, -
disse, - hai ragione, troppa caffeina, e a che serve poi?
Sandman attravers la stanza, le spalle larghe ingobbite e la testa tenuta volutamente di sbieco, come se temesse di sbattere contro il soffitto - che era davvero basso, due metri scarsi dal pavimento fino alle tubature a vista, ma era chiaramente un'esagerazione, tanto per fare il buffone - si appoggi con una gamba sull'angolo della scrivania. - Per andrebbe anche a me una tazza di sbobba, se te ne avanza. O se avanza a Natalia. Se la caffettiera  piena, intendo. Se hai del caff, un po' di quel
Viaggio mocha, magari con della panna vera e dello zucchero di canna? Due zollette. Oppure miele -.Va bene anche il miele. - Sollev un sopracciglio, accarezz la striscetta di peli sotto il labbro inferiore. - Perch mi conosci, non voglio disturbare...
Stava facendo il suo giochino, sempre un passo indietro rispetto alla sincerit. Era tutta quanta una messinscena e ogni singola frase veniva accompagnata da un sorriso, come se non potesse andarsene da solo al piano di sopra e versarsene cinquanta, di tazze di caff, se ne aveva voglia, o trasferirsi l in pianta stabile o prendere in prestito la macchina e andarsene nel Maine o chiedere un litro di sangue e ottenerlo senza fare tante storie. Ti metteva alla prova. Era un continuo metterti
alla prova per vedere se eri sempre parte del gioco. E a volte, come a Greenhaven, il gioco poteva essere brutale. Quel sorriso, il sorriso di Sandman, poteva fulminarti a cento passi di distanza.
- Cazzo, - esclam Peck ignorandolo. - Ho rovinato la camicia.
- Compratene un'altra.
- Se tu non entrassi in punta di piedi come quelle teste di cazzo che vengono a leggere quei fottuti contatori o quello che ...
- Io? Non sono mica entrato in punta di piedi. Che cazzo, sono arrivato fin qui con la decappottabile,  una giornata favolosa se non l'hai notato, ho sbattuto la portiera e ho pestato
i piedi sul vialetto come Paul Bunyan... guarda, - alz una gamba,
- le ho le scarpe, vedi?  tutta la mattina che faccio rumore qui intorno, amico.
Peck era ancora seduto, sempre intento a tamponarsi la camicia.
Allung la mano per prendere un'altra manciata di Kleenex.
- Ho incontrato Dudley.
Sandman lo guard perplesso.
- Uno che conoscevo tanto tempo fa, lavorava al ristorante.
L'ho visto a Newburgh. Fa il cameriere in un bar.
Sandman sospir. - Allora  questo il problema?  questo che ti rende nervoso?
Sulla strada davanti alla casa si sent il lamento di una moto che passava, il mee-mee del cambio della marcia del motore a due tempi, forse qualche idiota che andava a sgommare nella strada sterrata vicino alla ferrovia. Alzarono entrambi lo sguardo per seguirne il rumore. - Non so, - disse Peck. -  solo che non voglio casini, ecco tutto. Non voglio se ne vada in giro a chiacchierare troppo, capisci?
- Non gli hai mica dato il tuo biglietto da visita, no? O il telefono di casa? Il tuo indirizzo di posta elettronica? Il numero del conto in banca? - Sandman si strinse nelle spalle e allarg le braccia per sottolineare le proprie parole. - E allora non hai niente di cui preoccuparti, amico. Quello non sa neanche come ti chiami -. Una lunga pausa. Si tast distrattamente le tasche, come se cercasse da fumare, ma siccome aveva smesso lasci che le mani gli ricadessero lungo i fianchi. - Che cosa gli hai detto?
- Secondo te?
- Va bene, va bene. Fanculo -. Sandman si alz dall'angolo
della scrivania e fece il gesto di scuotere le gambe, come se avesse i crampi per aver trascorso le ultime sei ore in aereo, bloccato nel sedile di mezzo. - Quel che volevo sapere , per prima cosa, dov' il mio caff? Secondo, ti va di fare un giro nella giornata pi bella nella storia del genere umano, con la capotte abbassata e il vento tra i capelli?
- Per andare dove, in biblioteca? - Anche Peck si stava alzando, stiracchiandosi. Diede un altro colpetto alla camicia e lasci cadere Kleenex e giornale nel cestino.
Eccolo, il ghigno di Sandman che si apriva. - Gi, era proprio quello che stavo pensando. Magari superiamo il ponte fino a Highland Falls o in un posto del genere, Monroe, Middletown, ce l'avranno una biblioteca da quelle parti, no? - Adesso c'era un'altra moto sulla strada, forse altre due, si stava svolgendo una specie di mini motocross, il ronzio acuto dei motori che tagliava in due quel mattino d'estate come una motosega.
Sandman spost il peso da un piede all'altro, uni i polpastrelli delle due mani portandole davanti al naso. - Niente di grosso, niente di faticoso. Ci colleghiamo a Internet per un paio d'ore, facciamo un po' di soldi, una cosa cos. Poi magari pranziamo e ci facciamo un paio di birre o una buona bottiglia di vino, sempre che Natalia non abbia bisogno di te per trascinare mobili di qua e di l o che so io. Cosa ne dici di quel posto sulla Nona Ovest, quello dove ti puoi sedere fuori e hai quella vista panoramica su tutta quanta la valle?
- Come fossimo degli di? - Anche Peck stava sorridendo, ora. La tensione, o quel che era, gli era scivolata di dosso come un impermeabile bagnato nel guardaroba di un ristorante di lusso.
- Certo, - conferm Sandman. - Proprio come degli di.

Il piano pi recente di Sandman poggiava su solide basi fatte di ricerche (Ricerche che ho fatto mentre tu cazzeggiavi in California, gli diceva, ma col sorriso, sempre col sorriso), e aveva un senso sia dal punto di vista logico sia da quello finanziario.
Invece di procurarsi delle identit in modo casuale - su
Internet, in fondo ai bidoni della spazzatura, pagando a qualcuno tre dollari per ogni numero di carta di credito arraffato a un distributore di benzina o in un ristorante cinese - Sandman stava cercando di agganciare ricchi e straricchi, per trovare il modo che gli avrebbe permesso di pagarsi le bollette per il resto dei loro giorni. - Perch no? - aveva insistito. - Se funziona in piccolo, funzioner anche in grande, giusto? - Peck aveva dovuto dargli ragione. Era pronto a puntare pi in alto. Pi che pronto.
Dato che le donne lo trovavano interessante (e lui, a sua volta, trovava interessanti loro, tanto che era stato sposato gi quattro o cinque volte) Sandman riusciva a farsi fare dei piccoli favori da quelle a cui si sentiva particolarmente legato. Al momento usciva contemporaneamente con due donne (che Peck non conosceva, e mai avrebbe conosciuto) che lavoravano entrambe in campo finanziario. Una di loro era una funzionaria di basso livello alla Goldman Sachs - forse solo una segretaria -
e l'altra, divorziata e con due figli rompicoglioni, era un'analista alla Merryll Lynch. Che cosa facevano per lui? Gli fornivano della carta intestata. E un indirizzo valido.
In biblioteca Sandman si accomod su una sedia, accese uno dei computer e gli mostr come accedere ai file personali che la Commissione di Vigilanza sulle Societ e la Borsa teneva sul proprio sito come pubblico registro. Poi si spostarono alle due estremit della fila di computer e si misero al lavoro, ognuno per conto proprio. Una volta in possesso di queste informazioni, avrebbero usato la carta intestata per richiedere la storia creditizia di alcuni individui accuratamente selezionati, e questo avrebbe dato loro accesso ai numeri di conto presso le agenzie di intermediazione. A quel punto era facile. O almeno avrebbe dovuto esserlo. Vai su Internet, trasferisci dei fondi dai conti esistenti ai conti che hai aperto da qualche altra parte, lasci che il tutto riposi per un paio di giorni, poi li trasferisci di nuovo, nascondendoli pi a fondo. Poi chiudi tutto, in uscita e in entrata, nessuno sa niente. E nessuno si fa male, tranne un paio di lumaconi cos grassi che non riescono neanche a vedere la scia che si lasciano alle spalle. E comunque erano dei ladri pure loro, questo lo sapevano tutti.
Erano passate le due quando Sandman gli si accost da dietro e gli pos una mano sulla spalla. Non si era reso conto del
tempo che passava. Invece che stampare - in proposito era ancora piuttosto paranoico - stava trascrivendo tutto a mano su un taccuino che si era portato apposta: doveva avere gi almeno un centinaio di nomi, ma era come pescare in una pozza poco profonda dove i pesci non fanno altro che abboccare. O meglio ancora, raccogliere pepite da terra in una miniera d'oro.
Quand' che ne hai abbastanza? Quando ti fermi? Avrebbe potuto stare seduto li tutto il giorno e tutta la notte.
- Ehi, amico,  ora di pranzo, che dici?
Peck si limit a fissarlo, gli occhi che pulsavano e le prime lievi avvisaglie di un mal di testa che spazzava come un vento secco i recessi della sua scatola cranica.
- Ti sei divertito, eh?
- Gi, - conferm lui, ma non riusciva a esprimersi con chiarezza, ancora in balia del munifico e illimitato mondo delle banche dati. Diede un'occhiata alla sua destra, dove un'altra utente della biblioteca, una donna di colore di dimensioni titaniche, con un viso grazioso e una ondeggiante cortina di treccine, manovrava il mouse con la stessa delicatezza che avrebbe usato per sbucciare un chicco d'uva con una mano sola. Alz lo sguardo e gli sorrise, un sorriso pieno di dolcezza e semplice cortesia che lui ricambi.
- Okay, abbiamo finito, - stava dicendo Sandman, la voce ridotta a un bisbiglio. - Domani scriviamo delle lettere e poi ci muoviamo, entriamo e usciamo in fretta prima che qualcuno si accorga di essere stato colpito, perch sai che prima o poi staccheranno la spina, devono farlo. Insomma, immagino che anche qualcun altro abbia avuto la nostra stessa idea...
- Gi, - disse Peck, la sua stessa voce gli suonava innaturale mentre si voltava verso l'amico e spegneva il computer. Era cos teso che non riusciva quasi a respirare. - Capisco cosa vuoi dire.
Tornarono indietro, immersi in quello che doveva essere uno dei pi bei panorami del mondo, la strada intagliata nel fianco della montagna come una lunga sutura addominale che teneva unite le due parti, e il panorama non gli era mai sembrato cos esotico. Le vele sul fiume assomigliavano a candidi tovaglioli posati su una grande tovaglia azzurra, e la luce sembrava attraversare il cielo come una colonna di fuoco. Sandman aveva la
radio accesa, la macchina - una nuova Thunderbird gialla che lui chiamava la canarina - prendeva le curve come se stesse volando; si sentivano degli di e senza aver ancora toccato un goccio. Era fantastico. Meraviglioso. Era bello essere di nuovo a casa.
Infilarono il vialetto di ghiaia che erano appena passate le sei, il sole tremolava tra gli alberi, l'aria pesante, satura, offriva una variet di fragranze che aveva dimenticato del tutto, dal lieve profumo dei fiori lungo il sentiero (che cos'erano,
narcisi?) a quell'unica minuscola parte delle ghiandole di una puzzola che non emette un cattivo odore, dal fresco, umido, incontaminato profumo della pioggia nel barile sotto la grondaia al portentoso sapore del manzo di prima qualit posato su una griglia due o tre case pi in l. Si sentiva rinato. Invincibile. Non gli spiaceva che lui e Sandman avessero condiviso due bottiglie di ottimo vino pescato nella lista molto esclusiva di un ristorante molto esclusivo con il pi bel panorama dell'universo, perch la seconda bottiglia, un Sauvignon Blanc freddo al punto giusto per scenderti gi e rinfrescarti, ma non cos freddo da nascondere il corpo e il retrogusto burroso della botte di quercia in cui aveva riposato, gli aveva sollevato l'umore, moderatamente ottimista, facendolo schizzare al settimo cielo. Era ubriaco?
No, per niente. I suoi sensi si erano risvegliati, ecco tutto. Il mondo emetteva le sue vibrazioni e lui le recepiva senza interferenze.
Non aveva pensato a Natalia neanche per una volta in tutto il pomeriggio, se non per considerare, da qualche parte in un angolo della mente, che sarebbero dovuti uscire perch lui non aveva avuto tempo di organizzare la cena. Aveva lei la macchina, quindi probabilmente era andata a far spese, poi sarebbe andata a prendere la bambina e l'avrebbe portata a mangiare un panino da
qualche parte. Stava pensando che si poteva cenare all'aperto, se
non c'erano troppe zanzare - conosceva un posto a Cold Spring, proprio sul fiume. Magari potevano provarlo.
La prima cosa che not fu che l'irroratore era acceso, sul prato di fianco alla casa - Madison aveva ballato tra gli spruzzi in maglietta e pantaloncini e gliel'aveva detto mille volte di
chidere l'acqua quando finiva se no faceva un lago e il prato diventava un disastro - e poi vide che Natalia, nella fretta di portare in casa il bottino, aveva lasciato tutt'e quattro le portiere della macchina aperte. Ah, no, solo tre. Stava migliorando. Decisamente.
Quando Sandman si affianc alla Mercedes e spense il motore, la prima cosa che Peck fece fu di scendere e chiudere sbattendo tutt'e tre le portiere prima di girare l'angolo della casa per chiudere l'acqua e ritirare l'irroratore. E mentre lo faceva le sue Vans finirono a mollo.
Sandman era nel vialetto e gli sorrideva, i suoi occhiali da pilota lanciavano riflessi fin sugli alberi. -  bello essere a casa, eh? - gli disse. - Il focolare domestico e tutto il resto.
- Mi stai prendendo in giro? - chiese Peck facendo finta di lanciargli addosso il disco giallo canarino dell'irroratore. - Perch qui mi batti, amico. Quante mogli hai avuto? Io ho conosciuto solo Becky...
- Ok, ok, - e si stava gi dirigendo verso la casa, - ma adesso sono scapolo. Piuttosto, hai ancora un po' di quello champagne francese? Perch penso che dovremmo festeggiare, non credi?
Erano in cucina, e Peck stava togliendo il rivestimento di alluminio dal collo della bottiglia quando con la coda dell'occhio vide qualcosa di strano sul piano di lavoro, qualcosa che poteva essere un mucchietto di carne cruda oppure... - Che cazzo  quella roba?
Sandman era appoggiato con le spalle al frigorifero. Prese gli occhiali con due dita e li lasci cadere nel taschino della camicia.
- Quello? Non saprei, ma a me sembra merda, merda di qualche animale. Procioni? Non avete mica dei procioni in casa, vero?
In quel momento il mistero si svel da solo. Un gatto che Peck non aveva mai visto prima - maculato come un leopardo, con zampe pi grosse del normale e occhi svegli - scivol nella stanza, seguito da un altro gatto identico. Tutti e due gli si avvicinarono, alzarono la testa e cominciarono a reclamare cibo con un miagolio fuori tempo. Questo lo fece andare fuori di testa. Non resistette, c'era della merda di gatto sul piano di lavoro dove preparava da mangiare, dove teneva i suoi coltelli e il tagliere, l'infusore, l'olio di semi di vinacciolo e l'olio
extravergine da spremitura a freddo prodotto a Ravenna che
conservava in un decanter di vetro. E prima ancora di sapere che cosa stava facendo, l davanti a Sandman, esplose. Il primo calcio - in effetti un riflesso incondizionato - prese il gatto pi vicino e lo fece volare nel ripostiglio all'altro capo della stanza; il secondo calcio and a vuoto.
- Natalia! - grid, e a quel punto i gatti se n'erano andati, svaniti come in una nuvola di fumo. - Cristo, Natalia!
Sandman, il calice con lo champagne accostato alle labbra, sembrava trovare tutta la scena piuttosto divertente, mentre Natalia, per niente preoccupata, entrava con calma in cucina e si fermava a guardarlo, mani sui fianchi. - Tu sta gridando, -
osserv. - Non mi piace questo gridare.
Peck stava cercando di trattenersi, si, cercava di ricordare quello che aveva imparato quando era dentro, quello che aveva imparato da Sandman stesso, ma non ci riusc. - Che cos' questa roba? - sibil, furioso, fuori di s, indicando il mucchietto di soffici, umidi escrementi sul piano del mobile. - Come cazzo la chiami questa roba? Eh?
Piccola, minuta, occhi scuri, piedi nudi e seno trattenuto a malapena in un top elasticizzato - aveva sempre sostenuto che il suo seno fosse naturale, ma in quel momento si rese conto di quanto fosse stato ingenuo a crederle - Natalia si strinse nelle spalle e attravers la stanza per strappare un pezzo di carta da cucina. - Si chiama merda, - rispose, chinandosi per avvolgere la polpettina fragrante e farla cadere nella pattumiera sotto il lavello. Poi tir fuori del disinfettante, spruzz il piano e lo asciug con un altro pezzo di carta.
- I gatti, - disse Peck. - Io non, tu non...
- Sono i miei bengalesi, - disse lei, afferrando il bicchiere di lui e svuotandolo in un sorso, alla russa. - Li ho trovato in un annuncio oggi, stamattina, il maschio e la femmina. Non ti deve preoccupare, - aggiunse, sorridendo a Sandman, - vedrai che poi loro ti piace. Io lo so che poi ti piace. Ma non  questo il problema...
- Che problema? Di che cosa stai parlando?
- Io ha fame. Madison ha fame Un altro sguardo per Sandman. - E voi siete stati a fare festa senza di me.
C'era un abisso di assurdit e di amarezza che si stava aprendo tra loro, e adesso s che era veramente di pessimo umore,
senza ombra di dubbio. Ma avanz comunque una profferta di pace: - Pensavo che saremmo usciti.
Natalia era davanti al frigorifero, gli voltava le spalle e si versava il secondo bicchiere. - Io non ha voglia di uscire. Ha voglia di stare a casa. Con mia figlia -. Si gir verso di lui, lo sguardo pronto a incenerirlo, e Peck cap che la questione era pi seria di quanto sembrasse a prima vista. Sua madre, se nominava ancora sua madre non sapeva come avrebbe reagito.
- Siamo appena arrivati, - le disse. - Non ho preso niente, perch pensavo saremmo usciti.
Natalia lo ignor, ma in realt ce l'aveva con Sandman, cercava di metterlo in cattiva luce.
- Se hai tutta questa voglia di mangiare a casa, perch non muovi quel culo e tanto per cambiare fai qualcosa tu? - Non stava gridando, non ancora - non era il suo stile - ma sentiva che stava perdendo il controllo.
Era il suo atteggiamento che lo faceva incazzare, la faccia che sembrava una maschera di cera, il modo in cui guardava nel vuoto e portava il bicchiere alle labbra, come se lui non esistesse.
Alz la voce. Non riusc a trattenersi. - Invece di continuare a spendere soldi. Invece di portare a casa quei cazzo di gatti che cagano sul banco della cucina o chiss dove. Eh? Dimmelo tu.
Altra alzata di spalle, pi elaborata della precedente. - Far una frittata, una minestra, qualche cosa. Tonno.
Faccio il tonno -. Si mosse verso il ripostiglio e cominci a estrarre pentole e padelle.
A quel punto Sandman pos il bicchiere. - Mi sono appena ricordato che devo andare. Davvero. Avevo scordato che questa  la sera in cui devo togliere i pelucchi dalla moquette -.
Quel sorriso. Quello scherno. Poi infil gli occhiali e usc.
Per un momento tutto rimase immobile, poi Peck sent la macchina che si avviava lungo il viale e un altro rumore, dalla camera di Madison, probabilmente la Tv. And al frigorifero, prese la bottiglia per il collo e si vers un bicchiere di champagne.
Aveva intenzione di festeggiare e non gliene fregava un cazzo se lei fosse pi o meno ben disposta.
Natalia era davanti ai fornelli, accendeva il fuoco sotto una padella vuota. - Ma chi stai prendendo in giro? - le chiese.
Quando si gir verso di lui il suo viso era senza espressione e quando infine parl il tono di voce era cos basso che quasi non la sent: - Nessuno. Non sto prendendo in giro nessuno.
Perch non sono tua moglie e non ho mai visto tua madre.
Due giorni dopo, alle undici e mezza del mattino, entrava a Peterskill, alla faccia di ogni buon senso. Natalia era seduta di fianco a lui, piegata in avanti per controllarsi nello specchietto del parasole, le guance risucchiate in dentro e le labbra in fuori, impegnata a riapplicare mascara e eyeliner. Indossava uno scintillante vestito blu cobalto che le aderiva al corpo, scarpe coi tacchi abbinate, calze (nonostante dovessero esserci pi di trenta gradi) e aveva perso mezz'ora a valutare se portare con s la giacca di nylon color argento, tanto per fare una buona impressione, ma alla fin fine decise che no, era meglio non metterla.
Lungo la strada avevano lasciato Madison al campo estivo e percorsero le poche miglia che li separavano dalla citt sulla vecchia strada panoramica, con la vista sulle montagne, sul fiume e sulle cupole grigie della centrale nucleare. Natalia avrebbe voluto portare la bambina (Deve conoscere la nuova nonna perch le vorr bene) ma Peck le aveva detto che non voleva rendere sua madre troppo nervosa la prima volta e lei aveva ceduto perch lui a sua volta aveva ceduto e allora voleva sforzarsi di essere ragionevole. E sexy. Molto sexy. Si era arrampicata su di lui, la sera prima, e si era svegliato mentre lei glielo prendeva in mano sotto le lenzuola e faceva passare le labbra sul suo petto e sull'addome in un festival di baci appassionati e risucchi vari. Quello che lui non le aveva detto era che quando aveva chiamato sua madre per dirle che si trovava in citt (ma per poco, per pochissimo, era solo di passaggio) le aveva chiesto se poteva organizzare qualcosa con Sukie. Di nascosto.
Nonostante tutti i difetti che aveva sua madre, in questo era stata proprio in gamba: aveva continuato a far parte della vita della nipote, pertanto Gina e i suoi non sarebbero stati troppo sospettosi se la nonna voleva incontrare la nipote. Venne fuori che la madre di Gina, quella strega malefica, era a letto con la borsite, Gina lavorava, il Pallone Gonfiato era troppo occupato a
far soldi per prendersi la briga di badare alla nipote, dunque se Alice voleva venire a prendere Sukie per farle trascorrere la giornata da lei per loro andava bene. Quindi era deciso.
Ci sarebbe stata anche Sukie. Come si sentiva Peck a riguardo?
Un po' a disagio, certo, ma ottimista. Erano trascorsi circa tre anni, la bambina era cresciuta, avr sviluppato quel minimo di autonomia sufficiente per non subire passivamente le idiozie con cui Gina l'aveva probabilmente rimpinzata. Era suo padre, dopo tutto, e non era un'idiota come Stuart Yan o chiunque Gina vedesse in quel momento, perch, di, come diavolo faceva a stare con Yan, come diavolo aveva fatto a vederci qualcosa, in quello l? Ma se non c'era lui, certo, c'era senz'altro qualche altro nuovo giocattolino, qualche altro coglione che suo padre aveva trovato all'ufficio collocamento, o qualcuno che aveva conosciuto al lavoro... Chiunque fosse non era certo il padre di Sukie. Era lui, il padre. E non importava quanto gli sarebbe costato, voleva fare tutto ci che era in suo potere per riallacciare quel rapporto.
- No, - gli stava dicendo Natalia. - Tu non mi ascolta. Io non ci vado, alla casa di tua madre, se non ho della vodka russa per regalare. Una export, una buona Stolichnaya, senza gusto pepe, vaniglia, niente. E dei fiori. Io le regala delle rose. Rose bianche, tre dozzine, con il gambo lungo. E tu ti ferma. Qui.
C' un negozio.
- Ma non capisci, - le disse Peck, gli occhi al riparo dietro gli occhiali da sole, - questa cittadina  un postaccio, non c' niente del genere qui. Niente fioraio, niente negozio di liquori che venda qualcosa di meglio che qualche merda da quattro soldi in bottiglia da mezzo litro. Questa  una zona da liquori scadenti e birra Miller in lattina grande.
Erano nel centro di Peterskill, fermi a un semaforo. Peck aveva gi fatto una deviazione per passare davanti al Pizza Napoli
- sbarrato con delle assi di legno scribacchiate di graffiti, ma l'insegna bianca e rossa che gli era costata duemilacinquecento dollari era ancora al suo posto, li, a testimoniare al mondo l'ottimismo che provava allora - ma non aveva detto niente e Natalia, tutta presa dal trucco, non l'aveva nemmeno notata.
- Allora tu torna indietro, a un altro posto, non so, supermercato, centro commerciale, trova un negozio di liquori decente.
Ti dico che io non scende dalla macchina altrimenti.
Va bene. D'accordo. In un certo senso fu un sollievo mettere la freccia, prendere una traversa a sinistra e risalire la Route
6 fino a un centro commerciale degno di questo nome, perch era indeciso su tutta la faccenda: sul fatto di rendersi vulnerabile non solo verso chi, magari, era sulle sue tracce proprio adesso, in attesa soltanto che passasse davanti alla casa dov'era cresciuto per andare a trovare la madre, ma vulnerabile anche agli occhi di Sukie. S, sarebbe stato vulnerabile in quel primo istante, quello del riconoscimento. Sarebbe venuta verso di lui? Avrebbe capito chi era?
Al centro commerciale parcheggi in fondo al piazzale e rimase in macchina mentre Natalia, con passo deciso, andava in cerca di vitelli grassi e offerte votive, ma non prima di un interrogatorio degno del KGB (E perch tu non viene? - aveva voluto sapere. - Non voglio che mi capiti di incontrare qualcuno.
La tua ex moglie,  quello? O qualche poliziotto?  per quello? Chiunque. Non voglio incontrare nessuno, va bene?
Che problema hai? Lo vedi il supermercato? Quello  il cazzo di supermercato che volevi). Natalia ci aveva messo un'ora, forse pi. L'asfalto irradiava calore, ben presto l'immenso parcheggio divent luccicante e indistinto come un miraggio e Peck avrebbe voluto accendere la macchina per far funzionare l'aria condizionata, ma rischiava di surriscaldare il motore. Non aveva altra scelta che abbassare i finestrini. Ed ecco di nuovo
quell'odore, l'odore di quando era bambino, di tutti gli anni trascorsi l, anni in cui non aveva neanche sospettato l'esistenza del resto del mondo. La gente gli passava accanto, immersa nei propri rancori e negli spazi angusti delle proprie identit, madri e figli, ebrei, italiani, capelli scuri, occhi scuri, pensionati, teppistelli con le macchine truccate e le ragazze per cui si pavoneggiavano.
Tutto quanto era solo una grande esibizione.
Si rese conto che stava rischiando di impazzire sul serio. Nessuno lo conosceva, in quel posto. Nessuno l'avrebbe riconosciuto.
Poteva benissimo entrare e comprare tutti i fiori che avevano, e casse di vodka anche, s, e bersela nel parcheggio direttamente dalla bottiglia. Sicuro. Ci poteva scommettere. Che venissero pure a sbatterlo di nuovo dentro per aver violato la libert sulla parola e per aver smesso di pagare le spese di mantenimento
della bambina e per la Harley e tutto quello che potevano tirare
fuori contro di lui. Almeno si era liberato delle targhe provvisorie e del portatarga col logo del concessionario, il nome di Bob Almond e l'indirizzo di Larkspur, perch girare con quelli ancora addosso voleva dire andarsela a cercare. Invece cos, se qualcuno faceva domande, lui aveva pronto il libretto provvisorio fissato nell'angolo in basso a destra del parabrezza, come prevedevano le leggi della California, e le targhe che stavano per arrivare, s ma doveva darsi una mossa e trovare il modo di far registrare la macchina a New York. Guidare senza targhe era come chiedere di essere fermati per un controllo.
Va bene, domani. L'avrebbe fatto domani. E poi gli venne in mente - e fu un colpo, una martellata di panico dirompente che gli rivolt di nuovo lo stomaco - che doveva scendere dalla macchina ed entrare nel centro commerciale, o in uno di quei negozi, perch, accidenti, perso com'era nella nebbia fitta dei suoi pensieri, non gli era venuto neanche in mente di prendere qualcosa, un giocattolo, una bambola, delle caramelle, un bel niente, per sua figlia, per la piccola dolce Sukie.
La casa non era cambiata per niente, almeno a giudicare dall'esterno.
Forse qualcuno degli alberi era pi alto e le erbacce erano pi fitte lungo i bordi del prato. Era in piedi di fianco alla portiera della macchina, colpito da un raggio di luce come se fosse sotto un riflettore, in una mano una scatola di cioccolatini Godiva, nell'altra i fiori, e sotto un braccio il peluche che aveva comprato per Sukie. Diede al posto un'occhiata veloce, mentre Natalia, impegnata con un ultimo colpo di spazzola, lo faceva aspettare. Suo padre aveva sempre speso troppo tempo e denaro per la casa, aggiungendo il caminetto, costruendo un nuovo vialetto in cemento, facendo ridipingere l'esterno ogni tre o quattro anni e le rifiniture interne in legno ogni due, come se in quel modo potesse impedire alla propriet di perdere valore, e nonostante fosse morto da dodici anni lo sforzo era ancora visibile. Ma l'usura aveva fatto breccia, era inevitabile.
E sua madre certo non se ne preoccupava: finch il tetto non le fosse caduto in testa si sarebbe accontentata di starsene seduta davanti alla Tv con le sue amiche sovrappeso, una vodka e un gin tonic, a guardare le macchie d'umidit allargarsi fino a
circondare il caminetto, dove suo padre, nonostante le migliori intenzioni, aveva rovinato la scossalina.
- Va bene, - stava dicendo Natalia, ed eccola l, le spalle dritte e il petto in fuori, maestosa e bellissima, che scuoteva la testa in modo che i capelli le si aprissero a raggiera e si sistemassero in perfetto ordine sulla pelle bianca e senza difetti delle sue spalle nude. E quelle ossa. Di fattura squisita. Le scapole, i muscoli, i tendini che guizzavano muovendosi sotto pelle. Per un attimo ebbe una specie di visione e la vide come avrebbe potuto vederla uno scultore, un genio delle linee e delle forme con un blocco di marmo e uno scalpello in mano. - Allora? - Lo sguardo che gli rivolgeva era di quelli che non ammettono scherzi, gli chiedeva Sono bella? Sono pronta? Mi vuoi?
- S, - le disse, - s, certo, sei splendida, - lei lo prese a braccetto e si voltarono per risalire il vialetto, come se quella fosse la cosa pi naturale del mondo, un mondo in cui ogni cosa era finalmente al suo posto. A quel punto lui vide la porta con la zanzariera che si apriva, si apriva spinta da sua madre. Sua madre, con lo stesso naso che lui vedeva ogni mattina allo specchio, i capelli ingrigiti e tagliati in un caschetto fluttuante che le arrivava agli zigomi e la faceva sembrare una sconosciuta uscita da un film muto. E c'era un'altra figura che le stava a fianco, piccola e fragile, con lo sguardo severo e il viso pallido e spietato di un giudice implacabile.


Capitolo 5.

Se aspettarsi la verit, la giustizia, la chiusura del caso come chiedevano - sempre, ogni volta - le vittime in televisione, con i sottotitoli che passavano indifferenti sotto i loro volti scuri e tesi, se aspettarsi qualcosa di diverso dal caos e dalla frustrazione era solo una pia illusione, allora lei era la prima degli illusi. La verit  che la vita  frustrante.  sempre stato cos.
A questo pensava Alex mentre se ne stava immobile, sotto la pioggia, sul prato di uno sconosciuto, mentre guardava Bridger davanti a una casa, in cima a degli scalini, che bussava all'ennesima porta. Quando il pugno di Frank Calabrese si era abbattuto sul bancone del bar con l'incontenibile potenza della vendetta, Alex era sicura di essere arrivata alla svolta finale.
Quell'uomo conosceva il ladro. Gli aveva dato un nome. Sapeva dove viveva. E dieci minuti dopo erano gi a casa di Peck Wilson - la casa in cui era cresciuto, la casa dove tuttora viveva sua madre
- e sia lei sia Bridger erano scesi dalla macchina, nonostante la pioggia ogni singolo filo d'erba se ne stava dritto, teso come la lama di un coltello, d'un verde violento, intollerabile, i rami degli alberi ricurvi come artigli e il suo cuore sul punto di scoppiare, poi i colpi alla porta e il cielo che si scuriva e si scuriva e si scuriva ancora come se la notte calasse sul pomeriggio...
e adesso, dopo tutto questo? Niente. Non c'era nessuno in casa.
Non si sentivano passi silenziosi, nessuna tendina che si abbassasse furtiva, il classico scricchiolio di cardini, nessun viso che apparisse dietro la zanzariera simile alla piccola grata di un confessionale o al velo di Maya. Niente di tutto ci. In casa non c'era nessuno.
Guard Bridger spostare il peso da un piede all'altro. Il viso era privo di espressione, il labbro superiore e la pelle alla
base delle narici erano tesi. Buss di nuovo, aspett, la testa inclinata e lo sguardo basso come a tendere l'orecchio. Si scambiarono un'occhiata, lasci passare un po' di tempo, poi lui le fece segno Vado sul retro. Di colpo si sent strana, vulnerabile, era lei la criminale ora, gett una rapida occhiata verso entrambe le direzioni della strada. Sotto la pioggia, e con niente che si muovesse tranne l'acqua nei canaletti di scolo, quasi non vide la figura sotto il portico della casa di fianco. Un impercettibile movimento ritmico cattur il suo sguardo: c'era una donna, con le braccia grosse e occhiali dalla montatura metallica, che si dondolava su una sedia di vimini e la fissava. Per un istante rest di sasso - gridare sarebbe stato troppo ovvio - ma subito dopo batt le mani per avvertirlo. Bridger si volt, l'espressione vacua.
C' qualcuno che ci sta tenendo d'occhio, gli disse a gesti.
Bridger guard dalla parte sbagliata. Aveva sceso gli scalini e si era fermato sotto la pioggia, i capelli fradici d'acqua, la camicia che gli aveva regalato lei per il compleanno - un po' vintage, larghe strisce verticali grigie e nere, un colletto enorme -
gli pendeva addosso come la tendina della doccia. Dove?
Il viso di Alex era bagnato, l'acqua le gocciolava dal naso.
Si sentiva ridicola. La pioggia aument d'intensit, spazzando la strada in ondate successive. L, nel portico, gli disse a gesti, poi rientr in macchina.
All'interno c'era un odore come se l'auto fosse stata recuperata dal fondo dell'oceano. Aveva del fango sulle scarpe - un paio di Mary Jane grigio-azzurre comprate in saldo due giorni prima - e i vestiti bagnati le si appiccicavano addosso. Si sent percorrere da un brivido, scivol sul sedile del guidatore e accese la macchina per azionare il riscaldamento mentre Bridger, sempre pi indistinto per via della pioggia e della condensa che velava i vetri, salutava allegro la vecchia signora con un cenno della mano e, tagliando attraverso il prato, dopo aver superato la fila di bassi cespugli che divideva le due propriet, la raggiungeva sotto il portico. Li vide intenti a muovere le labbra e a gesticolare l'uno di fronte all'altra.
Ci volle un'eternit. Bridger rest fuori a parlare come se il cielo fosse limpido da l alla troposfera e il sole stesse splendendo in tutta la sua gloria, mentre la vecchietta chiacchierava dondolandosi all'ombra del portico. E di che diavolo potevano mai
discutere tanto, quei due? Tutte quelle chiacchiere inutili... Insomma, Peck Wilson c'era o non c'era? Era tutto li quello che dovevano dirsi. Era frustrata, arrabbiata, tremava nei vestiti bagnati perch il riscaldamento, che non funzionava da gennaio, aggiunse a tutto il resto il proprio strisciante puzzo metallico.
Alex rimase a lungo a fissare fuori del finestrino, prima Bridger, poi la casa - una vecchia costruzione a due piani e il tetto a lastre - dove l'uomo che le aveva invaso la vita aveva giocato, aveva studiato ed era cresciuto fino a raggiungere la sua maturit di ladro.
Cominci a canticchiare tra s una ballata di Poe, che sembrava avere il potere di calmarla. (N gli angeli lass nel cielo, /
N i demoni dentro il mare profondo, / mai potran separare la mia anima dall'anima / della bella Annabel Lee) poi sent la macchina dondolare e Bridger che si stava sistemando sul sedile di fianco.
- Allora?
- Si chiama - glielo disse anche a segni - Alice.
Alex lo guard confusa. - Chi? La vecchietta?
Bridger si pass entrambe le mani sulla faccia, fino all'attaccatura dei capelli, poi spinse indietro la testa e ne scroll via l'acqua come un nuotatore che riemerge da una piscina.
- No, - le disse, girandosi verso di lei. - La madre di Wilson.
Di Peck Wilson. E lei che si chiama Alice.
- S, ma dov'?
- La vecchietta, proprio gentile, fra l'altro, ha detto che  stata via per il fine settimana, a Saratoga o un posto del genere.
Alle corse, con un'amica: non con suo figlio, con un'amica.
- Non le...
- No. Non le ho detto niente. Ho solo chiesto, da buon vicino, se sapesse dirmi dov'era la signora Wilson, che  un'amica di mia madre, sa, e mia madre mi aveva raccomandato di portarle i suoi saluti se capitavo a New York -. Si strinse nelle spalle, strofinandosi i capelli con una felpa che aveva preso nel mucchio di indumenti sporchi sul sedile posteriore. - Le solite stronzate. Era una vecchietta, cosa le potevo dire?
- E lei ci ha creduto?
Altra alzata di spalle. - A questo punto che cosa importa?
Alex lo guard a lungo, poi abbass gli occhi e inser la marcia.
Era arrabbiata, frustrata, tutta quella faccenda ribolliva
dentro di lei - s che importava, certo che importava - e acceler troppo in fretta. La parte posteriore della macchina sband sull'asfalto viscido, e l'auto fu di colpo fuori controllo, ma mentre riusc a evitare le due macchine parcheggiate alla sua destra, il camion, quel grosso camion da traslochi bianco e arancione con il logo della ditta ben visibile sulla parte centrale della fiancata, quello fu tutta un'altra storia.
In seguito, il ricordo pi vivido che ebbe dell'incidente non fu l'aspetto della macchina, col baule completamente schiacciato e spappolato sotto la pancia del camion, come se ci avesse giocato un gigante un po' goffo, ma il fatto di essere rimasta sotto la pioggia a mezzo isolato dalla casa di Peck Wilson - del ladro
- mentre una triste donna poliziotto del Dipartimento di Polizia di Peterskill cercava di convincerla a fare il test per la verifica del tasso alcolico e Bridger che gesticolava e
sproloquiava all'indirizzo della montagna di muscoli in pantaloncini e infradito che aveva noleggiato il camion e l'aveva lasciato col muso che sporgeva, a occupare met della strada. - Non sono ubriaca, -
continuava a dire. - Sono sorda. Sorda. Non lo capisce? - e la donna poliziotto continuava a ripetere: - Allarghi le gambe, metta le braccia tese in fuori, chiuda gli occhi e si tocchi il naso.
Dalle case intorno all'isolato erano emerse alcune persone che si riunirono sotto gli ombrelli per godersi lo spettacolo, bimbette scalze in pantaloncini o vestitini estivi annodati dietro il collo, madri dal ventre gonfio e fratelli dal sorrisetto compiaciuto, un vecchio col cappello di paglia. Alex non si era fatta male, e nemmeno Bridger. Grazie al cielo. Ma era lei alla guida ed era lei al centro dell'attenzione di tutti quegli sguardi superficiali e curiosi, quegli sguardi che la giudicavano, l'ubriacona
- no, peggio che un'ubriacona, una un po' strana, una tizia che farfuglia, da cui stare alla larga. Sapeva bene che cosa stavano pensando e cosa avrebbero detto la sera a cena, mangiando hot dog e insalata di cavolo, un rapido accenno alla cosa, la ricostruzione di quella piccola novit in una giornata altrimenti banale: - E sembrava normale, come tutti gli altri, finch non ha cominciato a parlare.
La poliziotta - di altezza media, doveva avere l'et di Alex, con le gambe troppo lunghe che la rendevano sproporzionata, occhiali dalle lenti spesse e una montatura severa, occhi che sarebbero stati graziosi, con un filo di trucco - finalmente sembr convincersi. Bridger aveva distolto la propria attenzione dall'uomo del camion e si era avvicinato per aiutarla a capire ci che Alex voleva comunicarle, mentre il suo collega, un tizio pi anziano con gli occhi spenti e i capelli del colore delle cavie da laboratorio, se ne stava ingobbito sul suo taccuino e scriveva il rapporto sull'incidente. Alex li guardava andare avanti e indietro, Bridger espressivo come se fosse stato sordo pure lui.
- Il camion non avrebbe dovuto trovarsi l, - stava dicendo.

- Prima di tutto non avrebbe dovuto parcheggiarlo in quel
modo -. La poliziotta - Alex vide solo ora la targhetta col nome pinzata al taschino della camicia: Agente Runyon - non sembrava particolarmente interessata. Doveva esserle sembrato uno di quei casi che venivano chiusi all'istante, di una tale routine da risultare terribilmente noiosi se non fosse stato per quel po' di pepe aggiunto dalle targhe della California e da Alex stessa -
strada sdrucciolevole, velocit eccessiva, il camion parcheggiato, chiuso a chiave e come se non bastasse pure sull'altro lato della strada.
All'improvviso si volt verso Alex e le disse qualcosa. Cosa?
L'assicurazione? Si che ce l'aveva l'assicurazione - si mise a frugare nel vano portaoggetti, le tremavano le mani ma alla fine riusc a mostrarle i documenti - e no, non aveva bisogno di andare in ospedale, stava benissimo, grazie. L'agente Runyon non sembrava soddisfatta. Camminava avanti e indietro sotto la pioggia, l'acqua che le imperlava la parte superiore delle scarpe d'ordinanza, guardava Alex, poi le voltava le spalle e si girava verso gli spettatori, come a rassicurarli che la situazione era sotto controllo, nonostante le apparenze, e che avrebbero fatto meglio a stare attenti e a fare un passo indietro o sarebbero finiti anche loro con la macchina schiacciata sotto un camion.
Poco dopo arriv il carro attrezzi, la folla si disperse e l'auto della polizia si allontan lungo la strada, poi un mare di chiacchiere all'interno dell'elevata, massiccia cabina del furgone e infine il garage coi suoi antichi odori chimici e il
cane da pastore meticcio, un tempo bianco, raggomitolato a
terra. Un preventivo?
Impossibile farlo adesso, ma sembrava proprio che si fosse spezzato il semiasse posteriore: - Vede qui, - le disse il capo meccanico, indicando il punto in cui la sua macchina toccava il muretto ricoperto d'edera a cui era accostata, - il modo in cui sono piegate le ruote? - E ovviamente ci sarebbe voluto qualche costoso lavoro da fare sulla carrozzeria, entrambi i parafanghi posteriori, il baule, il paraurti, la sostituzione del finestrino posteriore. Quando fu tutto finito, dopo che ebbero preso un taxi per raggiungere la stazione e poi il treno diretto a sud e lei si sent al sicuro, appoggiata contro il finestrino a guardare fuori la superficie mossa del fiume, sembr che invece che un giorno fosse passata un'intera settimana. E ci sarebbe voluto ben di pi, due settimane e mezzo, per essere precisi, prima di poter riavere la macchina. - Lavorando giorno e notte, - disse il meccanico a Bridger che gli aveva telefonato da casa della madre di Alex (intanto lui, tenendo una mano sopra il ricevitore, le traduceva tutto), - notte e giorno. Facciamo pi in fretta che possiamo. Perch immagino quanto quella signorina abbia voglia di tornarsene in California.
Nell'attesa cerc di rilassarsi. Era un'opportunit per passare del tempo con sua madre, per lavorare al suo libro, per pensare a tante cose - e se voleva tornare a insegnare avrebbe fatto meglio a dare una limatina al suo curriculum e a cominciare a guardarsi intorno, anche se era tardi per un lavoro da udente, a questo punto dell'anno, e men che meno a livello universitario, ma a Riverside e a Berkeley c'erano scuole per sordi in cui poteva fare un tentativo. Se voleva restare sulla costa orientale.
Non ne era pi cos sicura, non era pi sicura di niente.
Due mesi fa era innamorata, meravigliosamente immersa nelle sue ricerche e nel suo libro, sicura del lavoro alla Scuola di San Roque, e in quelle condizioni iniziava ad apprezzare il posto in cui s'era ritrovata a vivere - un mojito in veranda nel mese di gennaio, l'estate senza insetti, il dono incalcolabile della luce primaverile che colpiva le pareti a stucco e i tetti di tegole rosse
degli edifici del campus e correva via sfiorando le onde. Ora non ne era pi cos sicura. Ora viveva con sua madre, senza macchina e senza lavoro. La spaventava quanto in fretta le cose si fossero messe contro di lei.
Sarebbe stata pagata ancora per tutta l'estate e aveva ricevuto le nuove carte di credito, quindi almeno da quel punto di vista era a posto, certo, non per molto tempo, ma per un po' s.
Erano i finanziamenti il casino. Non riusciva nemmeno a quantificare il mucchio di lettere di minaccia e richieste di pagamento impilate nell'ufficio postale di San Roque dentro uno di quei pesanti sacchi plastificati per la posta. Prima o poi avrebbe dovuto rispondere a ognuna di loro. L'onere era suo, questo  certo, che sullo scontrino della carta di credito ci fosse la sua firma o meno: del resto per loro non faceva nessuna differenza.
Quelli volevano i loro soldi. Punto. La donna che lavorava per l'assistenza alle vittime si era fatta scura in volto parlando
dell'ingordigia delle banche e delle compagnie di carte di credito
- Credito Facile, Credito Immediato, Credito per tutti - e di come entro breve saremmo stati tutti costretti a farci impiantare un microchip, come quelli che si inseriscono sottopelle ai cani e ai gatti, per provare la nostra identit. - Come in 1984, - aveva commentato Bridger e la donna gli aveva restituito uno sguardo assente.
E poi la posta. Anche la posta era un problema. Avevano lasciato San Roque talmente in fretta che lei non aveva fatto in tempo a organizzarsi per bene, col risultato che aveva richiesto che non le consegnassero pi posta per sole quattro settimane.
Immaginava che adesso se la sarebbe dovuta far inoltrare l, ma era una specie di resa il doversi affidare a sua madre e scegliere la soluzione pi semplice. E lei davvero non aveva voglia di occuparsi di quel casino, adesso. La posta non significava altro che cattive notizie, e in questo momento - in un afoso marted pomeriggio, a una settimana dall'incidente, seduta alla scrivania della stanza degli ospiti nel claustrofobico appartamento di sua madre, a giocherellare con le manopole del condizionatore nella speranza di un grado o due in pi di fresco - voleva concentrarsi su altre cose. Tipo il suo libro. Il portatile era aperto davanti a lei e le restituiva le parole che era riuscita a far emergere dal profondo del suo io, la
messinscena che rappresentavano, il sempre pi meschino
tentativo di ricomporre, un pezzo alla volta, la propria
incerta identit nell'immagine di Victor e in quella di Itard.
Erano parole inadeguate ormai, parole elusive, che si annullavano da sole, si scontravano come nemici mortali finch guardarle le risultava insostenibile. - Il ragazzo selvaggio,
- disse ad alta voce, tanto per sentire il ronzio delle parole sulle labbra. - Il ragazzo selvaggio, di Alex Halter, - ripet, come fosse un incantesimo. Lo ripet ancora e poi ancora, ma non le serv. Perch nella sua testa, una voce maschile, profonda, dissonante, continuava a ripetere Peck Wilson, Peck Wilson, Peck Wilson.
Sent la porta che si apriva alle sue spalle, una vecchia abitudine di una persona che conosceva bene, e si volt, trovandosi davanti sua madre e Bridger fermi sulla soglia con aria di scusa. Possiamo entrare? le chiese sua madre con segni goffi.
- S, certo, - rispose Alex, invitandoli con un ampio gesto della mano. Sent un'improvvisa fitta di imbarazzo. La stavano ascoltando? Avevano bussato? L'avevano sentita mentre ripeteva ad alta voce il titolo del libro? E il proprio nome? Aveva detto anche Peck Wilson ad alta voce?
Ti manca molto? le chiese Bridger a gesti. Il suo viso era dolce, aperto, e avrebbe potuto interpretare la sua espressione come affettuosa e premurosa. Ma non gliela dava a bere: era uno sguardo colpevole, anche un po' allarmato, uno sguardo complice con quello della madre: s, l'avevano sentita. In lei crebbe una rabbia irrazionale: il suo uomo, sua madre.
- S, - disse. - Cio, non proprio. Sono a un punto morto, ecco. Le mie ruote girano a vuoto, si dice cos? - E quell'espressione da dove veniva, era un termine tipico delle corse? O indicava semplicemente quando rimani bloccato nella neve o nel fango? - Perch, che progetti avete?
Sua madre si era comportata con Bridger in un modo che a Alex sarebbe piaciuto, in altre circostanze; si era sentita in dovere di mostrargli ogni angolo che avesse anche solo un minimo interesse turistico, dalla Statua della Libert al MoMa e al Museo della Civilt Indiana, da Ground Zero alla tomba di Grant. L'aveva persino portato con la Circle Line a fare il giro attorno al Battery Park e lungo l'East River, attraverso le vivaci increspature dello Spuyten Duyvil che attraversava
il Bronx e poi gi lungo l'Hudson costeggiando il West Side, mentre Alex stava - per quanto ne sapevano loro - lavorando.
Il sorriso di sua madre si tese fino a scoppiarle in faccia. - Non saprei, - disse, - stavamo pensando che si potrebbe andare a una matine, qualcosa di poco impegnativo, magari un musical.
Bridger non ne ha mai visto uno e sarebbe davvero un peccato...
- Ma non dobbiamo andarci per forza, - disse lui, scrollando le spalle e continuando a sorridere, ma ovviamente quello che voleva dire era che dovevano andarci insieme, se no lui da solo non ce l'avrebbfe fatta. - Te la senti?
- Come sarebbe a dire Te la senti? Non sar un revival di Figli di un dio minore, spero.
Risero entrambi. Ma erano risate forzate - lo capiva dal modo in cui si lanciavano occhiate, sembravano quei pesci che si baciano negli acquari. - Stavamo pensando al Re Leone, - disse Bridger. - Oppure a Cuori in affitto, se riusciamo.
- Equus, - disse Alex. - Che ne dite di Equus? - Era crudele da parte sua, ma non riusc a trattenersi. Ricordava la prima volta in cui aveva visto la compagnia del Teatro Nazionale per Non Udenti, quando era una matricola alla Gallaudet, l'anno in cui Potere Sordo aveva fatto breccia e si era diffuso
all'interno dell'universit. Per la prima volta nella storia della Gallaudet, dalla propria fondazione nel 1864, era stato eletto un preside sordo, dopo che l'intero corpo studentesco aveva manifestato per le vie della citt contro la nomina dell'ennesimo direttore udente. Avevano marciato per una settimana, intonando:
Abbasso il paternalismo! e Non siamo bambini!,
Basta pap, Basta mamme! L'aria pungente faceva lacrimare gli occhi. Erano arrivati i poliziotti, sui loro cavalli silenziosi e frementi. Non si era mai pi sentita cos coinvolta e appassionata come in quei giorni. E quando il sipario si era finalmente aperto, l'ultima sera, la sera del loro trionfo, la sala era stracolma e Alex aveva dovuto sedersi per terra, trattenendo il fiato come tutti per l'emozione dell'attesa. Ci aveva messo un attimo a capire: non era una sfilata di mimi, non era un revival di Morte di un commesso viaggiatore o de Lo zoo di vetro in versione muta, ma una commedia nuova, commissionata e scritta nella loro lingua, la lingua del loro nuovo preside. Aveva scambiato
un'occhiata con la ragazza che le era seduta di fianco, la sua compagna di stanza, Sarah, uno sguardo veloce perch i suoi occhi si erano immediatamente rivolti di nuovo al palcoscenico, le mani in grembo, immobili, e Alex aveva ricominciato a respirare.
E ora volevano portarla a vedere Il re leone?
- No, - rispose, - piuttosto me ne star qui a spararmi in testa.
- Avanti, - insistette Bridger, ma quando le pos una mano sulla spalla e la fece scorrere sulla sua nuca lei si scost. - Sar divertente.
- Andate voi, - disse Alex.
La faccia di sua madre le galleggiava davanti. - E a pranzo?
- propose. - Perch allora non ci troviamo per mangiare tutti quanti insieme? Che ne dici?
- No, davvero, - disse Alex. - Andate voi.
Il giorno in cui ritirarono la macchina, il giorno in cui Alex aveva pensato di firmare l'assegno dell'assicurazione al meccanico, di ritirare le chiavi e poi, chi se ne importa di quello che avrebbero avuto da ridire Bridger, sua madre o chiunque altro, andarsene dritta a casa di Peck Wilson nella speranza di vedere la Mercedes parcheggiata nel vialetto, ecco, quel giorno il sole sembrava essere sorto esattamente davanti all'ingresso dell'appartamento di sua madre. Era gi alto e incendiava la terra quando lei e Bridger arrivarono, a piedi e sudati, alla Grand Central. Bridger l'aveva convinta ad andare a piedi -
per fare un po' di moto, ovviamente, ma anche perch non c'era motivo di sprecare soldi per un taxi quando erano entrambi senza lavoro e i loro risparmi erano pari a zero. Alex aveva comprato tre bottiglie d'acqua da un litro e Bridger aveva provveduto ai bagel in un sacchetto di carta marrone e aveva preso il Times e il Daily News, quindi si erano sistemati su una carrozza della Metro North come pendolari al contrario.
Gli altri passeggeri avevano facce stanche e annoiate, nessuno fiatava e le fece piacere, in un certo senso, che il loro silenzio si sovrapponesse al suo. Stava immaginando gli altri suoni - lo sferragliare della carrozza, il sibilo delle porte automatiche -
quando Bridger le tocc leggermente il braccio e le chiese una delle bottiglie d'acqua.
Lo guard svitare il tappo di plastica e tenere la bottiglia poggiata sulle labbra finch fu costretto a riprendere fiato. Il sudore gli imperlava il labbro superiore e gli impregnava i capelli.
- Che caldo, - le disse. - Si soffoca -. Le porse mezzo bagel, accuratamente tagliato in due. Fuori, oltre i finestrini in movimento, il fiume sembrava essersi appena riempito di limpida acqua del rubinetto, invece che del solito liquido grigioverde.
- Hai presente quelle foto del... - le disse, ma Alex non colse la fine della frase. Il nome di un posto, una parola lunga.
- Cosa?
- Dell'Afghanistan, - le disse Bridger, compitandolo. - Della guerra, circa un paio d'anni fa. Hai mai notato che ogni mujahiddin portava con s in battaglia sempre tre cose: un kalashnikov, un lanciarazzi e una bottiglia da un litro di Evian come questa?
- S, - rispose Alex, - s, era strano. Ti fa capire quali sono le cose a cui dai importanza quando non hai niente.
- Giusto, non hai niente, niente acqua, niente alberi, solo sassi.  per quello che vai a bombardare il World Trade Center.
 per quello che ti porti addosso delle armi: per prenderti quello che vuoi.
- Come Peck Wilson.
Bridger la guard. Il treno arrancava su un tratto di binari sconnesso, facendo sobbalzare il bagel con cui stava gesticolando.
Alex lo guard galleggiare contro lo sfondo dell'Hudson, trattenuto dalle fluttuanti dita di Bridger. - Immagino di s,
- disse lui.
- Pensi che ce l'abbia una pistola?
Bridger si strinse nelle spalle. -  un ex detenuto, non ci ha detto cos Frank Calabrese?
- Quindi s?
- Il che  un motivo in pi per stargli alla larga. Voglio dire, guarda a cosa ti ha portato, a cosa ha portato tutti e due: ci ha fregato tutti i risparmi, costringendoci a girovagare per tutto il paese, senza lavoro, senza soldi, e adesso pure la tua macchina...
- Ma noi ci passiamo lo stesso, da l, giusto? O magari parcheggiamo dietro l'angolo e ci passiamo a piedi, per evitare che
possa riconoscere l'auto, - Bridger stava dicendo qualcosa ma lei non lo guardava, - passiamo e basta. E se lo vediamo, e se vediamo la sua macchina, la macchina sarebbe la chiave di tutto, chiamiamo la polizia.
- Ah, certo, - comment Bridger. - Come no. Dato che sono stati cos cordiali e comprensivi, vero?
Anche senza volerlo Alex sent di nuovo quel pizzico di irritazione.
Fece uno sforzo per controllare la voce, inspir, espir. - Io non rinuncio, - disse, senza avere idea di come suonassero le sue parole. - Non adesso. Non ora che  cos vicino.
Bridger si prese un minuto per pensarci. Gir la testa a guardare il fiume e i ripidi fianchi delle colline Palisades che si ergevano in lontananza, poi si gir verso di lei, lo sguardo franco e deciso. - Non pi di quello, - le disse. - Ci passiamo e basta.
Erano le undici e un quarto quando arrivarono alla stazione di Peterskill e dovevano esserci gi almeno trentasette gradi, o gi di li. Bridger voleva andare a piedi fino al garage, - Sar un chilometro e mezzo, - disse, ma lei non era d'accordo: - No, saranno almeno tre o quattro -. La stazione era proprio sul fiume, ma non c'era un filo d'aria e il sole rimbalzava sui loro visi.
Dal parcheggio entravano e uscivano macchine in continuazione, auto che si muovevano con deliberata lentezza, i parabrezza smaltati di luce. Un gruppo di persone li super, le spalle cascanti, accasciati sotto il peso del caldo, trascinandosi dietro valigie e bambini. A rendere il tutto ancora peggiore, c'era qualcosa di marcio, qualcosa di morto lungo la sponda del fiume, e quel fetore era controbilanciato da un persistente odore di fritto che proveniva dal caff di fianco alla stazione. Per un lungo momento entrambi rimasero l fermi a guardarsi, finch Alex disse: - Adesso prendiamo un taxi e non ho intenzione di mettermi a discutere con te -. E non pot esimersi dal lanciare una frecciatina. - Tanto pago io.
Al garage, tutti si muovevano al rallentatore, dai meccanici al capofficina che esamin il conto insieme a loro, alla segretaria che lo batt e lo stamp e lo fece firmare a Alex, qui, qui e qui. Lei e Bridger diedero un'occhiata per
esaminare la macchina che era arrivata dalla carrozzeria
quella stessa mattina e Alex chiese spiegazioni su un'increspatura nella vernice che si notava solo da una certa angolazione e sotto una certa luce, ma il capofficina le assicur che era tutto a posto ed estrasse perfino uno straccio di cotone immacolato e la strofin. - Vede? - sottoline.
- Che cosa le avevo detto? - E mentre gli fissava le labbra per capire che cosa le stesse dicendo, Alex non not alcuna apprezzabile differenza rispetto a prima - l'increspatura era ancora l. Ma faceva caldo. Spaventosamente caldo. E decise di non dire nulla.
Bridger continuava a ripeterle di assicurarsi che la parte posteriore della macchina fosse a posto: lei mise la retromarcia e fece qualche metro, quasi travolgendo il cane dal pelo sporco che se ne stava pigramente all'ombra del muretto. Poi usc in strada, e si sent libera. Aveva di nuovo la sua macchina. Poteva muoversi. Poteva andare ovunque desiderasse, risalire la costa fino al Maine o riattraversare
il paese per tornare a San Roque, oppure andare alla
Gallaudet, per mostrare a Bridger il campus dove aveva trascorso qualcosa come nove anni della sua vita. Oppure poteva tornare nella strada del camion per traslochi: la strada di Peck Wilson.
Bridger la tocc con una mano per attirare la sua attenzione.
- Come la senti?
- Bene -. Era una macchina, come faceva lei a sapere come la sentiva? Superava buche e cunette, rispondeva alla pressione delle sue mani sul volante e la portava dove voleva andare.
- Tiene bene la strada, vero?
Alex non rispose. Non c'era quasi traffico, era una cittadina morta in una giornata morta - era sabato - e lei stava cercando un tratto di strada in cui poter dare un po' di gas, sentire l'aria che irrompe dai finestrini e ti cattura i capelli, ma c'erano solo vie anguste, dossi e semafori. - Ti va di pranzare? -
gli chiese, voltandosi verso di lui. - Prima di... prima di fare il nostro giretto? La nostra passeggiata? Eh? Pranzo? Ti va?
Trovarono una tavola calda proprio nel centro della cittadina, un posto vecchio stile - genuino, si dice cos? - costruito all'interno di un vecchio vagone ferroviario, e si misero a sedere in quel caldo allucinante coi vestiti che si appiccicavano agli schienali di pelle: ordinarono dei panini
che a malapena toccarono e mandarono gi un bicchiere dopo
l'altro di t ghiacciato. Entrambe le porte erano aperte e in un angolo della sala c'era un vecchio ventilatore che faceva girare le sue pale.
C'erano mosche ovunque, legioni di mosche che si ammucchiavano sui davanzali delle finestre e svolazzavano dentro e fuori senza che nessuno potesse farci niente. Alex aveva ordinato un panino al tonno con pane di segale, forse non la scelta migliore per una giornata tropicale in un posto in cui la conservazione, magari, non era in cima alle priorit, e infatti Bridger aveva detto: - Io mi limito a un panino al bacon, - ma non era male, il panino al tonno, anzi era persino buono. E quando la cameriera, fianchi larghi, allegra ed efficiente, le si era parata davanti e aveva chiesto: - Che c', dolcezza, qualcosa che non va o  solo il caldo? - le aveva sorriso e aveva risposto: -  solo
il caldo.
In effetti andava tutto bene. Si sentiva fortunata. Era il giorno giusto, ne era sicura, e nel microscopico bagno delle signore
(non pi grande di un box doccia) si rimise il rossetto guardandosi nello specchio rovinato e si concesse un sorriso aperto e rilassato, un sorriso bellissimo, il sorriso che, come diceva sua madre, era tutto quello che le serviva: - Con quel sorriso, - le diceva, - con quella faccia arriverai ovunque, - come se un sorriso potesse compensarle la coclea bruciata o evitarle lo sconosciuto che ti fissa come se fossi appena scappata dallo zoo. Ma eccolo qui, il suo bellissimo sorriso che la guardava dallo specchio, lo stesso sorriso che avrebbe rivolto a Peck Wilson nel momento in cui l'avrebbero portato via in manette.
Non volevano rischiare di passare davanti alla casa in macchina, quindi imboccarono una strada parallela e trovarono un parcheggio sotto un acero dall'ampia chioma che faceva parte di un lungo filare. Bridger usc dalla macchina e si stiracchi come se ci fossero stati delle ore, l dentro, e non per pochi minuti.
Portava la T-shirt di uno dei film del Kade, con stampa rossa su fondo nero, che mostrava l'enorme testa dell'eroe con una specie di casco di pelle e un'espressione che voleva essere minacciosa ma che Alex trovava vagamente ridicola. Sembrava avesse un problema di stitichezza. Sembrava debole e vecchio, un burattino nelle mani dei suoi agenti. - Bella maglietta, - gli disse. - Ti ho gi detto quanto mi piace?
Bridger le sorrise da sopra il tetto della macchina. - S, pi di una volta. Ma il Kade  il mio eroe, lo sai. Se non fosse per lui Radko probabilmente sarebbe fallito.
- Ma sentilo, - disse Alex, e si misero a ridere. Anche lei portava una T-shirt, nera pure questa, col logo di una band che le piaceva. O che le sarebbe piaciuto le piacesse, ecco. E un paio di pantaloncini, ampi ma non oversize come quelli di Bridger.
Nonostante il caldo aveva delle scarpe da corsa, pi che altro scarpe da passeggio. Il suo primo impulso quel mattino era stato di mettere qualcosa di aperto, dei sandali, delle infradito, ma si era trattenuta: non si poteva sapere che cosa la giornata avrebbe riservato o quanto complicata sarebbe stata quella passeggiatina.
Il solo pensiero, che la colp proprio mentre prendeva la borsa da sotto il sedile e chiudeva a chiave la macchina, le serr
lo stomaco in una stretta. - Hai il cellulare? - gli chiese.
Bridger lo estrasse dalla tasca e lo alz per farglielo vedere.
- Okay. Ecco, mi sa che ci siamo.
Le case, qui, non erano imponenti come gli edifici vittoriani dall'intonaco scortecciato pi vicini al centro della cittadina, ma sembravano risalire grosso modo allo stesso periodo. Erano semplicemente pi dimesse, come se la gente con redditi pi modesti fosse finita tutta qui mentre i fabbricanti di birra, gli industriali e i banchieri del centro ostentavano tutta la loro, relativa, magnificenza. E comodit. O magari si sbagliava. Non ne sapeva un gran che di architettura, era la prima ad ammetterlo.
Ma certamente da qui erano passate generazioni e generazioni, a differenza della California, lo si vedeva dalla tetra imponenza della maggior parte degli edifici, grigi e anonimi ma comunque ancora in piedi dopo tutti quegli anni.
All'angolo voltarono a destra e l, all'estremit dell'isolato, c'era la strada di Peck Wilson - come si chiamava? Division Street? Le venne in mente che quella parola significava anche reparto, sezione, il braccio di un edificio. Appropriata, no? Perch non chiamarla direttamente Via della Prigione? O Vicolo del Ladro? Da qualche parte sulla cartina non aveva forse visto una strada intitolata alla Forca? Era l che avrebbe dovuto vivere, quel figlio di puttana, proprio in Via del Patibolo. Stava per dirlo a Bridger, per alleggerire l'atmosfera, ma vide che il suo sguardo puntava all'angolo
davanti a loro e sent che inconsciamente aveva allungato il
passo. Alex acceler per affiancarlo, poi gli prese la mano e la strinse adattandosi al suo passo.
Un'automobile risal la strada e gir l'angolo, lasciandosi dietro una pesante scia di gas di scarico. Due ragazzini in bicicletta si inseguivano sul marciapiede dall'altra parte della strada.
Le foglie degli alberi si arricciavano su se stesse. E in un attimo furono proprio su quella strada, la strada di Peck Wilson, sulla destra c'era la casa dove era parcheggiato il camion dei traslochi e l, dall'altro lato, cinque o sei case pi in gi, parzialmente oscurata da cespugli, alberi e dalla fila di macchine parcheggiate lungo il marciapiede, c'era la casa che erano venuti a controllare. Bridger si tolse gli occhiali - gli occhiali di Peck Wilson - come per vedere meglio. Erano esattamente davanti alla casa adesso, cercavano di muoversi con naturalezza - anche se apparentemente non c'era niente da vedere.
- Che cosa ne pensi? - chiese Bridger.
Stavano ancora camminando, avevano superato la casa e si dirigevano verso la fine dell'isolato, il sole che disegnava delle strisce di luce sul marciapiede davanti a loro, un irroratore in funzione, un cane che mostrava loro i denti da dietro una rete arrugginita. - Non lo so, - disse Alex, sentendo che tutta l'aria che aveva in corpo scivolava fuori, - a me sembra abbandonata.
Bridger aveva le spalle tirate indietro, la testa inclinata in un modo che lei conosceva: era agitato, sull'attenti, i nervi pronti a scattare con tutto quel testosterone che aveva in circolo. Le venne in mente una conferenza a cui aveva assistito al college
- una comportamentista che studiava gli animali, una donna che aveva lavorato con gli scimpanz in Nigeria e i bonobono del Congo, aveva mostrato un filmato in cui i maschi si stiravano tutti per incutere pi timore, e gli studenti, i suoi colleghi sordi, erano scoppiati a ridere. A loro non serviva andare in Africa per studiare il linguaggio del corpo: lo vedevano di continuo, ogni giorno.
- S, ma tutte queste case sembrano abbandonate, - rispose lui, avvicinandosi cos tanto al suo viso che Alex pot sentire un odore residuo di pancetta nel suo alito, - perch con questo caldo sono tutti stravaccati sul divano davanti alla TV con il condizionatore al massimo. Dobbiamo... - ma lei
perse il resto perch proprio in quel momento stavano attraversando la strada all'angolo, un bell'angolo retto, squadrato, preciso e rettilineo, risal il marciapiede e gir a sinistra, mentre i motori delle macchine erano al minimo, ferme al semaforo con i finestrini alzati e i condizionatori che facevano il loro lavoro. Il calore si sollev dal marciapiede e la colp in viso come se stesse attraversando un muro e questo le si sbriciolasse attorno.
Poi tutto acceler, avanti veloce verso la fine, la conclusione, il sole, gli alberi, i marciapiedi e le macchine, tutto si dissolse in una macchia indistinta che si cristallizz nel paraurti posteriore di una Mercedes color vinaccia che li super e mise la freccia a destra. Contro il lunotto posteriore c'era una bambola di pezza.
  PARTE QUINTA.


Capitolo 1.

Era cos concentrato su quel momento, cos intento a guardare i visi che facevano capolino dalla porta, cos dolorosamente consapevole della presenza di Natalia al suo fianco che si pavoneggiava facendo la ruota, cos indaffarato a lottare con il peluche, le caramelle, i fiori e a farfugliare un borbottio incoerente di mezze frasi, che non si accorse di ci e che cosa stava arrivando.
Non si volse indietro. Non controll se il campo era libero.
Non si guard alle spalle. - Ciao, tesoro mio, - stava per dire,
- ti ricordi di me? - La bambina gli sarebbe corsa incontro? Il suo faccino avrebbe sprizzato gioia come quando lui era il cuore, l'anima, il sole del suo universo oppure l'avrebbe gelato con un solo sguardo? E poi c'era sua madre. Sua madre con quel nuovo taglio di capelli e un camicione trasparente tutto attorcigliato intorno ai fianchi per lasciar spazio alla gonna e a quegli stecchetti esili che erano le sue gambe. - Ciao, mamma, -
stava per dire, - ti presento Natalia, la mia fidanzata. La mia fidanzata. La mia fidanzata, Natalia -. Natalia avrebbe guardato Sukie con una faccia da pesce lesso per un po', poi avrebbe fatto due pi due e si sarebbe incazzata per l'esilio della figlia in quel costosissimo campo estivo, quel campo sperduto in fondo a una strada sterrata che ogni volta che ci andavi ti ritrovavi con la macchina coperta di polvere. Tuttavia si sarebbe data un contegno per fare una buona impressione davanti a sua madre, non senza gongolare dentro di s, tra l'altro, cavalcando l'onda di quelle quattro sillabe, fidanzata. Ecco la situazione.
Tutto questo e il caldo.
Aveva appena passato il peluche dal braccio destro al sinistro
- era pazzesco, il pi grosso del negozio, un cane da slitta a grandezza naturale con due enormi bottoni di vetro azzurro
al posto degli occhi - per stringere la mano di Natalia e condurla lungo il vialetto, quando improvvisamente una faccia, anzi no: due facce comparvero al margine pi estremo della sua visione pi periferica. Lui e lei. Li guard dritti e ci volle il tempo di un solo battito di ciglia prima che sentisse la pugnalata dello shock che lo trapassava. Fu come se avesse di nuovo dieci anni, terrorizzato al suo primo film dell'orrore - i ragazzi sotto i sedici anni devono essere accompagnati da un genitore o chi ne fa le veci - il cinema silenzioso, il maniaco in libert: e poi l'urlo, crudo, universale, tutti insieme. In crescendo.
Il cane di peluche cadde per terra. Peck lasci andare la mano di Natalia mentre lei gli chiedeva: - Che c'? Che cosa c'?
- Si gir per seguire il suo sguardo e li vide spuntare sul marciapiede di cemento a meno di sei metri da loro come figure uscite da un sogno, un brutto sogno, brutto oltre ogni immaginazione, il sogno peggiore. Anche se lui era quello che ha sempre tutto sotto controllo - il Peck Wilson che non si scompone per nulla, mai in difficolt, mai vulnerabile - stavolta non riusc a trattenersi.
Non si ferm a pensare come avevano fatto a rintracciarlo fin l, che erano parassiti, che non l'avrebbero lasciato in pace, che non se lo sarebbero mai messo in testa, mai, indipendentemente da quante volte glielo spiegava... no, non si ferm a pensare niente di tutto ci perch quel momento era oltre ogni riflessione, oltre il risentimento o la paura. Un momento che scaten in lui un'improvvisa esplosione di violenza. Dieci passi, troppo veloce anche solo per sbattere le ciglia, il cuore della pantera di cui parlava sempre il suo maestro di taekwondo che ora batteva al posto del suo, le mani che agivano indipendentemente dalla sua volont. Equilibrio perfetto. Quell'idiota gli stava venendo incontro agitando le braccia come una fata, e imprecava, pure - pezzo di stronzo - e cose del genere - come se avesse del fiato da sprecare. Il primo colpo - il sonnal mok anchigi, un colpo a lama di coltello diretto al collo - lo fece vacillare, poi due veloci colpi di taglio per fargli abbassare le braccia, quindi carica sul piede sinistro e calcio allo sterno col destro.
Qualcuno grid. Il calore lo travolse come un'onda, lo sommerse come l'inondazione di un oceano di fuoco. Un altro urlo.
Non era Natalia che urlava, non era sua madre e nemmeno
Sukie. Non era simile a niente che avesse gi sentito, era orrendo, semplicemente orrendo. Ed era quella troia che lo emetteva.
Eccola li, fissava terrorizzata Bridger Martin che si agitava al suolo e si afferrava la gola come se volesse strangolarsi, due calci rapidi alle costole per sistemarlo per bene, e ora erano rimasti loro due. Solo lui e Alex Halter, in pantaloncini e maglietta, il viso deformato dall'insolubile enigma di quella voce oscena incongruamente abbinata a quel difficile momento.
Poi, come se fosse stato tutto deciso in anticipo, lui si diresse verso di lei, lei scart lontano da lui e gi stavano correndo tutti e due.
La sua mente era vuota, pensava solo che voleva colpirla, farle male, sbatterla a terra, annientarla. E al primo, furioso, scatto in avanti ce l'aveva quasi fatta. La stratton per il braccio, senti le ossa del polso di lei scivolargli sulla mano. Ma Alex era troppo veloce, e la rabbia del fallimento - quella troia, quella troia che non mollava mai - gli scoppi dietro gli occhi in un'ondata di calore che si irradi fino a renderlo cieco a tutto tranne che alle suole scure delle scarpe della donna e al ventaglio dei suoi capelli che insieme a lei battevano in ritirata. La rabbia lo stava divorando. Ogni fibra del suo corpo era all'erta.
Peck era in forma, ma anche lei lo era, e correva per salvarsi la vita, correva per batterlo, per umiliarlo, per logorarlo: erano arrivati alla fine dell'isolato e lei era ancora tre metri davanti a lui.
Pi il l il semaforo stava per diventare rosso. Peck lo vide e calcol le proprie probabilit: lei avrebbe dovuto ruotare su se stessa per girare a sinistra oppure svoltare a destra e attraversare col verde la strada perpendicolare, e questo l'avrebbe rallentata di quella frazione di secondo necessaria per raggiungerla.
Ma Alex lo sorprese buttandosi dritta in mezzo all'incrocio senza nemmeno girare la testa. Il furgone blu che stava sopraggiungendo a tutta velocit dovette sterzare bruscamente per evitarla e fu lui a perdere un passo, dovendo girare dietro al paraurti posteriore mentre l'autista li copriva di insulti, attaccato al clacson. Quello che avrebbe dovuto fare adesso, se solo ci avesse pensato, era fare dietrofront, sbattere Natalia in macchina e filarsela prima che qualcuno chiamasse la polizia, ma lui non stava pensando, no. Lei scappava, lui la inseguiva,
ecco tutto. Voleva sbatterla a terra prima della fine dell'isolato successivo, ecco quel che voleva fare, sbatterla gi e dedicarle un minutino, tutto per lei, renderle pan per focaccia, poi, solo poi, se ne sarebbe andato.
Sentiva il rantolo del suo respiro, aspro come lo strappo di un lenzuolo, sentiva gli schiaffi dei suoi piedi sul marciapiede in cemento.
Le spalle le tremavano mentre correva e i capelli si muovevano per conto loro come se si fossero staccati dallo scalpo. E
ancora: riusciva a percepire il suo terrore, il suo odore (un odore come di cenere ancora calda), il sudore intrappolato sotto le sue ascelle e quello che le colava tra le gambe. Guadagn un passo, ma il calore che saliva dall'asfalto lo rallentava come uno che ti mette due mani sul petto per fermarti, con lui che cercava lo stesso di colmare il distacco e spingerla a terra da dietro. I visi della gente sulle macchine che percorrevano la strada, un tizio in una veranda, il battere sordo di un basso proveniente da uno stereo nascosto da qualche parte, voci, musica, il ronzio di una cicala. Il sangue gli strillava nelle orecchie. Non aveva nemmeno il fiatone.
All'incrocio successivo, la vettura - un furgoncino bianco Chevrolet - andava troppo veloce, stava accelerando per riuscire a passare col giallo: la donna al volante suon il clacson, vi si appoggi letteralmente sopra, ma qui era una questione di fegato e lui non esit. Ce l'aveva, la sua mano le aveva afferrato i capelli, il furgoncino stava sbandando come un toro che sfiora la cappa del torero, quando l'altra vettura, quella che lui non aveva visto, si slanci in avanti contro il paraurti del furgoncino.
Ci mise fine a tutto. Dove un attimo prima non c'era che aria, il pi bizzarro e improvviso atto di prestidigitazione frappose un piano di acciaio, cromo e vetro, che entrambi colpirono cadendo a terra mentre tutt'intorno si levava un odore di gomma bruciata.
Due idioti neri. Giovani, arrabbiati, spaventati. Dal loro punto di vista, delle persone sconosciute si erano scaraventate sulla fiancata della loro macchina, e s, anche loro sentivano l'odore della gomma bruciata per la frenata. Erano scesi sbattendo le portiere e bloccando il traffico.
Intanto Alex Halter balzava in piedi come un coniglio e
balzava in piedi anche lui, sentendosi capace di qualunque cosa, assolutamente di qualunque cosa. Ma poi una sirena aveva ululato e le luci avevano lampeggiato ed ecco la pattuglia della polizia, che si infilava a chiudere l'incrocio e non potevi pi andartene da nessuna parte. Per un istante la fiss, gli occhi negli occhi di lei, occhi castani, con le iridi nere dilatate per la paura, ma adesso c'era anche odio e, s, trionfo, in quegli occhi; ma gi i poliziotti stavano scendendo dalla macchina, una donna con la faccia da cagacazzo e un paio di occhiali da maestrina, e un poliziotto pi anziano con l'espressione minacciosa. Peck si ferm e rimase l, grondante sudore, cercando di riprendere fiato. Gli faceva male il braccio sinistro, nel punto in cui aveva sbattuto contro la macchina, e aveva i pantaloni strappati all'altezza del ginocchio. Avrebbe potuto mettersi a correre, e sarebbe finito in galera. O a terra, colpito da una pallottola. Ma non lo fece. Si ripigli, si concentr e la solita freddezza scese su di lui come una lunga raffica di pioggia portata dal vento nel momento stesso in cui vide l'espressione sul viso della poliziotta quando guard Alex, come un lampo di riconoscimento. Uno dei neri stava gi cominciando a blaterare, sovreccitato, isterico, la voce che saliva e si impennava finch non si sent nient'altro.
- Che sta succedendo? - chiese la poliziotta, ignorando il nero e facendo scivolare lo sguardo da Alex a Peck prima di fermarlo su di lui. Aveva entrambe le mani sulla cintura, come se pesasse pi di lei. Conosceva il tipo. Un bluff ambulante. Un sacco di cazzate e nient'altro.
- Non so, agente, - sent la propria voce che sovrastava le ciance del nero, -  stata questa donna, - indic Alex, - penso che non sia tutta a posto, forse  ritardata o qualcosa del genere.
Si  buttata in mezzo alla strada come se fosse fuori di testa, forse voleva suicidarsi, non lo so, e ho provato, be', ad acchiapparla, l'ho fatto d'istinto...
A quel punto si intromise la troia. Aveva i capelli appiccicati alla faccia ed entrambe le ginocchia sbucciate e sanguinanti.
La parte sembrava tagliata su misura per lei, sembrava davvero una pazza appena rilasciata dall'ospedale psichiatrico. Parlava troppo velocemente, a volume troppo alto, e riusc solo a ingarbugliare qualcosa di incomprensibile. - Lui, lui, - fu tutto
ci che Peck riusc ad afferrare. Stava indicando proprio lui.
- Inseguiva, - disse. - Voglio dire, inseguiva me.
- Quella pazza correva e mi si  buttata sulla fiancata della macchina: guardi, c' una botta sulla portiera dietro, agente, e non  che ce l'ho fatta io. Ha attraversato di corsa al semaforo senza nemmeno guardare, che cazzo, non ha manco girato la testa...
-  un ladro, - disse la troia, agitando le braccia e pestando i piedi per sottolineare quanto diceva. - Lui, lui, - e il resto si perse in un farfugliare senza senso.
Ora si era avvicinato anche il poliziotto pi vecchio, che armeggiava col taccuino e picchiettava con la biro sul palmo aperto come se fosse quello il segreto per risolvere la questione. Peck aspett che il poliziotto alzasse gli occhi, poi fece passare lo sguardo da lui alla collega, quindi si strinse nelle spalle come a dire: Ehi,  una da ricovero, si vede lontano un chilometro. Basta ascoltarla.
Aveva sessanta secondi, due minuti al massimo, poi sarebbe arrivato qualcun altro dalla strada distante solo due isolati, da casa di sua madre, e preg che non fosse Natalia, preg che avesse avuto il buon senso di prendere la macchina e di andarsene.
Ascolt la troia che continuava a parlare; ora la sua voce si era assestata, si andava facendo pi chiara, e Peck rivolse alla poliziotta uno sguardo indulgente. - Magari ha assunto della droga, - disse. - Non lo so. Io stavo solo andando a comprare il giornale, voglio dire, se proprio ci tiene, a morire... E vuole sapere un'altra cosa? - chiese, indicando il nero, quello che era alla guida. - Questo tizio stava passando col rosso. Gi, come la mettiamo?
Questo diede fuoco alle polveri. L'uomo - sui vent'anni, con addosso una canottiera da basket e una bandana - evidentemente non aveva nessuna voglia di bersi quella cazzata: la sua voce si alz di un'ottava e l'amico si un al bordello mentre la poliziotta dava retta alla troia. Intorno a loro si stava materializzando una vera e propria folla. Intravide la sua opportunit.
Stavano gridando tutti, persino la donna poliziotto, che cercava di imporre la propria autorit, di mettere ordine. Peck fece due passi indietro e si trov al limitare esterno dell'assembramento.
Altri due passi e fu solo un passante in mezzo agli altri.
A quel punto volt la schiena e a testa bassa infil il vialetto della casa pi vicina, lo percorse tutto e scavalc la recinzione in fondo, scivol nel vicolo retrostante e si mise a correre.
Fece di corsa tre o quattro isolati, con le monete che gli tintinnavano in tasca e i polmoni in fiamme, prima di rallentare a passo di marcia. Meglio camminare. Si, era la cosa migliore. Perch di certo nessuno l'avrebbe mai potuto scambiare per uno che faceva jogging, in completo di seta grigio talpa e Vans a quadretti, e se non stava facendo jogging allora perch correva? Soprattutto con quella sirena che superava gli alberi come il rombo di un jet in fiamme e che carambolava dentro le finestre tanto da coprire la partita di baseball alla radio. Si costrinse a mantenere il controllo, anche se il cuore gli scoppiava nel petto, anche se aveva inzuppato i vestiti di sudore e doveva avere un aspetto orribile, con gli occhi stralunati e i pantaloni strappati al ginocchio e le braccia che dondolavano avanti e indietro come uno di quei coglioni che vanno porta a porta a vendere abbonamenti o aspirapolvere. Ma lui non aveva con s n un aspirapolvere n una ventiquattrore n una manciata di moduli n nient'altro. Solo sudore. E un paio di pantaloni strappati.
C'era gente con le griglie per il barbecue e le poltroncine in plastica seduta sulle verande davanti alle case o nei loro giardini grandi come francobolli. Che giorno era? Sabato. Si cucina all'aperto il sabato, certo, con la birra fredda in frigorifero e spaparanzati al sole come cozze sugli scogli. Due ragazzini, accucciati all'ombra di un albero sul marciapiede, tenevano le mani a coppa attorno alle sigarette. Alzarono la testa e gli lanciarono un'occhiata distratta - sapevano chi era del quartiere e chi no - ma Peck abbass lo sguardo e continu a camminare verso il fiume, un isolato verso sud, uno verso ovest, ripetendo lo schema finch l'urlo delle sirene cominci a sfumare. Ipotizz che qualcuno dovesse aver chiamato un'ambulanza per Bridger Martin (oltre che degli altri poliziotti, perch per un po' si era sentita anche un'ulteriore sirena) e una volta chiarite le cose si sarebbero messi a cercarlo. Senza cambiare passo estrasse gli occhiali da sole, poi si scroll di dosso la giacca e se la gett su una
spalla. Quando gir l'angolo successivo si trov in una strada in discesa che si tuffava dritta fino alla stazione ferroviaria: da quelle parti c'era un bar che conosceva, un vecchio bar all'interno di un vecchio hotel che era l da sempre. Pens che poteva infilarsi nel bar, in fondo era un posto tranquillo e dalle luci soffuse, dove nessuno avrebbe sollevato il naso dal proprio bicchiere. Poteva ordinare una birra. Sedersi un attimo. L sarebbe stato al sicuro e avrebbe avuto il tempo di riflettere.
Per prima cosa doveva chiamare Natalia, ma quando si palp le tasche il cellulare non c'era e gli venne in mente di averlo lasciato sul cruscotto della macchina: riusciva a vederlo chiaramente, come se stesse riavvolgendo un filmato. Perch era sul cruscotto? Perch aveva chiamato Natalia dalla macchina, quando era nel parcheggio, per dirle che faceva un salto al negozio di giocattoli a prendere una cosa e lei gli
aveva chiesto: - Per Madison? - Lui le aveva risposto:
- Chiss, - e lei aveva detto:
- Che dolce. Tu  dolce. E mi dispiace che io  in ritardo e
io mette solo un minuto.
Gi. Ma dov'era lei adesso? Era nelle mani della polizia? Le stavano chiedendo i documenti? La interrogavano sulla sua condizione di immigrata? Le domandavano chi aveva aggredito Bridger Martin e lei gli rispondeva che era stato Bridger Martin come in una gag di Gianni e Pinotto? A chi era intestata la macchina? Dove viveva lei? E poi c'era Sukie. E sua madre. E
Madison al campo estivo. Un incubo, era un incubo, e quel che  peggio era che non riusciva a intravederne la fine, perch anche prima che saltasse fuori quella troia e mandasse tutto a gambe all'aria si era chiesto cosa si sarebbe inventato quando sua madre l'avrebbe chiamato Peck, o peggio, Billy, e Natalia gli avrebbe scoccato una delle sue occhiatacce caustiche.
Alz lo sguardo ed ecco, l davanti c'era il fiume, dentellato dai tetti e dagli angoli sporgenti degli edifici che si trovavano sotto di lui, la stazione che ora entrava nel suo campo visivo, una fila di macchine che si arrampicava su per la collina come fosse attaccata a un cavo invisibile. Il marciapiede era stato sollevato dalle radici degli alberi e le lastre di cemento erano sparpagliate come carte da gioco lungo tutta la discesa. Peck sentiva lo sforzo delle caviglie e dei muscoli delle cosce mentre si faceva strada su quel terreno irregolare. Poi fu di nuovo in
piano, a livello del fiume, attravers col rosso e segu il marciapiede davanti a un ristorante che non aveva mai visto prima -
un ristorante italiano piuttosto raffinato, o almeno cos pareva, e anche nella sovreccitazione del momento non pot fare a meno di notare l'ironia di quella scoperta - poi infine, guardandosi intorno circospetto, spinse la porta del vecchio bar all'interno del vecchio hotel, che nel frattempo avevano convertito in un palazzo di miniappartamenti, e lasci che il puzzo fresco e dolciastro del pomeriggio lo risucchiasse all'interno del locale come un aspirapolvere.
L'ultima cosa che voleva era prendersi una sbronza o anche solo scomporsi troppo, ma le prime due birre andarono gi come l'aria, poi ordin un bicchiere d'acqua e ancora un'altra birra: tutto nel giro di cinque minuti. - Ti ha conciato per le feste, eh? - osserv il barista, dandosi da fare con uno strofinaccio, e un paio di clienti alzarono la testa quel tanto da sentire Peck che confermava. Alla Tv c'erano i Mets. Il juke box era acceso. Avrebbe potuto essere la giornata pi normale della sua vita. Bevve un sorso della terza birra, la sete ormai placata
- non aveva mai avuto tanta sete in vita sua - e si ritir nel bagno degli uomini per darsi una ripulita e fermarsi un attimo a ragionare.
Quando apr la porta si accesero insieme la luce e la ventola;
l'odore dell'ambiente era a malapena velato dalla pastiglia di deodorante nell'orinatoio e dal profumatore automatico
all'aroma di gomma da masticare. Aveva il ginocchio sbucciato per la caduta in strada, ma non se ne preoccup, picchiett il sangue secco con la gamba dei pantaloni e si gett dell'acqua in faccia. Quando alz lo sguardo non gli piacque quello che vide. Quello non era Peck Wilson, ma uno sgorbio debole e spaventato che non riusciva a smettere di sbattere contro i denti affilati di quella giornata. E se rovistavano nella macchina?
Se trovavano il telefono? Avrebbero avuto il numero di
Sandman, e questo a Sandman non sarebbe piaciuto. E la casa, cosa sarebbe successo se Natalia avesse dato l'indirizzo e l'avessero perquisita? I documenti pi importanti erano in una cassetta di sicurezza, certo, i libretti bancari, i passaporti e cose
del genere, ma c'era un sacco di altra roba, le liste di nomi e di numeri di conto nel suo computer, per esempio, anche se quelle non costituivano niente di incriminante dato che non ci aveva ancora combinato niente. Per avrebbe trovato un sacco di carte, conti dei vari allacciamenti, ricevute delle carte di credito
- M. M. Mako, Bridger Martin, Alex Halter. Il contratto d'affitto. La macchina. Avrebbero rintracciato Bob Almond e l'appartamento e la tizia dell'agenzia immobiliare. La ventola fece un rumore secco, si blocc, poi un altro scatto e ricominci a girare. Il profumatore, puff, profum. Per un lungo istante Peck rimase a fissare una striatura giallastra in un punto del muro in cui qualcuno doveva aver spiaccicato il mozzicone di una canna.
Ma forse si stava demoralizzando per niente. Forse Natalia aveva fatto la cosa pi furba e si era tolta di mezzo. Avevano sua madre, certo, e il suo vero nome e a questo punto anche la sua fedina penale, ma lei non sapeva dove viveva il figlio, e quel solo pensiero - il pensiero di dove viveva - gli apr una tale voragine dentro che non riusc nemmeno a guardarsi allo specchio.
Non c'era una sola possibilit al mondo di tenersi la casa... o forse s? Se lui restava lontano da Peterskill per un po' - del resto era quello che voleva fare sin dall'inizio, no? - e intanto faceva un po' di soldi, di soldi veri, magari trovava il modo per tenerla come ritiro per i fine settimana o qualcosa del genere...
Ma c'era Bridger Martin. E c'era Alex Halter. Come cristo avevano fatto quei due a trovarlo?
Era cos immerso nei suoi pensieri che fece un salto quando si apr la porta e un vecchio con le spalle strette come un uccellino lo super per servirsi dell'orinatoio. Ma poi gli arriv anche il suono del juke box - giusto un brandello di canzone, Bob Marley, No woman, no cry, e si guard di nuovo nello specchio: lui era Peck Wilson e tutto si sarebbe aggiustato. Lentamente, con molta attenzione, sempre guardandosi negli occhi, si lav le mani in una lotta corpo a corpo di sapone e acqua tiepida, poi con calma se le asciug con delle salviette di carta mentre il vecchio sputava nell'orinatoio e dava tempo alla vescica di svuotarsi. Quando ebbe finito and al telefono fissato alla parete nel corridoio subito fuori del bagno degli uomini e compose il numero di Natalia.
Mentre lo lasciava squillare, guard il bar alla fine dello stretto corridoio che portava ai bagni, guard il suo bicchiere di birra mezzo vuoto che se ne stava appoggiato sul bancone, davanti allo sgabello vuoto, come se lui se ne fosse gi andato, come se gi avesse una faccia diversa e una vita diversa in una diversa citt. Tre squilli, quattro. Poi ci fu un click e la voce di Natalia che recitava un messaggio.  Natalia. In questo momento non c'. Lasciate un messaggio. Dopo il bip. Imprec, riappese, compose nuovamente il numero. - Rispondi, - continuava a ripetere sottovoce, - rispondi, - ma lei non rispose. Prov forse cinque o sei volte in rapida successione, premendo il pesante ricevitore di plastica contro l'orecchio e sentendosi ogni volta pi frustrato e arrabbiato e spaventato, poi il vecchio usc goffamente dal bagno e gli diede un colpo al gomito che gli fece perdere un quarto di dollaro prontamente ingoiato dalla macchinetta: Peck si sent abbattuto, vuoto, insignificante quanto mai gli era capitato nella vita.
Torn al bar, si scol la birra e ne ordin un'altra, grande, s, un'ideona: prendersi una bella sbornia. Certo, perch non ordinare anche un bicchierino a questo punto? E f anculo tutto e tutti. Magari piantare un bel casino, proprio l, nel bar, perch no? Poi uscire in strada malfermo sulle gambe, prendere un taxi e farsi portare dritto a Greenhaven. - Ci ho ripensato, lascia stare, - disse, alzando la voce in modo che il barista, che era gi davanti alla spina, potesse sentirlo. Sui quaranta, calvo, senza mento, l'uomo gli gett da sopra le spalle un'occhiata di rimprovero. - Sono pieno, - disse Peck in tono di scusa, e il tizio di fianco a lui, un idiota con la faccia da pesce lesso ma con qualcosa di familiare, alz lo sguardo. - Capisci cosa intendo? -
A quel punto si sent, sent la sua voce che riacquistava la cadenza del posto, l'accento di l che gli ritornava come quando era in California e parlava al telefono con Sandman.
- Dammi una Diet Coke, ok? Una Diet. Con tanto ghiaccio.
Nel corso dell'ora successiva and al telefono ogni cinque minuti, cercando di beccare Natalia, ma senza riuscirci: era bloccato, in scacco, perch non poteva fare niente finch non riusciva a rintracciarla e a rendersi conto della portata del danno.
Cerc di essere ottimista, cerc di immaginarla che faceva retromarcia nel vialetto di sua madre e si orientava nella griglia
di strade finch trovava la Route 9 e tornava a casa, seppelliva la macchina in garage e aspettava che lui la chiamasse. Ma se aspettava la sua chiamata, perch non rispondeva? E soprattutto, sarebbe stata in grado di prendere l'iniziativa di andarsene da quella strada o non sarebbe piuttosto rimasta li dov'era, sconvolta, a preoccuparsi di sua madre? Non sarebbe piuttosto rimasta l, a passare in rassegna tutti i peccati del suo uomo mentre fissava Bridger Martin contorcersi e scalciare sul prato finch arrivavano le sirene e i vicini iniziavano a mettere la testa fuori dalla porta per vedere che stava succedendo? Lo avrebbe aspettato, pensando che fosse la cosa giusta da fare? S, era possibile.
E in quel caso erano fottuti, tutti e due. Ma riusciva anche a immaginarla esplodere in un tornado di insulti in russo da far accapponare la pelle, e agitarsi avanti e indietro nel vialetto e schiacciare tutti i fiori sotto i tacchi, solo per poi prendere la macchina e sparire e al diavolo tutti - specialmente lui. Come desiderava che fosse andata cos, come lo desiderava...
L'idiota che gli era seduto di fianco - e che poteva essere il fratello gemello del barista - continuava a ripetere: - Sai che mi sembra di conoscerti, - con Peck che continuava a negare. Ora l'uomo si pieg verso di lui finch furono spalla a spalla e disse:
- Potrei giurarci... non  che hai fatto le superiori a Peterskill?
Peck scosse il capo.
- Magari hai un fratello?
- No, niente fratelli. Vengo dalla California. Sto solo cercando di mettermi in contatto con mia moglie. Stiamo andando a visitare New York. Times Square, quel genere di cose, sai?
L'uomo lo guard, dubbioso. - Ma sei cresciuto da queste parti, giusto?
Peck accentu il gesto di sollevare il polsino per controllare l'ora. - No, - disse, - a San Francisco. Scusa, chiamo mia moglie,
- e scese dallo sgabello per dirigersi al telefono. Compose nuovamente il numero, fissando la parete giallastra e i graffiti che ormai conosceva a memoria; il telefono squill una volta, due, poi Natalia rispose.
- Natalia.
- Sono io.
Silenzio. Il nulla. Sentiva il ronzio lieve e distante della linea, attraversato ogni tanto da qualche scarica di
elettricit statica, e alle sue spalle il juke box che
iniziava a suonare, l'improvviso scoppio di risa di qualcuno al bar. - Natalia?
- Ti odio. Figlio di puttana. Ti odio!
Gett un'occhiata lungo il bancone, poi chiuse la mano a coppa attorno al ricevitore. - Dove sei?
- Tu  un bugiardo. E un... un delinquente. Come i delinquenti alla Tv, quella roba brutta che fanno vedere di pomeriggio.
Tu ... - e cominci a piangere, in singhiozzi brevi e convulsi.
- Dove sei?
- Tu mente me. E a tua madre. Tua propria madre.
- Ascolta,  tutto a posto, sistemeremo ogni cosa. Ti hanno...
portato a casa?
La voce di lei esplose, improvvisamente forte, carica di sdegno.
- Portata? Che cosa portata? Hanno preso loro la macchina.
Sequestrata, hanno detto. E io  sudata. E ha fame. E chi va a prendere Madison al campo estivo, di' me chi?
- Che cosa gli hai detto? Dove sei?
Lei disse qualcosa in russo, qualcosa di aspro, di duro, e chiuse la comunicazione. Era come colare a picco. Tutto finito. Tutto.
Fu in quel momento che si sent toccare sul braccio: alzando lo sguardo vide la faccia gonfia di birra di un idiota con una T-shirt nera da motociclista e un intero negozio di cianfrusaglie addosso, tra anelli, ciondoli e pure una bandana legata intorno al polso. - Hai finito, amico? Cio, posso... ?
Cristo! Dovette trattenersi, perch le cose potevano mettersi molto male e molto in fretta. - Un minuto, - disse ricomponendo il numero. - E caduta la linea.
Ma quell'idiota non colse il suggerimento. Rimase li, a braccia conserte. - Ma non  che ti conosco?
- Non mi conosci, - disse Peck, anche se magari era cos.
Aveva avuto a che fare con una moto, da queste parti? - Vaffanculo.
- Qui Natalia.
Volt le spalle al tizio, stringendo il ricevitore - se quello solo
si muoveva, se solo lo toccava, se faceva qualunque cosa, era morto - e cerc di controllare la voce. - Prendi un taxi, - le disse.
- Ovunque tu sia, prendi un taxi e incontriamoci...
- Ovunque io ? Io  in un posto orribile in questa citt orribile dove tu  cresciuto e diventato un bugiardo e non so nemmeno come ti chiama. Bridger Martin? Il poliziotto dice che tu non  Bridger Martin. E non  A-lex. William ti fa suonare un campanello? Eh, William?
- Ehi, amico, senti un po'... voglio dire, non  mica il cazzo di salotto di casa tua, questo. Di una possibilit anche agli altri. Pubblico. E un telefono pubblico, - lo sfigato era ancora alle sue spalle, ma non se ne cur perch quell'idiota aveva capito che aria tirava, cosa irradiava da Peck, e la discussione era gi finita prima di cominciare: un solo sguardo dietro la spalla, un solo sguardo alla Sandman, e il tizio si ritir, portando le sue spalle grasse e il suo culo lardoso di nuovo al bancone del bar, facendo anche l'offeso. Poi si sistemava di nuovo su uno sgabello, prendeva il bicchiere della merda che stava bevendo e si guardava truce allo specchio come a ricordarsi che duro era, sotto quella montagna di lardo. - Non pensare a questo, adesso, sistemo tutto io...
- No, tu non lo fa.
- Ma s.
- No, tu non lo fa -. Si ferm per inspirare. - Sai perch?
Perch io non sar qui. Io parte. Io prende Madison con taxi e va da mio fratello perch lui non  un imbroglione e bugiardo.
Mi sente?
- Che cosa gli hai detto? - le chiese. - Gli hai detto dove abitiamo?
Ci fu silenzio. Pens che l'avrebbe sentita piangere di nuovo.
Poi una voce sottile: - S.
- Oh, cazzo. Cazzo. Ma che cos'hai in testa, eh? Dimmelo.
Perch gli hai detto dove abitiamo?
- Era spaventata. Loro ha minacciato. Dice che... - La sua voce si abbass quasi a lambire il silenzio. - Mia carta di soggiorno.
Dice che mi tolgono carta di soggiorno.
Improvvisamente sent freddo, l'aria condizionata lo colp, la birra lo indebol tanto da far fatica a tenere il ricevitore
all'altezza dell'orecchio. - Che cosa gli hai detto di me?
- Quello che so. Che tu  un bugiardo. E un ladro.
Voleva riprendere il controllo della situazione, voleva riprendere il controllo su di lei, ma non riusciva a trovare
il giusto tono di voce e sent il controllo sfuggirgli dalle mani. - Per favore,
- si sent dire. - Per favore. Ora ti dico dove ci vediamo, puoi arrivarci in dieci minuti. Andiamo insieme a prendere Madison e...
- Ora io va, - disse Natalia a voce bassa, come se fosse una preghiera. Quindi chiuse la comunicazione.
Peck lasci cadere il telefono. Lo fece penzolare attaccato al cavo unticcio. Poi si gir e percorse tutta la lunghezza del bar come se stesse passando tra due ali di persone che lo insultavano.
Quando l'idiota al bar cerc di sbarrargli il passo, quando cerc di dirgli qualcosa su una Harley Electra Glide, Peck non fece altro che spingerlo via per uscire dalla porta e immergersi in quel forno che era la citt. E se anche and a sbattere contro uno sbronzo con una camicia hawaiana che cercava contemporaneamente di accendersi una sigaretta e aprire la porta, allora?
Non era mica colpa sua. Non in quel momento. Non pi. E come fece a ritrovarsi nella tasca interna della giacca il cellulare di quel tizio, no, quello proprio non riusciva a immaginarlo.
 
Capitolo 2.

In quei pochi, sfuggenti, furiosi secondi, Peck Wilson le parl senza parole, s, riusc a parlarle, a comunicare con lei, in maniera cos assolutamente cristallina e priva di ambiguit che sembrava esserle entrato nella testa, quasi che i suoi pensieri si fossero stretti attorno a quelli di lei fino a zittirli di urla e a sottometterli completamente. Aveva perso il controllo.
Riusciva a vederglielo negli occhi, nei movimenti, nello sguardo che pass tra loro come lo schiocco di una frusta. E anche Bridger aveva perso il controllo. Poco importa che le avesse fatto e rifatto una testa cos sull'assoluta necessit di restare a distanza, di rimanere lucidi, di limitarsi a identificare quell'uomo e la sua macchina, di starsene alla larga finch passava il pericolo e la polizia fosse intervenuta per prendere in mano la situazione... no, tutto inutile: quando era arrivato il momento quell'improvvisa vicinanza l'aveva sopraffatto. Camminavano mano nella mano avvolti dal calore che saliva dal terreno, cercando di apparire disinvolti come due passanti qualsiasi, quando, proprio davanti a loro, era sbucata la sua macchina, aveva svoltato nel vialetto e si era fermata a pochi passi dal marciapiede.
Il motore si era spento. Entrambe le portiere si erano spalancate. Ed eccolo l, Peck Wilson, che usciva dalla vettura, il taglio di capelli ben curato e la basetta affilata come la lama di un coltello, il completo estivo e la camicia aperta sul collo.
Sotto un braccio aveva un pupazzo di peluche. Guardava dritto davanti a s, gli occhi puntati su sua madre e sulla bambina che lo aspettavano in piedi sotto il portico. Poi dalla macchina scese anche quella bugiarda della moglie, vestita manco dovesse andare a un cocktail. Alex si era bloccata a met di un passo.
Era stato in quel momento che Peck Wilson aveva girato istintivamente la testa verso destra e tra loro si era allacciato uno sguardo, il primo, uno sguardo che, in un istante, era passato dallo shock alla paura alla rabbia. Prima che lei potesse pensare o agire Bridger gli stava gi correndo incontro. Il pupazzo era caduto a terra. Il sole filtrava tra le foglie degli alberi. Poi, improvviso, il cozzare violento dei loro corpi: fu come un rapido passo di danza, un balletto che uno conosceva bene e l'altro no. Bridger cadde a terra dimenandosi e Peck Wilson era in piedi sopra di lui che lo prendeva a calci. Lei si mise a urlare con tutta l'aria che aveva nei polmoni, compressa, costretta e spinta a forza attraverso lo stretto passaggio della laringe. L'uomo alz la testa per guardarla: un altro sguardo, un'altra frustata che le comunic che cosa Peck Wilson avrebbe fatto ancor prima che lo facesse. cos quando lui si era diretto verso di lei, quando aveva cercato di agguantarle il polso, lei non era gi
pi l. Correva. Non aveva altra scelta. Bridger era a terra. Il sangue le si gel nelle vene ed era scappata.
In quel momento aveva la testa completamente sgombra, non pensava ad altro che a correre. Non aveva un piano, non aveva un obiettivo o una strategia. Scappare, solo quello. Filarsela.
Tagliare la corda. Improvvisamente stava correndo, e non aveva mai corso cos tanto e cos velocemente in vita sua, non riusciva neanche pi a sentire l'ansare mozzato del respiro di Peck, o il rumore dei suoi passi, non riusciva a capire neanche dove fosse in quel momento rispetto a lei. Aveva paura di guardarsi indietro, aveva paura di tutto. Perch non lo fermava nessuno?
Voleva gridare ma non aveva abbastanza fiato. Le braccia si muovevano come stantuffi avanti e indietro e le gambe avevano trovato un loro ritmo: Alex attravers l'incrocio, riuscendo finalmente a sbirciare da sopra la spalla e lo vide, eccolo, proprio dietro di lei, che correva a tutta velocit per salvare tutto ci che possedeva e che non aveva alcuna intenzione di perdere, gli occhi privi di espressione, freddi, le labbra tirate.
Non os controllare di nuovo. Guard davanti a lei, esaminando le lastre sconnesse di cemento in cerca di quella sporgenza che poteva esserle fatale, temendo la vecchietta che le veniva incontro trascinando i piedi, le braccia chiuse attorno ai sacchetti della spesa, calcolando le probabilit che aveva al
prossimo semaforo e a quello dopo ancora. Perch una cosa era sicura: che non si sarebbe fermata per nessuna ragione, mai, non aveva nessuna speranza se non correre sempre pi forte e lasciarlo indietro, sgusciare in mezzo al traffico, sopravvivergli.
Se l'avesse presa le avrebbe fatto del male, tanto e in poco tempo, senza piet e senza freni inibitori. Gliel'aveva gi detto, gliel'aveva detto prima, era bastato uno sguardo. E non c'era la possibilit di aver frainteso.
Il furgone - il furgone bianco, quel muro semovente che le era apparso davanti per un attimo e in un lampo era sparito -
le era costato un passo, un battito di ciglia, sufficiente perch le dita dell'uomo le strappassero una ciocca di capelli, sufficiente perch lei sentisse la testa strattonata all'indietro. Ma non avrebbe potuto fermarsi neanche se l'avesse voluto. Poi per c'era stata l'altra macchina, la forza sconosciuta che l'aveva schiaffeggiata, colpita, buttata a terra, il corpo di lui scagliato di fianco al suo e il suo calore cos vicino che la colpisce al naso come un gas tossico. Si era rialzata, sbalordita, attonita, le ginocchia sbucciate e sanguinanti, il palmo delle mani e gli avambracci in fiamme - Corri! le urlava una voce dentro di lei, Corri! - ma non doveva correre, non doveva fare niente, perch la macchina della polizia stava infilando l'incrocio e Peck Wilson era fottuto.
Per un lungo istante lei sostenne il suo sguardo e vi vide il vuoto, la paura, la voglia di darsela a gambe: trem per l'emozione, la cosa pi ridicola da fare, come se si fosse presa un colpo di freddo il giorno pi caldo dell'anno. Non sapeva dove si trovava. Non sapeva che cosa le stava succedendo. - Va' all'inferno,
- disse, con una sensazione di trionfo che le montava dentro.
Rimasero li, l'uno di fianco all'altra, a non pi di mezzo metro di distanza, mentre i due uomini a bordo della macchina, i due neri, venivano verso di loro, agitando le braccia e spalancando la bocca, mentre iniziava a formarsi una piccola folla, mentre la portiera della macchina della polizia si apriva e tutti a fissare le uniformi nere e azzurre, i manganelli, le pistole e i cappelli con la visiera. Lui voleva mettersi a correre, Alex lo sentiva. Stava per mettersi a correre e a lei sarebbe toccato fermarlo.
Si volt di scatto, troppo agitata per poter riconoscere
il tipo di persona che maneggia il manganello infilata nella sua bella uniforme nera e blu, troppo agitata per intuire la piega che stava prendendo la situazione, l'inevitabile spirale discendente verso cui ogni cosa tendeva, ogni cosa, dal giorno in cui i microbi avevano invaso il suo corpo e lei aveva smesso di abitare il mondo degli udenti. Vide la faccia di Peck illuminarsi.
Vide il suo sguardo farsi pi sicuro. Poi la poliziotta si frappose tra loro e lei si trov a fissare un'espressione che conosceva gi - adesso Alex era piena di collera, di collera e incredulit -
che conosceva fin troppo bene: per l'ennesima volta, era sotto processo.
Quello che ricord maggiormente, quello che avrebbe sempre ricordato, era il modo in cui le parole l'avevano tradita. Lei cercava di disporle nell'ordine corretto ma era inutile, non ce la faceva, senza contare che era ansimante nel tentativo di riprendere fiato. - Lui, - continuava a ripetere, indicando con un dito Peck Wilson, -  lui, arrestatelo! - Ma l'agente Runyon non la ascoltava. Anzi, a un certo punto - confusa dall'ondeggiare dei corpi che la circondavano e dalla violenza con cui l'agente Runyon la teneva stretta, serrandole il braccio in una morsa d'acciaio - alz lo sguardo e vide che Peck Wilson non era pi dove si trovava un attimo prima. Non era nella macchina della polizia o sotto la custodia dell'altro poliziotto, quello pi anziano con la faccia cadente (troppo occupato in mezzo ai due neri che si agitavano come ossessi). Sent il panico che montava e stratton il braccio per liberarlo. Si guard attorno, agitata, girandosi una volta, due, la folla che le restituiva lo sguardo con occhi indifferenti, gli alberi che turbinavano sopra la sua testa, camicie, camicette, jeans, pantaloncini. L'agente Runyon le pos di nuovo addosso la mano e di nuovo lei si scost bruscamente.
Non riuscivano a capire che cosa stava succedendo?
- Peck Wilson, - grid come se fosse l'unico nome che conosceva, lo grid ancora e ancora, finch non le usc tutta l'aria che aveva nei polmoni.
Quando arriv l'interprete era ormai troppo tardi. Aveva cercato di andarsene, bruciava dall'impazienza di andarsene, aveva anche cercato di infilarsi tra la folla e tornare di corsa gi
per la strada, fino a quella casa e alla donna dai capelli grigi sotto il portico Chiedete a lei, lei ha tutte le risposte, chiedete a lei ma l'agente Runyon non sentiva ragioni. Solo allora le torn in mente Bridger. Era ferito? O era solo questione di qualche livido e un po' d'indolenzimento, di quelli che ci si scuote di dosso come fanno nei film? L'agitazione e la paura le strinsero la gola: perch non era li con lei adesso, perch non aggiungeva la sua voce al casino generale? Lui s che poteva spiegarsi. Poteva dirglielo, a questa poliziotta con le labbra perennemente all'ingi, le mani come artigli e un paio d'occhi la cui temperatura massima era lo zero. Dov'era Bridger? Dove? La risposta le giunse un attimo dopo quando l'ambulanza accost il marciapiede, il lampeggiante acceso, e l'agente Runyon faceva dei segni al conducente: lasci il braccio di Alex giusto il tempo per indicare con due scatti di taglio della mano il fondo della strada, come se stesse affettando qualcosa o lo stesse scagliando lontano da s. - Chi... ? - chiese Alex, ma non pot concludere il pensiero.
L'agente Runyon aveva estratto le manette - e le stava scuotendo davanti alla faccia di Alex, avvisandola che se non si fosse calmata non avrebbe avuto altra scelta che arrestarla - quando, a bordo di un'anonima macchina nera col logo del comune sulla portiera, arriv l'interprete. Era piccola, graziosa, giovane, i lineamenti gi in movimento mentre attraversava la strada e si metteva tra le due donne. - Che cosa succede? - chiese a parole e coi segni, in simultanea.
- Mi stava inseguendo. Voleva farmi del male. Peck, - disse Alex, - Peck Wilson.
L'interprete guard l'agente Runyon, che si strinse nelle spalle. - Non sa dire altro.  isterica.
Chi  Peck Wilson? le chiese la donna a gesti, voltandosi verso Alex e tagliando fuori la donna poliziotto.
Il ladro. Mi ha rubato l'identit. E mi ha inseguito, mi...
Dov'?
Dov'? La domanda la trafisse da parte a parte. Non riusc a trattenersi, non riusc a controllare la rabbia, la frustrazione, la nausea per l'ironia di questa specie di scherzo cosmico, e d'improvviso scoppi a piangere. L'interprete lasci cadere le braccia lungo i fianchi, poi le alz di nuovo per stringerla a s. Vi
fu un lungo momento in cui tutto le sembr come sospeso, con quella sconosciuta che la abbracciava in mezzo a una folla di sconosciuti. Poi con gentilezza Alex si liber. Non si scost i capelli dal viso, non si tampon gli occhi, ma port la mano alla fronte e la agit col palmo aperto: Non lo so, disse a gesti. Ma so dov' sua madre.
All'ospedale si sedette su una sedia di plastica rigida nella sala d'attesa del pronto soccorso, l'interprete da un lato e un detective del Dipartimento di Polizia di Peterskill dall'altro. Era ormai sera, sabato sera, quel momento di passaggio tra il tardo pomeriggio e la notte con i suoi imminenti incidenti ad alta gradazione alcolica, un breve istante di quiete nel flusso ininterrotto di pazienti che si premono stracci insanguinati su stinchi, braccia, fronti. Era nervosa - si era scolata tre lattine di Diet Coke e aveva ancora sete - e il ginocchio destro la tormentava nel punto da cui avevano estratto pezzetti di ghiaia e terriccio prima di ripulire e medicare la ferita. Aveva un'altra garza pressoch identica sotto il ginocchio sinistro, ma era il destro quello che aveva incassato il colpo - o almeno, era quello che le faceva male. L'interprete
- si chiamava Terri Alfano, aveva ventisei anni e un paio d'occhi castani e distanti che sembravano assorbire tutto il dolore e la confusione attorno a lei e restituire perdono: Alex non sapeva come avrebbe fatto ad affrontare tutto ci senza di lei - le aveva chiesto qualche chiarimento sulla
tempistica dell'incidente, e, mentre loro due si scambiavano una fitta sequenza di segni, il detective che aveva posto la domanda, la penna posata sul blocco degli appunti, sembrava distratto.
Il problema, adesso - la preoccupazione, l'ansia, la paura che le rimbombava dentro come un'orribile eco - non era Peck Wilson o sua madre o sua moglie o la Mercedes color vino che la polizia aveva messo sotto sequestro fintanto che non si stabiliva a chi appartenesse, ma Bridger. Bridger era da qualche parte dietro le porte a vento alle spalle del bancone dell'infermiera, oltre i pazienti privi di espressione accasciati nelle file di sedie di plastica e la Tv appesa al muro che trasmetteva, con un nauseante eccesso di ironia, un ansiogeno telefilm ambientato tra i medici di un pronto
soccorso. Non le avevano detto molto, e di quel poco che le avevano detto non aveva colto quasi niente finch Terri Alfano non gliel'aveva scritto: a quanto pare Bridger aveva difficolt a respirare, per cui gli avevano praticato una tracheotomia d'emergenza. Aveva subito un trauma alla laringe e avevano intenzione di operarlo per liberare il passaggio dell'aria e riparare il danno alla cartilagine tiroidea. Era quello il problema. Era quello il motivo per cui se ne stava seduta li a fissare l'orologio, le porte a vento e la faccia dell'infermiera ogni volta che quella muoveva gli occhi verso il telefono e sollevava il ricevitore.
Pass un'ora, lentamente, molto lentamente, poi un'altra. Il detective se n'era andato da un sacco di tempo e la sala d'aspetto aveva ricominciato a riempirsi. Alex sfogliava una rivista e guardava i visi delle persone che entravano e uscivano reggendosi al braccio di parenti e amici, i lineamenti tirati e contratti attorno ai loro occhi sofferenti. Non c'erano state altre notizie di Bridger e, mentre al di l dei vetri la luce svaniva e si insediava la notte, Alex si gir verso Terri Alfano dicendole che poteva pure andare a casa. - Non  necessario che te ne stia seduta qui a farmi compagnia, - ribad ad alta voce, anche se non era quello che pensava. Era contenta di quella compagnia, la desiderava disperatamente. Era confusa e indolenzita, schiacciata dal senso di colpa nei confronti di Bridger: era colpa sua, di tutto quanto, prima di tutto di averlo coinvolto e poi di averlo trascinato fin l, e per che cosa? Non avrebbe
dovuto essere cos testarda. Avrebbe dovuto lasciar perdere. Avrebbe dovuto lasciare tutto in mano alla polizia e alle compagnie delle carte di credito, invece di mettersi a giocare all'investigatore dilettante, invece di prenderla come una faccenda personale, come se al ladro gliene fregasse qualcosa di lei, come se gli importasse, come se gli importasse di lei. Che cosa le era passato per la testa? Ma la cosa peggiore, quella che la perseguitava mentre fissava il pavimento e si agitava sulla sedia e alzava lo sguardo per passare dall'infermiera all'orologio alla porta a vento che non si apriva mai per far uscire qualcuno, era di averlo lasciato quando lui aveva pi bisogno di lei, quando non riusciva a respirare, quando si afferrava la gola e si agitava a terra sul marciapiede, preda del dolore che avrebbe dovuto provare lei. Doveva fare una scelta, una scelta di tipo morale, e lei aveva sbagliato.
-  tutto a posto. Io sto bene -. Terri girava pigramente le pagine di una rivista che Alex aveva gi sfogliato due volte. Sedeva fermissima, la schiena leggermente curva, era la calma personificata.
Portava una gonna grigia con la giacca abbinata e una camicetta rosa, molto professionale, quasi sussiegosa, ma lei non era per niente fredda o rigida, a differenza di molti interpreti;
tipo Iverson e quelli come lui, ad esempio: persone di nessun valore che volevano solo credersi importanti a spese di qualcun altro, qualcuno che potevano dominare in uno psicodramma di soggezione e dipendenza. - Davvero, - disse posando la rivista.
- Sono certa che avrai qualcosa di meglio da fare...
Terri si strinse nelle spalle, sollev verso l'alto il palmo delle mani e sorrise. Avevano gi parlato del suo ragazzo, di come lei non riuscisse quasi a pensare ad altro nonostante fossero sei mesi che si era trasferito nel Midwest seguendo un'opportunit di lavoro irrinunciabile e di come lei lo stesse aspettando. Avevano parlato dei suoi genitori, entrambi sordi - madre padre sordi, le aveva detto a gesti - e di come aveva fatto loro da interprete tutta la vita. Avevano parlato dello stipendio da schifo e degli orari folli e della responsabilit che sentiva per la comunit dei non udenti. E del senso di colpa. Ovviamente del senso di colpa. Avevano
parlato di Bridger, della Scuola di San Roque. Di Peck Wilson. - Credimi, - le aveva detto, sottolineando le parole con i gesti, - nessun problema. Voglio rimanere.
Che fai se il dottore ha bisogno di dirti qualcosa, non so, qualcosa di importante? O addirittura di cruciale?
- Sono in grado di leggergli le labbra.
- E con i termini medici come te la cavi?
- Me li pu scrivere.
Ci fu una pausa. Entrambe alzarono lo sguardo per osservare una donna anziana in pantofole e vestaglia che attravers la sala per dirigersi al banco dell'accettazione come una vecchia vela triste su un mare senza vento. Il viso di Terri arross. Vuoi davvero che me ne vada? le chiese a gesti.
Alex scosse il capo. Poi, per dare enfasi a quanto diceva, un movimento secco dell'indice, da sinistra verso destra: No.
Erano passate le nove quando l'infermiera che per prima aveva parlato con loro usc dalla porta a vento. Indossava il camice verde da chirurgo, con tanto di cuffietta in testa, e aveva
un'evocativa macchia, una cosa scura e secca, che le attraversava un fianco. Si alzarono entrambe per parlare con lei e mentre la donna attraversava la sala Alex pot leggere la sua espressione e il suo linguaggio del corpo - era soddisfatta del proprio lavoro;
andava tutto bene - cos che quando l'infermiera si trov in piedi davanti a loro con un sorriso d'occasione e disse che Bridger stava meglio, Alex aveva gi colto il senso generale. Gli avevano impiantato uno stent in polimero siliconico - Pu scriverlo, per cortesia? - per impedire che si formasse del tessuto cicatriziale sulla cartilagine esposta, ma sarebbe stato dimesso
il giorno dopo e la prognosi era buona. Recupero totale. Anche se non sarebbe stato in grado di parlare per due o tre settimane e poteva permanere un mutamento della voce.
- In che senso un mutamento della voce?
- Potrebbe avere un suono diverso. Cio, potrebbe non avere pi l'intera gamma vocale che aveva prima dell'incidente...
della lesione, voglio dire. Ma anche no. Potrebbe riprendersi completamente. A molti capita cos Fece una pausa per permettere a Terri di mettersi in pari, anche se Alex le leggeva le labbra ed era gi avanti. L'infermiera era una donna di mezza et, con occhi tristi e un paio di rughe semicircolari che le racchiudevano la bocca tra due parentesi che svanivano quando sorrideva come stava facendo in quel momento. - Non  un cantante, no?
- No, - disse Alex, scuotendo il capo mentre in testa le tornava l'immagine di Bridger in macchina, le labbra arricciate attorno all'inconoscibile estasi della melodia generata dalla radio, un dolce melisma come il canto del gufo: who who, who who.
Poco prima, con l'aiuto di Terri, aveva telefonato ai genitori di lui, persone che non conosceva minimamente. Vivevano a San Diego. Sapeva solo che suo padre aveva qualcosa a che fare con l'esercito. Aveva fissato il viso di Terri mentre traduceva e poi l'aveva fissata mentre ascoltava la risposta: il contenuto emotivo di ci che la ragazza stava ascoltando si era trasferito alle sue labbra, agli occhi, alla muscolatura sotto la pelle. I genitori non sentivano Bridger da un mese. Gli dispiaceva moltissimo.
La madre avrebbe preso il primo aereo. C'erano delle accuse nelle loro parole? Ostilit, rancore, animosit? Una ragazza sorda?
Non aveva mai detto che usciva con una ragazza sorda.
Ma la cosa pi esasperante era che, per quante volte avesse pigiato quei tasti, la sua di madre non rispondeva al telefono
- o ce l'aveva spento. Terri continuava a lasciarle dei messaggi vocali in cui le chiedeva di richiamare. Ancora niente. Aveva infilato il telefono nella tasca laterale dei pantaloncini, in modo da essere sicura di percepirne la vibrazione, ma quello era l, senza vita, un ammasso inerte di plastica, metallo e silicone.
Una cosa fredda. Inutile. Avrebbe fatto meglio a portarsi una coppia di piccioni viaggiatori.
Terri intercett la sua mano che controllava la tasca. Sorrise, ringrazi l'infermiera, che stava gi spostando il proprio peso sull'altra gamba per tornare verso la porta a vento, e volse lo sguardo su Alex. - Ancora niente?
Alex scosse il capo. - Voleva andare a teatro una di queste sere, ma non so...
Rimasero in silenzio per un istante, poi Terri, sottolineando coi gesti le parole, le disse: - Il mio appartamento  piccolo e non  niente di speciale, te l'assicuro, ma in soggiorno c' un divano letto. Sei la benvenuta. Davvero.
Si svegli alle prime luci dell'alba, sudata, con la vaga sensazione di un movimento appena al di l della sottile cortina della tenda. L'atmosfera era pesante, tropicale. C'era odore di umidit e terriccio, l'aroma fertile della quotidiana rigenerazione che proviene dalle cose che riposano nella terra, fiori che si schiudono, eserciti di insetti che si agitano nei nidi, nelle tane e sotto le foglie degli alberi ammucchiate contro le mura dell'edificio.
C'era odore di pioggia, di ozono. Per un istante giacque immobile, gli occhi fissi verso il soffitto - stava recuperando l'orientamento, ripercorrendo a ritroso il rosario degli eventi, l'ospedale e Terri, Bridger, Peck Wilson che esce dalla macchina, la paura che le esplode in testa, l'inseguimento per strada -, poi i suoi occhi si spostarono sulla tendina. C'era qualcosa l, un'ombra, del movimento. Il cuore le batteva forte. Si mise a sedere. Quando percep la porta che si apriva alle sue spalle quasi strill - o forse lo fece, forse grid davvero - ma poi si accorse che era solo Terri, le spalle curve sotto il tessuto a scacchi di una
vestaglia azzurrina, il viso stolido e vuoto, ancora mezzo
addormentato, diretta in bagno. Stai bene? le chiese a segni, istintivamente.
- Scusa, probabilmente stavo sognando, - ment Alex, parole prese da una pagina o da un antico ripostiglio della memoria, usate con la stessa speranza che Bridger provava quando riportava a galla il suo spagnolo scolastico per ordinare un taco o far lavare la macchina. Sentiva sempre una specie di sollievo, le aveva detto - no, non sollievo, una sorta di sorpresa - quando le persone lo capivano, come se stessero comunicando in un codice che era indecifrabile se non per quell'unico, fortunato, istante.
La porta del bagno si apr e poi si chiuse alle spalle di Terri e fu come se lei non fosse mai stata li, un'apparizione improvvisa immediatamente tornata intangibile, ed ecco di nuovo quel movimento dietro la tendina, quello che l'aveva svegliata, ma non era Peck Wilson, ancora libero e venuto a controllarla e a finire ci che aveva cominciato, e non era nemmeno il residuo di un sogno: no, era solo uno scoiattolo gonfio dell'abbondanza del cibo facile dell'estate, che chinava il musetto e muoveva le zampette contro il lucore cupo dell'erba umida e setosa.
Era ancora nuvolo quando si svegli. Terri era in piedi vicino al divano con una tazza di caff in mano, le labbra sollevate in un sorriso dolce e silenzioso. Era gi vestita e truccata, i capelli spazzolati, degli orecchini di giada che catturavano quel po' di luce smorta che veniva da fuori. - Non volevo svegliarti,
- disse porgendole il caff. - Se vuoi ci sono zucchero e panna, non sapevo come lo prendi.
- Che ora ? - chiese Alex, mettendosi a sedere per accogliere la tazza nelle mani a coppa.
- Le dieci e mezza.
- Come, le dieci e mezza? Non posso credere di aver dormito cos tanto...
-  stata la corsa di ieri che ti ha stancato -. I suoi denti scintillarono in un sorriso. Era una battuta. - Ma non preoccuparti,  domenica, l'unica mattina in cui si pu dormire.
- Ma l'ospedale? E Bridger?
Il viso di Terri - il suo viso grazioso, mobile, animato - non rivel nulla. - Ho chiamato un quarto d'ora fa. Nessuna novit.
Hanno detto che sta riposando e che possiamo andare a trovarlo
quando vogliamo.
Il caff era bollente e amaro - Alex preferiva il t e le poche volte in cui sceglieva il caff lo annegava nella panna - ma port la tazza alle labbra, vi soffi sopra e bevve, ringraziando Terri con gli occhi. Di colpo si sentiva sopraffatta. Quella ragazza dal viso dolce e fiducioso, che le era completamente sconosciuta solo ventiquattro ore prima, era la migliore amica che avesse al mondo, una brava persona, sincera, affettuosa, comprensiva
- madre padre sordi - e di quello Alex era grata, infinitamente grata, fino alle lacrime. Ma era anche una stampella, e sua madre sarebbe stata la prima a farglielo notare. - Non devi farmi da babysitter, - le disse.
Terri stava sorseggiando il caff da una tazza souvenir con le parole Fort Ticonderoga scritte in rosso sul disegno di una staccionata che correva lungo tutta la circonferenza. - Non  un problema. E non ti sto facendo da babysitter, non devi pensarlo.
Voglio solo rendermi utile, tutto qui.
Alex non pot impedirsi di sorridere. - Anche ben al di l del tuo dovere?
Terri si strinse nelle spalle. - Certo, - disse. - Perch no?
- Niente di meglio da fare?
- Non saprei... vuoi fare colazione? Uova? Cereali?
Alex mise i piedi a terra, pesc i pantaloncini dal pavimento e se li infil. Aveva bisogno di una doccia, la pelle le pizzicava per il residuo del sudore - si sentiva come una ciambella fatta rotolare nello zucchero - ma la doccia poteva aspettare.
- No, - disse sollevando lo sguardo mentre si allacciava le scarpe,
- non disturbarti, - e alz una mano per prevenire la replica.
- Devo chiamare mia madre. Per metterla al corrente.
Terri inarc le sopracciglia e sul suo viso riaffior l'espressione da sorda. - Vuoi che ti faccia da interprete o usi un messaggio di testo?
- Basta che tu mi dica quando solleva il ricevitore: poi io le parlo e lei mi risponde col testo. E il sistema migliore, decisamente.
Non mi va di farti sorbire tutta la conversazione, sai anche tu come sono le madri. E la mia  cento volte peggio.
Rispose al primo squillo. - Ciao, mamma, - disse Alex parlando al vuoto.
Dove sei? Ero preoccupata.
- Ancora a Peterskill. Senti, non preoccuparti, la macchina  a posto, ma abbiamo dovuto fermarci per la notte perch, -
si ferm un momento, sopraffatta dall'emozione, - perch
Bridger, cio,  stato Peck Wilson. E arrivato Peck Wilson e l'ha picchiato e Bridger  in ospedale.
In ospedale?
- Sta bene.  la gola. E stato colpito alla gola.
Per un attimo non successe niente, poi i cristalli liquidi lampeggiarono nel minuscolo schermo. Te l'avevo detto. Ma tu devi sempre...
- Sta bene.  tutto a posto. Tra un attimo andiamo in ospedale: hanno detto che l'avrebbero fatto uscire oggi pomeriggio, quindi penso che ci vedremo stasera.
Andiamo chi?
- Io e Terri.  l'interprete della polizia.
L'hanno preso?
Di nuovo un'esitazione. Era come se fosse lei quella colpita alla gola. - No. ...  scappato.
Arrivo.
- No, no... non c' bisogno. Posso gestire la cosa, non ti preoccupare.
In che ospedale ?
Allora Alex le fece un discorsetto sull'indipendenza, di come lei le aveva sempre insegnato a essere indipendente e adesso la trattava come una bambina. Che aveva trentatre anni e poteva gestirsi da sola. Che chiunque avrebbe potuto cadere vittima di un ladro di quel genere. Che questa storia non aveva niente a che vedere col fatto che lei era diversa, o con le sue capacit, o col modo in cui gestiva le proprie finanze e pianificava il futuro, o qualunque altra cosa. - Mamma, ascoltami bene,
- disse per concludere, - te lo ripeto cos ci capiamo bene: non voglio che tu venga, d'accordo?
In che ospedale ?
La prima cosa che vide, quando entr nella stanza con Terri al fianco, furono i fiori. Una giungla di fiori, dalie, tulipani, lilium, gladioli, rose - cos tanti fiori che pensarono di
aver infilato la porta sbagliata e di essere uscite di nuovo nel corridoio.
La seconda fu la forma sottile e sinuosa di una donna che non aveva mai visto prima: si ergeva in mezzo a quel trionfo di fiori lanciandole un'occhiata di sfida. Poi vide il letto, i monitor, la piantana per le fleboclisi, e infine vide Bridger, immobile nel campo candido e vuoto delle lenzuola. Aveva la gola avvolta in un bendaggio ancora pi niveo, e vari strati di garza bianchissima sotto il mento, cos che la sua testa sembrava separata dal resto del corpo. L'occhio destro era cos gonfio da essere chiuso.
In effetti - e dovette trattenere il respiro mentre si avvicinava
- Alex not che era l'intero lato destro del viso a essere ferito: met della sua faccia era oscurata da un livido giallastro striato da una nuvola nera di croste scure. Ne fu
scossa: Bridger era ferito seriamente, davvero malridotto, e
non sarebbe andato da nessuna parte.
La donna - sua madre, sapeva che si trattava di sua madre prima ancora di guardarla in viso e riconoscervi gli stessi tratti di Bridger, il naso, gli occhi, la struttura ossea sfuggente, il pallore dell'ampia zona delle orbite - tent di frapporsi in mezzo a loro, prov a mettere in discussione il suo diritto di trovarsi l e a imporre la propria autorit, ma Alex la allontan e and da lui; la sua mano trov quella di Bridger e le sue labbra si posarono sulla guancia di quel bellissimo viso ora deturpato. - Oddio,
- disse, - oddio, mi dispiace cos tanto, - e le lacrime erano gi l, e bruciavano come acido. Alle sue spalle succedeva qualcosa, con la coda dell'occhio intuiva del movimento, la madre di Bridger e Terri Alfano, il suo angelo custode, che si scambiavano qualche frase di circostanza. Alex alz la testa per guardare Bridger nell'unico occhio a disposizione, quello buono, quello che era dilatato e dallo sguardo limpido. - Stai bene? -
gli chiese dal profondo di se stessa, e sent che le parole non erano uscite col suono giusto, troppo acute, strozzate, col registro sbagliato, ma non le importava.
Solo in quel momento, quando Bridger sollev la mano destra per rispondere, Alex si accorse del gesso che gli copriva l'avambraccio, e le sembr una tacita accusa, come un indice puntato, una specie di maledizione scagliata verso di lei. La mano chiusa, su e gi: S. Poi: E tu stai bene?
Alex annu.
L'hanno preso?
Alex vide che si faceva scuro in volto, il colore che a chiazze si spostava dal livido verso la mandibola, la guancia, l'orbita dell'occhio aperto. Bridger conosceva gi la risposta. Sapeva gi che il dolore, la frustrazione, la rabbia, l'odio, l'ossessione per quel bastardo - e l'ulna fratturata e la laringe sfondata -
tutto era stato inutile, tutto. Glielo leggeva negli occhi.
-  riuscito a fuggire, - gli disse Alex, parlando e nello stesso tempo muovendo le mani. - Ma hanno la sua macchina...
La macchina? Tutto qui? Ma cazzo! Batt il pugno contro il gesso con uno scatto violento del braccio e cerc di dire qualcosa, lo sguardo truce e le mascelle che si muovevano a vuoto, ma non riusc a parlare, non disse niente, se ne accorse anche lei. Bridger. La garza alla gola, il gesso al braccio. Era furioso, arrabbiato, pi arrabbiato di quanto l'avesse mai visto, e prima di avere la possibilit di chiederglielo - dava la colpa a lei, era quello il problema? - la madre le era di fianco e la scostava bruscamente per pigiare con forza il cicalino delle infermiere. Dopo un attimo arriv l'infermiera che si mise a fare qualcosa a Bridger, alla sua bocca, alla sua gola, alla sua cavit orale, qualcosa che Alex non voleva vedere. Mentre voltava la testa, la madre di Bridger afferr le tende e le richiuse.
Rimase seduta a lungo insieme a Terri, a fissare le pieghe bianche delle tende che pendevano dalla struttura in alluminio.
Si sentiva come se avesse ricevuto uno schiaffo in pieno volto.
Stava gi abbastanza male di suo - era colpa sua, era tutta colpa sua - e ora voleva solo sprofondare. Non preoccuparti, le disse Terri a gesti. Si riprender.
Alex non rispose. Era troppo demoralizzata per risponderle.
E stanca. Stanca come se non avesse dormito per una settimana.
La luce cal di colpo, una nuvola oscur il sole, oltre la finestra in fondo alla stanza: Alex alz lo sguardo e per la prima volta not il secondo letto. Era quasi nascosto dietro la muraglia di fiori che la madre di Bridger aveva sparso in giro per la stanza. Gi, i fiori, un'ulteriore accusa nei suoi confronti: a lei non era venuto in mente di portare nemmeno una margherita, va bene, ma come avrebbe potuto? Lei era una vittima di tutta quella storia quanto lui, poteva rimanere uccisa, non lo sapevano loro?
Anche le tende intorno al secondo letto erano tirate, ma attraverso un'apertura riusciva a vedere che c'era qualcuno dentro;
erano visibili solo un paio di caviglie accavallate e due piedi nudi, le piante giallastre e dieci dita altrettanto ingiallite che sbocciavano dalle giunture come frutti marci. Era affascinata da quelle dita, da quei piedi anonimi, i suoi occhi passarono dalla scontata attrazione per i fiori a fissarsi su di essi: chi c'era l dietro? si chiese. Una specie di voyeur uditivo, silenziosamente sintonizzato sul dramma che si svolgeva attorno al letto di Bridger, gli strilli della madre, l'annaspare del paziente, l'umido, carnale sibilo delle medicazioni dell'infermiera nella gola di lui. Non stava particolarmente male - lo capiva dal modo in cui teneva le caviglie una sopra l'altra. Era appena arrivato e si era nascosto dietro quelle tende, in ascolto. Mentre stava meditando su queste cose, mentre guardava quei piedi e lasciava che i propri pensieri la trascinassero da qualche altra parte, percep il solito ronzio del cellulare che si dimenava nella sua tasca.
Era sua madre. Stazione di Peterskill, diceva il messaggio, alle
3,43. Fine della comunicazione.
Terri la stava guardando. - Tua madre?
- S. Arriva alle quattro meno un quarto. - Si strinse nelle spalle e abbass lo sguardo. - Mi sa che devo andare a prenderla.
Ci fu una specie di pausa prima che Terri le sfiorasse il polso con un dito per attirare la sua attenzione. - Posso darti un passaggio fino alla tua macchina, se vuoi. Ti ricordi dove l'hai parcheggiata?
Di colpo Alex rivide la strada, l'ombra degli alberi, il marciapiede pieno di crepe, i ragazzini in bici e tutto il resto: le sembr il fondale di uno spettacolo teatrale visto tanto tempo prima. - S, - disse, annuendo con decisione.
L'infermiera riemerse da dietro le tende e le spalanc con un gesto secco dei polsi. C'era anche la madre di Bridger: si alz dalla sedia accanto al letto, il viso stanco e gli occhi che si avventarono su loro due come a dire: Che cosa ci fate qui? Quanto a Bridger sembrava che la crisi fosse passata e ora la stava guardando, il viso paonazzo sotto la maschera che Peck Wilson gli aveva lasciato in eredit, la cute del cranio cos arrossata che Alex poteva vedere ogni singolo capello in
rilievo contro la pelle. Aveva tossito molto. Aveva tossito o
aveva rischiato di soffocare.
L'uomo a cui appartenevano quei piedi lo sapeva, Terri, la madre di Bridger e chiunque fosse passato vicino alla porta
lo sapeva, ma non Alex, perch le tende erano state chiuse.
-  tutto a posto? - chiese, alzandosi e avvicinandosi al letto.
L'infermiera le scocc una strana occhiata, chin la testa e lasci la stanza con passi rapidi e silenziosi. La madre di
Bridger aveva una faccia che sembrava pesare una tonnellata, come se fosse stata scolpita nel cemento. Si mosse di lato, un movimento impercettibile, probabilmente inconscio, in modo da interporsi tra Alex e il figlio. La sua bocca si stava muovendo:
- Cosa? Cosa ha detto?
Stava facendo una domanda, ma non si rivolgeva a Alex.
Non la guardava nemmeno. Stava guardando Terri.
Terri disse qualcosa, e la madre di Bridger le rispose di rimando.
Bridger era accaldato. Le sue mani erano immobili, l'occhio sano aperto e dallo sguardo fisso.
Alex sent il tocco di Terri sul braccio e si gir verso di lei.
- La signora Martin dice che Bridger ha difficolt a respirare.
Pensano si tratti di una conseguenza temporanea dell'intervento, ma  anche possibile che una sutura, - si ferm per compitare la parola a gesti, - abbia ceduto, all'interno, quindi potrebbe essere necessario reinserire il tubo per la respirazione. Ma  pi probabile che non sia cos e non ci sia niente di strano, davvero...
- Le dica, - aggiunse la madre di Bridger agitando le braccia come se stesse cercando di far fermare un taxi, - che hanno intenzione di fare delle altre analisi e che Bridger rimarr qui stanotte, e forse anche di pi...
Alex allung la mano e tocc il braccio della donna, per stabilire un contatto, anche solo per un istante, e dirle che la capiva, che poteva parlarle tranquillamente e che erano entrambe coinvolte nella stessa battaglia, nella stessa speranza, nello stesso amore, ma la madre di Bridger se la scroll di dosso e le scocc un'occhiata che Alex conosceva sin troppo bene. Alex guard quegli occhi azzurro chiaro, gli stessi occhi di Bridger, che si concentravano su Terri. - Le
riferisca che adesso Bridger ha bisogno di riposare, - disse,
ma Alex lo cap perfettamente da sola.
E Bridger? Non alz mai la mano, no, lui non alz nemmeno un dito.
Erano uscite, in mezzo alle strade pulsanti di vita, il caldo sul viso e quegli alberi troppo verdi che si richiudevano su di loro, quegli odiosi alberi che la opprimevano e quei cespugli che l'accusavano e quei prati che strillavano senza ritegno, e Alex si ritrov ancora nel tunnel di quell'incubo, di nuovo ferita. Ecco l'incrocio, il primo, - No, - disse a Terri, indicandole la direzione da seguire, - gira qui a destra. S, da questa parte, e alla fine dell'isolato gira a sinistra -. Il marciapiede si snod davanti a lei e le macchine parcheggiate sfilarono una alla volta finch Alex non vide la Jetta, nel punto esatto in cui l'aveva lasciata, le ruote anteriori girate verso il bordo del marciapiede, il parabrezza buio per via dell'ombra degli alberi.
 
Capitolo 3.

Era in quinta piena, il piede premuto sull'acceleratore, quel po' di freddezza rimastagli era uscita dal tubo di scappamento quando aveva buttato gi quell'idiota al bar: a quel punto e tanto valeva innalzare uno di quei palloni che piazzano sopra le rivendite di macchine usate o una bella insegna luminosa puntata sulla sua schiena. Ennesimo errore in una giornata piena di errori. Ma non aveva altra scelta, o quello o tirarsi indietro, e lui non era uno che si tirava indietro, non importava quale fosse il prezzo da pagare. Era davvero arrabbiato, doveva ammetterlo.
Con se stesso, con Natalia, con Bridger Martin, con Alex Halter e con tutto quello spaventoso e deprimente baraccone che aveva messo in piedi. Aveva colpito basso, cercando il ginocchio, perch gli spacconi con le tette flaccide e le teste lisce come palle da biliardo erano sempre sbilanciati per via di tutto quel peso nella parte superiore del corpo e li buttavi a terra facilmente.
L'unico problema era stato che proprio in quel momento, quando il ginocchio aveva ceduto, il tizio gli stava tirando un cazzotto e gli aveva graffiato un lato del viso con la solita sfilza di anelli da biker, svastica d'argento, teschi e compagnia bella, e adesso in quel punto perdeva sangue.
A testa bassa, a passi decisi, dando l'impressione di sapere esattamente dove andava, a met dell'isolato aveva attraversato la strada e si era incamminato per la via che andava verso la stazione, superando prima un bar coi tavolini all'aperto pieno di persone che masticavano come se la loro vita dipendesse da quell'unico pasto e poi la zona riservata ai taxi. Quando aveva visto i taxi parcheggiati col motore al minimo e il treno diretto a nord fermo al binario, aveva avuto la tentazione di prenderne uno e filarsela di li, ma lasci
stare. La polizia sarebbe arrivata nel giro di qualche minuto
- non appena quel pagliaccio si fosse rialzato e avessero capito in che condizioni stava, il barista avrebbe chiamato immediatamente un'ambulanza - senza contare che il taxi sarebbe passato per forza li davanti. Aveva gi previsto tutto, mentre continuava a camminare imperterrito, sempre la stessa andatura, anche se la gente lo fissava - con quel sangue sulla faccia, i pantaloni sporchi e strappati - e poi mentre posava un piede sulla piattaforma e saliva sul treno, scegliendo un sedile in fondo alla carrozza. Un minuto pi tardi era nel bagno e si tamponava il viso con una salvietta umida, e sentiva delle sirene - o le stava immaginando? Un altro minuto e il treno fece uno scossone in avanti, le ruote morsero i binari, e la carrozza ondeggi come sotto l'effetto di due forze opposte che fanno a gara fra loro, lo sferragliare cominci: si stavano muovendo, diretti a nord.
Il taglio - era un graffio, in realt, leggermente pi marcato proprio nel mezzo - gli segnava tutta la guancia destra fino all'orecchio (molto arrossato) e sanguinava pi di quanto avrebbe dovuto. La cosa non gli piaceva per niente. Certo, era improbabile che il poliziotto che era andato al bar per dare un'occhiata lo collegasse all'incidente ed era ancora pi improbabile che si preoccupassero di controllare i treni, perch in fin dei conti si trattava solo di una rissa da bar, una delle tante. In ogni caso Peck non voleva attirare l'attenzione su di s senza motivo.
Se avevano la Mercedes voleva dire che erano anche a casa sua con un mandato e ci sarebbe stato qualcuno l per qualche giorno ad aspettare che lui si facesse vivo, ma Peck non si sarebbe fatto vivo, no, proprio no, non aveva alcuna intenzione di farsi vivo, n a casa n altrove. Non era cos stupido, anche se ci era andato vicino. Quando riusc a tamponare del tutto il sangue prese una manciata di salviettine pulite, le inumid e torn nella carrozza che vibrava tutta, scegliendo un posto laterale, cos da rivolgere il profilo sinistro al controllore quando sarebbe passato per il biglietto.
Stavano facendo il giro attorno all'Anthony's Nose quando il controllore gli arriv alle spalle. - Beacon, - disse Peck voltandosi verso di lui, le salviette umide premute contro la guancia.
Il controllore - un nero di una certa et, con occhi distanti e un ciuffo di capelli cotonati che gli usciva floscio da
sotto il cappello - non gli chiese niente, ma Peck disse:
- Maledetto mal di denti, - e gli porse il biglietto. L'uomo lo vidim e gli diede il resto, tutto li. Almeno per il momento. E poi? E perch aveva detto Beacon e non Buffalo? O Chicago?
A quanto pareva, quando il treno si ferm alla stazione di Garrison - una minuscola costruzione in pietra, una fila di case, la superficie regolare del fiume e un enorme parcheggio vuoto -
non c'era nessuno che lo aspettasse al varco, n i poliziotti n Natalia. C'era un lavoro da finire, qui: quel pensiero gli fece torcere lo stomaco e tutto quel che conteneva, la birra sgasata del bicchiere da 33CC, salatini stantii, la Coca che si faceva largo in lui come fosse acido della batteria. Natalia l'aveva lasciato. Se n'era andata. Era tutto finito. Per quel che ne sapeva poteva trovarsi su quello stesso treno, prima di prendere la coincidenza per Toronto. Ma no, non era il suo stile, e cerc di immaginarsela, il classico broncio con le labbra arricciate che tirava fuori quando era concentrata su qualcosa, si truccava o faceva un cruciverba, Natalia che usciva dalla vasca o che si scolava un bicchiere di Beaujolais nouveau o agitata e fumante di rabbia contro di lui, combattiva come nessun altro che avesse mai conosciuto. Si sarebbe fatta portare in taxi a una delle filiali della Hertz o della Enterprise, avrebbe noleggiato una macchina, sarebbe andata a prendere Madison e poi a casa. L si sarebbe messa a rimuginare, a lanciare un po' di roba in giro per la casa e a tracannare vodka, rannicchiata in un angolo e con i nervi a fior di pelle, e poi a vagare da una stanza all'altra a piedi nudi finch avrebbe perso i sensi. Il mattino dopo sarebbero arrivati i poliziotti col mandato e avrebbero messo tutto sottosopra: a quel punto lei avrebbe trangugiato dell'altra vodka e avrebbe portato Madison a mangiare fuori, poi sarebbe andata a fare un po' di shopping e infine sarebbe tornata di nuovo a casa a mettere insieme i cocci. Avrebbe guardato fuori dalla finestra e avrebbe visto l'auto a noleggio - una Mustang, forse, o una T-bird, perch chi glielo faceva fare di negarsi qualcosa, finch le carte di credito funzionavano? - e poco dopo avrebbe cominciato a riempire la macchina di tutto quello che poteva trasportare. E se ne sarebbe andata.
Il treno attraversava il paesaggio sferragliando su quel che restava del giorno, mentre il sole al tramonto si posava
sull'arco dei binari all'orizzonte e illuminava solo qualche
foglia in cima agli alberi lasciando che tutto il resto scivolasse nell'ombra.
La mente di Peck cominci a chiudersi sull'immagine di Natalia come una mano che accartoccia una foto e lui sent di nuovo montargli la rabbia. La casa. Non sopportava l'dea di perdere quella casa tanto quanto non sopportava l'idea di perdere lei.
E tutte le cose che aveva accumulato: perdute anche loro. La macchina. I nomi sul taccuino. Ogni nome valeva una fortuna.
I suoi affari. E Sukie. Anche l era tutto finito. E per finire pensava anche a un'altra cosa: il fatto che in un attimo tutto gli si era rivoltato contro. Quella mattina andava tutto a gonfie vele, si era svegliato in una casa lussuosa, con sei mesi di affitto pagati in anticipo e un'opzione sull'acquisto, era salito su una S500 e aveva portato la sua fidanzata a conoscere la madre e la figlia che non vedeva da tre anni. Ma era stato proprio in quel momento che l'immagine di Alex Halter gli si era materializzata davanti agli occhi: Peck l'aveva vista sul marciapiede, negli occhi quello sguardo di chi sa cosa farai prima ancora che lo sappia tu. Poi il modo in cui era scappata, facendogli fare la figura dell'idiota, della checca, della ragazzina. Voleva farla soffrire.
Ferirla come aveva ferito Bridger Martin. Pareggiare i conti.
Un ultimo salutino e poi addio.
C'era ancora un po' di luce quando scese dal treno a Beacon, un posto davvero di merda, spazzatura sui binari, spazzatura che galleggiava sul fiume, graffiti ovunque, come se a nessuno importasse qualcosa, neanche del proprio valore in quanto essere umani.
Dov'era la polizia quando ce n'era bisogno? Perch non inchiodavano quei piccoli punk e le loro bombolette spray invece di rompere le palle a lui? Se davvero gli importava qualcosa perch non erano qui a pulire tutta quella merda e a ridipingere le pareti rovinate dai simboli delle gang e da oscenit assortite invece di bruciare la benzina dei contribuenti per trascinare quei loro culi grassi da un negozio di ciambelle all'altro? S, era davvero di pessimo umore. Se ne rendeva conto. Quel che gli serviva era una macchina, un cambio di vestiti, qualcosa da mettere sotto i denti. Non aveva mangiato niente per tutto il giorno, a parte la colazione - era troppo teso, troppo spaventato, troppo infuriato anche solo per prendere in considerazione l'ipotesi - ma ora, all'improvviso, si rese conto che stava morendo di fame.
Cominciavano a intravedersi le luci dei lampioni, un bagliore giallastro che si gonfiava nell'ombra, e gli insetti sotto che svolazzavano come fiocchi di neve. C'erano un paio di persone in giro, vedeva il lieve chiarore delle T-shirt nella luce soffusa della sera. Sent una ragazza ridere ad alta voce e voltandosi vide un gruppo di adolescenti appollaiati sulla massicciata di cemento, che si passavano una bottiglia avvolta in un sacchetto di carta marrone. Non c'erano taxi in vista e quindi si avvi su per la collina verso le luci della cittadina - devi sempre avere l'aspetto di uno che ha uno scopo, quella era la regola base - e prima di aver percorso tre isolati vide un taxi giallo fermo davanti a un ristorantino, quindi attravers la strada e si accost al finestrino del guidatore. Al volante c'era un portoricano, giovane, con la faccia butterata, con la radio che
sputacchiava dell'hip-hop a basso volume. - Aspetti qualcuno?
Gli occhi del ragazzo, troppo grandi e sinceri per una faccia come quella, lo evitarono mentre bofonchiava qualcosa in risposta.
- Cosa?
- In teoria s.
Peck indic con un dito il ristorante. - Qualcuno che sta li dentro?
Il ragazzo annu, gli occhi come lampi biancastri nel vuoto buio dell'abitacolo.
- Fregatene, - gli disse Peck, estraendo una banconota da venti dollari dal portafoglio e porgendogliela. - Tieni, sono per te. Ho bisogno che mi porti da qualche parte dove posso noleggiare una macchina, anche a quest'ora di un sabato sera. Magari all'aeroporto? Sai, l'aeroporto dall'altra parte del fiume? Dovrebbero essere aperti ventiquattr'ore su ventiquattro, no?
Altro borbottio. Qualcosa su un Hertz a Wappingers.
- Ma a quest'ora sar chiuso, no? Di sabato?
- Non lo so. - Il ragazzo si strinse nelle spalle con una mossa studiata, gli occhi bassi. - Immagino di s.
A quel punto si apr la porta del ristorante, un rettangolo di luce con due persone in mezzo, due che si tenevano per mano come se stessero camminando sulla battigia a Coney Island, e Peck mise fine alla discussione girando attorno al cofano della macchina e accomodandosi sul sedile del passeggero. Le
persone alla porta del locale - erano a cinque o sei metri, pallide e ubriache - fecero un passo nella loro direzione ma Peck scocc al ragazzo l'occhiata giusta per fargli mettere a fuoco la situazione e per fargli capire che aria tirava, poi gli disse: - Sgomma,
- e il taxi si allontan dal marciapiede con una piccola, mortificata sgommata delle ruote posteriori.
La ragazza al banco fece passare la sua Visa Platinum senza nemmeno alzare lo sguardo, lui le mostr la patente della California con tanto di fotografia sorridente, nome e indirizzo di M. M. Mako e riempi il modulo del noleggio. Scelse una Gmc Yukon nera con i sedili ribaltabili perch stava giusto pensando che gli sarebbe potuto capitare di doverci dormire: sulle colline alle spalle di Beacon c'erano delle strade poco trafficate che manco in Alaska le trovavi, nessuno gli avrebbe dato fastidio l. Quando la ragazza gli chiese se desiderasse l'assicurazione supplementare contro gli incidenti, il classico furto legalizzato a danno del cliente, si limit a sorridere e le disse: - Certo -.
Poi and a una tavola calda e prese un'insalata greca e due hamburger, sfogliando una di quelle rivistine omaggio delle agenzie immobiliari e guardandosi masticare, riflesso nella vetrina buia.
Il suo viso galleggiava nel vuoto, senza corpo, un bel viso, che sarebbe potuto appartenere a chiunque, e lui masticava e guardava e lasciava che la tensione si allentasse dallo sguardo. Tutto considerato non era messo troppo male, e il taglio roseo e sottile che dallo zigomo sfumava nella basetta, per quel che ne sapevano, poteva esserselo fatto raccogliendo lamponi o giocando col gatto.
O col gatto della sua ragazza.
Il pensiero di lei fece ripartire tutto quanto, era un pensiero che scacciava tutti gli altri, tanto che la momentanea calma che il cibo gli aveva dato svan in un colpo solo e dovette alzarsi, lasciare una banconota sul tavolo e andarsene a grandi passi fregandosene del resto. Di contanti ne aveva ancora: portava sempre con s un migliaio di dollari in biglietti da cento, per ogni evenienza, per momenti simili, per momenti come questo interludio deprimente in un parcheggio di New Windsor, Stato di New York, sotto un cielo nero come le
budella dell'universo e senza piet per nessuno. Tuttavia tra
qualche giorno sarebbe stato un problema, certo - non poteva arrischiarsi ad andare in banca per fare un prelievo -, ma per ora non aveva di che preoccuparsi. La sua prima preoccupazione, invece, se ne rese conto mentre accendeva la macchina e ingranava la marcia, era Sandman. Doveva chiamarlo per avvisarlo di quel che poteva succedere, e il solo pensiero gli fece torcere le budella.
Il problema non era che Sandman si sarebbe beccato un'incazzatura da record per i rischi che Peck aveva fatto correre a entrambi e per le centinaia di migliaia di dollari che aveva appena fatto sparire dalle loro tasche, o perch era corso dietro a quella troia solo per ritrovarsi avvolto in un rotolo di filo spinato, no, il problema era che sarebbe stato costretto ad ammettere tutto quanto e poi a umiliarsi davanti a lui, una cosa che detestava. Avrebbe dovuto prendere fiato e ammettere per telefono quanto fosse stato debole, stupido, miope e dilettantesco, poi Peck sarebbe stato costretto a dire addio, per sempre, all'unico amico che probabilmente aveva avuto nella vita.
Gi. In effetti aveva tirato fuori il cellulare, e lo guardava pronto a premere i tasti e a fare il numero (stava percorrendo a bassa velocit la strada buia che portava all'autostrada e al ponte per riattraversare il fiume), quando si ferm. Ascolt mentalmente la propria voce - Ciao, Geoff, sono io. Senti, ho mandato tutto a puttane. Aspetta. Non dire niente, ti ho chiamato solo
per avvertirti - e richiuse il telefono, facendolo scivolare di nuovo nella tasca. L'avrebbe chiamato pi tardi. Una volta arrivato.
Ma arrivato dove?
Senza nemmeno rendersi conto di quel che stava facendo, una volta attraversato il fiume aveva svoltato in direzione sud sulla Route 9, intanto che passava distrattamente da una stazione radiofonica all'altra. Gli alberi si stagliavano scuri su entrambi i lati della strada, senza soluzione di continuit tranne
lo squarcio occasionale di un ristorante, un distributore di benzina o un'azienda con le luci spente e il parcheggio deserto. Aveva superato da un pezzo North Highland, una fila di macchine alle sue spalle, altri fari che sopraggiungevano a intervalli, ma non aveva fretta, se ne stava li, nell'abitacolo illuminato solo dalla luce del cruscotto, come se fosse il massimo che ci si potesse aspettare da lui. Quando
arrivava nei punti in cui la strada si allargava con una
corsia supplementare, si portava sulla destra, nella corsia pi buia, e lasciava passare tutti quelli che aveva dietro. La selezione musicale non era un granch - vecchi successi, pi che altro - ma trov una stazione che trasmetteva musica reggae, un pezzo dei Black Uhuru seguito a ruota dai Burning Spear e poi chi, se non Marley? Il suo umore miglior un poco. Si sentiva quasi umano. E quando lungo la strada s'imbatt in un negozio di alimentari aperto, sterz nel parcheggio, entr e compr un pacchetto di patatine gusto barbecue e una confezione di birra da sei.
Non aveva intenzione di avvicinarsi alla casa, ma quando arriv all'uscita che l'avrebbe portato verso la 9D e al tragitto lungo il fiume che andava da Cold Spring a Garrison, mise la freccia a destra e si ritrov nella zona pi fitta della foresta, la strada pi buia, il sentiero meno battuto, ad ascoltare musica reggae finch la stazione scomparve e si ritrov a tracannare la seconda birra. Poco dopo pass di fianco alla vecchia chiesa e al cimitero con le antiche lapidi di pietra, seminascosto e immerso nel silenzio, la luna che ora si intravedeva tra gli alberi, le undici meno un quarto di un sabato sera qualsiasi e solo qualche macchina che di tanto in tanto veniva verso di lui e svaniva lentamente, inghiottita dall'oscurit. Da quelle parti si stava tranquilli
- in fondo era il motivo principale per cui aveva scelto quella zona. Rallent fino a scendere appena sotto il limite di velocit e abbass il finestrino per sentire l'aria sbattergli in faccia e rilassarsi ascoltando il ronzio degli insetti. Quando, passando accanto alla casa, i fari colsero il luccichio nero della sua cassetta delle lettere e lo scintillio del vialetto di ghiaia, ebbe una sensazione di perdita cos improvvisa e dolorosa che fu come se l'avessero colpito fisicamente. Un colpo che dal cervello scivol gi attraverso il torace fino alle gambe e al piede che premette il freno e fece quasi fermare la macchina prima che Peck si riprendesse e accelerasse di nuovo mentre una macchina lo superava suonandogli il clacson.
Che cosa stava facendo? Non lo sapeva neanche lui. Ma svolt alla traversa successiva, una strada che passava davanti a una mezza dozzina di case che ora erano solo vaghi aloni luminosi dietro alberi neri. Accost e spense il motore. Vinse la tentazione di aprire un'altra birra - birra, neanche gli piaceva
il sapore, e oltretutto ti gonfiava, ti appannava i riflessi - e tir fuori il cellulare. Per un istante pens di chiamare Sandman, ma poi decise che era meglio non farlo. Forse non l'avrebbe chiamato del tutto. Forse si sarebbe limitato a sparire. A svanire.
E vaffanculo a tutti quanti. Non era colpa sua se quella donna - quella sorda fuori di testa - era peggio di un segugio.
Te ne capitava una su mille, una su un milione. Va bene. D'accordo.
Se ne rimase seduto a quattrocento metri da casa sua, a subire i postumi delle due birre che si era scolato e a negarsi la terza, le dita appicicaticce per i residui delle patatine, mentre in testa uno sventolio di bandierine e di allarmi luminosi gli ordinava: Scendi, scendi subito! Quello che fece, per, fu comporre il numero di Natalia per la centesima volta in poche ore.
Il ronzio degli insetti era fortissimo. La luce della luna passava tra gli alberi come un raggio laser e tagliava in due il cofano della macchina. Di colpo la voce di lei fu l con lui, parole sussurrate, dolcemente smozzicate. Sono Natalia. In questo momento non sono in casa. Lasciate un messaggio. Dopo il bip. Basta: fu assalito dalla rabbia, una furia violenta e impulsiva che bruciava come una ferita aperta, tanto che si trattenne a stento dallo sbattere il telefono contro il cruscotto fino a ridurlo in mille pezzi. Ansimava. Sentiva gli occhi come se dovessero schizzargli fuori dalle orbite. Poi, come se fosse stato tutto pianificato in precedenza, come se fosse proprio quello che era venuto a fare, apr la portiera della macchina, usc nella notte e si diresse attraverso gli alberi verso casa.
Era solo una ricognizione, si disse, doveva valutare semplicemente l'entit dei danni e capire se erano ancora l, i poliziotti o chi per loro, solo questo. Muovendosi con cautela, un passo per volta, lentamente, si fece strada attraverso il folto di alberi che separava la sua propriet da quella dei vicini e riemerse in mezzo a un nugolo di zanzare. Poi tagli per il prato, il prato la cui erba aveva rasato personalmente, le Vans umide di rugiada, lo sguardo fisso sulla casa, un'incombente macchia di buio. Non c'erano luci accese, era tutto silenzioso, perfettamente normale, e nel buio, con la luce della luna adagiata sul tetto, intravide il freddo bagliore verde del display a cristalli liquidi dell'allarme in cucina. Rimase rannicchiato a lungo
nell'oscurit, pensando a come fare per entrare attraverso la
finestra del seminterrato senza far scattare l'allarme e recuperare il taccuino con i nomi (e qualsiasi altra cosa che potesse risultare incriminante, tipo ricevute di pagamento con carte di credito a nome Alex Halter o Bridger Martin, tanto per dirne una).
Ma se c'era qualcuno di guardia non avrebbe avuto neanche una chance, con la pallida sagoma dei suoi vestiti in bella evidenza sotto la luce della luna. Se ci avesse pensato prima sarebbe passato da Kmart a comprarsi una felpa nera col cappuccio, ma figurarsi, non gli era neanche passato per la testa. Ed era quello il problema. Era esattamente quello il motivo che l'aveva trascinato fin l.
Stava per fare un passo e uscire sul prato quando un suono appena percettibile ruppe il silenzio della notte, un sibilo metallico che si fece strada attraverso l'aria densa e compatta, lungo il vialetto, passando tra ogni singolo filo d'erba per andare a spegnersi contro il muro di alberi in fondo al prato. Ai suoi orecchi fin troppo all'erta suon come il furtivo, ma tutt'altro che silenzioso, tentativo di aprire una portiera, la mano sulla maniglia interna, la luce che si accende, niente a tradirti se non la lubrificata protesta dei cardini. Ges! Che cosa stava facendo?
Si rituff nell'ombra. Carponi, attento a ogni legnetto o ramo caduto a terra che potesse tradire la sua presenza, si diresse furtivo verso il limite estremo del prato, il cuore che gli pulsava forte nei timpani, deciso a vedere coi propri occhi di cosa si trattava. In fondo poteva anche essere Natalia - e lo era, nella sua immaginazione -, Natalia che non voleva partire senza di lui, Natalia che, dopo aver ficcato l'essenziale in una valigia, lo stava aspettando per filarsela prima che quei porci si presentassero l'indomani mattina col loro bel mandato di perquisizione.
Un altro rumore. cos lontano e soffocato che non era nemmeno sicuro di averlo sentito. Gli si gel il sangue nelle vene.
Aguzz la vista per guardare al di l del prato illuminato qua e l dalla luna, verso il grumo di buio che era ormai diventato il vialetto d'accesso, una forma indistinta, un'ombra pi scura, pi densa, il buco pi nero dell'universo.
Che cos'era, una macchina? Una macchina parcheggiata sotto gli alberi dove nessuno poteva vederla? E poi di nuovo quel rumore, lieve ma distinto, la nuova protesta della ghiaia compressa sotto una scarpa, prima una suola furtiva, poi l'altra, quindi l'urgenza assordante
di una cerniera lampo, e infine il rumore di un liquido che colpisce la ghiaia in un getto ben indirizzato. Questo gli disse tutto ci che voleva sapere. Lo fece tornare in s. L'alcol che gli bruciava in corpo evapor come se non ci fosse mai stato, sostituito all'istante dalla scarica di adrenalina che lo spingeva a combattere, uccidere, scappare. Non c'era creatura della notte, n l'opossum, n il procione, n il serpente dalla testa di rame, che sapeva svanire in modo altrettanto silenzioso.
Quando raggiunse la macchina scivol al posto di guida senza fare il minimo rumore, accese il motore e usc dal vialetto del vicino diretto all'autostrada. Aspett per un istante con le luci spente finch vide i fari di una macchina che si avvicinavano, e solo a quel punto accese le luci e si mise in strada nella sua scia, diretto a sud.
Quel che sogn quella notte, ammesso che sogn, non riusc a ricordarlo. Un sonno senza sogni da cui riemerse per l'improvvisa pugnalata di una striscia di sole filtrata attraverso il lunotto posteriore della macchina dritta sulla sua faccia. Per un attimo non seppe dove si trovava, poi afferr la situazione, i tappetini grigi, i sedili di pelle, la natura morta del cruscotto e l'arco disegnato dal volante, un mondo intenso, quasi dolorosamente dettagliato, di foglie premute contro i finestrini chiusi.
Era sdraiato sul sedile posteriore di una macchina a noleggio
- un Suv di grossa cilindrata a benzina, quattro ruote motrici
- con la gola secca, la vescica piena, un completo italiano di seta del valore di seicento dollari sporco sulle ginocchia e sui gomiti, appiccicaticcio per via dell'umidit come se la stoffa fosse pellicola per alimenti. In bocca aveva un saporaccio. Non aveva uno spazzolino, n una casa, una fidanzata o una figlia. A
lungo si limit a rimanere l sdraiato, il sole sulla faccia, a considerare tutte le opzioni che aveva, ma poi sent delle voci, un cane che abbaiava, e si drizz a sedere.
Al di l del finestrino, dal suo lato, c'era della vegetazione fitta, quasi amazzonica, mentre dall'altro lato, appena oltre una casetta bianca piazzata nel centro esatto di un prato quadrato, c'era il fiume, proprio l, a meno di trenta metri, che andava incontro al mare. Il sole batteva forte. Un uccello
sfior il finestrino, ripieg le ali e si immerse nel verde.
C'erano due persone, una coppia, lui con una maglietta stinta e lei con un vestito hippy lungo fino alle caviglie e le spalle nude. Portavano a spasso un Labrador nero lungo la stradina sterrata e di tanto in tanto sollevavano lo sguardo per dare un'occhiata timida e curiosa alla macchina, poi lo abbassavano di nuovo per accarezzare il cane e lanciargli qualcosa oltre il cuneo puntato in avanti della sua testa e le zampe scattanti, un bastone che volava via e ritornava nella stretta umida delle mandibole dell'animale.
Non era tornato a Beacon per nascondersi in qualche stradina secondaria, e non era andato nemmeno a Peterskill per passare davanti alla casa di sua madre e dare un'occhiata veloce, tanto per vedere com'era la situazione, se le luci erano accese, sperando, contro ogni buonsenso, che vederla avrebbe fatto scattare una chiave nella serratura del suo cervello e gli avrebbe permesso di capire che cosa lo attendeva da l in avanti. Non aveva fatto nessuna di queste cose, perch quando aveva lasciato quel vialetto nel buio, tutto il peso della giornata si era abbattuto di colpo su di lui, schiacciandolo con un fardello gelido e minaccioso che non era stato in grado di sollevare. Invece non aveva percorso pi di cinque o sei chilometri e si era ritrovato a svoltare in una strada secondaria e senza illuminazione che gli aveva fatto attraversare i binari con un lento sobbalzo cigolante, poi aveva proseguito per quello sterrato che correva lungo il fiume, cos stretto che poteva passare una macchina sola, e si era fermato l, in mezzo alle frasche. Ed era l ancora adesso, con la bocca secca, l'urgenza di pisciare, a fissare quelle persone col cane che a sua volta guardavano lui.
Gli ci volle un attimo per riprendersi - decisamente non aveva bisogno che quelli chiamassero la polizia a causa sua, Non so, agente, c' un ubriaco o qualcosa del genere con addosso un vestito sporco, in una macchina davanti a casa nostra - ma poi si spost in fretta sul sedile del guidatore e fece un'ampia inversione a U con il Suv che vibrava e ballonzolava, portandosi via un pezzo di prato: i due lo guardavano senza sorridere e di certo lui non fece nessun cenno di saluto. Si ferm a un fast food di Peterskill, robaccia in un sacchetto di carta e robaccia in un bicchiere di carta col tappo di plastica e la cannuccia flessibile.
Mangi in macchina, su un lato della strada, perch non gli
andava proprio di farsi vedere alla luce del sole se poteva
farne a meno, e mangi meccanicamente, senza sentire alcun sapore.
Poi guid senza meta, tanto per sentire il rollio delle ruote, si diresse verso la periferia e si infil tra i cespugli della riserva di Croton per svuotare la vescica e l'intestino. Acquattato nel folto di quei cespugli, con le zanzare che gli ronzavano attorno, usando i tovagliolini del fast food al posto della carta igienica, continuava in qualche modo a punirsi da solo. L'odore di merda sal fino alle sue narici. C'erano schegge e baccelli attaccati alle maniche della giacca. Fango sulle scarpe. Il vetro dell'orologio era crepato. Che cosa c'era di sbagliato in lui? Come si era ridotto in quello stato? Si diede una rapida occhiata nello specchietto retrovisore - l'orecchio arrossato, la sottile crosta sul graffio, la barba che cominciava a spuntare e lo faceva assomigliare alla parodia di un vagabondo -, ma prima di poter articolare ogni altro pensiero la macchina era gi in movimento.
Aveva estratto il cellulare e chiedeva il numero dell'ospedale di Peterskill al servizio informazioni.
La strada in quel tratto era stretta, oltre che ripida, e Peck era cos concentrato sul telefono che quasi mand un'utilitaria giapponese tra i cespugli, ma a quel punto aveva il numero e per un lieve costo aggiuntivo lo misero in collegamento direttamente con l'ospedale e di li a un attimo stava gi parlando con il centralino.
- Ospedale di Peterskill.
- Vorrei sapere se oggi ci sono orari di visita.
- Tutto il giorno fino alle 21, tranne i pazienti in Rianimazione.
- E mi saprebbe dire se  stata ricoverata una persona, se si trova li? Se c' ancora, voglio dire.
- Un momento, prego -. Una pausa, il rumore dei tasti. - Il nome?
- Martin. Bridger Martin.
Lungo il percorso si ferm a prendere il giornale e un bouquet da quattro soldi, coi gambi dei fiori avvolti nella stagnola dentro un cono di plastica, nel caso qualcuno gli avesse chiesto che ci faceva fermo nel parcheggio di un ospedale tra le carrozzerie arroventate dal sole e i parabrezza scintillanti di un centinaio di altri veicoli. Faceva ancora caldo, un caldo pazzesco.
La radio non offriva niente, musica classica, chiacchiere, un guazzabuglio di preghiere domenicali, alleluia e amen. Molto lentamente, con pazienza infinita, lesse il giornale, una sezione dopo l'altra, sempre con un occhio puntato sull'entrata principale.
E quando la vide li, finalmente, alle due e mezzo del pomeriggio mentre apriva la doppia porta e usciva nel sole - con quella tipica mimica facciale e le mani saltellanti davanti al viso della donna al suo fianco - fu proprio come se l'aspettava. E
quando lei si chin per salire su una Volvo gialla di ruggine con targhe di New York, guidata dall'altra donna, non pot fare altro che mettere in moto il Suv che aveva noleggiato e, con tutta l'autorit conferitagli dall'imponenza di quel veicolo, seguirla fuori dal parcheggio.
 
Capitolo 4.

Era in piedi accanto alla portiera della macchina di Terri, l'odore dei gas di scarico le arrivava mescolato all'aria umida che si era alzata di colpo agitando i rami degli alberi e facendo volare in mezzo alla strada un pezzo di carta sollevato dal canale di scolo. Era in arrivo la pioggia, altra pioggia, uno dei temporali che in quel periodo dell'anno scoppiavano nel tardo pomeriggio, uno di quelli che allagavano le strade per mezz'ora, prima che il velo d'acqua evaporasse e l'aria si facesse di nuovo densa e bollente. - Grazie ancora, grazie di tutto, - stava dicendo per la seconda o la terza volta, sporgendosi verso il finestrino mentre Terri, i capelli raccolti con un elastico nero per non farli ricadere sulle spalle, diceva che era stato un piacere e che sperava sarebbero rimaste in contatto.
- Contaci, - disse Alex. - Ho il tuo numero di telefono e la tua mail, e tu hai il mio numero di cellulare, dobbiamo organizzare una giornata tutti insieme. Una volta andiamo a cena magari.
E possiamo andare a fare shopping o qualcos'altro.
- Qualcos'altro? - disse Terri, scoprendo i denti in un sorriso che le faceva luccicare lo sguardo e le tendeva la pelle sugli zigomi. Era un sorriso genuino, autentico e spontaneo, non come la forzata contorsione delle labbra che le concedeva la maggior parte delle persone. E le venne in mente la parola, saltata fuori dal mucchio di strani vocaboli che aveva in testa. Quello di Terri era ci che i fisiologi chiamavano sorriso di Duchenne, in cui due muscoli facciali scattavano simultaneamente, un tipo di sorriso che non poteva essere simulato.
Alex diede un'occhiata alla strada, poi riport lo sguardo sull'amica. Anche lei sorrideva, si sentiva bene, liberata da
un peso, ora che tutta la faccenda era conclusa e non era pi affar suo. - No, meglio lo shopping. Senz'altro.
Allora siamo d'accordo, le disse Terri a gesti.
S, siamo d'accordo.
Si stava voltando per attraversare la strada e raggiungere la sua macchina, quando si sent tirare per la maglietta e si gir di nuovo. - Tieni, - le stava dicendo Terri porgendole qualcosa -
un elastico verde limone con dei pois cremisi. - cos puoi raccoglierti i capelli per il viaggio di ritorno, - disse indicando la propria testa come esempio. - Sai, per il caldo.
- Stai cercando di dirmi qualcosa? - chiese Alex, e all'improvviso si sent cos bene da mettersi a fare un po' la buffona, alzando le braccia per annusarsi le ascelle della maglietta e poi abbassandole per lisciare il tessuto come se si stesse provando un abito da sera. - Non puzzo poi cos tanto, no?
Terri si mise a ridere, il lampo dei denti, il movimento della testa e del mento, il vento che si alzava di nuovo, la carta di un gelato che sbuca da sotto la macchina svolazzando e facendo le capriole per la strada. - Non ancora, - disse, - ma ci sei vicina.
Fece ciao con la mano e armeggi con le dita nella folta massa di capelli per raccoglierli in una coda di cavallo, il sudore che subito si asciugava sul collo e lungo la scollatura della T-shirt.
Per un istante rest li in piedi a guardare la macchina di Terri
- la Volvo di seconda mano che le avevano dato i suoi genitori dopo che suo fratello l'aveva gi strapazzata un po' - la sua salvatrice che si allontanava lungo la via. Poi guard da entrambi
i lati della strada, attravers, apr la macchina e si sedette al posto di guida.
La stazione era a non pi di cinque minuti e, anche se fece un po' di confusione e a un certo punto imbocc per sbaglio una strada senza uscita, arriv comunque con un quarto d'ora d'anticipo.
Tempo di parcheggiare il sole si oscur di colpo. Alex alz lo sguardo e attraverso la superficie del parabrezza cosparso di insetti vide delle nuvole sparse che solcavano veloci il cielo.
Dall'altra parte del fiume, invece, da dietro le montagne si alzava compatto un ammasso di nuvoloni carichi di pioggia. Vi
furono dei lampi: non dei tuoni, solo degli scoppi di luce come se nel paese vicino fosse in corso un bombardamento. Attraverso il finestrino aperto l'aria aveva un odore ricco e fecondo, come se fosse stata pompata fuori dalle profondit di un pozzo.
O da una caverna. Per caverne a cui l'uomo non pu giungere / Verso un mare senza sole, cantilen tra s, per il puro piacere di sentire le parole sulla lingua, la piccola consolazione del loro ritmo. Poi si infil in un posto libero, chiuse a chiave la macchina e cominci a frugare nella borsa alla ricerca delle monetine per il parchimetro.
Non sapeva che cosa avrebbe fatto con sua madre. Aveva pensato di portarla a pranzo al caff della stazione, sedute fuori, sotto gli ombrelloni, in un angolino tutto per loro, a godersi il panorama e due bicchieri di vino bianco gelato e un panino al tonno grigliato o un'insalata, qualcosa di veloce insomma.
Ma il temporale avrebbe rovinato tutto. Sua madre sarebbe voluta andare a trovare Bridger prima di tornare a New York insieme a lei, ma c'era una parte di Alex - una parte non trascurabile e anzi in continua crescita - che si opponeva a quell'idea.
Non voleva tornarci, in quel posto. Non ancora. Davvero, non pensava di poter sopportare la sinfonia del suo stesso senso di colpa che saliva di nuovo in un continuo crescendo dentro di lei, l'espressione sul viso della madre di Bridger, gli odori, le infermiere, l'uomo dei piedi, Bridger stesso, Bridger sdraiato li col gesso e le garze, Bridger che cercava di venire a patti con i propri lividi, Bridger che aveva difficolt a respirare, s, e chi gliel'aveva causata quella difficolt?
Per un momento si materializz davanti agli occhi l'immagine delle due madri che si squadravano, ma la scacci dalla testa.
Non era pronta per una cosa del genere. Adesso voleva pensare solo ed esclusivamente a se stessa. Voleva prendere a braccetto sua madre nel momento stesso in cui sarebbe scesa dal treno, accompagnarla alla macchina e tornarsene direttamente in citt, con gli alberi che si rimpicciolivano fino a scomparire e la strada che si restringeva nello specchietto retrovisore. Voleva essere nella sua stanza disordinata, con la porta chiusa, i capelli bagnati avvolti in un asciugamano, il condizionatore che emetteva il suo respiro meccanico e lei che si sistemava per bene in un angolo del letto, chiudeva le tende e lasciava che quella nuova sensazione sbocciasse in lei. Un senso di liberazione, la sensazione di chi si lascia andare, completamente e senza rimpianti, come essere sul davanzale di una finestra al diciannovesimo piano e lasciare la mano a cui ti reggi per spiccare il volo verso l'alto o precipitare nel vuoto.
Usc dalla macchina. Sbatt la portiera, fece scattare la chiusura centralizzata col telecomando. Stava pensando che avrebbe potuto fare due passi, camminando lungo il binario in entrambe le direzioni per godersi il vento che le soffiava in faccia.
Non c'era molta gente in giro, era una domenica pomeriggio di mezza estate, i banchi di nubi color carbone si stavano avvicinando e le barche sul fiume cambiavano colore man mano che la luce nel cielo diminuiva. Super il bar, la biglietteria e la sala d'attesa, sal gli scalini che portavano al binario e solo allora sent la terra tremare sotto le suole delle scarpe, la furiosa irruzione di una potenza trattenuta, ed eccolo l, il treno di sua madre, che entrava pesante in stazione con cinque minuti d'anticipo.
Ripensandoci poi, quello che le rimase pi impresso nella memoria non era tanto che il temporale fosse scoppiato nel momento stesso in cui il treno vibrando si era fermato, come se anche il tempo atmosferico rispettasse un orario, o la vista di tutte quelle persone che erano comparse dal nulla sciamando sul marciapiede, con racchette da tennis, zaini e canne da pesca, ma piuttosto l'espressione dipinta sul viso di sua madre. Inizialmente non la vide, confusa in mezzo alla calca, e si chiese se avesse preso il treno giusto. Le prime gocce di pioggia l'avevano sorpresa, spruzzandole le spalle e facendole scorrere due dita gelate gi per il collo proprio nel punto dove si era raccolta i capelli: Alex si era spostata sotto la stretta tettoia di metallo che correva lungo il binario e anche tutti gli altri si erano rifugiati l sotto. Poi aveva sentito il cielo sconquassarsi e aveva sollevato lo sguardo, vedendo scrosci di pioggia che scendevano da entrambi i lati della tettoia. Sent anche qualcos'altro, un improvviso brivido di freddo, il sesto senso dei sordi, e stava per voltarsi pronta ad affrontare qualunque cosa fosse, vera o immaginaria, quando aveva visto dov'era sua madre. Eccola l,
strizzata tra due uomini con le loro valigie. Veniva verso di lei, vestita in modo troppo ricercato, pantaloni e tacchi e una camicetta turchese stretta in vita da una morbida cintura. E aveva quell'espressione sul viso.
Sua madre non era li per darle conforto, non con quella faccia, o almeno non prima di esprimere il suo disappunto, la sua delusione: eccola qua sua figlia, la sua figlia colta e sorda a cui aveva sempre insegnato come essere responsabile e indipendente, di nuovo nei guai, coi vestiti sporchi, le
ginocchia incerottate come una bambina e il fidanzato - sempre che fosse ancora il suo fidanzato - in ospedale. Rotto - anzi, no, era pi corretto dire sfasciato - per colpa sua. Perch lei non aveva voluto darle ascolto. Era quella l'espressione sul viso di sua madre, ecco ci che vide mentre la madre si stringeva per passare tra i due uomini impegnati a farsi largo con le valigie, la pioggia cadeva a catinelle e la terra emanava il tipico odore di terra bagnata.
Ma in un attimo cambi tutto - la bocca di sua madre si spalanc, gli occhi fissi su di lei - e Alex venne colpita da dietro, forte, una spalla che si conficc tra le sue come se qualcuno fosse inciampato. Ma fu un attimo, ritrov l'equilibrio e si gir a vedere chi fosse.
Per un istante, con la pioggia che cadeva a dirotto, sua madre poco pi in l, le persone bloccate proprio in mezzo al marciapiede, Alex si ritrov a fissare Peck, cos vicino che pot sentire il suo alito acre che sapeva di ammoniaca e il sudore che prorompeva attraverso un lieve residuo di dopobarba. Era proprio l, davanti a lei, e non c'erano vie di fuga. Fu percorsa da un tremito. Cerc di deglutire ma non riusc. Vide la sottile frustata del graffio sulla guancia dell'uomo, la barba non rasata, il mento sporto in avanti e i muscoli tesi sotto le mascelle contratte.
Peck non disse una parola. Non si mosse. Sbuff il suo alito ammoniacale e la trapass con uno sguardo di fuoco.
Non sapeva che cosa stava facendo, davvero, non lo sapeva.
Era come se fosse stato disconnesso, come se qualcuno gli avesse staccato la spina e il computer del suo cervello stesse funzionando con una batteria d'emergenza, che si faceva man mano pi debole, la connessione sempre pi difficile da mantenere.
Non era stato in prigione, non aveva vissuto sotto falso nome per gli ultimi tre anni, non aveva avuto Sandman come maestro, non aveva sviluppato le capacit necessarie a sopravvivere alla vita di strada, non aveva imparato niente. Lei si muoveva, lui si muoveva: sapeva solo questo. E quando la Volvo gialla era uscita sterzando dal parcheggio dell'ospedale e aveva percorso la Route 202 per entrare nel cuore della cittadina e poi aveva girato a destra in Division Street dirigendosi verso la casa di sua madre, l'aveva seguita.
Erano a soli due isolati di distanza quando la Volvo, senza mettere la freccia, si era accostata al marciapiede poco pi avanti.
Solo a quel punto si accorse della Jetta nera parcheggiata lungo la strada in una fila di macchine, ma lasci che lo slancio del SUV lo portasse oltre la curva successiva, che imbocc per fare
il giro dell'isolato. Senza fretta, si disse, accorgendosi di aver parlato ad alta voce: che patetico! Ma se lo ripet, come se la sua voce uscisse dalla radio, come se tutto ci che pensava venisse trasmesso al mondo e la gente si affollasse nelle stanze fin fuori dalla porta per ascoltarlo, Senza fretta. Quando rifece la strada un minuto pi tardi la donna era in piedi sul marciapiede, china verso il finestrino del guidatore, la maglietta un po' sollevata dietro dando modo a Peck di vedere la curva liscia del suo fondoschiena e dei suoi fianchi, poi mise la freccia e si infil proprio dietro un furgoncino. In quel modo bloccava il vialetto d'accesso di una casa, ma non importava, dato che nel giro di un minuto lei sarebbe salita sulla Jetta - da sola - e tutto sarebbe filato liscio. Arretr di un paio di metri e spinse in fuori il muso quel tanto da riuscire a vedere al di l del furgoncino.
Lasci il motore acceso e la marcia inserita.
Stavano parlando, quelle due, prima l'una e poi l'altra, e ora la troia stava muovendo le mani, scandiva le parole, ciao ci vediamo, e vide l'altra donna che la tirava per la maglietta e le faceva scivolare qualcosa in mano. Che cos'era, droga?
Sigarette? Una cosa da sordi? Magari era un apparecchio acustico, poteva anche essere. Ah, no, ora si stava legando i capelli con una di quelle fascette elastiche, intrappolando la massa di capelli e spingendo indietro la testa come faceva anche Natalia, nello stesso modo di Natalia, con quel gesto caratteristico, di raccogliere i capelli e poi lasciarli
ricadere all'indietro. Un altro saluto e infine attravers la
strada ed entr in macchina mentre l'altra donna se ne andava. Pens che lei l era in trappola, che non ci voleva niente ad affiancarsi alla sua macchina, chiuderle ogni via d'uscita e fare quel che doveva fare. Ma non si mosse. La donna si stava studiando nello specchietto, le braccia sollevate sopra la testa, faceva qualcosa con i capelli, li lisciava e li stringeva con l'elastico: lui la guardava, paralizzato, pensando a Natalia, a Gina, mentre le braccia pallide della ragazza si muovevano all'interno dell'auto che ondeggiava leggermente. Poi tir fuori il rossetto e l'eyeliner e si trucc come se stesse andando a un appuntamento. In un certo senso era proprio cos.
Non doveva pensarci. Non doveva dimenticare che quella era una troia. Ma c'era qualcosa nel modo in cui la donna inconsapevolmente si metteva in mostra - il modo in cui tutte le donne si mettevano in mostra - ricercando la bellezza in un fondotinta o in un rossetto, avendone bisogno, sentendo davvero il bisogno di essere belle e ammirate e cercando sempre di sembrare appariscenti, che lo colp con la forza di una rivelazione. Lasci il motore al minimo finch Alex inser la marcia e si immise in strada con Peck che dovette abbassarsi per non farsi vedere mentre lei gli passava davanti con gli occhi che le brillavano e la linea morbida delle labbra perfettamente disegnate e luccicanti.
Quando Alex arriv alla fine dell'isolato lui fece inversione e si mise nella sua scia.
Non fu difficile starle dietro. Guidava come qualcuno che avesse il doppio dei suoi anni, completamente ignara di chi le stava intorno: un attimo prima era nel bel mezzo della strada, e quello dopo si apriva un varco verso il marciapiede. Col piede perennemente sul freno. Troppo veloce in curva e troppo lenta nei rettilinei. Abbass il parasole e si mantenne a quattro o cinque macchine di distanza da lei - non voleva che lo riconoscesse, non ancora - ma avrebbe potuto anche starle attaccato al paraurti e lei non se ne sarebbe mai accorta. Non guard nello specchietto retrovisore, nemmeno una volta, se non per sistemarsi il trucco o arricciare le labbra e aggiustarsi le ciglia con la punta di un dito. Ma dove stava andando? Tornava all'ospedale?
Ora il semaforo era rosso, la donna rallent fino a fermarsi e mise la freccia a sinistra. Anche Peck rallent, poi accost per
farsi superare dalla macchina che lo seguiva, e per tutto il tempo sent quel cavo che penzolava scollegato dentro di lui, quella lenta dissolvenza verso il nulla. La seconda macchina si mise dietro quella di Alex, al semaforo, padre, madre e tre bambini sul sedile posteriore, i capelli della madre umidi e penzolanti come una ghirlanda intorno al collo. Si sent il rombo di un tuono.
Il cielo si copr. Peck teneva entrambe le mani sul volante, e non fece caso a nulla di tutto questo. Quando il semaforo divent verde lasci che la macchina gli sfilasse a fianco, permettendogli cos di reimmettersi nel traffico: mise la freccia a sinistra e la segu verso la stazione, gi per la collina, chiedendosi se era li che stava andando e, in quel caso, come avrebbe fatto a tenderle una trappola.
Stava cercando di farsi un'idea del posto - il bar, la stazione, la pensilina per i treni diretti a nord e la sopraelevata per quelli diretti a sud, binari e traversine fissati al suolo, il fiume, era tutto all'aperto - quando d'improvviso Alex sterz di nuovo, a sinistra, senza mettere la freccia, con un unico strappo del volante, e Peck non ebbe altra scelta che proseguire dritto. L'aveva visto, era stato per quello? Il pensiero gli fece ribollire il sangue e anche lui diede uno strappo al volante, imprecando: il SUV, svoltando, salt con tale violenza e velocit sul marciapiede che quasi si sollev da terra e, per una frazione di secondo, Peck si trov a incrociare lo sguardo sbalordito di un bambino su un triciclo, che aveva rischiato di fare una brutta fine. Un attimo dopo stava gi facendo retromarcia, ingranava rabbiosamente la prima e si lanciava oltre la curva, verso la strada che aveva imboccato lei.
Era una strada senza uscita. Ed era perfetta, o meglio sarebbe stata perfetta se non fosse stato per tutti quei ragazzini.
Schiamazzavano in spagnolo e correvano dietro un pallone che passava da un piede all'altro cos velocemente che facevi fatica a seguirlo con lo sguardo. Alex Halter stava venendo verso di lui, lo sguardo fisso davanti a s e la freccia a sinistra, ancora a sinistra. Avrebbe potuto precipitarsi verso di lei, schiantare il SUV contro il radiatore di quella scatoletta di latta del cazzo e mettere la parola fine a quella storia proprio li, ma non lo fece, non poteva: tutta l'energia che ancora possedeva lo abbandon di colpo e il
mondo gli scivol davanti agli occhi finch non seppe pi dove si trovava e che cosa stava facendo e perch. A-lex, era cos che lo chiamava Natalia, risent quella voce riecheggiargli nelle orecchie, ancora una volta, A-lex, A-lex. Imprec ad alta voce e l'imprecazione lo riport in s. Non appena la Jetta l'ebbe superato fece girare freneticamente il volante e svolt verso il marciapiede opposto, mettendo fine anzitempo alla partita;
il pallone colp il paraurti posteriore e schizz dall'altra parte della strada come se tutta l'aria ne fosse fuoriuscita di colpo.
- Ehi, stronzo! - url uno dei ragazzi. - Pendejo! - e non gliene fregava un cazzo se ne tirava sotto uno, ce li avevano tutti gli occhi, no? e anche le orecchie se  per questo. Suon il clacson.
Lott col volante. Salt sul marciapiedi, poi attravers di nuovo la strada in senso inverso - Puta! Puta! - e lei era gi arrivata alla fine dell'isolato, stava girando per immettersi sulla strada principale che scendeva gi per la collina, verso la stazione.
La osserv mentre parcheggiava. Mentre si dava un'ultima controllatina nello specchietto, mentre scendeva dalla macchina e alzava il viso per guardare il cielo e la massa di nubi livide che incombevano sul sole. Molto lentamente, come se non stesse nemmeno guidando ma galleggiando sollevato da terra, trasportato da una corrente invisibile, la super e sterz per infilarsi in un parcheggio a due macchine di distanza. Rest in macchina per qualche istante: le osservava le spalle e il modo in cui
i fianchi oscillavano al di sopra dei muscoli sodi delle gambe e dei glutei mentre si avviava senza fretta verso la stazione. Non sospettava nulla. La troia. Quella troia non aveva la minima idea di quello che stava succedendo ma lui s, aveva completato il puzzle e sistemato l'ultimo pezzo. Spense la macchina e la lasci l dove si trovava. Non si prese la briga di chiuderla. Non si preoccup delle chiavi. E il parchimetro, figurarsi.
Di colpo l'aria sembr infuocarsi intorno a lui, il calore gli esplose in faccia, poi una folata di vento e il boato improvviso del tuono, come una trappola che ti si spalanca sotto i piedi, ed ecco il treno, un blocco di acciaio possente che occup tutta la scena. Quando la pioggia lo colp, non chin la testa n affrett
il passo, perch a quel punto era concentrato - concentrato su di lei, sulla sua schiena e le sue spalle e il lampo di colore catturato dai suoi capelli - e stava camminando. Con uno scopo. Su per gli scalini, lungo il marciapiede, la faccia bagnata, i capelli
bagnati, la giacca tutta storta per l'improvviso assalto della pioggia.
Si mescol alla folla, fiutando la fermentazione dei corpi, cozzando, scansando, toccando. Un tuono rimbomb e scosse
il marciapiede. Un fulmine squarci il cielo.
Fu allora che la colp. Fu in quel momento che abbass la spalla e la colp da dietro, non abbastanza forte da farla cadere, ma abbastanza forte da comunicarle l'unica e sola verit a cui non poteva sfuggire, un gesto che strapp il suo viso dalla folla indistinta e glielo offr come se l'avesse creato e forgiato con le sue stesse mani. Era sua. Era in suo potere. Faccia a faccia, occupavano gli stessi centimetri quadrati dell'universo, uniti, accoppiati, ed era lui, solo lui che poteva rompere quel legame.
Ci fu un movimento alle sue spalle, una donna che stava urlando qualcosa. Un altro tuono. Le guard gli occhi, le guard le labbra, sent l'eco piatta e atona della sua voce, ormai priva di paura. - Che cosa vuoi?
Mentre risuonava quella domanda ogni cosa si ferm, tutto, le sue labbra che si muovevano, la fragranza del suo alito di cui sentiva il calore sul viso, tutto si cristallizz per l'urgenza e la concretezza di quel Che cosa vuoi? Fu colto di sorpresa. Fermo.
Immobile. Perch in effetti non aveva pensato a cosa avrebbe fatto dopo: era la debolezza, solo la debolezza che l'aveva portato l. Ora lo capiva. Lo vedeva chiaramente, era quella la verit, la nuova verit della sua vita. E vide che lei non aveva paura e che niente di tutto ci era importante, non pi. A-lex,
lo chiamava Natalia. Pens a Mill Valley, all'appartamento che avevano l, alla casa di Garrison, al viso di sua figlia, inerme, sotto il portico. A-lex, A-lex, A-lex. La gente sgomitava, lo fissava, li guardava, e Peck ebbe una frazione di secondo per valutare la domanda prima che la risposta gli salisse alle labbra, una risposta che non la riguardava minimamente - non aveva niente a che fare con lei, ma con lui, con Peck Wilson, un idiota, un buffone, un impostore con addosso un completo di seta strappato, che non valeva niente, meno di niente.
Scosse la testa. Abbass lo sguardo. - Niente, - disse e non sapeva se lei avesse potuto leggergli le labbra o no ma non gli importava. Poi si mosse, stringendosi nelle spalle, rialz il bavero della giacca bagnata, si fece strada tra la folla, attravers
il marciapiedi e sal sul treno. Non si volt indietro.
 
Epilogo.

Le nove erano passate da un pezzo, ma Bridger non se n'era ancora andato. Non aveva nemmeno fame, anche se da qualche parte in fondo al suo cervello il logo del minestrone in scatola Campbell splendeva come una figura su un altare. La minestra che si mangia da sola era lo slogan con cui se n'era uscita la ditta produttrice. Bridger e Deet-Deet ci avevano scherzato un po' su creando una lattina digitale con gambette e braccine sormontata dalla testa squadrata di Radko con la sua tipica espressione corrucciata: L'effetto speciale che si vende da solo.
Anche se a ben pensarci come diavolo fa un cibo a mangiarsi da
solo? Usa un cucchiaio particolare?  autofago? Ha una bocca? Era rimasto a lavorare fino a tardi perch non aveva molto altro da fare e voleva tenersi buono Radko visto che l'aveva ripreso a bordo, contro ogni buon senso. La giovane donna - la ragazza - che l'aveva sostituito non aveva funzionato. Si chiamava Kate ed era giusto un po' egocentrica, o almeno cos sembrava a giudicare dai racconti di Deet-Deet. Tipo che si era presentata un luned mattina con delle tette cos grosse che l'avevano trasformata da quasi piatta in una specie di dirigibile Zeppelin, il tutto nel giro di una notte. Era una prima donna
- o una diva, come lei stessa amava definirsi - ma alla Digital Dynasty la chiamavano Phisher, perch proprio come i mittenti di quelle mail-truffa, gettava continuamente l'amo sperando abboccasse qualcosa, complimenti nel suo caso. Sia come sia, lei se n'era andata e lui era tornato alla base. E aveva tutte le intenzioni di lavorare sodo e dare il massimo.
L'unica luce per tutta la lunghezza dello stanzone di cemento lucidato in cui si trovava proveniva dall'insegna uscita d'Emergenza che Radko aveva fatto mettere sopra la porta sul
retro (e solo per ammorbidire l'ispettore addetto ai controlli sulla sicurezza), quando avevano deciso di trasferire l le postazioni di lavoro e gli allacciamenti per i computer, trasformando di fatto l'ultima officina meccanica di San Roque in uno studio specializzato in effetti speciali. A Bridger andava benissimo cos. Aveva l'iPod per distrarsi e la minestra era sullo scaffale vicino alla macchina del caff, in attesa del microonde.
Nel frattempo il monitor gli dava la consolazione di un mondo proporzionato, rivisto e corretto, con i colori pi intensi di quelli reali e senza nessun difetto. Al momento stava lavorando a un film che doveva uscire nel week-end del Ringraziamento, un remake de Il selvaggio, con il Kade nel ruolo che era stato di Marion Brando e Lara Sikorsky nella parte della figlia dello sceriffo, anche se il ruolo della figlia era stato ampliato e modificato perch riflettesse la realt postfemminista del XXI secolo. Cos adesso anche lei andava pazza per le moto, c'erano un numero imprecisato di salti spettacolari e pas de deux a mezz'aria in cui Lara e il Kade si prendevano gioco dei poveri cittadini, delle modelle ammiccanti e della banda di motociclisti rivali, un'accozzaglia di tizi dai muscoli pompati.
Era molto divertente. Niente pi che una piccola libera reinterpretazione su un pezzo della storia del cinema e un tentativo di lucrare sul Kade finch tirava. Bridger non si faceva problemi di nessun tipo. Era davvero contento di essersi rimesso al lavoro.
Gli avevano tolto il gesso una settimana prima, ma anche con quello era riuscito a manovrare il mouse e a far girare i suoi programmi in modo piuttosto efficace. Anzi, si era cos abituato a puntellare quell'affare sull'orlo del tavolo che ora si sentiva un po' strano senza, come se il suo braccio potesse cominciare a levitare per conto proprio. Stava bene, anche se quando inspirava profondamente sentiva una piccola fitta d'avvertimento nel punto in cui si erano incrinate due costole, e la sua voce era diventata pi rauca. All'inizio non si era reso conto di quel cambiamento. Perch non ci si ascolta, normalmente, a meno che non si stia cantando, e non  che ultimamente avesse avuto tutta quella voglia di mettersi a cantare. Ma quando era tornato e aveva chiamato prima Deet-Deet per sapere che aria tirava e poi Radko per offrirgli i
suoi servigi, visto che la ragazza con le tette rifatte se
n'era andata, nessuno dei due aveva riconosciuto la sua voce, e questo gli aveva dato da pensare.
Poi c'era sua madre. Sin dall'inizio aveva preteso di sapere quando, in che modo e fino a che punto avrebbe recuperato la voce, esigendo fatti, statistiche, sfoggiando termini tecnici, inseguendo le infermiere per i corridoi e telefonando a tutti gli specialisti che aveva trovato sulla guida, partendo da Ahmad per finire con Zierkofski. Era piombata in ospedale con una marea di fiori e con piglio deciso aveva subito messo in croce il medico che l'aveva operato (una donna taiwanese con gli occhi a mandorla e dalla voce calma e gentile, ma dall'aspetto cos teso che sembrava aspettasse lo sparo della partenza dei cento metri da un momento all'altro) finch la dottoressa si era arresa e le aveva detto: - Senta, forse quel che le serve  uno specialista esterno all'ospedale -. A quel punto sua madre aveva inasprito il tono della voce finch era diventato come un cavo teso e aveva replicato con un
sarcastico: - Evidentemente -. Bridger non sapeva come
comportarsi. Non riusciva a concentrarsi su niente e non sapeva che pesci pigliare, sotto l'effetto di chiss quali farmaci.
Faceva fatica a deglutire, come se avesse qualcosa conficcato in gola, tipo del cartone appallottolato, o come se fosse sempre sul punto di soffocare, e questo lo preoccupava non poco.
Anzi, lo spaventava a morte. E poi cos era in balia di sua madre che sminuiva le sue paure come quand'era piccolo. Ma in fondo era sua madre, era l per lui e a lui non  che dispiacesse poi tanto. Perci quando lei gli aveva detto che aveva fissato un appuntamento per quel gioved a San Diego con il miglior otorinolaringoiatra della California meridionale, Bridger era riuscito solo ad annuire. Non era colpa sua. Non riusciva a fare progetti a lungo termine. E a Alex non ci pensava proprio: del resto bisognava capirlo, perch era lui quello che era stato ferito, ed era sempre lui quello finito in ospedale.
Sapeva solo che lei era ritornata in macchina a New York.
Le aveva mandato un messaggio sul cellulare quella sera stessa, la seconda che passava in ospedale, ma non aveva trovato il modo per dirle quello che avrebbe voluto, non senza guardarla negli occhi.
Ciao.
Come ti senti?
Non male. Ma non riesco a inghiottire molto bene.
Che cos'ha detto la dottoressa?
Non molto.
Quando esci?
Domani.
A che ora?
Non c' bisogno che tu venga.
S che c'. E poi voglio venire.
C' mia madre.
E allora?
L'avevano dimesso la mattina dopo, sul presto, e lui l'aveva chiamata dal treno per dirle che stava arrivando, sperando di raggiungerla prima che uscisse. Era un po' impedito nei movimenti
- era solo l'avambraccio a essere ingessato, ma avevano preteso che lo tenesse comunque al collo per le prime due settimane, per non farlo muovere - ma si stava gi abituando.
Gli era tornata in mente quella volta, quando ancora faceva le superiori, che aveva passato tutta l'estate sotto il canestro sul retro di casa sua allenandosi, con scarsi risultati, per riuscire a fare un tiro da tre punti con entrambe le mani. Sua madre era seduta vicino a lui, col giornale e un bicchiere di carta pieno di caff, e parlava praticamente da sola. Suo padre sarebbe stato contento di vederlo, per non parlare del cane, e naturalmente poteva fermarsi da loro per tutto il tempo che voleva perch nessuno aveva usato la stanza degli ospiti da quando Junie e Al erano andati a trovarli la scorsa primavera. Gliel'aveva detto che quei due avevano venduto l'attivit e potevano gi andare in pensione? Ma ci poteva credere? Junie e Al in pensione?
Mentre sentiva il telefono che squillava, Bridger non riusciva a non pensare a quello che stava facendo Alex in quel momento: lei che usciva dal taxi alla Grand Central Station, con la luce che le esplodeva intorno e i piccioni che partivano a razzo alzandosi dal marciapiede, in un mare di colori, oppure lei che batteva il piede per terra mentre faceva un cruciverba. Nel frattempo il treno diretto a nord gli sfrecciava accanto dalle parti di Tarrytown o di Dobs Ferry o in qualche altro posto del genere, visi vuoti dallo sguardo spento che passavano per un secondo e quello di lei che scivolava via con tutti gli altri. Non rispose nessuno. Sua
madre, di ottimo umore, si sporgeva verso di lui per leggergli qualche articolo di giornale, beveva il caff e continuava a
giocherellare con le scarpe, togliendosele e rimettendosele.
Quando poi arrivava il suo turno di parlare, dopo che lei gli aveva fatto una domanda ben precisa: - Allora che tipo  Alex?  una cosa seria? Dev'essere, come dire, complicato comunicare - lui scribacchiava goffamente le risposte su una salvietta di carta (Fantastica -, S -, Non troppo).
Poi in taxi, le strade inondate dalla luce che filtrava fra i palazzi in forme sempre nuove. Ogni cosa sembrava essersi fermata finch il taxi non fece una curva e poi un'altra, tutto ricominci da capo e Bridger non riusciva di nuovo a deglutire.
Furono costretti a chiedere al tassista di accostare in modo che lui si precipitasse in un bar per prendersi un bel bicchierone di Coca con tanto di ghiaccio e di cannuccia per poterla bere a piccoli sorsi. Poi arrivarono all'appartamento, il portiere citofon e lui spi di sottecchi il viso di sua madre mentre l'ascensore li portava verso quel confronto con la madre di Alex, con tutto ci che quell'evento implicava o avrebbe potuto implicare. Vera li aspettava sulla porta. Si era pettinata e aveva messo il rossetto.
Disse: Povero caro, o qualcosa del genere, e fece un passo in avanti per abbracciarlo prima ancora che lui riuscisse a presentarle sua madre, cosa che fece subito dopo stringendosi nelle spalle e facendo una smorfia cos esagerata che gli provoc una nuova fitta su tutto un lato del viso, il lato che aveva sbattuto contro il marciapiede.
Vedeva chiaramente che sua madre era tesa, sorrideva in modo forzato e con una sola occhiata stava squadrando la madre di Alex, la porta aperta e la stanza in ombra alle sue spalle.
Non sapeva a che cosa sarebbe andata incontro: non aveva mai avuto a che fare col mondo dei sordi prima e per lei era un territorio inesplorato. Ciononostante tese subito la mano a Vera, che ricambi immediatamente, e a quel punto stavano gi passando dall'ingresso al salotto scambiando qualche battuta fra di loro. - Vi andrebbe qualcosa da bere? - s'inform Vera.
Bridger not che aveva tentato di dare una sistemata in giro, il divano e la poltrona erano in ordine e c'erano almeno trenta centimetri quadrati di tavolino liberi pronti a ricevere le bibite e la confezione blu delle noccioline Planters. Bridger guard sua
madre e a quel punto gli sarebbe piaciuto poter rompere in qualche modo il ghiaccio, fare la battuta giusta che mettesse tutti a proprio agio, ma l'unica cosa che riusc a fare fu di tendere la mano con il bicchiere di Coca e far tintinnare il ghiaccio. Sua madre, guardando un po' sospettosa la poltrona, per un attimo smise di sorridere. - Solo acqua, - disse. - Grazie.
Mentre la madre di Alex si voltava, ben contenta di essere impegnata in quel piccolo rituale di benvenuto, Bridger fece un cenno col braccio sinistro per attirare la sua attenzione. Quel gesto improvviso e impacciato, neanche stesse per inciampare, ottenne comunque l'effetto desiderato. Ci fu una specie di pausa, con le due donne che lo guardavano, finch Bridger chiese nel linguaggio dei segni, meglio che pot, date le sue condizioni: Dov' Alex?
Vera guard la madre di Bridger, poi di nuovo lui. - Sta dormendo,
- disse. - L'ho lasciata dormire. Voglio dire, dopo tutto quello che ha passato, soprattutto dopo quello che  successo ieri.
- Fece una pausa e sospir -. Ieri  stato davvero un incubo.
Ieri?
- Alla stazione. Quando quello... io sono morta di paura.
Letteralmente morta di paura -. Vide la sua faccia e cap. - Vuoi dire che non lo sapevi? Non te l'ha detto?
Bridger sent il suo cuore accelerare e un lato del viso iniziare a pulsare. Le pareti si stavano richiudendo su di lui, il pavimento sprofondava: effetti speciali, molto speciali. Non mi ha detto cosa?
Vera fece per dire qualcosa - aveva gi le parole sulla punta della lingua -, ma poi si ferm. Indossava un vestito fatto con una specie di tessuto lucido, che si era messo per fare colpo su sua madre, ed era a piedi nudi. Bridger la guard spostare il peso sul piede pi indietro, mentre le dita si flettevano e si riposizionavano per mantenere l'equilibrio. Poi la donna si pass una mano tra i capelli e gli lanci un'occhiata di sbieco, un gesto che Bridger conosceva bene, un gesto tipico di Alex.
Vera allung una mano a mo' di invito, mentre lei e l'altra donna si scambiavano uno sguardo. - Forse dovresti parlarne direttamente con lei.
Si fermarono davanti alla porta della stanza degli ospiti, luce fioca, libri e giornali accatastati contro le pareti, una sedia
carica di vestiti e biancheria. Poi, con un unico movimento, Vera apr e richiuse la porta. Gli fece un sorriso gentile.
-  cos che bussiamo, - mormor, girandosi verso di lui.
- Adesso puoi entrare. Io sar di l con tua madre: abbiamo molte cose da dirci.
In realt Alex non stava dormendo. Era seduta alla scrivania
(l'aveva spinta sotto la finestra) e lavorava al portatile. Si volt verso di lui quando Bridger entr nella stanza, la fronte era libera dai capelli e si vedeva la lieve mezzaluna bianca della cicatrice nel punto in cui aveva sbattuto contro il parabrezza.
Aveva addosso una maglietta e un paio di pantaloncini, una gamba nuda ripiegata sotto di s e una Diet Coke vicino al gomito.
- Ciao, - le dissero le sue labbra. Alex sorrise, ma non si alz.
Bridger attravers la stanza e le and incontro, si chin su di lei e premette le proprie labbra sulle sue, una comunicazione istantanea, poi fece due passi indietro e si accomod sul letto.
Alex stava ancora sorridendo, anche se lo stava squadrando come se non lo vedesse da una settimana. - Hai un aspetto migliore,
- pausa, - molto migliore. Come ti senti ora?
C'era qualcosa di sbagliato, qualcosa che non gli piaceva.
Aveva bisogno di qualcosa di pi: aveva bisogno di cure, di riconoscenza.
Lui era il suo uomo ferito, il suo soldato fuori combattimento.
Si strinse nelle spalle. Distolse lo sguardo. Quasi senza pensare, le sue mani chiesero: Che cos' successo ieri?
- Avrei dovuto dirtelo, ma non volevo che ti agitassi. Stavi dormendo. Mi hanno detto cos all'ospedale... che stavi dormendo.
Bridger la guardava.
- Era l. Alla stazione. Peck Wilson.
Le mani di Bridger divennero pesanti come mattoni. Cio?
Come sarebbe a dire? L'hanno preso?
- Era l e basta, deve avermi seguito. Non ha fatto niente.
Mi ha solo... spinto, tutto l.
Avrebbe voluto ripeterlo, trasformando quella frase in una domanda, ma non sapeva quale verbo usare. I muscoli del suo viso si contrassero. Cosa?
- Non l'hanno preso, - disse Alex. - Mi  solo venuto addosso,
secondo me per dimostrarmi che poteva farlo, che potva fare
qualunque cosa se avesse voluto. Poi si  allontanato ed  salito sul treno Sfil la gamba da sotto di s e mise a terra entrambi i piedi, poi si chin in avanti e i capelli le ricaddero sciolti attorno alle spalle. - Non so,  stato strano, molto strano, ma penso che abbia voluto dirmi che era finita, come se avesse firmato un armistizio.
Firmato un armistizio? Non poteva credere alle sue orecchie.
Si alz dal letto coi nervi a fior di pelle e and alla scrivania, al blocco dalle pagine gialle e alla biro - a che cosa le servivano, prendeva appunti? - e cominci a scrivere. Male. Con la sinistra. Vuoi dire che non hai chiamato la polizia?
Alex scosse la testa.
E neanche tua madre? Col cellulare? Avrebbero potuto farsi trovare alla stazione successiva. L'avremmo inchiodato.
Alex stava ancora scuotendo la testa, ora con maggior enfasi.
La sua bocca era risoluta, gli occhi incollati ai suoi.
- No, - disse, -  finita. Lasciamolo andare. Non ne vale la
pena. Voglio dire, guardati. Guarda come sei conciato.
La logica del ragionamento gli sfuggiva. Cerc di tirarne le fila, collegando le botte che aveva preso, a terra sul marciapiede, annaspando per cercare di respirare mentre Peck Wilson gli fracassava le costole e gli schiacciava la faccia sul cemento, a quello che Alex gli aveva appena detto: non ne valeva la pena... per chi? Chi era la vera vittima? Allora gli mont tutto dentro e sbatt un pugno sul piano della scrivania, mentre cercava di dire qualcosa, ma le parole non ne volevano sapere di uscire, no, e lei tanto non le avrebbe sentite comunque, non avrebbe sentito gli insulti, le maledizioni, le proteste.
- Non ne voglio parlare, - disse Alex, e si riprese il blocco.
Goffamente, compitandolo, solo con la sinistra: Tu non vuoi mai parlare.
Alex allora abbass lo sguardo per escluderlo, come se stessero discutendo del prezzo della benzina o di dove andare a cena o di un film che nessuno dei due voleva vedere, disse: - Ma io voglio parlare. Voglio parlare perch ho delle buone notizie, davvero buone...
E mentre gli parlava, mentre Bridger ascoltava la sua voce euforica e finalmente libera di esprimersi, ora rauca e
profonda, ora soffocata come se fosse imbavagliata, divenne chiaro che le buone notizie erano buone solo per uno di loro, cio per lei. Aveva spedito una mail al suo mentore della Gallaudet, il professor Hauser - se lo ricordava, vero? Quello che per primo le aveva fatto conoscere i poeti Romantici e che aveva presieduto la commissione di dottorato? - tanto per tastare il terreno e fargli sapere che cosa era successo alla San Roque. E lui le aveva risposto che forse poteva avere qualcosa per lei, due classi di matricole del corso di scrittura, sempre che fosse interessata.
- Quindi pensavo che forse potremmo andare a Washington, tanto per dare un'occhiata Si strinse nelle spalle in modo un po' impacciato e il suo viso, il viso che gli comunicava sempre cos tanto, che si trasformava e articolava discorsi, che sapeva essere triste, bellissimo e dolorosamente vivo, adesso non gli diceva nulla. - Voglio dire, siamo arrivati fin qui, in un modo o nell'altro...
Sentiva che da qualche parte qualcuno stava piantando un chiodo nel muro. Bang, bang, bang, i colpi di martello gli rimbombavano in testa. E poi di che diavolo era fatto quel muro?
Non era pietra, non erano mattoni, era qualche materiale usa-
e-getta, compensato, truciolato, qualcosa che si poteva costruire e buttar gi in un giorno. Fu la mano sinistra, quella impedita, a parlare per lui, portando l'indice al petto, poi su e gi: Io non posso.
Erano le dieci passate quando si alz dalla scrivania per tornare all'angolo cucina vicino alla macchinetta dell'acqua, e aprire il barattolo della minestra dopo averlo tirato gi dallo scaffale.
Lecc la pasta glutinosa color zafferano dall'interno del coperchio fatto con materiale riciclabile, prima di buttarlo nel cestino. Poi capovolse la lattina sopra la tazza con la scritta Sharper, le diede un colpetto per facilitare l'azione della forza di gravit e quindi infil la tazza nel microonde. La stanza era deserta e immersa nel silenzio, un silenzio soprannaturale, un vuoto che fu interrotto prima dall'improvviso ronzio del microonde
(lo fece sobbalzare) e poi dal borbottio soffocato che lo
segu. Eccola, la minestra che si mangia da sola. Come avrebbe potuto descrivere quel suono a qualcuno che non l'aveva mai sentito? Era come tenere una conchiglia appoggiata all'orecchio.
Per tre minuti e trenta secondi. Rumore bianco. Statico.
Poi il trillo finale del microonde, secco come uno sparo.
Ritorn alla scrivania, a lavorare su una doppia sostituzione di testa, il Kade e Lara Sikorsky, sospesi a mezz'aria sulle loro moto contro un cielo vibrante e artificiale, un incrocio perfetto, il viso di lui e quello di lei, in volo. Stava mangiando la minestra a cucchiaiate quando sent un rumore di chiavi provenire dalla porta principale. Immagin che fosse Radko, venuto a dare un'occhiata, e pens che non l'avrebbe sentito se non si fosse tolto gli auricolari quando si era alzato per scaldare la minestra. Non che gli importasse. Stava lavorando sodo, completamente concentrato, e se il capo gli fosse arrivato alle spalle l'avrebbe visto. Ma ora Radko era l, veniva nella sua direzione con le spalle cascanti e fece tanto d'occhi quando vide Bridger ancora dentro al suo cubicolo.
- Sei ancora qui? - disse, l'espressione che da sorpresa si stava facendo sospetta - Bridger stava davvero lavorando o faceva la cresta sulle ore di lavoro? - fino a una sorta di sottile compiacimento quando constat la dedizione del suo dipendente-figliol prodigo.
- Gi, - Bridger si sent dire, - pensavo di fermarmi un po'
di pi stasera tanto per guadagnare un po' di tempo sulla scadenza,
- e nel silenzio della stanza si accorse del lieve stridore che aveva ancora la sua voce. - Deet-Deet  stato qui fino alle sette. E anche Plum si  fermata fino a tardi.
Radko rest in silenzio per un momento, davanti allo schermo sul quale i lineamenti digitali del Kade erano sovrimpressi al casco bianco dello stuntman e Lara Sikorsky era solo una macchia opaca e indistinta. - Va bene, - disse infine. - Ma niente straordinari, solo ore regolari. S? Lo sai.
- Certo, - disse Bridger, e non gli volle dire che non aveva nient'altro da fare, - certo, lo so.
A un certo punto Radko tolse il disturbo e se ne and, i suoi passi rimbombavano mentre faceva a ritroso la sequenza di azioni che l'aveva portato fin l. Lo studio sprofond in un silenzio che prima di allora non si era mai sentito: Bridger era cos preso dal monitor che scord l'iPod e di l a poco
regnava una tale quiete che poteva sentire il click leggero
del mouse, e il rumore delle sue dita sulla tastiera sembrava un tuono sopra un mondo in miniatura. Firn il fotogramma a cui stava lavorando e fece apparire quello successivo, con una macchia bianca al posto dei due visi. Ma a quel punto, invece di inserire la testa del Kade, clicc sulla propria e la mise sulle spalle dell'attore. Gli ci volle un momento prima che riuscisse a tirare fuori l'espressione giusta, il mezzo sorriso di chi tiene il broncio, s, ma solo per scherzo, un sorriso che era quasi una promessa di gioia, una speranza di felicit. Poi, e sapeva che stava per farlo prima ancora che le sue dita si muovessero verso il mouse, fece apparire il viso di Alex. Anche a lei diede un sorriso e la mise li, proprio di fianco a lui, verso l'alto, circondata da tutto l'azzurro dell'universo.
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FINE.
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Ringraziamenti.
Vorrei ringraziare Marie Alex, Jamieson Fry, Susan Abramson e Linda Funesti-Benton per i preziosi consigli e il loro generoso sostegno.
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Nota dell'autore.
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Dove non diversamente specificato, non era mia intenzione proporre una traduzione letterale della lingua dei segni - come, del resto, molti scrittori hanno fatto in passato, e anche con risultati ammirevoli
- ma, utilizzando dialoghi standard, avvicinarmi il pi possibile al significato che vuole essere comunicato.
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FINE.